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I Cinque Stelle non sono spacciati @domanigiornale

Gli iscritti del Movimento hanno approvato alleanze già in essere da tempo. Addio anche al limite dei due mandati. I Cinque Stelle diventano più simili agli altri partiti, ma restano i meglio attrezzati a intercettare un malcontento ancora diffuso nel paese e che continua a portare voti.

  • Nella sua critica alla Prima Repubblica (l’unica che abbiamo avuto), il Movimento 5 Stelle ha spesso sbagliato bersaglio. Non ne ha capito i pregi: adattabilità e possibilità di cambiare governi e governanti senza produrre destabilizzazioni, obbligando i nuovi protagonisti a rispettare le regole.
  • La democrazia parlamentare non è una forma di governo debole. Ha regole, procedure, istituzioni che danno rappresentanza politica e consentono decisioni. Funziona grazie ai partiti. Dalla qualità dei partiti dipende la sua stessa qualità.
  • Tutti i movimenti collettivi si trovano prima o poi ad un bivio: istituzionalizzarsi oppure deperire e sparire. Sull’orlo del deperimento, i Cinque Stelle sembra abbiano scelto la via, per loro alquanto impervia, dell’istituzionalizzazione.

Nato sull’onda alta della critica alla politica esistente il Movimento 5 Stelle ha dovuto fare di volta in volta i conti con quella politica, finendo regolarmente per adattarsi, più o meno convintamente e dolorosamente, alle sue prassi.

La politica esistente in Italia si svolge nel quadro, molto più costrittivo di quel che si pensa abitualmente, di una democrazia parlamentare ed è praticata da organizzazioni che, in un modo o in un altro, deboli o meno deboli, sono partiti. Dunque, la critica alla politica non poteva non essere anche, soprattutto, critica del Parlamento, scatoletta di tonno da aprire, e critica dei parlamentari, del loro essersi trasformati in una “classe”, del loro numero, dei loro privilegi a cominciare dalle indennità e dai vitalizi.

Rispetto ai partiti, organizzazioni ritenute non democratiche in mano a oligarchie interessate a perpetuarsi e in grado di farlo, il Movimento ha inteso fare valere modalità di democrazia più o meno diretta, partecipata (peraltro da non più di 60 mila aderenti su almeno il doppio di aventi diritto), costruita all’insegna dello slogan “uno vale uno”, praticata con moderne forme tecnologiche attraverso una piattaforma di proprietà di un privato. Inevitabilmente, ne conseguono lamentele e critiche alla probabilità di manipolazione di procedure tutt’altro che trasparenti e verificabili.

Al suo esordio in una competizione nazionale, nessun partito, tranne Forza Italia, ha ottenuto un numero di voti superiore a quello dei Cinque Stelle nel 2013. Alla base di questo grande successo elettorale, sta proprio la critica, pure, spesso sommaria e superficiale, espressa con toni esagitati, della politica.
Superficialità e esagitazione sono servite a raggiungere, incanalare, dare espressione e rappresentanza alla diffusa, profonda e persistente insoddisfazione degli italiani con la loro politica.

Essendo questo un dato strutturale è possibile affermare che non mancheranno mai le ragioni per le quali una parte di elettorato si indirizzerà a favore del Movimento e dei suoi candidati. Fisiologicamente, però, una parte di elettorato non poteva non diventare insoddisfatta dalle prestazioni dei Cinque Stelle nella loro azione di governo.

Troppo facile, ma vero, dunque necessario, è affermare che il passaggio non soltanto dalla protesta alla proposta, ma dalla proposta alla pratica si è scontrato con ostacoli imprevisti dai Cinque Stelle, ma non imprevedibili. Nelle democrazie parlamentari rarissimamente il governo è composto da un solo protagonista. Per dare vita ad un governo è imperativo trovare alleati e formare coalizioni. Dopodiché il programma del governo non può essere integralmente quello di ciascuno dei singoli contraenti, ma è un compromesso che deve tenere conto delle diverse preferenze.

Che soltanto alcuni giorni fa gli iscritti al Movimento abbiano dato ufficialmente la loro approvazione alla ricerca di alleanze può stupire soltanto perché l’approvazione viene dopo una pratica già in atto. Questa decisione sarebbe la prova provata della trasformazione del Movimento in partito politico. In verità, la trasformazione era già avvenuta nel momento stesso in cui il Movimento aveva presentato candidature alle elezioni nazionali, ottenuto voti e conquistato cariche.

Da Max Weber, che di movimenti collettivi ha scritto in maniera tuttora imprescindibile, dovremmo piuttosto sapere trarre le indicazioni cruciali per capire se le Cinque Stelle approderanno alla istituzionalizzazione, vale a dire a darsi una struttura, regole, modalità di selezione e ricambio della leadership che ne consentano una lunga durata.

Avere originariamente stabilito un massimo di due mandati elettivi andava contro non solo l’istituzionalizzazione, ma lo stesso buon funzionamento del Movimento nelle assemblee elettive, in particolare, nel parlamento.

Da un lato, coerentemente con il principio “uno vale uno”, il Movimento nega(va) l’importanza dell’esperienza politica e delle competenze; dall’altro, rende(va) impossibile l’applicazione di un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa, quello della responsabilizzazione, dell’accountability. Il rappresentante se ne dovrebbe andare per una regolamentazione burocratica, due mandati svolti, non per inadeguatezza politica, vale a dire non essere riuscito a farsi rieleggere sulla base di quanto da lui/lei fatto.

Peggio, poi, se, come ribadito da troppi esponenti del Movimento, dovesse venire imposto un, peraltro impossibile (e che richiederebbe una revisione costituzionale) vincolo di mandato ai rappresentanti. Non è chiaro in che modo potrebbe essere imposto, tradotto in pratica e sottoposto a valutazione, ma è sicuro che distruggerebbe il principio stesso della rappresentanza politica con conseguenze di irrigidimento della dialettica parlamentare fondata proprio sulla reciproca persuasione e sulla conciliazione degli interessi e delle preferenze.

Nel frattempo, in parte tenendo conto delle esperienze acquisite in parte per valorizzare quanto fatto ricoprendo la carica, i militanti del Movimento hanno acconsentito ad un sotterfugio: il mandato zero (ovvero, la previa elezione nei consigli comunali e provinciali) che si configura come deroga permanente alla regola dei due mandati.

Questo vale per la sindaca di Roma Virginia Raggi. Varrà per quella di Torino Chiara Appendino e, naturalmente, per tutti i non pochi parlamentari che stanno completando il secondo mandato. Molti di costoro, però, finiranno comunque esclusi, se l’elettorato confermerà per referendum la riduzione del numero dei parlamentari, altra riforma chiave di un Movimento nel quale alcuni ritengono che il parlamento come lo abbiamo conosciuto stia diventando inutile, retaggio di un passato novecentesco, superabile.

