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Una domanda a Draghi, legittima, sulla redistribuzione. Firmato Pasquino @formichenews

Dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona

Il problema non è sapere se e perché Draghi ha ceduto e non ha imposto il contributo di solidarietà per un paio d’anni sui redditi al di sopra dei 75 mila Euro l’anno (incidentalmente una soglia bassa anche e soprattutto in un paese di evasori medio alti). Neanche se lo ha fatto per non alienarsi i potenziali suoi elettori per la Presidenza della Repubblica, ipotesi che respingo sdegnosamente. Il problema è se Meloni e Salvini, Berlusconi e Renzi stanno segnalando che sono già d’accordo su alcune misure economiche oppure sono soltanto degli opportunisti oppure ancora stanno continuando con quelle che i giornalisti chiamano prove tecniche (magari preannunciando l’inciucio).

   Di tutto un po’, ma questo impasto non può essere un pezzo di programma prossimo venturo del centro-destra più Italia Viva. Sarebbe il prodromo della cattiva utilizzazione dei fondi europei oppure, peggio, dell’incapacità di spenderli in progetti accettabili dalla Commissione perché rispondenti ai criteri di innovazione, trasformazione, efficienza. L’interrogativo più lancinante comunque è, come suggeritomi da Simona Sotgiu, “riusciranno le forze politiche a trovare nuovamente la forza di mettere in atto misure redistributive?” La risposta potrebbe essere tranchante.

Da nessuna parte nelle democrazie europee i governi di centro-destra mettono in atto politiche redistributive. Quando lo fanno, poi, la loro redistribuzione va, non a favore dei settori svantaggiati, ma a favore di coloro che promettono di procedere a politiche di investimento, creazione di ricchezza, forse anche, ma è quasi l’ultima delle considerazioni, di creazione di posti di lavoro. Frettolosamente ne concludo che la prima redistribuzione ha senso per chi si impegna a risolvere le difficoltà attuali di alcuni ceti. La seconda è quella classica dei neo-liberisti friedmanniani senza nessuna garanzia che funzioni, anzi, al contrario. Entrambe sono, nell’ordine, redistribuzioni meno o più cattive.

 Ma, allora, dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Me la ricordo. Grazie alla mia età e a buoni studi. Fu la redistribuzione socialdemocratica classica. Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona.

Pubblicato il 5 dicembre 2021 su formiche.net

Vi spiego come eleggere Draghi al Colle e continuare nella legislatura. Le previsioni di Pasquino #intervista @ArgomentoL

Intervista raccolta da Francesco De Palo

Il Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna: “Pensare al semipresidenzialismo de facto ci può anche stare, ma se lo si vuole davvero bisogna cambiare la forma di governo in Italia. Il Pd? Non gli serve un campo largo, ma progetti e facce nuove. Conte? Fa del suo meglio. Meloni? Coerentemente sovranista”

Non le manda a dire il prof. Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, di cui è stato pubblicato in questi giorni l’ultimo lavoro, “Libertà inutile-Profilo ideologico dell’Italia repubblicana” (Utet), quando mette l’accento su una possibilità concreta per Colle e Chigi: è verosimile, osserva a L’Argomento, eleggere Mario Draghi al Colle e proseguire tranquillamente nella legislatura. E ai leaders dei tre schieramenti offre consigli su come riformarsi.

Professor Pasquino, il suo nome anche questa volta ricorre fra i quirinabili.

(Ride molto soddisfatto). La mia è una candidatura notoriamente coperta, in attesa che ci sia qualcuno che la scopra. Non sono così sicuro che ci saranno gli scopritori, però trovo la cosa divertente.

Mario Draghi al Colle ci porterebbe di corsa alle urne? Con quali rischi?

Non credo che in quel caso ci porterebbe di cosa alle urne, piuttosto si aprirebbe una fase interessante. Innanzitutto bisognerebe capire cosa ha risposto il premier a coloro che gli hanno promesso di votarlo. Magari avrà risposto: ‘Attenzione, perché ci sono delle priorità, la prima delle quali è portare a compimento il Pnrr: voi mi garantite che non scasserete il governo, proseguendo sulla strada che ho ampiamente impostato fino al marzo 2023?’. Immagino che Draghi questo discorso lo faccia. Ma non è tutto.

Ovvero?

E’inoltre possibile che la stessa maggioranza decida di voler continuare, non necessariamente con un uomo indicato da Draghi, ma che abbia il suo gradimento, anche perché Draghi Presidente della Repubblica sarà quello che nominerà il prossimo premier e certamente non ingoierebbe qualsiasi nome. Quindi si può eleggere Draghi al Colle e continuare nella legislatura.

Il ministro Giancarlo Giorgetti, nei giorni scorsi, ha fatto riferimento ad una sorta di semipresidenzialismo de facto, con un ticket formato da Draghi al Colle ed un suo uomo a Chigi. E’ una strada praticabile?

Giorgetti stava dicendo una cosa diversa rispetto a quella di cui lo hanno accusato. Ovvero, consentire a Draghi effettivamente di nominare il prossimo Presidente del Consiglio. In maniera secondo me non del tutto corretta, ha assimilato questa situazione a quella francese. Comunque, pensare al semipresidenzialismo de facto ci può anche stare, ma se lo si vuole davvero bisogna cambiare la forma di governo in Italia, un’operazione molto più complicata. Aggiungo, ma non so se fosse o meno nella mente del ministro Giorgetti, che il semipresidenzialismo alla francese funziona bene anche perché ha una specifica legge elettorale: maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Ciò che tutti i dirigenti di partito e parlamentari italiani temono, perché in quei collegi si vince o si perde, senza poter essere paracadutati o nominati. Per cui credo che Giorgetti fosse anni luce avanti al dibattito, ma in realtà non in grado di incidere su trasformazioni effettive, profonde e necessarie.

Il Pd di Enrico Letta, che annuncia il campo largo, sta migliorando i difetti del Pd di Nicola Zingaretti?

Non penso che Zingaretti avesse troppi difetti, aveva a che fare con un partito che comunque continua a non essere particolarmente dinamico. Il Pd può benissimo vantarsi di avere vinto le elezioni amministrative ma solo grazie a candidati specifici. Gualtieri a Roma è stato un candidato affidabile e ragionevole, come Sala a Milano dove ha conquistato prestigio che ha tramutato in voti. Il Pd ha vinto a Torino sia perché il centrodestra ha scelto male il proprio candidato, sia perché Russo ha alle spalle una storia politica e amministrativa molto lunga. A Bologna inoltre non poteva perdere, anche se non ha scelto benissimo. Letta in questo momento ha solo migliorato la comunicazione della leadership, mentre il partito non è ancora migliorato. Quello guidato da Zingaretti era sostanzialmente accettabile, nella misura i cui è accettabile il partito democratico stesso. Per cui al momento credo che sarebbero necessati moltissimi cambiamenti.

