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Conte ha fatto bene a informare gli italiani. Il punto di Pasquino @formichenews

Era giusto e opportuno informare l’opinione pubblica dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Il resto verrà

LE PRECEDENTI CRISI DI GOVERNO

Ricordo nel febbraio 2014 il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio dal gentiluomo Enrico Letta al segretario del PD Matteo Renzi. Non ricordo che quel passaggio sia stato preceduto da un dibattito parlamentare. Grazie alla mia età e alle mie invidiabili capacità mnenomiche ricordo che nessuna, ma propria nessuna crisi di governo in Italia (debbono essercene state almeno 62) è stata annunciata in Parlamento. Semmai, raramente, un governo veniva sconfitto in Parlamento. Fu il caso clamoroso del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, senza la necessità di un dibattito sul perché, sulle responsabilità, sulle conseguenze. Con queste premesse non faccio nessuna fatica a dichiarare che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha preso un’ottima iniziativa.

Era del tutto giusto e opportuno informare attraverso una conferenza stampa l’opinione pubblica italiana dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Preferisco di gran lunga ascoltare dalla sua voce l’argomentata opinione del capo del governo piuttosto che leggere le più o meno fantasiose ricostruzioni dei retroscenisti, molti dei quali, lo debbo proprio dire, non conoscono né le regole né le prassi delle democrazie parlamentari né il grande pregio di queste forme di governo: la flessibilità.

MOSSA CONCORDATA

Ritengo che la maggior parte dei contenuti del Contratto di Governo sia sbagliata, che la loro attuazione sarebbe costosa e controproducente, che l’Italia sia da qualche tempo (da prima del governo giallo-verde) in declino e che nulla di quanto vogliono Di Maio e Salvini servirà a fermare il declino e a capovolgere la tendenza. Tuttavia, riconosco che il governo guidato da Conte è legittimo, è pienamente costituzionale (“il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” art. 94) e può continuare fino a quando quella fiducia non mancherà. Sono convinto che nel loro colloquio informale, che non può essere in nessun modo criticato, di qualche giorno fa, il Presidente della Repubblica (mi faccio io stesso “retroscenista”) abbia consigliato o concordato con Conte la mossa della conferenza stampa. È stata un avvertimento, ma anche un chiarimento come si conviene in democrazia.

Conte ha chiaramente indicato delle responsabilità. Le hanno entrambi i suoi Vice-Presidenti del Consiglio, ma uno (Salvini) più dell’altro (Di Maio) poiché la sua fantasiosa interpretazione del voto degli italiani che sconfigge le regole europee è eversivo, persino sottilmente contraddittorio. La democrazia nazionale sovranista italiana dovrebbe cambiare grazie ai voti espressi per l’elezione del Parlamento europeo? “Rob de matt” direbbero a Milano. Conte ha affermato in maniera convincente che non si presterà a “vivacchiare”. Il Presidente della Repubblica ricorderà a tutti, ma dovremmo saperlo, che non è sufficiente che esista una maggioranza numerica in Parlamento. Quella maggioranza deve essere operativa e operosa. Se i due contraenti bloccano reciprocamente le proprie priorità, la loro maggioranza perde qualsiasi operatività e il titolo principale per continuare a sussistere. In maniera pacata, pubblica, esplicita, Conte ha sottolineato che saranno Salvini e Di Maio, in quest’ordine, ad assumersi la responsabilità della fine di questo governo, del suo governo. L’eventuale apertura della crisi di governo dimostrerà che sono degli irresponsabili nei confronti del sistema politico e dei molti italiani che li hanno votati.

Avrebbe Conte dovuto dire tutto questo e di più in una seduta formale del Parlamento con il titolo “Comunicazioni del Presidente del Consiglio”? Credo proprio di no poiché automaticamente, oggettivamente avrebbe fatto un passo avanti in più sulla strada della crisi. Invece, la sua conferenza stampa ha avuto e ha conseguito l’obiettivo di informare senza drammatizzare. Il resto verrà. Lascio da parte qualsiasi riflessione sulle dichiarazioni delle opposizioni nel cui ambito proliferano coloro che ragionano in maniera particolaristica e miope con riferimento esclusivamente a loro eventuali vantaggi e guadagni. Non ce ne sarà per nessuno.