La fase di effervescenza collettiva e di entusiasmo che aveva lanciato il Movimento è venuta inevitabilmente meno. Il suo fondatore, Beppe Grillo, si è trasformato in garante anche se, ed è per lo più un bene, interviene in maniera decisa e decisiva nei momenti più delicati.

Per quanto faticosa e difficile da guidare senza una bussola, l’istituzionalizzazione del Movimento ha fatto qualche passo aventi.

In mancanza di una cultura politica condivisa che non sia esclusivamente di critica alla democrazia parlamentare (e, molto contraddittoriamente, alle modalità di funzionamento dell’Unione europea), aderenti e elettori del Movimento Cinque Stelle appaiono perplessi e divisi. Però, potrebbero rivendicare di essere nella loro composizione e nelle loro contraddizioni, dai vaccini alle grandi opere, il partito (pigliatutti) degli italiani.

Comunque, continuano ad avere dalla loro parte l’insoddisfazione e lo scontento politico, pulsioni e emozioni che sembrano di entità tale da riprodurre una riserva di voti alla quale il Movimento è tuttora in condizioni di attingere meglio e più di altri.

Pubblicato il 19 agosto 2020 su editorialedomani.it

Lo stato della polizia @La_Lettura #447 @CorriereCultura

 

Ogni sistema politico, per fare rispettare le regole della convivenza, ha bisogno di strutture che contrastino i trasgressori. Ma le forze dell’ordine possono agire in modo fazioso o perseguire propri interessi diversi da quelli pubblici, specie se diventano corpi separati rispetto al contesto sociale

Quell’ordine politico che deve emergere una volta posto fine alla hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” bisogna pure che qualcuno/qualcosa lo costruisca e lo faccia rispettare. Anche se quel qualcuno fosse un leader tirannico che fa valere il suo potere, ma a maggior ragione se si affermasse una forma di governo basata su un accordo di fondo, sarebbe indispensabile disporre di una struttura capace di prevenire e impedire violazioni dell’ordine, di bloccarne i responsabili, di portarli a punizione. Mantenere l’ordine politico significa proteggere i cittadini, la loro vita e la loro libertà. È una delle modalità con le quali lo Stato rivendica e esercita il monopolio legittimo della forza (Max Weber). Quel monopolio è legittimo perché acquisito secondo regole prestabilite, ma anche se e perché è utilizzato, senza favori, senza privilegi, senza eccessi, nell’interesse di tutti cittadini.

Tuttavia, c’è un’ambiguità costitutiva nella polizia come istituzione. Da un lato, ha il compito di proteggere i cittadini dalla violenza, anche quella dei rappresentanti dello Stato; dall’altro, deve proteggere lo Stato dalla violenza dei cittadini. In aggiunta, una volta istituzionalizzata, la polizia può sviluppare propri interessi, più che un semplice “spirito di corpo”, e finire, pericolo permanente, per proteggere soprattutto se stessa.

Storicamente, la struttura preposta al compito di garantire l’ordine all’interno di un sistema politico è stata definita polizia. È quasi certo che l’origine della parola debba essere fatta risalire ai termini greci polis e politeia (buongoverno). A lungo, in molti sistemi politici quel po’ di ordine che esisteva nelle città e nelle campagne veniva imposto da squadre di persone assoldate da chi poteva permetterselo, quindi, dai proprietari terrieri, dai signori nei loro castelli, dai capitani d’industria. Naturalmente, oltre ad operare al servizio di coloro che le avevano assoldate, queste squadre perseguivano anche interessi personali taglieggiando in vari modi le popolazioni. La svolta, sicuramente per quel che riguarda l’Inghilterra, avvenne nel 1832 con la creazione di un corpo di professionisti, la Civilian Metropolitan Force, al quale fu affidato il compito di fare rispettare la legge. L’ideatore di questa soluzione fu l’allora Ministro degli Interni Sir Robert Peel (1778-1850), in seguito due volte Primo ministro, cosicché gli appartenenti a questo corpo furono in un primo tempo chiamati Peelers, in seguito, più familiarmente, Bobbies. Gli oppositori obiettarono che l’esistenza di quel corpo di professionisti che controllavano le strade e i comportamenti limitava le libertà personali. La replica di Peel fu che lasciare la possibilità di svaligiare le case non era libertà e che l’occupazione notturna delle strade di Londra ad opera di vagabondi e prostitute non era esercizio di libertà.

Per la loro professionalità (conoscenze e competenze), la loro efficienza e la loro (intraducibile, forse, equità) fairness, i Bobbies divennero presto famosi e apprezzati come persone e operatori nei quali tutti i cittadini potevano (e dovevano) avere una fiducia. Una loro grande peculiarità, durata fino a pochi anni fa e condivisa, per esempio, dalla polizia della Norvegia e della Nuova Zelanda, è che non erano dotati di armi. L’equipaggiamento dei Bobbies è a lungo consistito unicamente in uno sfollagente e un fischietto. I poliziotti inglesi non sparavano e i delinquenti non sparavano ai poliziotti inglesi.

Altrove, mantenere l’ordine politico senza ricorrere alle armi è sempre stato molto più difficile anche per un’altra ragione: la polizia era spesso un corpo estraneo. In Gran Bretagna, i Bobbies erano sostanzialmente poliziotti di quartiere, in quel quartiere conosciuti, se non addirittura nati e vissuti, dagli abitanti del quartiere apprezzati. Senza fare troppo romanticismo, a lungo questo elemento di vicinanza fisica e sociale si è tradotto in fiducia e ha reso più complicate e più rare le azioni della microcriminalità: furti, borseggi, scassi. Nella grande maggioranza degli altri paesi, le autorità hanno spesso preferito che i poliziotti non avessero legami sociali né, tantomeno, familiari con gli abitanti del quartiere. Dovevano essere e sentirsi separati da quella società, in nessun modo identificarvisi. Questo è stato regolarmente il caso delle polizie create dai paesi colonialisti in Africa e Asia, ovviamente schierati a difesa delle politiche coloniali e per la repressione di qualsiasi protesta e opposizione, anche quando composte, almeno in parte, proprio dagli abitanti delle colonie.

Una delle conseguenze inevitabili della separatezza fra cittadini e polizia è, naturalmente, che i poliziotti incontrano molte difficoltà a capire usanze e comportamenti di comunità alle quali sono estranei, come i rari poliziotti settentrionali in Sicilia oppure i poliziotti irlandesi in un quartiere italiano di Boston, i poliziotti bianchi nel South Side di Chicago, i cui abitanti sono più del 90 per cento di colore, i poliziotti inglesi in Irlanda del Nord. Nessuna familiarizzazione è possibile, ma, ovviamente, appare improponibile anche qualsiasi rapporto di fiducia. In effetti, la polizia opera con maggiore successo quando riesce a godere della fiducia dei cittadini. Secondo un rapporto Eurispes del 2019 più del 70 per cento di italiani dichiara di avere fiducia nelle Forze di Polizia.

