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L’eterno Berlusconi

“Come sarebbe”, si è chiesto Berlusconi, “negli USA il 76enne Bernie Sanders ha fatto una durissima campagna elettorale e a momenti vinceva le primarie presidenziali. Il 68enne Jeremy Corbyn, già al suo terzo matrimonio, ha portato i laburisti al 40 percento, un esito che il più giovane Tony Blair non aveva mai attinto. Il Donald Trump, che è molto più sbruffone di me, non è, però, neppure lui, con i suoi settantuno anni, un ragazzino. In Italia, l’ultranovantenne Napolitano fino a poco tempo fa ha fatto e disfatto governi compreso il mio nel 2011. E io che sono uno splendido ottantenne, sperimentato, già a lungo vincente, tirato a lucido, diventato animalista grazie a Dudù, dovrei lasciarmi rottamare da qualche politico quarantenne che non ha avuto neanche un quinto dei miei successi, che mi imita maldestramente, che ha perso peggio di me il referendum costituzionale? Rispolvererò una battuta bellissima (e vincente) dell’ultra settantenne Reagan che in un dibattito con un antagonista quasi vent’anni più giovane, disse: ‘non solleverò la questione dell’età contro il mio antagonista’. Poi, Reagan vinse anche. Non posso neppure dire ‘torno in campo’. In campo”, continua Berlusconi, “ci sono sempre stato. E’ che il gioco, spesso brutto ‘teatrino della politica’ mi piaceva poco. Gli arbitri hanno fischiato contro di me (speriamo che non lo facciano anche quelli della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e il giovin giocatore fiorentino mi ha ingannato un paio di volte. Comunque, non mi pare proprio, gira e rigira che nel centro-destra siano venute fuori delle leadership alternative, fascinose. Brava è la Meloni, ma il suo elettorato e il suo appello sono inevitabilmente confinati a quell’area di destra, che, comunque, mi voterebbe. Mica crederà Giovanni Toti che vincere in Liguria sulle ceneri del PD e a Genova per errori del comico Grillo sia qualcosa che solo lui saprebbe trasportare a livello nazionale? Ma lo vedete il Toti in Lombardia e in Veneto, in Sicilia e in Puglia? Stefano Parisi è già quasi sparito: poco progetto, nessun carisma, dove va senza la mia Forza Italia? Il Salvini sarebbe, come sfidante, più credibile e persino più pericoloso. Ma non è che nel Sud gli riesca di sfondare, e poi che brutta botta ha preso con la sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi! Infatti, non ne parla più, ma continua ad attaccare l’Europa alienandosi quella parte di elettorato moderato che non è europeista convinto, ma che sa che in Europa ci siamo e ci resteremo e che nessuno dei cosiddetti sovranisti riuscirà mai a farci credere che uno Stato svincolatosi dall’Unione Europea e magari anche dall’Euro sarà in grado da solo di risolvere i problemi che ventisette stati fanno fatica a mettere sotto controllo. La verità è davanti agli occhi di tutti, anche di coloro, non molti, che non esagerano a darmi sempre ragione, a ripetere fastidiosamente, persino per me, ‘come ha giustamente detto il Presidente Berlusconi’. Il parco del centro-destra non contiene nessun leader alla mia altezza. Qualcuno capace di raggiungere l’elettorato moderato, che esiste, e l’elettorato liberale, che mi sono inventato io, al quale ha creduto la stampa milanese, ‘Corriere della Sera’ in testa, come se ci fossero liberali italiani che si affidano ad un duopolista con i suoi conflitti d’interessi. Anche per evitare scontri sanguinosi dentro Forza Italia, di tanto in tanto faccio balenare qualche nome. Già, il Marchionne, lo menziono, ma mica ci credo che voglia fare il candidato di Forza Italia a Palazzo Chigi. C’è anche il Draghi, famoso in Europa non so quanto in Italia, ma qualcuno poi mi criticherà poiché ho sempre invitato a diffidare dei banchieri (a cominciare da Ciampi). Come spiegare che ho cambiato idea? Ma vi sembro il tipo che va alla ricerca di cosiddetti Papi Neri? Non l’ho fatto mai e non comincerò certamente a ottant’anni compiuti. Dunque, volete ancora il nome? E’ l’ultima cosa che vi farò sapere quando deciderò che i tempi sono arrivati. Non vi ricordate dei miei fuochi d’artificio, per esempio, l’abolizione dell’IMU annunciata come proposta conclusiva dell’ultimo dibattito con Prodi nel 2006. C’è mancato poco che vincessi. Vi lascerò nel dubbio, sarà un dubbio creativo, ‘ma Berlusconi ha un nome in mente oppure spera che il tempo lavori per lui?’ Adesso, andate a casa e mentre vi rilassate guardando una rete Mediaset, magari un programma a pagamento, chiedetevi: ‘e se fosse ancora lui il leader migliore del centro-destra?’ La risposta, amici miei, direbbe Bob Dylan, ‘is in the wind’ (quello che soffia a Arcore)”.