Quali?

Certamente non il campo largo, perché non so cosa significhi. Occorrono delle politiche, degli obiettivi precisi e non solo aggiungere dei pezzi ad una coalizione. Bisogna che insieme a quei pezzi ci siano delle novità: programmatiche, di persone e di indicazioni. Tutto questo ancora non lo vedo. So che Letta mi risponderebbe che tutto ciò verrà fuori dalle agorà, ma io mantengo il mio scetticismo.

Giuseppe Conte si è preso il M5s oppure rischia di esacerbarne le contraddizioni interne?

Conte fa del suo meglio, dovendo riconoscere che è sempre alle prese con le prime esperienze, lo era come premier ieri, lo è come leader oggi. Dal primo al secondo governo, in verità, ha dimostrato di aver imparato molto. Adesso deve ricostruire tutto: un’operazione delicatissima. Immagino che imparerà anche questo, ma fino ad ora ha tappato i buchi e sinceramente non vedo neanche qui grandi novità.

Negli Usa il neo governatore della Virginia è di fatto un trumpiano senza Donald Trump. Riusciranno le destre italiane a farsi potabili come i Repubblicani americani senza le intemperanze dei rispettivi leaders?

Il centrodestra riuscirà a diventare affidabile quando capirà che in questa Europa non si può governare senza rapporti efficaci con gli altri partners Ue, che in maggioranza sono europeisti. Ecco il vero nodo della questione. Salvini sta tenendo il piede in due scarpe, ma il piede che pesa di più per lui è quello sovranista. Meloni è brutalmente sovranista ma direi anche coerentemente sovranista. E Berlusconi solo adesso fa l’europeista, con Tajani che può rivendicare che nessuno è più europeista di lui avendo fatto il Presidente del Parlamento europeo. Osservo, però, che Forza Italia non è stata sempre coerentemente europeista, quindi bisogna che il centrodestra elabori una visione comune sull’Ue, magari anche alternativa rispetto a quella che esiste oggi. Per cui certo che qualcuno potrebbe fare meglio rispetto a quanto fatto dall’Ue fino ad oggi, ma questo centrodestra penso che farebbe solo di peggio.

Il prossimo Parlamento, ridotto, necessita di nuovi regolamenti. Chi e quando se ne assumerà l’onere?

regolamenti parlamentari dovrebbero essere cambiati, ma a prescindere. Con i nuovi numeri bisognerà farlo necessariamente, tenendo conto degli inconvenienti. Uno dei quali è la possibilità per i parlamentari di fare il bello ed il cattivo tempo, spostandosi da un gruppo all’altro. Chi si iscrive ad un gruppo al momento dell’elezione dovrebbe rimanervi. Va vietata l’operazione in voga oggi, che è di puro trasformismo. Ma ritengo che dovrebbero essere ritoccate moltre altre cose, a cominciare dal fatto che, come tutti sappiamo, le leggi vengono fatte dal governo. E allora si ritocchi la possibilità per l’opposizione di controllare ciò che l’esecutivo fa, impedendo così al governo di sottoporre una legge di bilancio il giorno prima delle relative votazioni. Evidentemente ciò impedisce all’opposizione di fare il proprio lavoro al meglio.

Il premier ha convocato i partiti per ragionare sulla finanziaria. Ma di fatto per annusare l’aria sulla legge elettorale?

Che brutto odore questa legge elettorale. Si continua a pensare ad un sistema che, in fondo, favorisce solo i dirigenti di partito e la loro possibilità di scegliersi i parlamentari: questa è in assoluto la peggiore legge possibile. Bisogna che qualcuno dica, e se lo facesse Draghi sarebbe molto utile, che una nuova legge elettorale dovrebbe essere fatta per dare il potere agli elettori e per fa sì che il loro voto conti nella scelta del partito e dei candidati.

Pubblicato il 2 dicembre 2021 su L’Argomento Quotidiano

L’astensionismo e il voto delle amministrative 2021. Intervista a Gianfranco Pasquino @RadioRadicale @LanfrancoPalazz

Intervista raccolta da Lanfranco Palazzolo il 4 ottobre 2021 alle ore 19

Astensionismo vuol dire tante cose: la popolazione invecchia, ha ancora timori del contagio, viviamo isolati, non riceviamo abbastanza stimoli politici e i partiti non sono in grado di fare un’offerta.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Amministrative, Amministrazione, Astensionismo, Calenda, Centro, Comuni, Conte, Destra, Elezioni, Forza Italia, Fratelli D’italia, Lega Per Salvini Premier, Letta, Manfredi, Meloni, Milano, Movimento 5 Stelle, Napoli, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Politica, Raggi, Roma, Sala, Salvini, Voto.

La registrazione ha una durata di 3 minuti

Ascolta qui

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Se Roma piange Bruxelles non ride

La critica al governo Conte e allo stesso Presidente del Consiglio per i ritardi nella preparazione del Piano di Ripresa è, al momento, prematura. Infatti, la prima bozza di quel Piano è attesa dalla Commissione per metà febbraio. Poi, sulla base dei commenti, dei rilievi, dei suggerimenti che certamente ci saranno e saranno utili, il testo definitivo dovrà essere consegnato entro la fine di aprile. Sul merito, Conte ha accettato buona parte delle critiche e delle indicazioni di ItaliaViva la cui uscita dal governo adesso è un atto assolutamente pretestuoso, tecnicamente irresponsabile. Direi doppiamente irresponsabile. Renzi vuole avere la possibilità di continuare a sparare bordate contro il governo rifiutando qualsiasi responsabilità, ma la tempo stesso agisce in maniera irresponsabile rispetto agli impegni presi dal governo italiano con la Commissione Europea. La destabilizzazione di un governo, di qualsiasi governo, è sempre sgradita nell’ambito dell’Unione Europea poiché crea incertezza e incide sull’attività degli operatori economici. Non è un caso che tra ieri e oggi lo spread fra il valore dei titolo di Stato tedeschi e quelli italiani sia subito salito. Un conto, poi, sono le elezioni tenute alla loro scadenza naturale. Un conto molto diverso è una campagna elettorale improvvisa e improvvisata in un clima invelenito come è quello italiano attuale con un probabile cambio di maggioranza in vista. Se vincessero i sovranisti italiani, la Commissione sarebbe ancora più preoccupata non soltanto per il rispetto degli accordi raggiunti con Conte, ma per l’atteggiamento complessivo di Salvini e Meloni nei confronti delle politiche europee che richiedono cooperazione e solidarietà non recupero di sovranità nazionali.