Pubblicato il 4 giugno 2019 su formiche.net  

Una grande regione, una grande occasione #Emilia Romagna @rivistailmulino

Primum vincere deinde philosophari oppure primum philosophari deinde vincere? Se sia meglio dedicare tutte le proprie energie a conquistare una carica importante come quella di Presidente della Regione Emilia-Romagna e poi ragionare su cosa fare oppure se sia preferibile aprire un grande e approfondito dibattito sulla “filosofia” della politica, sui contenuti del riformismo, su che cosa debba e possa essere un partito del cambiamento nell’Italia sovranista? Già, perché il voto europeo del 26 maggio ha detto alto e forte, chiarissimo che in Italia i sovranisti (la Lega di Matteo Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ai quali si aggiungono alcuni esponente di sinistra e i loro cattivi maestri) costituiscono una ampia maggioranza e che l’alternativa è debole, scompaginata, confusa. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che fare della filosofia in prossimità di elezioni dall’esito incerto è una perdita di tempo che rischia di essere decisiva. E’ facile replicare che trovare sedi, organizzare dibattiti, produrre confronti, distribuire documenti sulla cultura e sulla Weltanschauung del partito politico riformista è un modo importante anche di e per fare campagna elettorale. Tutto questo fervere (potenziale) di iniziative sarebbe anche in grado di attrarre l’attenzione di chi giustamente sente la politica politicata, centrata su persone e cariche, malamente raccontata dai commentatori, lontana  e sgradevole (ha ragione!). Bisognerebbe ovviamente anche fare circolare in tempo reale e in maniera gradevole e brillante su twitter, Facebook, Instagram, con una vasta gamma di App, quello che viene variamente prodotto nelle modalità tradizionali. Conosco l’obiezione che sostiene che la cattiva comunicazione è la conseguenza quasi inevitabile di contenuti mediocri, brutti e cattivi,  male pensati, non in grado di riflettere le condizioni di vita e i mondi vitali dei cittadini né di guardare al futuro in maniera empatica e originale. So, però, che qualche volta è possibile fare ottima comunicazione anche senza avere contenuti altrettanto buoni e che la comunicazione è di per sé un fattore politico di grande rilevanza anche autonoma.

Chi vuole semplicemente vincere può anche andare oltre quello che sto suggerendo, con una scrollata di spalle, magari senza accusarmi di elitismo (accusa di sapore populista) e, soprattutto, contro proponendo. Meglio sarebbe se la controproposta fosse argomentata con una narrazione convincente che non si compiaccia degli esiti positivi del passato, ma neppure delle vittorie elettorali in diverse città emiliano-romagnole, e non si arresti lì. Il passato recentissimo della Regione Emilia-Romagna parla di un tracollo della partecipazione elettorale nel novembre del 2014, di qualche lacrima di coccodrillo (al maschile e al femminile) e successivamente di nessuna riflessione seria sul fenomeno. Non merita la definizione di riflessione quello che è un wishful thinking di Zingaretti e dei suoi collaboratori che il PD crescerà a livello nazionale riconquistando gli astenuti. Qui si che è appropriato richiamare l’espressione vaste programme di uno dei grandi statisti europei del XX secolo, il sovranista Charles de Gaulle.  Dai dirigenti poIitici e dai militanti, che ci sono ancora, del PD è lecito aspettarsi e pretendere di conoscere in che modo gli astensionisti saranno raggiunti, persuasi e (ri)portati nell’alveo di un partito che non ha neppure ancora iniziato una qualsiasi riflessione sulle ragioni del suo declino.

A quello che fu il glorioso e pluripremiato partito riformista, nascosto sotto le spoglie del PCI e timoroso di essere preso come esempio nazionale, si chiede di cominciare a delineare proprio un partito del futuro, non di lotta e di governo, ma di elaborazione culturale concernente un sistema politico e sociale (all’economia riescono a pensarci alla grande i molti efficienti imprenditori emiliano-romagnoli) che offra opportunità in ogni momento della vita dei suoi cittadini e che premi i meriti. La buona amministrazione che, con molti sindaci e sindache, il Presidente della Regione Stefano Bonaccini può vantare, rischia di non essere sufficiente per ottenere un secondo mandato. Per questo è mia convinzione che debba essere delineato un futuro che non è la semplice prosecuzione del presente. “Filosofiamo” allora su una sinistra composita e plurale che disegni alleanze non all’insegna della protezione di posizioni acquisite, ma di rappresentanza e governo di preferenze e interessi che si sono diversificati e che tali rimarranno nel futuro prevedibile, che non si nasconda dietro liste civiche, ma rivendichi la sua politicità, che sia disposta e in grado di praticare nel suo ambito la democrazia anche nel dare accesso in maniera trasparente agli interessi di una pluralità di interlocutori, fra i quali, ovviamente, le associazioni del più vario tipo, e in Emilia-Romagna ce ne sono tantissime, che riconosca le competenze non soltanto quando rendono un servizio e coincidono con le preferenze e i pregiudizi dei dirigenti politici, ma proprio quando li mettono in questione e li sfidano senza nessun timore reverenziale.