Pubblicato 11 luglio 2017

Il populismo nei giochi di coalizione

Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.

Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.

Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.

Pubblicato AGL 13 giugno 2017

Il ritorno delle coalizioni

“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.

Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.

La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.

Pubblicato il 13 giugno 2017

Cosa insegna la vittoria di Macron a Renzi e Berlusconi. Parla il prof. Pasquino

Intervista raccolta da Andrea Picardi per Formiche.net

Qual è la lezione che i partiti italiani possono trarre dall’esito delle presidenziali francesi? E in che modo la netta affermazione di Emmanuel Macron e la sconfitta di Marine Le Pen potranno impattare sul nostro sistema politico? Formiche.net ha posto queste domande al politologo e scienziato politico Gianfranco Pasquino che in questa conversazione ha anche analizzato le ragioni di un risultato destinato a cambiare le sorti del Vecchio Continente.

Professore, dalla prospettiva italiana questo risultato come può essere visto?

Per prima prima cosa è giusto ricordare che stiamo parlando di una Repubblica semi-presidenziale e di un’elezione presidenziale che si svolge con un ballottaggio. E’ tutto distantissimo dall’Italia.

Ma che cosa ci dice quel voto?

Ci dice che se cambiamo le regole del gioco è anche possibile che ci siano dei giocatori nuovi. Ci dice che gli elettori sono donne e uomini intelligenti che guardano i candidati e che alla fine scelgono il migliore. Ci dice che il ballottaggio conduce a votare al primo turno in un certo modo e al secondo in maniera anche molto diversa in virtù della mutata offerta politica.

Dalle parti del Pd – Matteo Renzi in testa – si sta rimpiangendo il ballottaggio che era previsto dall’Italicum. Che ne pensa?

A mio avviso l’Italicum era un pessimo sistema elettorale, il cui ballottaggio non aveva nulla a che vedere con le elezioni presidenziali francesi. Era un ballottaggio solo eventuale fra due partiti e non tra due coalizioni. In più quel ballottaggio attribuiva un premio di maggioranza a un partito, ma non eleggeva nessuno.

Cosa ha pensato quando ha visto Macron sfilare accompagnato dall’inno dell’Unione europea?

E’ stato il momento più emozionante. Tra l’altro Beethoven è un tedesco: tendo a pensare che si trattasse di un sorta di anticipazione rispetto a quello che accadrà. Francia e Germania unite per ridare impulso all’Unione europea. D’altronde sono gli unici Paesi che possono farlo. Gli altri Stati un po’ si acquattano, un po’ borbottano e un po’ parlano di europeismo ma in maniera semi-populista come fa Matteo Renzi.

Con il loro voto i francesi hanno voluto dire sì all’Europa?

Per la prima volta – con una maggioranza cospicua – hanno scelto l’Europa, che infatti costituiva il cardine del programma di Macron. E’ un risultato straordinario per la storia francese, basti pensare al referendum del 2005 in cui fu bocciata la Costituzione europea. Oggi la situazione è cambiata in maniera molto significativa e ciò va tutto a onore di Macron: ora vedremo come utilizzerà questa percentuale.

Ritiene l’europeismo una carta elettorale che sia possibile giocare con successo anche in Italia?

Sì ma ad alcune condizioni specifiche: innanzitutto è necessario conoscere veramente l’Europa e farla finita con gli attacchi ingiustificati. C’è chi li chiama eurocrati o burocrati ma i commissari europei sono ex capi di governo o ex ministri dei rispettivi Paesi: qualcuno, magari, potrebbe spiegarlo a Renzi.

E le altre condizioni?