Molto spesso, però, i poliziotti non appaiono un corpo neutrale che agisce a protezione dei cittadini, ma, per lo più, come uno strumento per la difesa della proprietà e del potere delle classi dominanti. Una clamorosa e scandalosa dimostrazione di parzialità, di faziosità, persino di fanatismo politicizzato si ebbe a Bolzaneto nel luglio 2001 con il crudele pestaggio ad opera di un consistente gruppo di poliziotti dei giovani più o meno antagonisti che avevano manifestato contro il G8 che si teneva a Genova. Negli Stati Uniti in troppi casi i comportamenti della polizia sono prodotti della discriminazione, di un razzismo sistemico e strutturale. Tagliare i fondi alle varie polizie locali, come chiesto dal movimento “Black Lives Matter”, può paradossalmente servire a ridurne la pericolosità, ma la soluzione deve essere al tempo stesso strutturale in termini di reclutamento e selezione, e culturale, in quanto ad insegnamento e apprendimento dell’eguaglianza effettiva dei diritti di tutti i cittadini.

In qualche caso, la priorità dei governi non va alla polizia che mantiene l’ordine e protegge i cittadini, ma a corpi più o meno speciali e segreti al servizio dei detentori del potere politico. Sono le famigerate polizie segrete dalla Ceka bolscevica-stalinista poi KGB alla Stasi (Staatssicherheit) della Germania Est, dalla OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo) alla Gestapo (Geheime Staatspolizei) di Hitler e alle polizie segrete di molti regimi autoritari, in Portogallo, in Spagna e in America latina. Ma questa un’altra storia che serve soprattutto a illuminare quanto le deviazioni nell’uso politico della polizia dipendano da coloro che hanno il potere di costituirle, reclutare, selezionare, promuovere il personale, destinare fondi alle loro operazioni. È probabile che un reclutamento più equilibrato in termini di appartenenza ai diversi gruppi sociali renda la polizia più prudente nei suoi comportamenti e più attenta a non violare i diritti di tutti i cittadini. Molto, ovviamente, dipende dalla cultura politica e giuridica dei rispettivi paesi, ma rimane sempre il pericolo, a prescindere dal tipo di regime nel quale è inserita, che, grazie ai mezzi a sua disposizione, la polizia finisca per ampliare i suoi poteri. Guardando ai suoi comportamenti e alle sue prestazioni è possibile sostenere che ogni paese ha la polizia che si merita.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

 

Pubblicato il 21 giugno 2020 su la Lettura del Corriere

Max Weber (1864-1920), classico fra i classici #MaxWeber @HuffPostItalia

ULLSTEIN BILD DTL. VIA GETTY IMAGES

A cent’anni dalla morte (14 giugno 1920) Max Weber è giustamente considerato il più importante degli studiosi di sociologia, forse anche il più rilevante per la contemporaneità. Non c’è settore della sociologia, dallo studio delle religioni all’analisi del capitalismo, dallo Stato ai tipi di potere, dai movimenti ai partiti politici, al quale Weber, autore molto prolifico, non abbia dato contributi tuttora di enorme impatto. Naturalmente, è impossibile renderne pienamente, totalmente conto in maniera adeguata. Nonostante validi tentativi, nessuno studioso vi è finora riuscito. Molti, però, studiosi e politici, fanno frequentemente ricorso, qualche volta senza consapevolezza, alla terminologia weberiana e ad alcuni elementi dei suoi scritti e insegnamenti.

Con molta esagerazione viene usato il termine carismatico fuori dalla sua accezione tecnica e attribuito a qualche leader appena emergente, a qualche personalità affascinante, persino a qualche atleta/calciatore di grandi qualità. Tutti sembrano sapere che esiste una differenza fra “vivere di” politica e “vivere per la” politica. Nella pratica, chi può cerca di cancellare questa differenza. I più colti fanno talvolta riferimento alle due etiche delineate da Weber: etica della convinzione, propria di coloro che agiscono a prescindere da qualsiasi considerazione esclusivamente con riferimento ai propri principi, e etica della responsabilità, praticata da coloro che, nella misura del possibile, valutano le probabili conseguenze delle loro azioni prima di intraprenderle. Quasi nessuno ricorda che Weber sostiene che le due etiche non debbono e non sono da porre in totale contrapposizione e possono entrambe valere in tempi diversi in condizioni diverse.

Testi breve e di, almeno apparentemente facile lettura, le due conferenze “La scienza come professione” e “La politica come professione” sono giustamente citatissime anche perché contengono insegnamenti di perdurante validità. In particolare, la riflessione weberiana sulla avalutatività come criterio al quale debbono rigorosamente attenersi gli scienziati e gli studiosi continua a costituire un essenziale riferimento. L’avalutatività weberiana, ha scritto Bobbio, non è indifferenza quanto, piuttosto, perseguimento dell’oggettività, e si traduce concretamente nello sforzo di evitare che i giudizi di valore interferiscano nella ricerca e, in un certo senso, ne inquinino gli esiti. Su quegli esiti, poi, ricercatori e scienziati potranno legittimamente applicare le loro valutazioni e procedere ad approfondimenti seguendo le loro preferenze e, per l’appunto, i loro valori. Per fare un esempio significativo, nella sua pionieristica e simpatetica analisi dei movimenti, a partire da quelli religiosi, Weber ne ricostruisce il percorso dallo statu nascenti fino alla possibile, ma mai da dare per certa, istituzionalizzazione. Lo fa senza formulare giudizi di valore chiarendo rischi, opportunità, condizioni che conducono al successo o al fallimento.

Tutte le analisi di Weber hanno un solido e significativo retroterra storico. Il suo metodo storico-comparato è di per sé un importantissimo strumento, in partenza, per la formulazione delle ipotesi, poi per l’elaborazione di generalizzazioni che conducano alla spiegazione e comprensione dei fenomeni. Negli scritti di Weber sta anche una visione del mondo e si trova una grande preoccupazione per l’affermarsi e l’estendersi della gabbia d’acciaio della burocrazia che potrebbe imprigionare e schiacciare tutte le società. Se classico è lo studioso che solleva domande e problemi che durano ben oltre il suo tempo, Weber è il classico per eccellenza.

Pubblicato il 13 giugno su huffingtonpost.it

Sul movimento delle “sardine” fatevi le domande giuste

Prima viene lo statu nascenti, un’effervescenza collettiva con l’obiettivo limpido di dimostrare presenza e impegno e di opporsi al capitano di politiche nocive. Poi, seguono la mobilitazione e la sperimentazione. La protesta passerà alla proposta, ma il passo più complicato per non finire come i girotondini, me lo ha suggerito Max Weber e confermato Francesco Alberoni (Movimento e istituzione, Il Mulino 1977), è l’istituzionalizzazione. Con fortuna e virtù.