   Agli occhi della Commissione, il governo Conte 2 ha (aveva?) molti pregi. Il Presidente del Consiglio aveva negoziato e lottato seriamente e tenacemente. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già europarlamentare, è noto e apprezzato. Il Commissario all’Economia Paolo Gentiloni costituisce il terzo pilastro grazie al quale la Commissione e gli altri governi dell’Unione Europea hanno ritenuto che l’Italia procedesse a un’efficace utilizzazione degli ingenti fondi che le sono stati attribuiti. Insomma, forse non per la prima volta, ma più che nel passato, l’Italia aveva acquisito notevole credibilità nell’Unione Europea anche agli occhi dei molto, talvolta troppo, sospettosi “paesi frugali”. Questo capitale, che vale molto più di qualche miliardo di Euro, rischia di disperdersi nel corso della crisi. Non andrà soltanto perduto del tempo per preparare al meglio i numerosi progetti italiani di investimenti e di modernizzazione, di rilancio. C’è il rischio che un nuovo governo di composizione politica diversa, da un lato, voglia o sia costretto a rinegoziare, dall’altro, si trovi obbligato a attuare progetti approvati e finanziati, ma non condivisi, perché non suoi. Senza il sostegno dell’Unione Europea l’Italia non va da nessuna parte, ma se l’Italia va male tutta l’Unione riceverà un contraccolpo. A Bruxelles si fibrilla.

Pubblicato AGL il 15 gennaio 2021

UNIONE EUROPEA: DENARI SENZA VALORI? Stato di diritto o stato di paralisi. Il dialogo tra Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello continua @europainitalia @rsantaniello @C_dellaCultura

Continua il dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate

Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**

  • Caro Tecnocrate, tira un po’ di “brezza” tra Bruxelles, Varsavia e Budapest, se si vuole essere rassicuranti.

Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno annunciato ai colleghi del Coreper (il Comitato dei Rappresentanti Permanenti), che i loro governi potrebbero votare contro il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 se fosse inserita la regola, concordata da presidenza tedesca e Parlamento europeo, del rispetto dello stato di diritto da parte dei beneficiari dei fondi europei.

I due ambasciatori hanno così confermato la sostanza delle lettere inviate da Orbán e Morawiecki alle massime cariche istituzionali dell’Unione europea nelle quali si afferma che “qualsiasi meccanismo discrezionale che sia basato su criteri arbitrari e politicamente motivati non può essere accettato”.

Potrebbe profilarsi un bel problema sia per NextGenerationUE che per il bilancio pluriannuale 2021-27. Ricordo che il Consiglio europeo può votare a maggioranza il NextGenerationUE, mentre l’unanimità è richiesta sia per l’adozione del bilancio e del “tetto” delle risorse proprie. Quest’ultima decisione (preliminare, ndr) deve essere ratificata dai parlamenti nazionali, mentre per la decisione sul bilancio pluriannuale è “sufficiente” l’approvazione del Parlamento europeo. Ricordati questi elementi tecnico-istituzionali, non mi rimane sottolineare che in termini di calendario, spetta al Parlamento europeo pronunciarsi per primo la prossima settimana, mentre la riunione del Consiglio europeo è fissata il 10/11 dicembre e sarà preceduta dal Consiglio Affari generali l’8 dicembre. Detto tutto questo chiedo a lei, caro Tecnocrate, di esprimersi. Come la vede? Brezza o Tempesta?