Questa è la filosofia politica di  chi crede che l’innovazione scaturisce dal conflitto fra idee e persone (sento il dovere di aggiungere “portatrici di idee”) e che in Emilia-Romagna tutto questo è possibile a patto che idee e conflitti non vengano spazzati sotto il tappeto del conformismo al quale, ahiloro, ahitutti, molti nel PD hanno fatto largo e esiziale ricorso. Chi vince dopo avere filosofato avrà anche avuto la possibilità di capire quali delle sue proposte hanno conquistato maggiore consenso, quali sono inadeguate, quali sono da buttare e quali da perfezionare. Tutte le altre strade sono molto corte e non conducono a Roma. L’occasione, grande, è adesso, qui.

Pubblicato il 30 maggio 2019 su rivistalmulino.it

Pasquino: «Di Maio debole ai 5 stelle serve un leader credibile»

Intervista raccolta da Simona Musco

Per il professore «Il Pd non ha recuperato voti, è rimasto fermo e questo è già un successo. Zingaretti? Ancora non ha sviluppato appieno le sue potenzialità…»

Se il M5s ha perso la metà dei consensi in un anno la colpa non è dell’astensionismo. È, piuttosto, frutto di una posizione vaga e di una leadership debole – quella di Luigi Di Maio – che si scontra con la forza titanica dell’altro vicepremier, Matteo Salvini. Mentre il Pd, dal canto suo, «Si trova esattamente dov’era prima», dice al Dubbio Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Che però assicura: «Zingaretti non ha ancora sviluppato appieno le sue qualità…».

Professore, secondo Di Maio il M5s è stato penalizzato dall’astensionismo…

È un’affermazione sbagliata. Il calo dipende piuttosto dal fatto che un certo numero di elettori ha trovato la proposta politica europeista del Movimento da un lato non sovranista, scegliendo dunque di dare il proprio voto a Salvini, dall’altro vaga sul tipo di posizione che avrebbe assunto in Europa. Quindi o hanno optato per il non voto o per il Pd, che ha presentato una proposta più europeista.

Il ribaltamento di posizioni tra M5s e Lega mette in crisi il governo?

Io non credo. Di Maio fa bene a ricordare di avere il 33% dei seggi in Parlamento e di essere, quindi, il partner di maggioranza al governo. Deve rivendicarlo. Ciò che emerge, però, è la sua inettitudine a ricoprire il ruolo di capo politico del M5s. Questa sua sconfitta dipende anche dal fatto che, al contrario, la leadership di Salvini si staglia alta e forte, mentre la sua figura appare debole.

Deve cedere il ruolo di leader politico a qualcun altro?

Se fosse un partito allora si dovrebbe aprire un dibattito interno per ragionare su un cambio alla guida e sul futuro. Ma, come sappiamo, le decisioni sono affidate a Casaleggio e Grillo. La base conta poco, sappiamo come vengono gestite le discussioni tra gli 80 mila iscritti sulla piattaforma Rousseau. Di conseguenza credo che Di Maio rimarrà al suo posto, ancora per un po’. Ma farebbero bene, per il loro futuro, a pensare presto ad un’alternativa.

Tipo Di Battista?

Non so, immagino possa continuare a viaggiare per l’America Latina. Credo che a loro serva qualcuno che riesca ad elaborare autonomamente una linea politica, senza essere subalterno, come finora accaduto, a Casaleggio e Grillo. Chiunque sia, deve essere in grado di dare vita ad un’organizzazione robusta e vibrante, per dirla all’americana. Non si può pensare di poter continuare ad affidare la propria azione politica a messaggini e post sul web.

Il M5s, dunque, che futuro avrà?

Se vuole continuare a sopravvivere deve fare leva su quelli che sono gli indiscutibili successi che ha avuto al governo, come il reddito di cittadinanza o la capacità di introdurre un maggiore controllo sul comportamento dei parlamentari. Le dimissioni di Siri, ad esempio, sono un successo della loro linea politica e per avere ancora quel consenso devono sottolineare i temi forti sui quali hanno ottenuto il risultato del 4 marzo.

Il Pd ha recuperato: merito di Zingaretti o del crollo del M5s?

Mah, non credo si possa dire che abbia recuperato, piuttosto credo si trovi esattamente dov’era il 4 marzo: i voti delle europee sono circa 6 milioni, esattamente come lo scorso anno. Non possiamo dire che sia cresciuto, piuttosto il vero successo è che sia stato in grado di mantenere gli stessi voti.

Nessun mezzo miracolo?

Non possiamo dire che queste elezioni abbiamo rilanciato partito. C’è un lungo sospiro di sollievo, quello sì, ma se non si traduce in azione si rimane fermi lì.

E Zingaretti? Che futuro ha?

