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Non abituarsi alla guerra. Quello che deve fare l’UE @DomaniGiornale

Bombardati da notizie, più o meno fake e manipolate, sepolti da annunci più o meno mirabolanti, travolti da dichiarazioni ripetitive, fantasiose, spesso stupide, quanto rischiano le opinioni pubbliche di abituarsi alle guerre? Sappiamo che anche o persino nei trenta anni gloriosi dell’ordine politico internazionale (non riesco proprio a scrivere “liberale” poiché fu un ordine bipolare basato sull’equilibrio del terrore atomico), in qua e in là, non sempre proprio nelle periferie, si combatterono non poche guerre. Alcune, quelle di liberazione dal colonialismo, furono, mi pare più che opportuno ricordarlo e sottolinearlo, guerre giuste e giustificabili. Hanno lasciato qualche focolaio e molte situazioni autoritarie tollerate. Nella molto nota esclamazione del Presidente repubblicano Ronald Reagan, a proposito in particolare dei governanti dell’America latina, “sono dei figli di buona donna, ma sono i nostri figli di buona donna!” Dunque, gli USA tollerarono e persino alimentarono situazioni e regimi autoritari, i cui sfidanti, mai troppo democratici, quasi sempre ricevevano, ricevettero interessato sostegno tattico, costoso, fintantoché le fu possibile, dall’Unione Sovietica.

Guerre, spesso, civili, e guerricciole continuano in Africa, in Asia, in America centrale. La novità è costituita in parte dall’aggressione russa all’Ucraina, ma soprattutto dai comportamenti bellicosi degli Stati Uniti di Donald Trump. Anche se è tutt’altro che inutile cercare di capire se c’è del metodo nella follia (questa c’è di sicuro almeno sotto forma di megalomania oramai deplorata, come riportato ieri da Mattia Ferraresi, addirittura da alcuni dei collaboratori più stretti e dei MAGA più ortodossi), l’interrogativo ineludibile è dove porterà il folle metodo e quanto pagheremo per giungere a quale approdo. Non si tratta semplicemente di tutt’altro che disprezzabili, ma necessari, calcoli riferibili alle risorse e, in special modo, tristemente, alle vite di oggi e di domani.

Si tratta delle conseguenze sul futuro del mondo delle dichiarazioni e delle azioni del Presidente affarista. La guerra condotta contro l’Iran e la sua teocrazia ha solo in parte prodotto un regime hange: da un tipo di fondamentalismo repressivo all’autoritarismo sanguinario dei pasdaran. Né Israele, alleato burattinaio di Trump, può illudersi di ottenere stabilità politica in Medio Oriente facendo terra bruciata in Palestina, in Libano, in Iran e what is next?

Certo, potremmo attendere l’uscita di scena, che le democrazie assicurano, di Trump e di Netanyahu, ma con quanto strepito e furia. Anche Putin e, forse (sic), Xi Jinping finiranno. Come? Per lo più molti, appropriatamente, fra gli storici, affermano che la grandezza di un leader politico deve essere misurata con riferimento allo stato del mondo che lascia alla sua dipartita terrena. Non anticipo nulla, ma sicuramente Trump e Putin hanno molta strada da recuperare e Xi Jinping da intraprendere. A parole e con i fatti. Con tutta probabilità, la leadership collettiva dell’Unione Europea, malamente e ingenerosamente criticata, è messa meglio. L’Unione di oggi, il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, è più avanzata di quella di dieci anni fa e più attrattiva (lo dimostrano le molte richieste di adesione). Ha finalmente preso consapevolezza del dovere politico e morale di difendere il suo stile di vita e, magari, anche di diffonderlo con il soft  power derivante dalla sua cultura che ha garantito ottant’anni di pace e prosperità.

Non ci sarà un nuovo, effettivo e migliore, ordine politico internazionale, se gli Stati membri dell’Unione non sconfiggeranno i loro rispettivi sovranismi, destrorsi e insidiosamente sinistrorsi. Non sarà all’insegna MEGA (Make Europe Great Again) che il mondo diventerà un luogo migliore, ma tessendo pedagogicamente con pazienza, intelligenza, capillarità la trama del superamento della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione italiana). Yes, we shall.