  • Caro Burocrate, non si tratta soltanto di scegliere fra Brezza e Tempesta poiché, purtroppo, anche le tempeste possono cominciare come venticelli. La situazione mi pare tremendamente complicata poiché coinvolge le istituzioni, gli ideali e gli interessi. Non possiamo fare finta che l’Unione Europea non sia e non debba essere anche una organizzazione di interessi. Il funzionalismo non sparisce mai. Non dobbiamo neanche pensare che la Germania non abbia intenzione e, in una certa misura, la facoltà di difendere i suoi interessi economici, quelli delle sue imprese e dei loro investimenti in Ungheria e in Polonia. Per capirne di più, propongo un accurato spacchettamento. Non credo che il Parlamento e la Commissione possano recedere dalla loro sacrosanta richiesta che l’Ungheria e la Polonia rispettino lo Stato di diritto. Mi augurerei di sentire anche la voce dei capi di governo degli Stati frugali esprimersi su un tema che dovrebbe essere loro caro e sul quale l’Italia, nonostante Meloni e Salvini, anzi, proprio per metterli all’angolo, dovrebbe solennemente ribadire la sua posizione: la rule of law si rispetta e la si applica, sempre, ovunque. L’Unione è un sistema politico democratico. Ė, come scrivo e sostengo da tempo, il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo. Non deve essere incrinato da due governi devianti. Sicuramente, la trattativa deve essere condotta da Angela Merkel, in quanto Presidente del semestre europeo, ma nessuno dimentichi che è anche il capo di governo dello Stato inevitabilmente più influente. Fin qui gli interessi. In secondo luogo le regole e le procedure. Bisogna chiarire che cosa deve essere votato all’unanimità e per che cosa è sufficiente una maggioranza qualificata o semplicemente assoluta. Le chiederei di precisare questo punto. Nel frattempo, sono giunto ad una conclusione intermedia. Si voti il prima possibile sulla proposta congiunta Commissione-Parlamento e ciascun capo di governo si assuma trasparentemente le sue responsabilità. Troppo spesso l’Unione è stata accusata, a ragione, di mancanza di trasparenza. Questa volta tutto deve venire alla luce, soprattutto i ricatti e le loro conseguenze. Dopodiché, naturalmente, come in tutte le democrazie potranno continuare i negoziati e, di conseguenza, come in tutte le democrazie, potranno seguire altre votazioni, ravvicinate. A Ungheria e Polonia, in particolare alle loro opinioni pubbliche e operatori economici, è imperativo che, attraverso una intensissima campagna di informazione, la Commissione comunichi i termini del problema, le responsabilità, le conseguenze, ma anche le modalità di soluzione. A Bruxelles bisognerà anche interrogarsi su come abolire le votazioni all’unanimità, mai democratiche poiché consentono a un “votante” di ricorrere al potere di ricatto e impediscono a maggioranze rappresentative, spesso enormi, di procedere. Bisognerà anche dire ad altissima voce, soprattutto ai populisti sovranisti, che nessuno schiaccia la sovranità di uno qualsiasi degli Stati-membri, ma li richiama al rispetto di regole e procedure da ciascuno di loro accettati al momento dell’adesione. Le chiederei di commentare su questi punti, correggendo e chiarendo, magari con opportuni riferimenti ai Trattati.
  • Caro Tecnocrate, come la sua qualifica sottolinea, non posso correggerla poiché i suoi riferimenti sono esatti. Le regole istituzionali a trattati vigenti le ho ricordate in precedenza. Sul quadro finanziario pluriannuale il Consiglio europeo vota all’unanimità, con l’approvazione del Parlamento europeo. Dunque si tratta di una decisione conforme al metodo comunitario. Sul tetto delle risorse proprie, risorse che servano a finanziarie il bilancio (di entrate) pluriannuale, il Consiglio europea vota all’unanimità ed è necessaria la ratifica degli Stati membri e dunque dei parlamenti nazionali. In questo caso, come può ben capire si tratta di una decisione tipica del metodo intergovernativo. Per concludere, entrambe le decisioni sono soggette al diritto di veto degli Stati, quella sul tetto delle risorse proprie deve superare un doppio barrage, non solo quello dei governi, ma anche dei parlamenti. Ricordo ancora, come ultima annotazione, che il Consiglio europeo adotta la decisione sul NextGenerationEU a maggioranza qualificata ritornando nell’alveo del metodo comunitario. Ricordo infine che quasi tutte le decisioni adottate nel quadro del metodo comunitario è prevista la maggioranza qualificata, tranne alcune eccezioni, come quella sul bilancio, dove è richiesto il voto all’unanimità. Durante le conferenze intergovernative che hanno condotto alle riforme dei Trattati il voto all’unanimità è stato progressivamente eliminato, salvo sulle materie dove gli Stati membri non vogliono perdere la propria sovranità, come la fiscalità e alcuni diritti sociali. Per eliminare del tutto il voto all’unanimità, penso anche a quello che condiziona una politica estera e di sicurezza più fluida (ne ha parlato anche Ursula von der Leyen nello Stato dell’UE), sono necessarie delle modifiche ai trattati vigenti. Una parola infine sui governi “recalcitranti” alla questione della condizionalità in base al rispetto dello Stato di diritto. C’è un bell’articolo nel Trattato sull’Unione europea che riguarda la leale cooperazione. Si tratta dell’articolo 4, paragrafo 3. Vale la pena riportarlo per intero: “in virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati. Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione. Credo che basterebbe ricordare a tutti, e soprattutto ad Ungheria e Polonia (ai quali si è aggiunta la Slovenia per “amicizia” del suo capo di governo con Orbán), il contenuto di questo articolo. Sperando che il burocrate le abbia fornito gli elementi di chiarimento, le ripasso la parola, per una conclusione da Tecnocrate. Io mi sono limitato ad inquadra gli elementi istituzionali, ma la politica o meglio la realpolitik, ci insegna che ci sono molte variabili da considerare e tra questi gli interessi.
  • Caro Burocrate, apprezzo i suoi chiarimenti che credo aggiungano qualcosa di importante alla discussione che riguarda non soltanto gli interessi, che ritengono meritino sempre adeguata attenzione, ma gli ideali che, paradossalmente, una buona realpolitik non dimentica e non sottovaluta mai. A questo punto, per qualche giorno, la palla passa al Parlamento Europeo i cui componenti debbono evidenziare con forza il contenuto e le implicazioni dell’art. 4, paragrafo 3, da lei opportunamente citato. La “leale cooperazione” deve essere messa all’opera hic et nunc. In quanto tecnocrate e come tale possessore di ottime idee, ma privo di potere politico, penserei che il Presidente del Parlamento unitamente alla Presidente della Commissione dovrebbero proporre ad Ungheria e a Polonia un fecondo decoupling. Accettino quei due capi di governo di approvare il bilancio 2021-2027 relativamente al quale comunque mantengono e potrebbero usare la mannaia della non ratifica da parte dei rispettivi Parlamenti. Dopodiché, Commissione e Parlamento riconsidereranno la valutazione di quelle che sono le gravi violazioni loro attribuite relativamente allo Stato di diritto. Ungheria e Polonia manterranno la possibilità di obiettare, consapevoli, però, che rischiano di perdere parte, piccola o grande, dei fondi previsti nel NextGenerationUE. Faccia il suo lavoro la diplomazia. Nel frattempo si dia anche inizio alla procedura di riduzione delle votazioni all’unanimità con l’obiettivo della loro completa eliminazione. Quello che è razionale diventerà reale?

Bruxelles-Bologna, 20 novembre 2020

Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.

Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.

Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 22 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.it

Stati generali una passerella? È bene avere opinioni informate #StatiGenerali @fattoquotidiano

Passerella. Quand’anche gli Stati Generali risultassero “soltanto” una passerella per “singole menti brillanti”, per Colao e i componenti della sua commissione, per imprenditori e sindacati (anche in ordine inverso), per ministri, politici e altri invitati, non meritano di essere criticati pregiudizialmente. Potrebbero comunque risultare utili da una pluralità di punti di vista. Infatti, come disse il compagno Presidente Mao Tse-tung, vero esperto di passarelle (vedi la Rivoluzione Culturale Proletaria), “le idee camminano sulle gambe degli uomini” (mi affretto ad aggiungere “e delle donne”). Per chi crede che il pluralismo e il conflitto sono il sale della politica (e della democrazia, sì, anche di quella liberale), più sono le opinioni meglio informate è probabile che saranno le decisioni.

I critici sostengono che sappiamo già tutto. Ho molti dubbi esistenziali su coloro che sanno già “tutto”, e ne diffido. Ritengo, invece, che Conte abbia fatto bene a volere questo format di produzione di idee, anche, se riuscirà a orientarlo, con qualche elemento di spettacolarità. Non ho dubbi sul fatto che gli piaccia esporsi, ma qui sta correndo il rischio che la presenza di troppe personalità produca qualche stecca. Probabilmente, la regia dovrebbe far sapere e imporre a tutti gli intervenuti di non procedere a “racconti” più o meno edificanti, ma di andare subito al sodo: individuare le priorità, suggerire le soluzioni, magari accompagnandole con tempi di attuazione, costi e profitti.