Credo che non abbia ancora sviluppato appieno le sue qualità. Dovrebbe essere più propositivo, possiamo dire che si è salvato da questo passaggio così delicato. Però non basta dire ogni giorno che il governo non può reggere perché è litigioso, deve dire con chi vorrebbe cambiare, quali sono le alternative possibili a questa alleanza e come vorrebbe farlo. Inoltre deve trovare i temi giusti per rilanciare il partito.

Che però si è preso Roma, roccaforte del M5s. Cosa ci dice questo dato?

Nelle grandi città il Pd c’è ed è in grado di raccogliere un consenso significativo, perché è lì che si trova parte consistente suo elettorato. Ma non ha risolto il suo problema più importante: come raggiungere l’elettorato disagiato. Se vuole risalire la china deve essere capace di combinare il consenso delle grandi città con quello delle piccole, dove infatti la Lega si afferma in maniera significativa.

Pubblicato il 28 maggio 2019 su ildubbio.news

Un’estate calda per il governo sovranista

A saperli leggere e contare i numeri, soprattutto quelli dei voti, contengono informazioni limpide e importanti. La Lega di Salvini è senza nessuna riserva la vera vincitrice delle elezioni europee. Salvini è riuscito a farla diventare il più votato partito in Italia e il secondo partito più votato in Europa, in competizione con i socialisti portoghesi, ma chiaramente distaccato dal partito dell’ungherese Orbàn. Ha vinto anche Giorgia Meloni. I suoi Fratelli d’Italia, coerentemente sovranisti e saldamente collocati a destra, riescono quasi a raddoppiare i loro voti e si candidano a far parte di un eventuale governo guidato dalla Lega. Contrariamente a quello che hanno detto e scritto troppi frettolosi commentatori, il Partito Democratico, il più europeista dei contendenti, non è in ripresa, ma in stallo. Ha ottenuto circa 100 mila voti in meno del 4 marzo 2018. Ha ancora moltissima strada da fare. Deve trovare più di un alleato per costruire un’alternativa sia all’attuale governo giallo-verde sia a un possibile, ma non ancora probabile, governo di destra. Ha bisogno di elaborare le proposte giuste per riconquistare i troppi elettori che hanno perso fiducia nella sua classe dirigente e nella sua capacità di rappresentarne preferenze, interessi, bisogni.

Sono soprattutto le Cinque Stelle ad avere perso alla grande, quasi dimezzandosi, a causa sia della loro ambiguità nei confronti dell’EU sia per quella che è oramai la conclamata debolezza della leadership di Di Maio. Il Movimento non è destinato a sparire in tempi brevi anche se l’insoddisfazione degli italiani sulla quale ha costruito le sue fortune elettorali si dirige già verso la Lega, partito di governo e di protesta. Ha perso anche l’ormai superato Berlusconi il cui blando anti-europeismo non poteva essere mobilitante e le cui tematiche, come la riduzione delle tasse, accompagnate da anacronistiche critiche ai comunisti, fanno oramai parte del bagaglio leghista visto che Salvini non ha esitazioni nell’additare il PD come suo nemico principale.

In attesa degli esiti, molto importanti anch’essi, delle elezioni amministrative (con il Piemonte già passato al centro-destra), Salvini festeggia in maniera pacata sapendo che le sue richieste dovranno trovare accoglimento: le nuove autonomie, la tassa piatta e, naturalmente, la designazione del nuovo Commissario italiano. Non ha nessun interesse alla crisi del governo e, come ho ripetutamente scritto, sa di avere una posizione di ricaduta: una nuova coalizione di destra che includa il definitivamente ridimensionato Berlusconi. L’estate sarà calda poiché la Commissione Europea non esiterà a sanzionare le politiche economiche italiane che sfondano il deficit concordato e che non riducono il debito. Per evitare la probabile procedura d’infrazione, non basteranno al sovranista Salvini i molti voti guadagnati, ma le sofferenze più grandi attanaglieranno le Cinque Stelle alla ricerca di un nuovo copione e, forse, anche di un nuovo capocomico.

Pubblicato AGL il 28 maggio 2019

Il Pd di Zingaretti non si entusiasmi troppo, ha gli stessi voti dello scorso anno #europee2019

Sei milioni erano, sei milioni sono rimasti. Non c’è leffetto della nuova leadership e la vocazione maggioritaria è sparita. Il 22,7% è figlio del crollo del M5S. Una riflessione sul futuro del partito è desiderabile, se non necessaria

 

Qualsiasi sospiro di sollievo tirato dai dirigenti del Partito Democratico e dal neo-segretario alla prima prova elettorale è, almeno parzialmente, giustificato. Subito dopo deve essere temperato guardando all’esito complessivo, al contesto che ne emerge in Italia e al futuro. Ho imparato molto tempo fa che le percentuali possono talvolta essere ingannevoli e che i voti bisogna contarli per valutarne convincentemente il senso e il peso.