La si può giocare a patto di essere credibili a livello europeo: un’operazione difficile per l’Italia visto che costantemente non manteniamo gli impegni assunti. Ed è anche necessario essere davvero europeisti e, quindi, adottare politiche che siano coerenti con questa impostazione. Non mi sembra che tutto ciò vi sia stato nei tre anni di governo di Matteo Renzi, né ad esempio l’ho sentito ieri durante il suo discorso all’Assemblea del Pd. Per rispondere, in definitiva, le direi che, certo, questa carta può essere giocata. A condizione però che vi sia un giocatore in grado di farlo.

E chi potrebbe essere? L’Italia a suo avviso è pronta a votare una proposta politica convintamente europeista?

L’elettorato non è pronto a votare una proposta in stile Macron – molto netta e molto chiara – perché nessuno ha dissodato il terreno europeo fino in fondo. Mentre in Francia il 68% dei cittadini ritiene che l’Europa sia qualcosa di positivo, in Italia siamo intorno al 50%. Ciò significa che c’è moltissimo da fare. Non vedo nessuno che possa compiere un percorso simile: di Renzi le ho detto, ma non vedo questa proposta europeista forte neppure ad esempio da parte di Andrea Orlando o di Roberto Speranza. Il più europeista dei ministri è Carlo Calenda che è certamente competente: gli italiani, però, si sono molto disaffezionati ai tecnici.

La sfida tra Macron e Le Pen segna l’inizio di un nuovo bipolarismo? Non più centrodestra contro centrosinistra ma europeisti contro sovranisti?

Credo di no, neppure in Francia: Marine Le Pen è prima di tutto un leader politico di destra. Non è finita. Bisognerà invece verificare come si ridefinirà il sistema dei partiti francesi: all’interno dei gollisti – anche tra gli elettori – c’è una parte che guarda a Le Pen mentre a sinistra c’è molto da fare per recuperare coloro che hanno votato Jean-Luc Mélenchon al primo turno e che poi non hanno votato Macron al ballottaggio. In questo senso la prima tappa fondamentale saranno le elezioni legislative del prossimo giugno.

Perché in Francia c’è stata questa decomposizione del sistema politico?

E’ dipesa anche molto dalla crisi delle leadership: Francois Hollande è stato un presidente molto debole, non aveva alcun risultato significativo da rivendicare e per questo ha fatto bene a lasciare spazio ad altri. Francois Fillon, invece, si è cacciato in pasticci memorabili: i gollisti avrebbero potuto sostituirlo, non l’hanno fatto e hanno sbagliato. Il problema è nato dalla testa.

Dal punto di vista italiano la lezione principale è per il centrodestra? Cosa dovrebbe insegnare il risultato francese a Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi?

Ai primi due deve insegnare che con questo tipo di proposte potranno ancora crescere a livello di voti ma che non potranno mai vincere. Silvio Berlusconi deve invece capire che non può vincere se si limita semplicemente ad appoggiare Matteo Salvini e Giorgia Meloni: deve convincerli ad avere una posizione che sia, per così dire, di destra moderata. E, quindi, non eccessivamente anti-europeista e anti-immigrati.

E il M5S? E’ stato l’unico partito a non essersi ufficialmente schierato. Ha fatto bene?

Probabilmente sì. Forse si sono resi conto di non conoscere il contesto politico francese abbastanza da potersi schierare…

Ma secondo lei, alla fine, sono più simili a Macron o Le Pen?

Abbiamo ormai imparato che il MoVimento 5 Stelle è quello che si definisce un partito pigliatutti. Al suo interno ci sono moltissime posizioni. Probabilmente la maggior parte è orientata a sinistra: molti dei suoi elettori – se non ci fossero i pentastellati – voterebbero un qualche partito di sinistra: Articolo 1, Sinistra Italiana, e ovviamente anche il Pd. C’è però un 25% di elettori di destra che su alcune tematiche potrebbero anche essere considerati più vicini a Salvini o Meloni. Se non fosse così prorompente la figura di Berlusconi, forse voterebbero persino Forza Italia. Per questo ritengo che non siano assimilabili né all’uno né all’altra.

Molti osservatori, però, tendono a identificarli con Le Pen.

Non sono simili alla Le Pen. Sostenerlo, a mio avviso, è un errore.