Penso di avere capito che, da sola, l’Italia non ce la farà e che avrà bisogno di tutti i fondi che le istituzioni europee metteranno a nostra disposizione (e hanno già in parte stanziato). Lo faranno privilegiando la trasformazione “verde” dell’economia e la digitalizzazione in tutte le sue varianti, gli investimenti in ricerca e quelli nelle infrastrutture e, grazie al Mes, senza condizionalità, le spese sanitarie dirette e indirette (qui la fantasia degli operatori ha un grande spazio sul quale esercitarsi). Sarà, dunque, opportuno che le soluzioni proposte si collochino nel solco europeo anche perché dalle raccomandazioni europee si potranno trarre indicazioni utilissime.

Senza la passerella le elaborazioni sarebbero finite direttamente sul tavolo dei singoli ministri e dei burocrati che, nel frattempo, tutti critichiamo in maniera tanto convinta quanto generica, ma la cui legittima difesa mi piacerebbe molto ascoltare. Ce ne sarà qualcuno invitato a “passerellare” o vogliono mantenersi tutti nell’ombra?

Avendo aperto il canale di comunicazione con il governo con una frase accomodante e promettente: “Conte è finito, Bisogna andare presto alle elezioni”, le opposizioni hanno poi deciso che non parteciperanno poiché Villa Pamphilj non è una sede istituzionale. Loro, è noto da tempo, anche, talvolta, con qualche scivolatina populista, sono austeri difensori delle istituzioni e della loro autonomia. In particolare, Giorgia Meloni ha seccamente annunciato che il confronto deve avvenire nella sede costituzionalmente più appropriata: il Parlamento. Comunque, il confronto li arriverà quando il governo dovrà chiedere l’approvazione per legge e/o per decreto dei provvedimenti che conterranno le proposte emerse dagli Stati Generali. Però, non posso resistere dal ricordare a Meloni, Salvini e Tajani, nonché ai professoroni del “sì”, che criticano il governo per non avere convocato abbastanza spesso il Parlamento, che la soluzione esiste, quasi ready made. Sta nell’articolo 62 della Costituzione che stabilisce che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. Gli Stati Generali offrivano/offrono la possibilità di un’anteprima che servirebbe a “limare” anche le proposte concrete delle opposizioni che, evidentemente, non credono nel confronto.

Pubblicato il 12 giugno 2020

Che fare del Parlamento al tempo del coronavirus?

Infuria un dibattito surreale nel quali soprattutto alcuni parlamentari e dirigenti del centro-destra chiedono la convocazione immediata di Camera e Senato. Senza esplorare, per carità di patria, la loro precedente assiduità al lavoro parlamentare, per Salvini e Meloni sono percentuali risibili e riprovevoli, sembra che la motivazione più forte sia quella autolesionistica. Molte categorie sociali italiane sono esposte al contagio, dunque, è giusto, oserei scrivere “democratico”, che i parlamentari si espongano allo stesso rischio. Mentre sappiamo che i rischi che ammirevolmente corrono alcune categorie, a cominciare dal personale sanitario, hanno uno scopo chiaro: salvare vite e curarle, è lecito che agli affannati “convocatori del parlamento” venga chiesto di offrire una motivazione altrettanto impellente.

Non buttiamola subito in democrazia, cioè che il Parlamento è l’istituzione centrale in una democrazia parlamentare, dunque deve essere aperto per battere più di un colpo. Troppo spesso abbiamo ascoltato i governanti criticare il Parlamento come un intralcio per le loro decisioni e coartarlo con la decretazione d’urgenza e la tenaglia del voto di fiducia. Qualcuno dei riformatori ama tanto il Parlamento che ha votato la riduzione drastica del numero dei parlamentari per renderlo più efficiente. Poi, però, definisce efficienza la smodata produzione delle leggi, che risponde a ben altre esigenze, non escluso il clientelismo spicciolo a favore di qualche categoria privilegiata. E vi aggiunge anche la possibilità del voto online come se il compito principale del Parlamento fosse fare presto un alto numero di leggi. Non è così, ma se del caso sarebbe sufficiente convocare in luoghi molto spaziosi le commissioni di merito in sede deliberante: siano loro, senza passare per l’Aula, a esaminare, emendare, approvare le leggi. Se poi si desiderano trasparenza e assunzione di responsabilità il tutto venga teletrasmesso con grande soddisfazione dei sostenitori di una democrazia “decidente”, magari elettronicamente.

Nessun parlamento si caratterizza e si giustifica perché fa (molte) leggi. Un buon parlamento ha due compiti più importanti, più necessari, più esigenti. Primo, un’assemblea di eletti (nel solo significato che “sono stati eletti”) deve rappresentare le preferenze, le paure, le speranze dei cittadini. Naturalmente, lo farà meglio quanto più la legge elettorale avrà dato potere ai cittadini-elettori, che non è il caso della Legge Rosato. Questa rappresentanza servirà, da un lato, a informare quei cittadini delle opzioni e delle decisioni, costi e benefici. Dall’altro, dovrà, sia ad opera dell’opposizione sia di tutti i parlamentari, controllare l’operato del governo. Sono disponibili tutti gli strumenti tecnologici necessari per riunire telematicamente i parlamentari affinché, rinunciando alle sceneggiate d’aula, operino secondo queste modalità a cominciare dal decreto Cura Italia. Procedano.

Pubblicato AGL il 20 marzo 2020

Politologia e politica del renzismo

Sostiene il noto politologo Lorenzo Guerini, membro della segreteria del Partito Democratico: “il ruolo che ci hanno assegnato gli elettori è quello dell’opposizione”. Attendiamo un rapido endorsement di Romano Prodi. Con qualche sorpresa, rileviamo che, a sua insaputa, l’on. Guerini, debitamente rieletto grazie alla generosa legge Rosato, resuscita il vincolo di mandato, quello, curiosamente, che vorrebbero i pentastellati. Ovvero, addirittura sa, dopo un’intensa campagna elettorale di ascolto sul territorio, che gli elettori lo votavano poiché volevano mandarlo all’opposizione. Sì, visti gli esiti elettorali, è probabilissimo che l’ottanta per cento degli elettori italiani abbia voluto proprio questo, ma anche gli elettori del Partito Democratico lo hanno votato per mandarlo (e tenerlo) all’opposizione? Non ci posso credere, però, capisco che con queste rudimentali conoscenze il Guerini fosse entusiasta delle riforme costituzionali bocciate solo dal 60 per cento degli elettori. E se quegli elettori che, certo tormentatamente, hanno alla fine deciso di votare PD volessero, invece, cercare di mantenerlo in una coalizione di governo, persino farne il partito che desse le carte del prossimo governo? No, il Guerini ne sa di più ed esclude che questo fosse l’obiettivo degli elettori del PD. Tuttavia, un problema lui e il suo segretario dimissionario autosospeso potenziale sciatore dovrebbero porselo: e se quegli elettori del PD volessero, comunque, essere rappresentati?