UNO SGUARDO AL PASSATO

Due esercizi di comparazione sono necessari e, in larga misura, corretti: quello fra le elezioni europee del 2014 e le attuali e quello fra le elezioni politiche del 2018 e le elezioni europee del 2019. Grosso modo, la prima comparazione dice che il Partito Democratico ha perso quasi 5 milioni di voti fra il 2014 e ieri. Pur tenendo conto dell’eccezionalità del risultato del 2014, la perdita rimane enorme e preoccupante. Se, percentualmente, il confronto fra il 4 marzo 2018 (18,7) e il 26 maggio 2019 (22.7) suggerisce una ripresa significativa, i numeri assoluti raccontano un’altra, meno brillante, storia. Infatti, il consenso elettorale del Partito Democratico è rimasto sostanzialmente lo stesso, all’incirca 6 milioni e centomila voti. Dunque, la leadership di Zingaretti non ha fatto crescere i voti del PD. L’elemento di soddisfazione può venire dal crollo del Movimento Cinque Stelle, ma subito è imperativo interrogarsi sul perché solo una piccola parte di quei voti persi dai pentastellati sia confluita (qualcuno direbbe “ritornata”) sul Partito Democratico.

PERCHÉ IL PD NON PUÒ GIOIRE

In attesa dell’analisi dei flussi che sicuramente l’Istituto Cattaneo comunicherà rapidamente, mi cautelo ipotizzando che abbiano abbandonato le Cinque Stelle gli elettori “sovranisti” (quindi, hanno preferito la Lega), mentre sono rimasti coloro che hanno accettato la posizione, certo non entusiasticamente europeista, espressa da Di Maio e, in realtà, da pochi altri dirigenti. Comunque, l’effetto congiunto “notevole crescita della Lega-grande declino delle Cinque Stelle”, non può affatto fare ringalluzzire il Partito Democratico. Un partito del 20-25 per cento può anche ripetere stancamente che ha una “vocazione maggioritaria”, ma nessuno può neppure intravedere come questa vocazione si tradurrà in una posizione decisiva per la formazione di una coalizione di governo.

QUALE FUTURO PER IL PARTITO DI ZINGARETTI

Quali sarebbero/saranno gli alleati del PD per dare vita a una coalizione alternativa all’attuale governo oppure in grado di competere con qualche chance di successo con lo schieramento di centro-destra che è una opzione sempre praticabile da Salvini? Naturalmente, se il PD non comincia neppure ad interrogarsi sulle ragioni della sconfitta del 4 marzo 2018 e si compiace di quella che non è affatto definibile come una inversione di tendenza attuale, non farà nessun passo avanti.

IL TEMPO DELLA RIFLESSIONE

Il risultato numerico di ieri ha, a mio modo di vedere, una spiegazione relativamente semplice, certamente positiva. Nonostante qualche sbandatina, il Partito Democratico è stato in tutti questi anni sinceramente, coerentemente, convincentemente europeista. Gli elettori di opinione, quelli che valutano le alternative, di posizioni e di persone, in campo, lo hanno giustamente prescelto per il suo europeismo. Questo è un segnale importante, positivo e apprezzabile (con l’apprezzamento esteso anche a quegli elettori). Non consente, però, di pensare che il PD abbia superato i suoi problemi e le sue inadeguatezze. C’è un tempo, ha lasciato detto l’Ecclesiaste, per tirare i sospiri di sollievo e un tempo per la riflessione e il rilancio dell’azione.

Pubblicato il 27 maggio 2019 su formiche.net

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

“La crisi è più vicina ma che assurdità cadere sulle inchieste” #Intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giulia Merlo

«Oggi la crisi è meno improbabile”, ma Mattarella eviterà in tutti i modi il ritorno alle urne. Gianfranco Pasquino, politologo e accademico, analizza i nuovi focolai di scontro che sconquassano il governo gialloverde e ammette che la corda sottile che tiene a galla l’Esecutivo, ora, è pericolosamente tesa.

Davvero il governo potrebbe cadere sull’inchiesta a carico del sottosegretario Siri?

Non è inchiesta a scaldare il fronte, ma è il comportamento dello stesso Siri e del vicepremier Matteo Salvini, che non solo difende Siri a prescindere, in assenza di qualsiasi tipo di evidenza sia a suo favore che contro di lui, ma usa questo per attaccare la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Fino a quando il Movimento 5 Stelle sopporterà questo clima?

Sono arrivati al limite. Di Maio ritiene di aver già fatto moltissimo per andare in contro alla Lega, evitando a Salvini di finire sotto processo per il caso Diciotti. Ora i 5 Stelle stanno facendo capire a Salvini di non esagerare, anche perché il movimento ha fatto già molta fatica a ingoiare il rifiuto dell’autorizzazione a procedere per Salvini.