Anche il sistema politico italiano è in via di ridefinizione come quello francese? Oppure da noi quel processo si è già compiuto soprattutto con l’emergere del Movimento 5 Stelle?

Il nostro sistema partitico è già decomposto. Persino il Pd – l’unico partito che possa definirsi tale – non è solido: è attraversato da notevoli tensioni interne e sta rimanendo unito – non del tutto, peraltro – anche perché detiene il potere politico. Sarei però curioso di vedere cosa succederebbe in caso di sconfitta alle elezioni. Il M5S certo non è consolidato: vive sul sentimento di insoddisfazione nei confronti della politica e sull’idea che spazzeranno via tutti. Gli altri invece sono partiti personalistici: Fratelli d’Italia è Giorgia Meloni, la Lega Matteo Salvini, Forza Italia Silvio Berlusconi. Pure Alternativa popolare in fondo è Angelino Alfano e, non a caso, abbiamo parlato a lungo di verdiniani e così via.

Pubblicato l’8 maggio 2017 su formiche.net

Un Sindaco da sogno #Bologna

L’ultimo che parla ha (quasi) sempre ragione. Questa è, in sostanza, la linea politico-partitica-culturale scelta e praticata dal sindaco Merola. Adesso, l’ultimo/a è la sua ex-contendente al ballottaggio Lucia Bergonzoni la quale legittimamente e coerentemente con le posizioni della Lega di Salvini esagera il fenomeno e manipola un po’ le statistiche sui reati a Bologna e sulla sicurezza. Subito, Merola si accoda anche lui sostenendo che il problema è molto serio, da combattere e da debellare con accresciuta presenza delle forze dell’ordine. Passerà anche questa, ma il quesito di fondo rimane. Perché il sindaco non elabora qualche cosa di originale per risolvere alcuni dei problemi di lungo corso della città? Lasciamo da parte i suoi ondeggianti sostegni a chi dovrebbe guidare il Partito Democratico che l’hanno visto transitare velocemente dalla ditta di Bersani al Partito di Renzi e lo collocano, attualmente, vicinissimo allo sfidante Orlando. Che la motivazione sia di non vedersi sfuggire il sostegno dei vertici del partito locale, peraltro, alquanto sconfessati dalla base che, nel bene, poco, e nel male, parecchio, hanno dato un grande consenso al Renzi rientrante?

Essendo giunto al suo secondo e ultimo mandato, quindi non ricandidabile, Merola forse si sta guardando in giro per trovare, come tutti i politici “normali”, qualcosa da fare dopo. Magari dovrebbe impegnarsi di più su quello che c’è da fare adesso a Bologna. Come saranno ricordati i suoi dieci ininterrotti lunghissimi anni di governo della città? Quale segno lasciare della sua permanenza a Palazzo d’Accursio? La lunga durata aiuta per essere ricordati, ma senza qualche opera significativa, l’oblio è il destino più probabile. Può darsi che Merola riesca a inaugurare oppure a intestarsi una qualche opera pubblica di prestigio e di grande utilità prima della conclusione del suo mandato. Sarebbe straordinario sentirgli dire con chiarezza che cosa pensa che sia davvero importante per ridare slancio politico, sociale, culturale alla città (gli imprenditori fanno da sé e forse apprezzano quando il sindaco non li intralcia, ma potrebbero legittimamente volere qualcosa in termini di infrastrutture). Nel frattempo, in un’attesa non spasmodica, basterebbe che il sindaco smettesse di fare lo Zelig, dichiarandosi d’accordo con la voce più forte in uno specifico momento/argomento. Insomma, sarebbe bello scoprire che c’è un sindaco che prende iniziative autonome, le spiega e esercita la sua leadership. Am I a dreamer? Vivo in un mondo di sogni?