Andarsene sull’Aventino, ahi, errore: sto sondando le conoscenze storiche di Guerini, Renzi e chi sa quant’altri, sarebbe una buona accettabile modalità di rappresentanza politica da offrire, mantenere, garantire per quei 6 milioni e 135 mila elettori ed elettrici che, nonostante tutto, hanno tentato disperatamente di salvare il PD? Eh, no, afferma il Guerini, noi quella rappresentanza gliela daremo stando all’opposizione. Starete all’opposizione anche, si chiedono gli elettori, se si verificasse una situazione nella quale i vostri voti risultassero non solo necessari, ma decisivi per dare vita a un governo, per renderlo operativo e credibile sulla scena e nelle istituzioni europee (quei voti che, fra l’altro, lo scrivo per il Guerini, non per il Renzi che toglieva la bandiera dell’Unione prima di una sua conferenza stampa, sono l’ultimo nucleo forte di europeisti)? Lascerete così campo libero agli euroscettici, se non, addirittura, ai sovranisti Meloni-Salvini? Qui, con grande perplessità del Guerini (e di Renzi, Lotti, Boschi, Richetti e compagnia forse non più tanto danzante), fa la sua ricomparsa il dettato costituzionale relativo alla rappresentanza della Nazione “senza vincolo di mandato”.

Esiste, sicuramente, un vincolo di lealtà e persino di disciplina nei confronti del partito che candida e fa eleggere per il quale, in primo luogo, hanno votato gli elettori che, ancora più sicuramente, non gradiscono i trasformisti, e hanno ragione. Però, esistono anche una teoria e una best practice della rappresentanza che si traduce nella acuta consapevolezza che bisogna mettersi a disposizione per servire i superiori interessi della nazione. Hai visto mai che fra questi interessi ci sia un governo capace di durare e di agire, operativo (che è il termine che ho già variamente usato), che tale non potrebbe né esistere né produrre effetti senza una convinta partecipazione dei parlamentari del PD? Questa si chiama rappresentanza politica più responsabilità. No, la sinistra, che non è affatto la stessa cosa del PD, non si ricostruisce andando a collocarsi sterilmente all’opposizione e “gufando” (ho già sentito questo verbo, ma non ricordo più chi lo ha utilizzato spesso, senza successo). Si ricostruisce sui punti programmatici che saprà imporre a una coalizione di governo nata con il suo appoggio, efficace grazie al suo sostegno, riformista grazie alle sue proposte.

I dirigenti di un Partito Democratico (vorrei che la “p” e la “d” potessero essere al tempo stesso maiuscole e minuscole) consentirebbero ai loro iscritti di scegliere democraticamente la strada che desiderano che i loro parlamentari imbocchino e percorrano, magari facendo loro (agli iscritti) ascoltare qualche voce diversa dai renziani che sono tutti parte del problema e che non hanno finora saputo elaborare neanche un brandello di soluzione. Anche per questo hanno perso più di quattro milioni di voti.

Pubblicato 8 marzo 2018 su PARDOXAforum

Due libri sul #M5S: storia, struttura e sociologia politica di un movimento “pigliatutti”

 

Paolo Ceri e Francesca Veltri,
Il Movimento nella Rete. Storia e struttura del Movimento 5 Stelle,
Rosenberg&Sellier

Piergiorgio Corbetta
(a cura di)
,
M5s. Come cambia il partito di Grillo,
Il Mulino

Il Movimento Cinque Stelle ha, giustamente, attirato un’attenzione enorme da parte dei mass media e degli studiosi, italiani e stranieri. Ho letto molto in materia. Ho trovato cose buone e meno buone; cose originali e cose ripetitive; cose utili e cose inutili alla comprensione del Movimento; cose che mirano alla oggettività e cose che si (s)qualificano per la faziosità (quando sono gli studiosi ad essere faziosi, si mostrano “sottilmente” tali). Credo che il problema più importante non sia quello di classificare il Movimento in categorie a noi note, ma di comprenderne le origini, di collocarlo nel sistema politico e nella società italiana, di valutarne l’impatto e, nella misura del possibile, che potrebbe anche non essere scarsa, prevederne il futuro. In buona parte, questo è il lavoro svolto da Paolo Ceri e Francesca Veltri. Dirò un po’ pomposamente che il Movimento Cinque Stelle è un pezzo consistente dell’autobiografia della Repubblica italiana post- 1945 (preparata da qualche embrione precedente). Trova certamente un prodromo nel Fronte dell’Uomo Qualunque fondato nel 1944 dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini, durato meno di un decennio. Si alimenta non soltanto di critica della politica, ma di vera e propria antipolitica, a lungo nascosta e tenuta sotto controllo dai partiti italiani, soprattutto quelli di massa la cui scomparsa ha aperto la diga. È antipolitica non tanto colpire tutti i privilegi dei politici, tutte le loro sregolatezze senza genio nella gestione del potere e, nel nepotismo, tutti i loro scandali e i salvataggi reciproci dei coinvolti nel malgoverno e nel malaffare quanto pensare e agire come se la politica, in particolare, il ricoprire cariche elettive, fosse un’attività che chiunque, in qualsiasi luogo o in qualsiasi momento, possa svolgere. Insomma, sulla scia di un poco conosciuto Karl Marx, i “cittadini” delle Cinque Stelle vorrebbero credere e farci credere che possiamo fare a meno del “governo degli uomini sugli uomini” poiché con il loro ingresso in politica e in Parlamento, nonché nei governi locali, siamo quasi arrivati allo stadio della “amministrazione delle cose”. Poi, resuscitando Lenin, il bilancio dello Stato e degli enti locali non soltanto diventerà leggibile dalle cuoche, ma lo stileranno loro stesse. Sarà, finalmente un bilancio partecipato, “cucinato” attraverso il web da tutti gli aderenti in maniera assolutamente democratica: uno vale uno.