Si arriverà alla crisi?

All’inizio pensavo che la crisi sarebbe stata improbabile e che i due contraenti volessero arrivare fino alla fine del mandato. Invece, ora, mi sembra che la corda venga tirata in modo esagerato. Del resto, di solito le crisi di governo arrivano improvvisamente, perché qualcuno ha valutato in modo errato il peso delle sue parole, oppure non le ha pesate a sufficienza. Se lei mi chiede un’opinione, dire che la crisi è meno improbabile rispetto al passato.

Però?

Però sia la Lega che i 5 Stelle sarebbero responsabili nei confronti dei loro elettori e di ciò che hanno promesso loro. Anche perché si tratterebbe di una crisi non dettata dall’inattuabilità del contratto di governo, ma da fattori esterni con cui il contratto non ha nulla a che fare.

Il governo è lacerato dalle vicende giudiziarie: è un sintomo della politica di oggi?

Sono trent’anni che in Italia i giudici hanno grande operatività: intervengono sulle malefatte vere o eventuali dei politici e poi i fatti vengono gonfiati dalla stampa. La giuridicizzazione della politica, però, è in corso ovunque. In Italia il fenomeno è più forte perché il paese è mediamente più corrotto e in particolare lo è la nostra politica.

Ha ricordato prima il caso della sindaca di Roma, anche lei al centro di vicende giudiziarie. È corretto metterla sul piatto della bilancia contro Siri?

No, si tratta di una pura costruzione politica. La corruzione e le malefatte giudiziarie debbono essere valutate ognuna singolarmente. Le dico di più, è sbagliatissimo anche dire che “si stanno usando due pesi e due misure” con Raggi e Siri, perché bisognerebbe usare invece cento pesi e cento misure diverse: ogni caso giudiziario ha una sua specificità. Siri è un sottosegretario, Raggi invece è una sindaca e porta maggiore responsabilità amministrativa, dunque non sono paragonabili. Lo stesso si dica per Salvini e Siri: il primo è uomo di governo che – secondo il Parlamento – ha agito per interessi generali del paese; il secondo, se colpevole, agiva per se stesso.

Queste vicende influenzeranno il voto alle Europee di maggio?

Guardi, io sono spesso critico sugli elettori italiani. Tuttavia, credo che sappiano cosa stanno andando a votare e che decideranno sulla base dei profili dei contendenti. L’elettorato deciderà se essere sovranista con la Lega, blandamente europeista con il Movimento 5 Stelle o più convintamente anche se meno brillantemente europeista col Pd. Poi è chiaro che le percentuali in cui si distribuiranno avranno un peso importante.

Se non saranno queste vicende giudiziarie, è possibile quindi che a far cadere il governo sia l’esito delle Europee?

Se i 5 Stelle riusciranno a rimanere sopra il 22% e a non farsi superare dal Pd e se la Lega rimarrà sotto il 30%, non succederà nulla. Diverso invece se la Lega fosse sopra il 30% e i grillini sotto il 20%. In questo caso, potrebbero esserci delle conseguenze immediate.

Con quali esiti?

Allargo l’analisi: una crisi di governo immediata in Italia dopo le Europee indebolirebbe il paese a livello europeo, peggiorando ancora le aspettative di crescita, perché gli operatori economici – Cina in testa – si ritrarrebbero da un paese politicamente instabile, non potendo prevederne la politica economica.

Quindi?

Per fortuna, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è in grado di convincere i due contraenti che anche se può esserci una crisi, questo non può portare allo scioglimento delle Camere. Ci sono molte opzioni sul tavolo: si può procedere a un rimpasto, sostituire il premier, oppure cambiare alcuni ministri nominando magari dei tecnici. Insomma, esistono alcune operazioni intermedie prima di arrivare ad elezioni anticipate, che sarebbero disastrose.

Ma Salvini, con il vento in poppa dei sondaggi, non potrebbe andare all’incasso e liberarsi dei 5 Stelle?

L’unico ad avere interesse alle elezioni anticipate sarebbe Salvini, questo è vero. Ma lui non le può chiedere, perché storicamente gli elettori puniscono chi li chiama alle urne troppo spesso.