Pubblicato il 21 aprile 2017

Liberali sbandati e sbadati

paradoxaforum

Le assenze dei liberali di destra*, titola l’editoriale del “Corriere della Sera” del 23 febbraio. Poi, l’autore, Francesco Verderami, si dedica ai conflitti e alle distanze che intercorrono soprattutto fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, fra quel che resta, pochino, di Forza Italia e la Lega per l’Indipendenza della Padania. Ho scritto per esteso il nome della Lega poiché, curiosamente, da “indipendentista” vuole diventare, sulla scia di Marine Le Pen (bell’esempio di federalista), “sovranista”. Come faccia Verderami a pensare che c’è qualcosa di liberale in questi due tronconi e nella loro eventuale coalizione di governo è un mistero. Meno misterioso è il fatto che il “Corriere della Sera” ha condotto una campagna intensissima a favore del “sì” per il referendum-plebiscito renziano su riforme costituzionali che con il liberalismo non avevano proprio nulla a che vedere. Certamente, non era liberale la clausola di supremazia, non dello Stato, ma del governo, sulle regioni. Meno che mai era liberale l’idea che bisognasse, peraltro, in maniera surrettizia, potenziare il governo a tutto scapito del Parlamento dimezzato. Semmai, il liberale si preoccuperebbe dei limiti da porre all’azione del governo, dei controlli da esercitare nei suoi confronti, della chiara distinzione fra la sfera del governo, quella del Parlamento e quella della Magistratura (oh, Montesquieu…). Il liberale si preoccuperebbe anche, alla John Stuart Mill, di dare rappresentanza politica ai cittadini, non di stravolgere quella rappresentanza con un premio di maggioranza. Infine, il liberale sarebbe molto interessato alle condizioni che consentono alla società di essere autonoma dallo Stato e, ogniqualvolta necessario, di esprimersi in maniera robusta e incisiva attraverso la pluralità dei suoi gruppi.

La disintermediazione renziana, mai criticata dal “Corriere”, è quasi esattamente l’opposto dell’elogio di Tocqueville (non riesco a trattenermi: chi era costui?) rivolto a una società nella quale quando c’è un problema i cittadini si organizzano, senza venire né ostacolati né svantaggiati dalle autorità e dal governo, per risolvere i problemi. Poiché, poi, il mercato concorrenziale proprio non esiste in natura, in un sistema politico liberale, con buona pace di Alesina e Giavazzi (La sinistra senza merito, “Corriere della Sera” 22 febbraio 2017, p. 1 e p. 34) i quali cercano di dimostrare di essersi buttati (copyright di Totò) a sinistra, le regole della concorrenza bisogna scriverle, meglio se le fanno un Parlamento eletto dai cittadini e un governo scaturito e fiduciato, eventualmente, “rimpastato” e sostituito, da quel Parlamento. Il liberismo non è liberalismo che, invece, è costituzionalismo, separazione e controllo reciproco fra le istituzioni, società pluralista e vibrante.

“Paradoxa” e chi scrive hanno le carte in regola per criticare tutti coloro che pensano che un duopolista, i secessionisti, gli ex-fascisti possano rappresentare in qualche modo il pensiero liberale in Italia. E’ sufficiente rimandare agli articoli contenuti nel fascicolo intitolato **Liberali, davvero! (Gennaio/Marzo 2012). Purtroppo, in Italia le voci effettivamente liberali si esprimono quasi esclusivamente nella rivista online “Critica Liberale” che, coerentemente e naturalmente, ha fatto la sua battaglia per il “no” al referendum-plebiscito e che, altrettanto naturalmente, ospita con regolarità anche quel poco che resta del socialismo liberale da queste parti. Che “Critica Liberale” sia diretta da un giornalista che lavorò al Corriere fino a una ventina d’anni fa è soltanto una chiosa, però, molto significativa e apprezzabile.

Pubblicato il 23 febbraio 2017 su PARADOXAforum

*Le assenze dei liberali di destra

** Liberali davvero!

Salvini può sognarsi la guida della Destra, ha più possibilità persino Maroni

la-notizia

Intervista raccolta da Giorgio Velardi

Altro che “Trump italiano”. La leadership del centrodestra il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, può sognarsela. Parola del politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna. “A quel punto meglio Roberto Maroni – dice a La Notizia –. Peccato non spinga fino in fondo sull’acceleratore”.

Andiamo verso un centrodestra italiano a trazione leghista?
La prospettiva di un centrodestra italiano a trazione leghista credo che non esista.

Cosa la porta a dire questo?
Il fatto che in questo Paese per vincere c’è bisogno di un leader che non sia troppo distante dal centro. I voti delle ali estreme convergono in quella direzione, mentre non avviene il contrario. Salvini non può diventare il capo di quell’area, ma al tempo stesso può impedirle di riunificarsi. Dall’altra parte, Berlusconi continua a non trovare un successore. E probabilmente non lo troverà mai, perché è unico nel suo genere.