Renzi, molto ambizioso ma poco responsabile

LINKIESTA

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA

«Renzi è rimasto in carica più di mille giorni, credo che possa ritenersi soddisfatto». Mentre il presidente del Consiglio si prepara a lasciare Palazzo Chigi, il noto politologo Gianfranco Pasquino non sembra avere grandi rimpianti. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, già senatore della sinistra indipendente e dei progressisti, Pasquino ricorda errori e contraddizioni dell’ex rottamatore appena sconfitto al referendum costituzionale: dall’eccessivo protagonismo all’incapacità di selezionare una classe dirigente adeguata. Il giudizio di Pasquino, che in questa campagna ha sostenuto con forza le regioni del No, è a tratti impietoso: «Berlusconi aveva carisma, per Renzi parlerei piuttosto di fortuna». Sullo sfondo, resta il futuro incerto del segretario del Pd. «Ma alla fine – continua il politologo – non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica».

Professor Pasquino, non siamo ancora ai titoli di coda del renzismo. Forse il presidente del Consiglio dimissionario rimarrà sulla scena e avrà il tempo di trovare la sua rivincita. Eppure la clamorosa sconfitta al referendum chiude in maniera evidente una fase politica.

Sì, credo che si possa dire così. Se Matteo Renzi pensava di cambiare la politica italiana a colpi d’accetta e con grande velocità, l’operazione non gli è riuscita. Forse gli è mancata un po’ di saggezza.

Resta un’esperienza politica significativa, destinata a lasciare il segno. Eppure velocissima. Dall’ascesa di Renzi alla sua sconfitta sono passati solo tre anni.

Sono cambiati i tempi della società, del mondo globale. E inevitabilmente sono cambiati anche quelli della politica italiana. Renzi ha bruciato i tempi. In ogni caso è rimasto in carica per poco più di mille giorni, credo che possa essere soddisfatto. Il suo è uno dei cinque governi più longevi della storia repubblicana. Una nota a piè di pagina sui libri di storia se l’è guadagnata anche lui.

Il renzismo come fenomeno politico. Tra gli aspetti caratteristici c’è l’idea di un uomo solo al comando. Anche nell’ultima campagna elettorale Renzi ha giocato la partita da unico protagonista. È d’accordo?

Questa è stata una sua scelta. Uno stile personalistico che Renzi ha sempre avuto, fin da quando era presidente della provincia di Firenze. Lui non ha mai voluto contare fino in fondo sul partito. Lo ha conquistato, ma ne è rimasto sempre fuori. Ha sempre pensato di poter fare a meno del Partito democratico. Lo teneva da parte, non ne ha mai tenuto conto. E in questo è stato confortato dal successo alle Europee del 2014, che effettivamente è stato un suo successo personale. In quell’occasione il Pd era al 30-31 per cento, ma lui è stato in grado di portarlo fino al 40 per cento.

Forse uno degli errori di Renzi è stato proprio questo? La personalizzazione e l’assenza di un gruppo dirigente all’altezza?

Il gruppo dirigente all’altezza lo avrebbe anche trovato, se solo lo avesse cercato. Invece ha preferito circondarsi di debuttanti, personalità prive di esperienza politica. Penso a Maria Elena Boschi, a Lorenzo Guerini. Anche a Luca Lotti, che dicono essere il suo potentissimo braccio destro. Si è affidato a una classe dirigente di neofiti.

C’è un tema che ritorna nella carriera politica di Renzi. Se la sua ascesa politica si è caratterizzata per gli slogan sulla rottamazione, la sua ultima campagna elettorale si è incentrata sulla lotta alla Casta.

Ed è stata un’operazione poco credibile. Se si vogliono elencare i sostenitori della riforma, al primo posto troviamo proprio Giorgio Napolitano, eletto in Parlamento nel lontano 1953. Poi c’è Luciano Violante, entrato a Montecitorio nel 1979. Seguono i due ex presidenti di Camera e Senato Pierferdinando Casini e Marcello Pera. Ci metterei dentro anche Fabrizio Cicchitto, anche lui un grande sostenitore della riforma, un altro parlamentare di lungo corso. Vede, in questa strategia della rottamazione c’è una grande contraddizione: al referendum sono stati gli elettori sopra i sessant’anni a votare con più convinzione per il Sì. Mentre i giovani sotto i trent’anni hanno votato in prevalenza per il No.

Eppure Renzi ha portato un gran cambiamento nella politica italiana, non è d’accordo? Un premier giovane, tra slide e tweet, in grado di prendere le distanze dai rituali ingessati di Palazzo.

Naturalmente la rappresentazione mediatica era un suo obiettivo. In ogni caso credo che si possa fare qualche tweet e al tempo stesso svolgere la politica con una certa dignità, offrendo un’immagine di serietà. Ma in Renzi questo si è visto poco, contava di più la spettacolarizzazione.

Il presidente del Consiglio ha sempre sofferto l’assenza di una legittimazione elettorale. E alla fine l’affannosa ricerca del voto popolare gli è costata la poltrona.

Dal punto di vista formale la legittimazione di un presidente del Consiglio passa dal voto di fiducia. E in questi anni le occasioni non sono mancate. Tutte le volte che Renzi ha chiesto un voto di fiducia in Parlamento, e sono state anche troppe, l’ha ottenuto. Se voleva così tanto una legittimazione popolare forse aveva la coda di paglia.

In questi anni Matteo Renzi ha dimostrato un’ambizione rara. In politica non è una dote importante?

L’ambizione in politica è molto importante. Prima di me lo diceva James Madison, uno dei principali autori della costituzione americana. Ma dovrebbe sempre fare i conti con la necessità di essere responsabili. Renzi, invece, ha cercato di sfuggire a questa responsabilizzazione. Pensando alla sua esperienza è interessante notare un dato: non c’è mai stata una vera riflessione, il presidente del Consiglio si è sempre occupato di rilanciare. E invece in politica, di tanto in tanto, è importante anche qualche pausa per riflettere.

Recentemente Silvio Berlusconi ha parlato di Renzi come dell’unico leader politico presente in Italia. Lei gli riconosce lo stesso carisma?

Io questo carisma non lo vedo. Non per come lo intendeva Max Weber, che ha introdotto il termine in politica. Lo vedevo in Silvio Berlusconi, semmai. Un uomo che irrompe nella scena mentre il Paese vive una fase di ansia collettiva, i partiti sono crollati e nel centrodestra c’è un enorme vuoto. Crea dal nulla una forza politica, Forza Italia, e vince le elezioni. Renzi non ha fatto nulla di simile. Lui il partito lo ha trovato, è riuscito a conquistarlo grazie alla generosità di Pierluigi Bersani. Per il resto sappiamo come è andata. Parlerei più di fortuna, meno di carisma.

Ammetterà almeno che nel primo discorso dopo il referendum Renzi ha riconosciuto la sconfitta con grande onestà. Una dote rara in politica…

E ci mancherebbe altro. Con il No in vantaggio di venti punti cos’altro avrebbe potuto dire?

Dopo questa sconfitta crede che Renzi cambierà mestiere o proverà a tornare a Palazzo Chigi?