Pubblicato il 20 aprile 2019 su IL DUBBIO

Oltre il garantismo e il giustizialismo

Non sono né garantista né giustizialista. Non ho nessun bisogno di essere garantista poiché credo che le garanzie a tutela degli indagati, degli accusati di avere commesso un reato si trovano nella Costituzione e nelle leggi vigenti, non nelle dichiarazioni di ciascuno di noi che, inevitabilmente, ne sa molto meno dei magistrati. Non sono giustizialista poiché trovo l’aggettivo, da un lato, vago, dall’altro, se implica il volere condannare a priori e a prescindere, sbagliato, come se chi desidera che “giustizia sia fatta” abbia immotivati ed esagerati atteggiamenti punitivi. Credo anche che tutti i casi che riguardano chi ha potere politico a tutti i livelli meritino di essere analizzati con cautela, con riferimento puntuale alle peculiarità. Nel caso specifico del sottosegretario leghista ai Trasporti e alle Infrastrutture Armando Siri, accusato di avere ottenuto una mazzetta di 30 mila euro, la prima considerazione è che fino a quando non perviene un’imputazione precisa dai magistrati, sarebbe preferibile che tutti si astenessero da qualsiasi commento. Invece, alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle ne hanno subito chiesto le dimissioni e il (suo) Ministro Toninelli gli ha tolto tutte le deleghe. Si dice che il Movimento, dopo avere negato la richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini, non possa più permettersi una posizione così “garantista”. In verità, nel caso di Salvini molti videro non il garantismo delle Cinque Stelle, ma l’opportunismo, ovvero il timore che saltasse il governo. Invece, un sottosegretario può essere rapidamente sostituito senza nessun conseguenza negativa. Dal canto suo, Salvini e la Lega difendono Siri non necessariamente per garantismo, ma, si può ipotizzare, poiché il sottosegretario è considerato uomo dotato di potere, di relazioni, di strumenti politici utili e efficaci. Qualcuno potrebbe voler fare un paragone, improprio, con il caso delle recentissime dimissioni di Catiuscia Marini (Partito Democratico) Presidente della Regione Umbra, pure non inquisita, ma al centro di un sistema di assunzioni pilotate e di concorsi truccati. Sono fattispecie molto diverse, ma accomunabili da un interrogativo di assoluta importanza: quando chi detiene una carica politica è tenuto, se indagato/a, a dimettersi senza nessun’altra considerazione? Sono giunto alla conclusione, certamente rivedibile, che le dimissioni dipendono dalla sensibilità personale, dall’etica politica dell’indagato/a. Saranno i magistrati a stabilire se e come impedire all’indagato di distruggere eventuali prove e/o di continuare nel reato. Toccherà a ciascuno dei politici decidere se dimettersi per non creare problemi, in questo rigoroso ordine, primo, all’istituzione di governo a qualsiasi livello, e solo secondariamente al loro partito. E preferirei che il “loro” partito, qualsiasi partito, si rimettesse semplicemente alla magistratura. Sono convinto che questo è il migliore dei garantismi.

Pubblicato AGL il 19 aprile 2019

I nodi del Governo. Distrazione di massa: luci spente sul default

Questa effervescente società italiana! Altro che stare sdraiata sul divano a divorare popcorn e aspettare il reddito di cittadinanza: si organizza, scende in campo, manifesta. Forse, però, non per colpa sua, ma un po’ degli eventi un po’ per inadeguata informazione, manifestanti e contromanifestanti non colgono il bersaglio grosso. È lecito organizzare un congresso sulla famiglia tradizionale, meglio se usando toni e modi non oltranzisti che dileggiano le nuove forme di convivenza e aggrediscono leggi esistenti come la 194 sull’interruzione della gravidanza. È opportuno sostenere le conquiste di civiltà in tutte le materie relative alle unioni. È giusto sostenere la legittima difesa, non necessariamente armata e privatizzata, talvolta prevedendo pene, in una fattispecie allargata, per l’uso di filmini intimi che mettono alla berlina l’ex-compagna (revenge porn; vendetta porno). Persino encomiabile è concedere, sarebbe preferibile dire “riconoscere”, a determinate condizioni, la cittadinanza agli adolescenti i quali, con grave rischio personale hanno salvato le vite dei loro giovanissimi compagni. Che poi anche prendendo le mosse da questo avvenimento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte senta, “benvenuto!”, il bisogno di “riflettere” sullo ius soli, ovvero sulla cittadinanza a chi è nato in Italia, ancorché da genitori non italiani, è una buona notizia. Però, i capi di governo non si limitano a riflettere. Hanno il dovere di proporre e il compito di decidere. Tutte queste, alla rinfusa, sono tematiche importanti, ma non determinanti, in una società che desideri diventare e rimanere civile, e non sarà neppure la Commissione Banche, ultima trovata del Movimento Cinque Stelle per darsi un po’ di visibilità, a risolvere il problema dei problemi italiani: come rilanciare la crescita economica.