Il Cavaliere ha “scaricato” l’ennesimo delfino sul quale aveva investito, Stefano Parisi. Era quello più sacrificabile se messo a confronto con Salvini?
Non penso che Berlusconi abbia investito su Parisi. È vero il contrario: l’ex candidato sindaco di Milano ha puntato su di sé probabilmente esagerando, vista la sconfitta rimediata contro Sala. Del resto, il leader di Forza Italia ha sempre avuto dei tratti che lo accomunavano a Umberto Bossi: populista elegante il primo, rampante il secondo. E sa che il rapporto con il Carroccio è fondamentale, altrimenti le chance di un’eventuale vittoria sarebbero ridotte al lumicino.

Ma quindi un Trump italiano non esiste proprio?
Trump è il Berlusconi americano, che grazie a quel sistema elettorale ha vinto contro la Clinton. Nel bene e nel male, se non ci fosse l’ex presidente del Consiglio non avremmo nessun “nostro” Trump.

E la Meloni? Lei continua a chiedere le primarie, da sempre annunciate a destra e mai diventate realtà.
Ha le caratteristiche per poter guidare uno schieramento di centrodestra, ma il problema in questo caso è un altro.

A cosa si riferisce?
Prima che il centrodestra affidi a una donna la leadership passerà ancora molto tempo. Anche perché se la Meloni scendesse in campo dovrebbe confrontarsi con Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, le candidate di Berlusconi. Bene fa la leader di Fratelli d’Italia a chiedere le primarie: sono un elemento di mobilitazione ma vanno organizzate bene, altrimenti rischiano di disaggregare. Anche perché il Cavaliere spingerà una sua figura che poi potrà controllare.

Berlusconi rimane un brand. La prospettiva resta la candidatura di uno dei suoi figli?
Era una prospettiva esistente ma credo che sia passata. Marina ha dimostrato in questi anni di avere delle capacità per raccogliere il testimone del padre, ma ha perso l’attimo. Stesso discorso per Piersilvio: è troppo tardi.

Secondo lei in che direzione si va?
È difficile da dire, anche perché non ci sono figure vincenti. Forse fra quelli che oggi popolano quell’area il migliore è Raffaele Fitto. Ma…

Quali problemi vede in questo caso?
Per il centrodestra è fondamentale l’elettorato del Nord, e Fitto non ha quella caratura per poterlo raggiungere.

E un outsider non esiste proprio?
Una figura che potrebbe aggregare bene le anime sparse c’è e si chiama Roberto Maroni, leghista moderato e governante. Certo, non è una novità. E non lo vedo spingere sull’acceleratore fino in fondo.

Alfano sta cercando di rientrare nelle grazie di Berlusconi. Ci riuscirà?
La dico brutalmente: Alfano, che non è un leader, vale il 3/3,5%, Salvini il 12. Credo che questo Berlusconi lo sappia bene.

Tw: @GiorgioVelardi

Pubblicato il 16 novembre 2016 su lanotiziagiornale.it

L’estrema semplificazione rende il populismo debole

Corriere della sera

Vedo un eccessivo e scriteriato (vale a dire, senza validi criteri) uso delle parole “populismo” e “populisti”. Quello che non (ci) piace, poiché noi saremmo tutti sinceri democratici, e che, per di più vince e , in qualche modo, ci minaccia, è populismo: dalla Svezia alla Grecia, dalla Finlandia alla Spagna, da Marine Le Pen a Beppe Grillo (Matteo Salvini lo metto fra parentesi). Così facendo, anneghiamo le differenze fra i vari partiti e partitini che criticano la politica tradizionale e attaccano le democrazie esistenti e precludiamo a noi e ai nostri concittadini “non populisti” una adeguata e differenziata comprensione del populismo (che, com’è noto, circola anche in America latina e fa sempre capolino nella politica degli USA).