Non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica. Renzi ha ancora un certo appeal, la capacità di stare sulla scena non gli manca, ha saputo spettacolarizzare un confronto politico altrimenti noioso. Vedremo. Sarà lui a decidere se rimanere o preferirà ritirarsi e cominciare a scrivere libri di successo…

Pubblicato il 6 dicembre 2016 su LINKIESTA

Cervello, pancia, cuore

Larivistailmulino

«Invero, la politica si fa con il cervello, ma non con esso solamente» (Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, 1971, p. 118). In un certo senso, ma molto chiaramente, Weber suggeriva che chi vuole fare politica non può appellarsi sempre semplicemente e rigidamente alle sue convinzioni, ma deve comportarsi in maniera responsabile. Non si riferiva alla «pancia»; anzi, quasi in un preventivo rigetto di pratiche populiste, stigmatizzava l’eventuale adesione a «sensazioni romantiche».

Nel tripudio di critiche a coloro, questa volta non soltanto i classici intellettuali di sinistra, che non sanno parlare alla pancia degli elettori, ma addirittura la disprezzano, mi sembra che si sia andati troppo in là. Direi che moltissimi contro-commentatori hanno esagerato spingendosi ai limiti del populismo, se non, addirittura cadendoci a loro volta dentro. In effetti, sono proprio i leader populisti che mirano a parlare alla pancia del popolo. La risposta del popolo è sempre, soprattutto quando si tratta di elezioni, da ascoltare, che non significa apprezzare né, meno che mai, approvare. I popoli che hanno risposto con la pancia ai messaggi populisti non hanno mai ottenuto un miglior funzionamento del loro sistema politico. Neppure le loro condizioni di vita sono migliorate. Da ultimo, basterebbe chiederlo ai venezuelani che plaudirono a Chavez.

Certo, le critiche, anche di pancia, dei popoli vanno ascoltate poiché comunicano qualcosa di rilevante per le condizioni di vita di una collettività. Vanno anche comprese poiché segnalano disagio, spesso reale, insoddisfazione, spesso derivante da malgoverno e corruzione, preoccupazione per il futuro che la politica sta costruendo. Però, i politici democratici non possono e, arriverei a sostenere, non debbono mai rispondere con la loro pancia. Blandire la pancia del popolo, assecondandone critiche, spesso superficiali e infondate, divisive e xenofobe, addirittura suscitarle e esaltarle non è una risposta politica né tantomeno democratica.

Non era soltanto un sogno quello di Aristotele e di Pericle, di un popolo informato e partecipante, di cittadini che imparano a essere democratici e a comportarsi in quanto tali, riconoscendo le difficoltà della politica e cooperando – senza affidarsi a promesse palingenetiche di un uomo solo che sostiene di averli capiti, di avere capito tutto – alla ricerca di soluzioni il più possibile condivise, ma non unanimistiche. Le soluzioni condivise hanno maggiori probabilità di essere attuate con successo. Ovviamente, ciascuno dei politici potrà scegliere se parlare prevalentemente alla pancia o alla testa degli elettori, assumendosi consapevolmente tutta la responsabilità di esporsi, e in quale misura, nell’una o nell’altra direzione. Tuttavia, neppure quando, non molto frequentemente, vince chi parla alla pancia degli elettori, non merita di essere elogiato per i suoi messaggi e per il suo successo.

Dimenticare completamente le emozioni, i timori, le aspettative, anche gli ideali, degli elettori, soprattutto ad opera di leader che fanno parte dell’establishment, anche se vi sono entrati con merito, è certamente un errore, talvolta decisivo, che si paga con la sconfitta elettorale. È giusto parlare al cuore degli elettori. Bisogna saperlo fare con passione. I leader che hanno cercato di parlare al cervello dell’elettorato e lo hanno fatto anche con il loro cuore, se hanno chiarito le problematiche e spiegato la difficoltà delle soluzioni, se hanno «predicato», più o meno credibilmente, la buona politica, pur finendo sconfitti, meritano molto più rispetto che biasimo e critiche.

Una società cresce e migliora proprio quando i leader parlano al cervello dei loro concittadini, mirando addirittura a educarli. Mi spingerei fino a concludere che in tutte le attività umane il richiamo e il ricorso al cervello debbono essere più frequenti e più elaborati degli appelli alla pancia. Questo è il minimo che i cittadini democratici conseguenti hanno il diritto di pretendere dai politici. La pancia non va esorcizzata, ma il cervello unitamente al cuore, ovvero la responsabilità insieme alle convinzioni, Weber sarebbe d’accordo, deve porsi l’obiettivo di educarla e di guidarla. Altrimenti, sarà deriva populista di basso profilo.

Pubblicato il 23 novembre 2016 su rivistailmulino.it

Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi

La terza Repubblica

Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?

Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.

La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.

I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).

E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.

Pubblicato il 12 agosto 2016

Refugiados: la Unión Europea no es el peor de los problemas

CatturaTodavía, la Unión Europea puede ser parte de la solución. El problema, nadie debe olvidarlo, ha sido producido por la guerra en Irak, lanzada por los EE.UU. de George W. Bush y la Gran Bretaña de Tony Blair (también con los votos de los conservadores). Desde la segunda mitad de los años 2000, todos los sistemas políticos del Medio Oriente y del Magreb han sido desestabilizados. Todos han mostrado en su interior una mezcla horrorosa de tradicionalismo social, de fundamentalismo religioso, de autoritarismo político. Al Qaeda ha radicalizado la lucha política pero, ahora, parece que Estado Islámico lo ha reemplazado. La explosión de Libia, las guerras civiles en Siria, Yemen y Sudan, el conflicto infinito en Irak, las tensiones en Nigeria y la pobreza en la Africa subsahariana obligan a cientos de miles de personas a emigrar. Los migrantes escogen los países de la vieja Europa, es decir, no quieren ir a los de la Europa centrooriental. Hungría es un país de tránsito.

No un país en el cual los migrantes desean quedarse. Primero, entonces, los migrantes ofrecen un homenaje a Europa como lugar de paz, de prosperidad (a pesar de las recientes tendencias económicas no siempre positivas), de democracias y de protección y promoción de los derechos de los hombres, de las mujeres, de los niños (más después). Segundo, los migrantes en Hungría han mostrado signos y han gritado y cantado “We want Germany”. Eso también es un extraordinario homenaje a los alemanes y a la señora Angela Merkel. Es el reconocimiento más significativo de que los alemanes, gracias a su sistema político, a su eficiencia económica, a su capacidad de respetar las reglas, han conquistado una verdadera hegemonía que, como lo ha escrito Antonio Gramsci, es un conjunto de consenso y fuerza. Según los sondeos del eurobaró- metro, 80% de los ciudadanos de la Unión Europea (y todos los países de Europa fueron invadidos por la Alemania nazi) tienen mucha confianza en los alemanes. La difícil política de recepción de los migrantes en muchos países de la Unión Europa va a cambiar bajo la leadership de Alemania, que ya acoge millones de turcos y de migrantes que vienen de los Balcanes.