Prima di riflettere su questo punto, eguaglianza “sostanziale”?, approfondirlo e valutarlo, è opportuno sottolineare che, secondo non pochi studiosi e commentatori politici, il Movimento Cinque Stelle si caratterizza per essere soprattutto e anzitutto populista molto più che, semplicemente (e rozzamente) antipolitico. È Piergiorgio Corbetta che dà voce a questa interpretazione populista che contiene non pochi elementi convincenti. Ho due obiezioni e un suggerimento di tipo previsionale. La prima obiezione è che da qualche tempo un po’ dappertutto si eccede nel qualificare come populista tutto quello: stile, messaggio, contenuti, persone, che non ci piace e che vorremmo non esistesse e sparisse. Invece, bisognerebbe abituarsi a dare per scontato che nelle democrazie, in tutte le democrazie c’è sempre quella che chiamo una “striscia di populismo”. Le democrazie senza popolo sono una contraddizione in termini. Le democrazie con associazioni intermedie deboli e esitanti e con istituzioni di rappresentanza e di governo mal funzionanti aprono praterie all’ingresso dei populisti. È facilmente accertabile che dal momento del meritato crollo dei partiti tradizionali nel 1994 e dell’intero sistema partitico ad oggi l’Italia si trova in condizioni di grande vulnerabilità rispetto al populismo. La seconda obiezione all’uso del populismo classico come categoria interpretativa del Movimento Cinque Stelle va ricondotta a due specificità: da un lato, il fatto che di leader ce ne sono due, il fondatore, Beppe Grillo, e colui che chiamerei il gestore, ieri GianRoberto Casaleggio, oggi il figlio Davide; dall’altro, l’importanza della rete, del Web, mai così tanto cruciale nei rapporti fra il leader e i followers (qui, mi rifaccio al linguaggio dei “social”), laddove il populismo classico, ma anche quello più recente, di Berlusconi e di Bossi, mette l’accento sulla persona fisica del leader, sulla sua carne e le sue ossa, sull’uso evidente del corpo. Il suggerimento di tipo previsionale è che, fermo restando che il populismo si manifesta in corso d’opera, fino ad oggi tutti i movimenti populisti hanno mostrato un problema letale comune: non sopravvivono alla scomparsa del leader-fondatore. Da ultimo, questo è il caso, drammatico per le sue conseguenze sulla vita della popolazione del Venezuela, di Hugo Chavez il cui successore, Nicolàs Maduro, dimostra quotidianamente di non avere praticamente nessuna delle qualità che resero Chavez un populista esemplare (sic).

I due libri qui recensiti hanno taglio e intenti diversi. Ceri e Veltri sono interessati, come recita correttamente il sottotitolo, alla storia e alla struttura del Movimento 5 Stelle. I collaboratori del libro curato da Corbetta offrono, invece, complessivamente quella che chiamerei la sociologia politica del Movimento: presenza nelle istituzioni (Rinaldo Vignati); andamento elettorale (Pasquale Colloca e Andrea Marangoni); basi sociali (Andrea Pedrazzani e Luca Pinto); l’elettorato (Luca Comodo e Mattia Forni); i cambiamenti nell’organizzazione (Gianluca Passarelli, Filippo Tronconi e Dario Tuorto); le modalità di comunicazione (Lorenzo Mosca e Cristian Vaccari). Non potendo sintetizzare nessuno degli articoli, operazione comunque difficilissima per il recensore e diseducativa per il lettore, mi limiterò a pescare nell’ampio e utile materiale messo a nostra disposizione quello che ritengo più rilevante per la comprensione del Movimento, quello che non si trova nei mass media e che, al contrario, gli operatori dei mass media dovrebbero conoscere, ricordare, utilizzare per non farsi sorprendere tutte le volte dagli avvenimenti che riguardano il Movimento.

Primo elemento molto importante: non siamo di fronte ad un’insorgenza subitanea che potrà essere facilmente assorbita. Le Cinque Stelle non sono un movimento flash che, nato ieri, morirà domani. Dieci anni di vita suggeriscono che la spinta propulsiva non si è affatto esaurita. Anzi, si è trasformata in crescita, in espansione, in radicamento. Secondo elemento: stando così le cose, mi sarebbe piaciuta una pluralità di approfondimenti, soprattutto da parte del sociologo Paolo Ceri (che giustamente si riferisce a due grandi classici: Robert Merton e C. Wright Mills), relativi alle possibilità e alle modalità di istituzionalizzazione del Movimento Cinque Stelle. Insieme alla sua co-autrice, Ceri preferisce condurci ad uno sbocco peraltro annunciato indirettamente già a p. 13: “le promesse mancate della democrazia diretta” (che è il titolo delle conclusioni) finiranno per condurre ad un nuovo “dispotismo”? Terzo elemento: curiosamente sia Ceri e Veltri sia Corbetta sembrano credere che il disvelamento del grande inganno “(non) democratico” delle Cinque Stelle espressosi al suo meglio nella frase di Grillo “fidatevi di me” (affermazione populista quant’altre mai) che sceglieva il candidato sindaco perdente per Genova, farà sgonfiare il Movimento, gli toglierà il vento dalle vele. Ho due obiezioni a queste aspettative. La prima la mutuo da Giovanni Sartori che sosteneva e continuerebbe a sostenere (anche se né Grillo né i suoi parlamentari riscuotevano il suo apprezzamento) che quello che conta nella competizione politico-elettorale non è la democrazia interna. Semmai è la democrazia/ticità nella competizione fra partiti.

Il partito è uno strumento che si organizza per conseguire obiettivi. Fintantoché li consegue nessuno metterà in discussione quanto avviene al suo interno né la scelta delle candidature né l’individuazione e accentuazione degli obiettivi programmatici né, tantomeno, la leadership. Il successo si autoalimenta. Le richieste di democrazia faranno la loro insorgenza a fronte di gravi fallimenti, non di piccole battute d’arresto. La seconda obiezione è che il Movimento non è nato su una spinta democraticista, ma, come ho già accennato, su una spinta antipolitica. Quindi, incontrerà delle difficoltà quando, per l’appunto, il vento dell’antipolitica si trasformerà in pochi lievi refoli. L’avvenimento in Italia appare alquanto improbabile (questo è davvero un understatement!). Gli attacchi basati sulla carenza di democrazia interna e sulla manipolazione lasciano il tempo che trovano anche perché i portatori di quegli attacchi non sono, per così dire, impeccabili, al di sopra di ogni sospetto. Affermare, come fa Corbetta, con molti buoni motivi, che il Movimento esprime “una visione in aperta contraddizione con la concezione liberale della democrazia” (p. 270) suscita subito l’interrogativo su chi sarebbero in Italia i portatori di una “concezione liberale della democrazia”, in rigoroso ordine alfabetico: Berlusconi, Bossi, Meloni, Renzi, Salvini, Verdini?