In linea di principio, non è affatto chiaro perché coloro che sono preoccupati dall’immigrazione e che vorrebbero filtrarla, contenerla, ridurla debbano essere definiti populisti. Allo stesso modo, mi pare più che legittimo porre il problema delle modalità di, qui qualsiasi parola che userò è destinata ad essere controversa, assorbimento (?), integrazione (?), inclusione(?), accettazione (?) dell’Islam, ovvero dei migranti di religione musulmana, senza essere etichettati come populisti. Nessuno può davvero credere che qualsiasi critica all’Euro e all’Unione Europea sia impregnata di populismo. Anzi, molte critiche sono pienamente giustificate, addirittura utili, magari ricordandoci che l’Unione europea siamo noi e che, pur tenendo conto delle istituzioni dell’UE e di chi vi occupa cariche, la responsabilità di quello che non funziona e di quello che non viene riformato spetta, quasi tutta, ai capi di governo degli Stati-membri.

Chi critica il proprio governo, ma anche quello di altri paesi, per esempio, il Cameron della Brexit, l’ungherese Orbán alacre costruttore di muri, il non proprio affidabile greco Tsipras, non è necessariamente populista. Anzi, di solito è un democratico che vede errori, furbizie, inadeguatezze che si riflettono pesantemente sull’UE. Infine, abitualmente i movimenti e partiti definiti populisti “sfruttano” il disagio dei loro concittadini per le diseguaglianze crescenti e cresciute, per disagi economici effettivi, per la corruzione e la disonestà di non pochi ambienti della politica. Neppure questo, di per sé, mi pare populismo. Potrebbe, persino, segnalare l’esistenza di una opinione pubblica che ha deciso di essere vigile e di attivarsi, quando può, con il voto, costretta a scegliere fra le alternative che le vengono offerte.

Sono arrivato quasi a sostenere che il populismo non esiste? Nient’affatto. Ho voluto mettere in evidenza che a fondamento delle critiche ai partiti esistenti e alla loro inadeguatezza di governance nazionale e europea stanno corpose tematiche difficili da affrontare e destinate a durare. La debolezza del populismo, che è anche la caratteristica che ne consente una precisa individuazione, è l’estrema semplificazione delle soluzioni: un muro contro i migranti; sepoltura dell’Euro e ritorno alle monete nazionali; fuoruscita dall’Unione Europea; rottamazione (sic) della classe politica e ingresso trionfale dei cittadini in Parlamento. Di tanto in tanto, poi, arriva la verifica empirica, quella che Norberto Bobbio chiamava “la dura lezione della storia”. Quei terribili semplificatori dei populisti non hanno praticamente nessuna soluzione a nessuno dei problemi grazie alla denuncia dei quali hanno conquistato voti. Togliere il “popolo” ai populisti si può, non demonizzandolo, ma approntando risposte e costruendo canali di espressione e strutture di partecipazione per il popolo poiché la democrazia è “potere del popolo”. Se rimane solo il potere e il popolo sparisce, gli anglosassoni direbbero che fa la sua comparsa un entirely new ball game. E’ un gioco al quale i democratici non possono acconsentire.

Pubblicato il 25 settembre 2016

La tattica di Salvini

Corriere di Bologna

Combinando instancabilmente l’attività sul territorio e la presenza nelle trasmissioni televisive, Matteo Salvini ha “recuperato” qualche punto di forza della Lega ruspante (sì, sì: è l’aggettivo giusto) che abbiamo conosciuto, oramai il più vecchio partito italiano alla soglia del trentesimo compleanno, e la ha rilanciata. La persona fisica e politica di Salvini è positivamente responsabile della crescita, anche elettorale, ma da non esagerare, della Lega. Il tentativo di farne un movimento diffuso sul territorio nazionale ha significato mettere in secondo piano la tematica federalistica, che, comunque, si era già logorata per molte buone e cattive (si configurava come un pasticcio) ragioni. Lo spostamento spregiudicato su posizioni lepeniste è tattico, dettato da circostanze e da esigenze (riuscire a costituire un gruppo al Parlamento Europeo) manipolabili. Per il resto, Salvini sfrutta, con grande verve polemica, anche naturale, quella che ritiene la tematica destinata a durare e produrre frutti elettorali: la (non) integrazione dei migranti combinandola con la sicurezza personale e delle famiglie, soprattutto nel Nord, e accentuando la critica all’Unione Europea e alle sue flagranti inadeguatezze. La strada tracciata porta piuttosto lontano.