Emoción y conmoción. La foto del niño sirio muerto en una playa de Turquía por supuesto ha sensibilizado la opinión pública de muchos países europeos. Es justo que sea así. El proprio grandísimo sociólogo alemán Max Weber ha escrito que la política se hace con la cabeza, pero no sólo con la cabeza. Las emociones cuentas. Las imágenes pueden hacer una diferencia. Pero deben ser interpretadas y explicadas. La responsabilidad de la muerte del niño no es de la Unión Europea. Es de los que en Siria luchan en una compleja guerra civil en la cual hay una peligrosa presencia de los guerrilleros de Estado Islámico y parece difícil derrotar a un dictador sanguinario como Al-Assad. El niño nos habla en nombre de todos los que quieren vivir en sistemas políticos aun no necesariamente democráticos, pero que logran garantizar orden político sin terror. En las condiciones existentes en Africa y en Medio Oriente, parece hoy muy difícil establecer una clara distinción entre los que intentan huir de la pobreza y del hambre, migrantes clandestinos, y los que dejan su país por opositores políticos de regímenes represivos y opresivos: los refugiados políticos. No es correcto hablar de una “crisis” humanitaria. Es un poderoso desafío humanitario. Los europeos tienen todas las herramientas, sociales, culturales, económicas y políticas para ganar el desafío humanitario en el Viejo Continente. Todavía es clarísimo que la victoria nunca será definitiva mientras existan dictadores, fundamentalistas religiosos, teócratas y terroristas financiados por algunos Estados árabes. Sin transformar de manera democrática Medio Oriente y Africa, muchos migrantes continuarán escapando de la opresión y la Unión Europea deberá ofrecer asilo(y civil).

Suplemento especial de diario PERFIL sobre el drama de los refugiado. Domingo 6 de Septiembre de 2015

Perfil

La leadership della rottamazione

Larivistailmulino

“E’ un’illusione -tanto pericolosa quanto diffusa- che nelle democrazie contemporanee quanto più un leader domina il suo partito e il governo tanto più è grande” *

Articolo pubblicato da La rivista il Mulino,

fascicolo n. 478, 2/2015 (pp. 254-259)

A fior di pelle, l’emergere di un leader mini-populista nel corpo affaticato del Partito Democratico, appesantito dalle resistenze, per lo più verbali e poco contro-propositive, degli epigoni del PCI e della DC, è un fenomeno interessante. Per il momento, lascio la descrizione della rapida sequenza degli avvenimenti alle cure degli storici contemporanei (anche perché ce ne siamo già variamente occupati nei saggi curati da G. Pasquino e F. Venturino, Il Partito Democratico secondo Matteo, Bononia University Press 2014). In questa sede, intendo valutare come il nuovo leader del PD si è finora espresso, in quali direzioni sta andando, con quali risultati. Salvati suggerisce due ambiti sui quali concentrare l’attenzione: l’innovazione mediatico-organizzativa e l’innovazione politico-ideologica. Mi pare che le due presunte innovazioni si intersechino e si sovrappongano. Pertanto, pur facendovi riferimento, più o meno indiretto, non le terrò distinte. Per capire il renzismo bisogna inserirlo nel quadro più ampio della transizione politico-istituzionale del sistema politico italiano iniziata nel 1994 e mai chiusa da Silvio Berlusconi, leader inizialmente carismatico, poi più semplicemente personalista, provatosi incapace di istituzionalizzare il suo carisma e di preparare la sua successione. Sembrò a molti che sarebbe toccato al Partito Democratico guidato da Bersani di chiudere la transizione anche se con l’espressione troppo spesso ripetuta: “la Costituzione più bella del mondo”, alcune delle necessarie riforme non avrebbero comunque mai visto la luce. La non-vittoria elettorale di Bersani e la sua cattiva gestione del partito portarono, invece, ad una rielezione senza precedenti del Presidente della Repubblica. Imposero la formazione di un altro governo di transizione, incidentalmente, un altro esemplare di “governo del Presidente”. Produssero l’ennesima crisi interna al Partito Democratico della quale Renzi seppe trarre profitto incassando con gli interessi il suo investimento personale, politico, organizzativo effettuato fin dalle primarie del novembre-dicembre 2012 concessegli con fin troppa generosità (o eccesso di sicurezza) da Bersani.

Due volte favorito dal contesto, ma anche due volte capace di sfruttarlo, il renzismo è velocità e opportunismo, Renzi conquistò in rapida, quasi ineluttabile, sequenza il partito e il governo (grazie anche alla non opposizione del Presidente Napolitano e alla sua non-richiesta di formale apertura in Parlamento della crisi del governo Letta)). Questa breve, sintetica, ma corretta, storia, che richiederebbe approfondimenti politici e istituzionali ad ogni passaggio (al fine di evitare errori, non soltanto interpretativi, e di non ripeterli) dell’ascesa dell’ex-sindaco di Firenze mi pare non abbia praticamente nulla in comune con la lunga lotta di Tony Blair e di Gordon Brown, entrambi facilitati dalle riforme introdotte nel corpo del partito dal loro predecessore e mentore John Smith, finalizzata ad ammodernare il partito laburista e farne il New Labour (incidentalmente, sulla scheda elettorale queste due parole non hanno mai fatto la loro comparsa). Non c’è paragone possibile neppure con la conquista del governo che per Blair passa attraverso una convincente vittoria elettorale nel 1997. Lasciando da parte il confronto delle personalità Blair/Renzi, della loro oratoria, dei loro riferimenti, non si deve sottacere che il leader laburista ha alle spalle un tirocinio parlamentare durato 14 anni. Infine, intorno a Blair c’è un gruppo dirigente composto da personalità di alto livello esposta ad un’elaborazione culturale di alto livello (e molto disposta ad accettarla) il cui esponente da noi più noto è un grande sociologo, Anthony Giddens, oggi Lord Giddens, il vero ispiratore e teorico della Terza Via.

Nel ristretto circolo di persone che si dice consiglino Renzi ho cercato invano intellettuali dello spessore di Giddens. Non mi è parso di cogliere nelle varie Leopolde una elaborazione culturale e politica in qualche modo paragonabile a quella dei laburisti e dei think tank che, senza identificarsi con il New Labour, formulavano idee per il rinnovamento del partito e delle sue politiche. Di conseguenza, ho definitivamente abbandonato il paragone Renzi/Blair (e PD/New Labour) ritenendolo sbagliato, fuorviante, improponibile. Il Partito Democratico di Matteo Renzi non ha praticamente nulla in comune con il New Labour di Blair. L’oratoria di Blair non ha mai fatto ricorso a termini come rottamazione, non soltanto perché la tradizione in Gran Bretagna conta, l’esperienza è ritenuta una qualità, le conoscenze si apprendono, e non ha mai fatto riferimento a Peppa Pig o simili. Per quanto brillante e sferzante, come Max Weber sapeva dovessero essere i Primi ministri inglesi, “dittatori del campo di battaglia parlamentare”, campo peraltro frequentato da Blair quasi unicamente nei mercoledì del question time, il Primo ministro inglese non ha mai dimenticato che la più alta carica di governo richiede gravitas. Da parte mia, aggiungo che tutti i grandi capi di governo delle democrazie occidentali (da Churchill a De Gasperi, da de Gaulle a Brandt, da Kohl a Merkel) hanno mostrato questa gravitas e che proprio la levitas (spero che i lettori apprezzino il mio eufemismo) berlusconiana ha costituito un elemento di straordinaria vulnerabilità della sua stagione di governo e, giustamente, della sua statura di leader.