La buona notizia per i governanti pentastellati è che le domande per il reddito di cittadinanza sono alquanto inferiori alle previsioni e quindi, almeno quest’anno, saranno necessari meno fondi di quelli previsti e stanziati. Tuttavia, quei fondi non potranno essere subito destinati a investimenti pubblici e all’ammodernamento delle infrastrutture che soli potrebbero iniziare il rilancio delle attività economiche e la produzione di posti di lavoro. L’effervescenza della società sui diritti da mantenere e, eventualmente, da ampliare (cittadinanza) rischia di essere sfruttata come arma di distrazione di massa fino alle elezioni del Parlamento europeo, 26 maggio, dopodiché sono tutti oramai convinti che vi sarà una resa dei conti con numeri veri fra Lega e Cinque Stelle. No, neppure quelle elezioni spasmodicamente attese risolveranno la tensione fra, da un lato, le politiche redistributive perseguite da Di Maio e securitarie imposte da Salvini e, dall’altro, la necessità assoluta per l’Italia di rovesciare la tendenza e incominciare a crescere. Questo è davvero il bersaglio grosso (di qualsiasi governo) che gli italiani non dovrebbero perdere di vista.

Pubblicato AGL il 1°aprile 2019

L’Abruzzo non è l’Ohio, ma non è da sottovalutare

Si dice che l’Ohio sia uno Stato chiave nelle elezioni presidenziali USA. In effetti, spesso i suoi voti sono stati decisivi per la vittoria, in particolare, dei candidati repubblicani alla Presidenza. Sconsiglio dall’assimilare l’Abruzzo all’Ohio. Per quanto interessante, l’esito del voto in Abruzzo non prefigura necessariamente un eventuale, peraltro, a mio modo di vedere, del tutto improbabile, voto politico nazionale. Tuttavia, non è neanche da sottovalutare. Senza fare il populista (non mi riesce difficile), quando il popolo, meglio, i cittadini parlano con il loro voto, nel quale hanno investito energie, tempo, forse anche denaro (per informarsi e andare alle urne), è sempre auspicabile ascoltarli, cercare di capire che cosa hanno voluto dire, quale messaggio contiene il loro voto, da quali fattori è stato influenzato. Tuttavia, il voto è sempre il prodotto di una relazione fra le promesse dei candidati e dei partiti e la ricezione, influenzata da una molteplicità di considerazioni, degli elettori.

Tanto per cominciare, poco meno della metà degli abruzzesi hanno deciso e detto che, no, le elezioni nella loro regione non erano abbastanza importanti da meritare la loro partecipazione. Questa risposta meriterebbe una qualche riflessione non ipocrita da parte dei dirigenti di partito. Non me l’aspetto, quindi soprassiedo, riservandomi il diritto di criticare chi, regolarmente, si strappa le vesti per qualche minuto (leggi il dopo-Cagliari), poi va avanti come se niente fosse. Minimizzeranno anche i dirigenti delle Cinque Stelle, il capo politico Di Maio, che ha finora collezionato sconfitte e perdite di voti nient’affatto trascurabili e non colmabili da nessun accordo con gilet gialli o di altri colori? E il comandante Di Battista impegnato sul fronte venezuelano? Qualcuno vorrà chiedere al Presidente del Consiglio Conte perché gli elettori abruzzesi non hanno capito che il 2019 sarà un anno bellissimo e non hanno deciso di incoraggiare la forza di governo, ancora per poco, maggioritaria?

Siamo sempre in attesa di una riflessione dei dirigenti del PD, a cominciare da quella che sul suo divano attrezzato con pop corn dovrebbe effettuare il due volte ex-segretario, sul voto del 4 marzo 2018. Adesso, però, qualche parola sulla necessità e utilità del PD di costruire davvero alleanze con una varietà di associazioni che operano sul “mitico” territorio (che è il luogo dove bisognerebbe tornare a fare politica, ovvero a interloquire con ci abita e vive) parrebbe assolutamente opportuna. Andare oltre il PD con associazioni che lo reputano utile, ma da solo non adeguato, sembra essere la strada da imboccare. Comunque, i tre candidati alla segreteria non hanno tuttora saputo indicarne nessuna.

Qual’è la sua strada Matteo Salvini la conosce molto bene: battere il territorio, sembra che sia stato il leader nazionale che ha visitato più di tutti l’Abruzzo, stando quando serve, e nelle elezioni locali serve eccome, con il centro-destra. Il messaggio che manda il capitano-Ministro Salvini è duplicemente chiarissimo. Sappia il centro-destra che la sua Lega è assolutamente indispensabile per vincere e governare a livello locale (e nel futuro, non si sa quanto prossimo, azzarderei non tanto, anche a livello nazionale). Sappiano le Cinque Stelle, non soltanto che la Lega continua a crescere elettoralmente, ma che, lui, ha una alternativa coalizionale. In caso di una crisi di governo, Salvini può vantare e contare su una comoda posizione di ricaduta. Tutto questo è estraibile dall’esito delle elezioni regionali in Abruzzo. Mi pare parecchio e interessante.

Pubblicato il 11 febbraio 2019 su formiche.net