Pubblicato il 22 aprile 2026 su Domani

“Make Europe great again” è la risposta da dare al tycoon @DomaniGiornale

Parole chiare, magari non sempre pronunciate limpidamente e non organizzate in maniera armoniosa (non tutti sanno parlare come Barack Obama e meno che mai come Martin Luther King), messaggi espliciti che hanno un retroterra reazionario e che delineano una strategia di rappresaglia. Questa è la sintesi, compreso il tono vendicativo, punitivo, spesso aggressivo, nei confronti della metà polarizzata dell’America e dei suoi vicini Messico, Panama, Canada e Groenlandia, del discorso di inaugurazione della seconda presidenza di Donald Trump.

   Detto che condivido le ottime analisi e variegate interpretazioni di Mattia Ferraresi, Mario Del Pero e Nadia Urbinati pubblicate ieri, adesso sappiamo ancora meglio e di più che cosa dobbiamo aspettarci. Pertanto, il compito consiste nel guardare avanti. Prima, però, di procedere a suggerire le risposte, è indispensabile prendere atto che le affermazioni di Trump costituiscono la traduzione coerente del mandato elettorale chiaro e forte da lui ricevuto da una maggioranza assoluta di elettori americani. Qualcuno con preoccupazione, qualcuno con compiacimento, qualcuno con l’orgoglio di chi lo sapeva già, dobbiamo tutti prendere atto che l’America che si è espressa in Trump, che lui rappresenta e, importante, che lui plasma con le sue preferenze e che vuole tradurre con i suoi obiettivi, è un paese profondamente cambiato, che, peraltro, tutti i sondaggi, ai quali non siamo stati disposti a credere, avevano disgiuntamente individuato.

Ciascuno di noi, italiani e europei, cittadini e governanti degli Stati membri dell’Unione Europea è posto di fronte a una sfida che, naturalmente, riguarda l’economia, ma che va oltre fino alla politica e nel senso più alto e più significativo giunge fino alla cultura ai valori sui quali si sono costruite e funzionano le democrazie non soltanto europee. Non si tratta solo di predisporsi a contrastare i dazi che Trump porrà sottolineando che da sempre la libertà di commerciare, di scambiare beni si accompagna alla libertà politica, riduce le probabilità di conflitti e aumenta le possibilità di crescita. Nessun paese diventa più grande a scapito di altri se non nell’ottica dell’imperialismo predatorio. Bisogna dirlo che il green deal è la modalità essenziale di collaborare per arrestare il cambiamento climatico, bene comune tanto prezioso quanto indivisibile. Nessuna soluzione può essere trovata da rapporti bilaterali più o meno stretti e occasionali che, comunque, il contraente più grande rimane costantemente in grado di definire a suo vantaggio e di terminare a suo piacimento.  

Il processo di distanziamento degli Stati Uniti dall’Europa è cominciato parecchi decenni fa. Tuttavia, i policy makers americani sono largamente consapevoli che dell’Europa hanno bisogno e che l’Europa ha bisogno di loro a causa di visibilissime sfide geopolitiche. Senza nessuna esagerazione sono i rapporti che intercorrono fra Europa e USA, i loro scambi, la loro considerevole condivisione di valori che danno corpo e sostanza a quello che è giusto chiamare Occidente. Neppure Trump potrà permettersi comportamenti che potrebbero essere etichettati come “negletto benigno”. Dal canto suo, l’Unione Europea mantiene la sua integrità e offre una sponda ideale alla metà dell’America non trumpiana continuando ad affermare, proteggere e promuovere i diritti civili, politici e sociali sui quali si è fondata, è cresciuta, continua ad allargarsi. La sfida del Presidente Trump durerà quattro anni (già, per i Presidenti USA esiste il limite invalicabile di due mandati). Nella rapidità, nella innovatività, nella qualità delle riposte a quella grade e brutale sfida si valuteranno le capacità delle leadership europee. Questo è il test da superare. Fare più grande l’Europa.

Pubblicato il 22 gennaio 2025 su Domani