Niente di tutto quello che riguarda il Partito laburista, la conquista della leadership, l’esercizio del potere di governo è, evidentemente, folclore. Fa parte di una cultura politica che segnala quanto imbarazzante è il paragone con quella italiana. Dunque, meglio fuoruscire dal paragone nobilitante e passare sul terreno dell’innovazione organizzativa. L’abbandono del partito di massa, già avvenuto qualche tempo prima dell’anno 1 dell’era di Renzi, non può certamente essere considerato un suo apporto alla modernizzazione. Ci si potrebbe chiedere come è strutturato e come funziona il Partito Democratico di Renzi. E’ una domanda legittima in particolare poiché Renzi e i renziani di tutte le ore occupano attualmente le cariche più importanti nel partito a tutti i livelli. Non importa se sono diminuiti gli iscritti poiché questo è un trend generale in Europa in tutti i partiti grosso modo di sinistra. Un conto, però, è la tendenza di fondo, un conto molto diverso sono, invece, i crolli. Sappiamo che il leader mediatico non ha bisogno di iscritti. Non ha il tempo di andare a cercarli; non incoraggia nessuna campagna di reclutamento per la quale i renziani dovrebbero impegnarsi a parlare di politica con i già iscritti, che vorrebbero andarsene, e con i non iscritti, che desiderano farsi convincere. Forse nell’era dei talk show e di Twitter i voti si conquistano con le nuove tecnologie, ma, direbbe Gramsci (“chi?”), il consenso duraturo e, soprattutto, la formazione di una cultura politica diffusa non passano sul web.

Il fatto è che, altro che innovazione “mediatico-ideologica”!, il Partito Democratico di Renzi è piantato nel contesto del sistema dei partiti italiani. Con appena qualche ritardo (ma soltanto perché Veltroni, incamminatosi, con maggiore consapevolezza, su quella strada, era stato costretto a fermarsi) sta diventando, come hanno notato i migliori analisti, ad esempio, Mauro Calise e Ilvo Diamanti, un partito personalista. Nessuno può sostenere neanche per un momento che, lasciando da parte i partiti in senso lato socialisti di tutta l’Europa, i laburisti inglesi, neppure quando il loro leader era Blair, possano essere definiti “personalisti”. Invece, in Italia, nessuno avrebbe dubbi sull’esistenza di molti partiti personalisti. Anzi, ho già argomentato altrove (Italy: The Triumph of Personalist Parties, in “P&P Politics and Policy”, vol. 42, n. 4, August 2014, pp. 548-566), che tutti i partiti italiani sono personalisti e che i loro effetti sulla qualità della democrazia (che un leader dovrebbe volere e sapere migliorare) risultano assolutamente negativi. Qualcuno obietterà che il PD ha organismi decisionali, strutture e sedi, ma, non soltanto a mio modo di vedere, esibisce anche tutti i tratti caratteristici dei partiti personalisti: a) la presenza di un leader dominante e di un’organizzazione per scelta debolmente istituzionalizzata (dopo gli scandali di Venezia, Milano e Roma, diremmo giustamente anche “permeabile”); b) il dominio da parte del leader della comunicazione televisiva; c) il rapporto privilegiato a tutto campo con gli elettori (anche a scapito del rapporto con gli iscritti); d) il suo totale disinteresse per l’ideologia; e) la sua raccolta diretta di fondi. Al proposito, i più colti fra i politologi richiamerebbero anche la sindrome del partito pigliatutti di Otto Kirchheimer (1965) e avrebbero ragione da vendere. Naturalmente, se questa era/è l’intenzione dei fondatori del Partito Democratico e dei suoi cantori, ne prendo atto, ma soltanto dopo avere evidenziato i punti più significativi.

Qualche volta i leaders cambiano stile passando dal partito al governo, da alcune costrizioni a notevoli opportunità. Non è certamente questo il caso di Matteo Renzi. Decisionista nel partito, sostenuto da una solidissima maggioranza di renziani di tutte le ore, il capo del governo è riuscito, almeno fino ad ora, a fare credere che il suo è un governo che fa le riforme non fatte mai, almeno negli ultimi trent’anni (nel fascicolo 5/2014 “il Mulino” ha già gentilmente ospitato il mio articolo Un’altra narrazione che smentisce in maniera documentata quanto affermano il capo del governo e i suoi collaboratori). Non è questo il luogo nel quale entrare nei dettagli delle riforme proposte e dello stato della loro attuazione. Suggerisco un criterio semplice da applicare sui due casi da Renzi considerati decisivi. Il testo detto Italicum della riforma elettorale (incidentalmente un sistema proporzionale con premio di maggioranza che quasi nulla ha a che vedere con i sistemi maggioritari, meno che mai, come molto erroneamente scritto nello stesso fascicolo de “il Mulino”, p. 751 e p. 752 con quello francese maggioritario a doppio turno in collegi uninominali) ha una lontana somiglianza con le tre proposte formulate da Renzi nel gennaio 2014. La modifica del Senato approvata in prima lettura presenta non poche differenze rispetto all’iniziale disegno di legge del governo. Insomma, il capo del governo e il suo Ministro per le Riforme rilevano di avere idee poco chiare e convinzioni non forti in materia elettorale e istituzionale.

Più forti, ma non per questo più convincenti, sono le idee di Renzi in materia di rapporti con le parti sociali, più precisamente con i sindacati e altre associazioni di categoria. Sicuramente, Tocqueville non figura in maniera preminente fra le letture del capo del governo. Che vi sia un legame strettissimo fra democrazia e pluralismo dovrebbe essere noto a tutti. Meno noto, forse, è che le difficoltà socio-economiche sono state superate più rapidamente negli anni settanta dai sistemi politici nei quali i rapporti fra governi e parti sociali: sindacati e associazioni industriali, diedero vita ad assetti definiti neo-corporativi. Nei sistemi politici nei quali si hanno scontri fra governi e sindacati l’esito non è mai efficace per il funzionamento dell’economia. Alla fine del decennio thatcheriano (1990), la Gran Bretagna, nella quale Margaret Thatcher aveva messo all’angolo i sindacati negando loro qualsiasi ruolo sociale e di rappresentanza, fu superata dall’Italia del pentapartito nella classifica delle nazioni più industrializzate. All’insegna della disintermediazione, Renzi potrà anche mettere ai margini i sindacati (che, dal canto loro, non sono esattamente le strutture più innovative del paese), ma avrà reso un cattivo servizio a tutta la società e resta da vedere se avrà rilanciato l’economia. Rottamazione della classe politica e disintermediazione della società non sembrano necessariamente le migliori ricette per cambiare la cultura politica, vale a dire le idee, le credenze, le concezioni degli italiani. Anzi, sembrano fatte apposta per coltivare il populismo che serpeggia nell’elettorato italiano, magari accompagnandolo con frequenti e ripetute critiche ai tecnocrati di Bruxelles ai quali i virtuosi governanti italiani imporranno di “cambiare verso”. Infine, che un leader non obietti alla definizione del suo partito come Partito della Nazione non può non destare qualche preoccupazione di scivolamento dal personalistico al solipsistico con venature di blando autoritarismo. Queste preoccupazioni crescono ascoltando il leader che dichiara “l’astensionismo è un problema secondario”.