Insomma, è utile e importante sapere che il Movimento è diventato sociologicamente pigliatutti, vale a dire tutti gli elettori che può con una leggera prevalenza di quelli che altrimenti sceglierebbero le sinistre. Ha forti tratti populisti. Dovrà presto vedersela con le sue contraddizioni quanto ai rapporti ambigui intessuti con i mass media. Tuttavia, fintantoché la politica italiana sarà praticata da una maggioranza di carrieristi/e senza scrupoli e senza etica, da sedicenti riformatori che perseguono fini particolaristici e corporativi, da uomini e donne che galleggiano nei loro conflitti di interessi, da incompetenti che non sanno fare funzionare né le assemblee rappresentative né le compagini di governo, all’incirca il 30 per cento di coloro che vanno a votare continueranno a sostenere il Movimento Cinque Stelle. Pour cause.

Recensione pubblicata il 1 marzo 2018 su CasadellaCultura.it

Cortesi, scorretti, inesperti, manipolatori

Scorrettezza politica e costituzionale oppure cortesia istituzionale? Fare conoscere in anticipo al Presidente della Repubblica la lista dei ministri del prossimo eventuale (issimo) governo delle Cinque Stelle è, a mio parere, un gesto sostanzialmente propagandistico senza nessun senso istituzionale, ma anche senza nessuna violazione costituzionale. A Giovanni Sartori e, per quel che conta, anche a me, già pare costituzionalmente deprecabile che nei simboli di molti partiti compaia il nome del leader anche se è vero che alcuni partiti avrebbero vita ancora più triste e grama se non sfruttassero quel minimo di popolarità derivata che le apparizioni televisive dei leader garantiscono loro. Fu Berlusconi, non bloccato da Ciampi, a inaugurare la moda. Voleva non solo asserire con forza il suo predominio su Forza Italia e sul Popolo della Libertà, ma anche sottolineare che era lui e solo lui il candidato alla carica di Presidente (del Consiglio). Abbiamo anche visto e non stigmatizzato abbastanza le consultazioni parallele tenute dal segretario del PD Matteo Renzi nel dicembre 2016 dopo la pesante sconfitta referendario nel per individuare il suo successore. La sfilata di Padoan, Gentiloni, Delrio e Franceschini da lui convocati a Palazzo Chigi si configurò come una reale soperchieria costituzionale.

Non ha bisogno Di Maio di mettere il suo nome nel simbolo del Movimento che è molto più noto di lui e molto più attrattivo agli occhi di un elettorato insoddisfatto della politica italiana, irritato, anti-establishment che non ha nessun bisogno di sapere in anticipo né il nome del Presidente del Consiglio né i nomi dei ministri. Dunque, siamo di fronte a una sceneggiata napoletana che, pur criticabile, merita poca considerazione perché non intacca per nulla i poteri del Presidente della Repubblica al quale spetterà la nomina del Presidente del Consiglio “e, su proposta di questi, i ministri”. Riconosciamo a Di Maio la piena libertà di proporre i ministri che vorrebbe, ma la nomina spetterà a Mattarella e, se mai Di Maio andasse al governo, quei ministri dovrà prima di tutto concordarli con gli alleati della coalizione che fosse riuscito a formare. È anche sbagliato criticare Di Maio perché ha parlato di governo ombra, che è quello che alcune opposizioni costruiscono, soprattutto nei paesi anglosassoni a competizione bipolare/bipartitica (ci provò anche, malamente e tardivamente, il PC/PDS), come se si preparasse a stare all’opposizione- che potrebbe, comunque, essere il suo destino dopo il 4 marzo. Di Maio sta cercando di “fare ombra” sia al centro-destra, nel quale è in corso uno scontro en plein soleil di potenziali Primi ministri, sia al PD con il suo attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, (uno più puntuto dell’altro) e con molti aspiranti alcuni (tramanti) nell’ombra.

Preso atto che la lista dei ministri di Di Maio non appare ricca di personalità quanto, piuttosto, povera di esperienza politica e quindi splendidamente rappresentativa dell’ideologia e della pratica delle Cinque Stelle, interpreterei la sua presentazione precoce come un omaggio un po’ maldestro (ma anche un po’ sinistro) alla logica delle istituzioni e della competizione politica. Infatti, è innegabile che da molte parti venga spesso la richiesta, soprattutto nelle elezioni comunali, di fare conoscere in anticipo la squadra dei governanti come se le squadre fossero automaticamente un valore aggiunto. Certo, se Virginia Raggi avesse fatto conoscere in anticipo la sua squadra avrebbe anche potuto in anticipo procedere al raffinato gioco di dimissioni, sostituzioni, nuove nomine etc. Non so se Di Maio ha fatto tesoro di quella (non)esperienza. Credo, invece, che, magari senza esserne del tutto consapevole, senza forse neanche volerlo sta comunicandoci qualcosa di importante. Il Movimento Cinque Stelle sta proseguendo la sua lenta marcia nelle istituzioni cominciata nella confusione in Parlamento cinque anni fa. Prolungata non splendidamente nei lavori parlamentari facendo “crescere” qualche competenza, la marcia pentastellata nelle istituzioni è approdata al riconoscimento del ruolo e dei poteri del Presidente della Repubblica. Le modalità del riconoscimento sono piuttosto pasticciate e contengono anche un ingenuo tentativo di condizionamento di Mattarella. Forse, vogliono persino essere una sfida ai Renzi e ai Berlusconi, ai Salvini e alle Meloni. Tutti costoro, soprattutto i primi due, hanno anche altre gatte da pelare e non hanno risposto adeguatamente. Tuttavia, se i famigerati intellettuali di riferimento, i giuristi (e i politologi) di corte dicessero alto e forte che tutto quello, nomina dei ministri compresa, che succederà dopo il 4 marzo avrà inizio esclusivamente con le consultazioni presidenziali ufficiali e con l’esercizio pieno dei poteri del Presidente sarebbe già un piccolo, ma utile passo avanti per tenere sotto controllo le conseguenze del voto prodotte da una brutta legge elettorale (mai abbastanza deprecata).

Pubblicato il 1 marzo 2018 su FondazioneNenniblog