Per quanto enfatizzato, lo scontro sulla leadership nel centro-destra con il declinante Berlusconi, declinatissimo dicono i sondaggi romani su Bertolaso, serve a Salvini esclusivamente a scopi propagandistici, di visibilità politica e di alimento per il suo ego. Qualche periodica incursione in Emilia-Romagna e a Bologna consentono di acquisire spazio e di offrire a un buon numero di elettori insoddisfatti un’alternativa praticabile. Nello spappolamento del centro-destra bolognese, Salvini non riuscirà a prosperare in maniera dirompente, ma, se non si andrà ad un accordo complessivo, la sua candidata, riconfermata anche se non proprio brillantissima, è già in campo e i temi della Lega li farà pur circolare.

La politica è anche questo: mantenere le posizioni con pazienza e fatica, tentando di costruire dal basso, ovvero dai quartieri, qualcosa che riesca a caratterizzarsi al tempo stesso come opposizione all’esistente e come preparazione di un’alternativa. Tuttavia, nella politica cittadina che spesso sembra una palude nella quale non brillano proposte lungimiranti e innovative e non hanno fatto la loro comparsa candidature trascinanti (forse su tutto questo “la città” e i suoi maîtres a penser dovrebbero interrogarsi), Salvini sa che l’attivismo della Lega potrebbe essere ricompensato. Probabilmente, sì, ma poco poco.

Pubblicato 8 aprile 2016

Sogni di ballottaggio

Corriere di Bologna

Ringalluzzito dal successo della manifestazione congiunta con Berlusconi e Meloni, organizzata qui due settimane fa dalla Lega, è comprensibile che Matteo Salvini si proponga l’obiettivo più ambizioso: la conquista della carica di sindaco di Bologna. E’ anche un buon obiettivo propagandistico. Concretamente, comunque vada, servirà ad aumentare i voti e a evidenziare ulteriormente che la sua leadership ha più che rivitalizzato la Lega. A fronte delle non giovanili incertezze del leader di Forza Italia e del suo gruppo molto poco dirigente, sia in Emilia sia a Bologna, Salvini può addirittura mostrarsi molto generoso. Se emergerà una candidatura più convincente della leghista Lucia Borgonzoni, lui (un po’ meno lei) è disposto a prenderla in seria considerazione. Salterebbe così anche la candidatura del consigliere regionale di Forza Italia Galeazzo Bignami, più disponibile a rinunciarvi poiché saggiamente consapevole che le probabilità di vittoria per chi corre diviso sono ridotte al lumicino. Salvini che, nonostante le sue frequenti incursioni cittadine, non sembra conoscere adeguatamente i rapporti di forza politici, snobba il Movimento 5 Stelle e il suo candidato ufficializzato, Massimo Bugani. Di più, sembra convinto, contro i sondaggi finora noti, che una candidatura del centro-destra, unitario, ma non troppo, dato che permane il suo veto contro NCD, riuscirebbe a costringere Merola (se sarà lui il candidato del PD), al ballottaggio.

La campagna elettorale dei Cinque Stelle è già cominciata e sbaglia alla grande chi pensa che la selezione dall’alto di Bugani, in verità, piuttosto la ratifica di una candidatura naturale, sia qualcosa di scoraggiante per i cultori pentastellati della democrazia attraverso la rete. Attivisti e elettori del Movimento hanno imparato, oramai da qualche tempo, che fare politica richiede anche parecchia flessibilità (e qualche volta anche contraddittorietà). Per le Cinque Stelle, Bologna, pur non essendo un obiettivo a portata di mano tanto quanto sembra Roma, ha già dato non poche soddisfazioni al Movimento. In più, rispetto a qualsiasi candidato/a del centro-destra che dovrebbe fare il pieno dei suoi voti con un’opera di mobilitazione della quale non s’è mai mostrato capace, se fosse Bugani ad andare al ballottaggio, i giochi sarebbero apertissimi. Difficile che gli elettori delle Cinque Stelle votino candidature berlusconiane o salviniane (e il “civico” di centro-destra non è ancora apparso all’orizzonte). Più probabile, lo dicono alcune esperienze recenti, che una parte di elettorato del centro-destra, a cominciare dai leghisti, sia disposta a convergere sul candidato del Movimento 5 Stelle. A Parma quell’elettorato si è espresso con successo. Insomma, i giochi sono tutt’altro che fatti, ma la strada del centro-destra bolognese, persino per arrivare al ballottaggio, è lunga e accidentata.

Pubblicato il 22 novembre 2015