E’ un segno dei tempi che quel che conta per misurare la leadership sia il metro della popolarità. In effetti, Renzi è molto popolare. Non sorprendentemente, poiché i capi di governo godono quasi sempre di maggior popolarità dei leader dell’opposizione soprattutto in un sistema multipartitico, Renzi risulta tuttora il più popolare dei leader italiani anche se i più recenti dati disponibili indicano la perdita di una decina di punti fra l’estate e l’autunno inoltrato del 2014. Non azzarderò nessun paragone con Churchill e de Gaulle e neppure con Blair e Merkel. La caratura di un leader si misura ex post facto, con riferimento alle sue riforme e allo stato del suo paese quando lo lascia: migliore o peggiore di come l’ha preso? Al momento, nessuno degli indicatori utilizzabili suggerisce che l’Italia stia meglio di poco meno di un anno fa, quando Renzi subentrò a Enrico Letta. Non ho nessuna remora a sospendere il giudizio, ma la sospensione non significa affatto che si debba dare un giudizio positivo sulle qualità di leader di Matteo Renzi. E’ consigliabile attendere che almeno alcune delle riforme siano completate e attuate. Sospendere il giudizio non significa sospendere le critiche, purché siano documentate. Anche se so che è fin troppo facile proiettarsi nel futuro, non posso trattenermi dal ricordare che la prova della pizza sta nel mangiarla. Ma la pizza confezionata da Renzi non è ancora pronta, e, più solennemente, che i grandi leader e gli statisti lasciano un paese in condizioni migliori di quelle in cui l’hanno trovato. Concludo citando una frase tratta da uno dei più importanti studi contemporanei sulla leadership (già citato in apertura): “in generale, l’accumulazione di enorme potere da parte di un singolo leader lastrica la strada per errori importanti nel migliore dei casi e per disastri nei peggiori”

*Archie Brown, The Myth of the Strong Leader. Political Leadership in the Modern Age, Londra, Bodley Head, 2014, p. vi.

Ho avuto una visione. La politica del futuro

FQ
L’aveva aspettata da molta tempo la politica del futuro. Se l’era immaginata tutta tecnologica, argentata, dotata di luce propria. Qualche settimana prima aveva visitato uno store della Apple dove a uomini e donne della sua età era consentito di intravvedere il profilo di quella politica sfiorando uno schermo. Sì, in qualche modo, poteva dire di averla già toccata. Chattando con alcuni conoscenti incontrati facendo surf e twittando, aveva scoperto una certa insoddisfazione per i meet-up (utilizzati qualche decennio prima da un movimento di grilli in un paese dello stivale chiamato Italia), per le piattaforme digitali, per i tweet lanciati nel vuoto delle coscienze e delle conoscenze. Quello era un “popolo” di terribili semplificatori, dominato da giovani veloci, nutriti di Peppa Pig (pippa bag), che si facevano molte decisioni al giorno, nessuna costosa. Era sufficiente sfiorare uno schermo. Ce n’erano un po’ dappertutto, anche in strada, anche nelle piazze che oramai tutti chiamavano agorà. Peraltro, molti soffrivano da tempo di agorafobia. Si eleggevano così anche i parlamentari che, non sapendo nulla della Rivoluzione francese, si facevano chiamare “cittadini”, rimanevano in carica per un week.end, poi si tenevano nuove e rapide elezioni a costo zero. I più anziani ricordavano un fiorentino che, con le mani in tasca, aveva sconfitto la casta più temibile quella dei Min (alcuni dei quali, giornalisti, erano bellicosissimi). La vecchia politica.
Travolto dai ricordi alquanto confusi — a scuola la storia non si insegnava più da tempo, la Costituzione era stata ridotta a tre articoli di poche righe: 1. The winner takes all; 2. Né scienza né coscienza, solo disciplina di clan. 3. Più gazebos per tutti, il Presidente Napolitano aveva smesso di predicare da tempo–, si accorse che una elegante signora gli si stava avvicinando. Sorrideva discretamente. Con un leggero inchino, lui le tese mano e lei disse: “il mio nome è Politicadelfuturo”. Le rispose che la stava aspettando da qualche tempo. Cominciarono un dialogo fitto. Lei introdusse subito il concetto di etica, della responsabilità e della convinzione, citando Max Weber e Norberto Bobbio. Lui riconobbe i nomi poiché aveva visto diversi libri del genere nella biblioteca di suo padre. Lei continuò accennando alla fiducia fra persone, sostenendo che la credibilità si misura sul rapporto fra promesse e prestazioni. A lui, la parola “prestazione” produsse un po’ di ansia. Lei se ne accorse e, per curarlo, gli disse che la leadership carismatica fa la sua weberiana comparsa proprio in situazioni di ansia collettiva. Non bisogna averne paura, ma sapersene liberare dopo averla sperimentata (sia la leadership sia l’ansia).
“Nativo digitale”, lui voleva interrogarla sulle piattaforme, sull’agorà, sui novissimi media convinto che lei, la politica del futuro, saprebbe produrre altre innovazioni, andare oltre. Si era fatto tardi. Senza fretta, lei gli confidò quale era la sua natura e quale la sua predicazione di fondo, essenziale. I suoi antenati venivano da una piccola città stato chiamata Atene. Il suo manifesto era un discorso di Pericle, facilmente scaricabile da Google. Non c’erano segreti. I discendenti di quella politica, uomini e donne di buona volontà, di buone letture, di buone intenzioni, si incontravano di persona ogniqualvolta lo desideravano, si scambiavano idee e opinioni, facevano proposte, trovavano soluzioni, spesso condivise, qualche volta conflittuali, le affidavano a persone da loro scelte con il voto (ciottoli bianchi, neri e di vari altri colori), verificavano l’attuazione di quelle decisioni e periodicamente, né troppo di frequente né troppo raramente, sostituivano gli esecutori delle decisioni. La politica del futuro, gli disse, sarà, come adesso tra noi, un rapporto faccia a faccia, fra persone che non soltanto ci mettono la faccia, ma anche la perdono, con i migliori fra loro che si guardano in faccia, credibili, affidabili, sostituibili. Entrarono in un bar e ordinarono due bicchieri di ouzo.

Pubblicato il 17 luglio 2014 su Futuroquotidiano.it