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Non più invincibile. Dopo il referendum, quo vadis, Meloni? @DomaniGiornale

Aveva messo le mani avanti: non sono ricattabile. Detto fin dall’inizio della sua esperienza di governo, e ripetuto, con orgoglio, voleva essere un dato di fatto, ma anche un avvertimento. Comunque, non si erano intraviste manovre intese a ricattarla. Giorgia veleggiava di successo in successo, confortata e confermata sia da non poche vittorie elettorali sia dai sondaggi positivi per il suo governo e ancor più per le sue capacità personali e politiche di leadership. Sul piano internazionale, fra molte photo opportunities e sorrisi e baci, soprattutto, con il MAGAPresidente Trump, ma anche con i più diffidenti capi di governo dell’Unione Europea, ad eccezione di quell’invidioso di Emmanuel Macron, era addirittura un trionfo. Molto più che nemo propheta in patria. La sua già non contenuta autostima cresceva vieppiù. Sì, di tanto in tanto bisognava fare i conti con i richiami severi, ma felpati, del Presidente della Repubblica, con il quale quei conti sarebbero stati chiusi una volta approvato il premierato.
Sì, c’era anche l’imprevedibilità degli strabordanti comportamenti del non amato, ma necessario e utile, inquilino in Chief della Casa Bianca. Stargli vicino era una faccenda di convenienza, ma anche di sincera convinzione. Serviva altresì a dimostrare autonomia dalle posizioni degli altri capi di governo europei, tranne il MAGhino Viktor Orbán, ma vuoi mettere l’importanza dell’Ungheria rispetto a quella dell’Italia!. Ma vuoi mettere le esternazioni imbarazzanti del Trump, ad esempio, sulla Riviera di Gaza e sulla Groenlandia, e le sue azioni deplorevoli e sanguinose, in Venezuela e contro l’Iran (con Cuba da soffocare senza fare troppo rumore). Né condannare né condonare, che fare?
Gli oppositori si facevano sgambetti reciproci con alcuni di loro sempre zelantemente pronti, copyright Ennio Flaiano, a correre in soccorso della vincitrice. E allora, mettiamo anche mano alla “riforma della Giustizia” da dedicare alla memoria di quel garantista liberale che fu Silvio Berlusconi. Nessun bisogno di aiuto da parte delle opposizioni in parlamento. Avanti tutta, forse fidandosi troppo (ah, il senno di poi) del Ministro Nordio (e della sua sbracata capo di gabinetto) fino alla richiesta/imposizione di un referendum nazional-popolare (“non sono ricattabile”) come ciliegiona su una torta di revisione costituzionale malfatta e controversa. Sentito, con qualche ritardo, per colpa non dei sondaggi, ma delle credenze e delle interpretazioni dei sondaggisti, il pericolo di un aumento progressivo (e progressista) dei NO, non restava che la oramai classica discesa in campo. Soltanto Giorgia con i suoi post sorridenti e suadenti (no, di stupratori e pedofili messi a scorrazzare in libertà non parlerò), con la sua auretta di invincibilità, poteva capovolgere il trend. Invece, apriti cielo, NO.
L’invincibilità termina il 23 marzo subito dopo le prime proiezioni. Non è che non si può cambiare la Costituzione. È che bisogna saperlo fare e farlo non contro qualcuno, non in chiave punitiva, ma con una prospettiva di diffuso miglioramento civile e politico. Da allora, scossa, la Presidente del Consiglio Giorgia MelonI entra meno sorridente in una seconda fase all’insegna della limitazione dei danni. Anzitutto, tardivamente “suggerendo” (non è il verbo che userebbe Daniela Santanchè) e ottenendo le dimissioni di un potente e sfrontato sottosegretario, ras del biellese, e della Ministra del turismo nel BelPaese, ma, non del Ministro Nordio, forse lasciandosi condizionare dalla paura del rimpasto, efficace strumento che i politici della cosiddetta Prima Repubblica maneggiavano con destrezza.
Esclude con qualche tormento le elezioni anticipate che impedirebbero il raggiungimento dell’agognato traguardo del governo di legislatura. Mette sul piatto una proposta di legge elettorale truffaldina congegnata non tanto per impedire un moltissimo improbabile pareggio, ma per rendere difficile la vittoria delle sinistre e per nominare i parlamentari. Rimane e lavora il tarlo della non invincibilità. Se il successo genera successo, come dicono gli inglesi, le sconfitte generano sconfitte? L’ardua sentenza alla politica, agli elettori.
Pubblicato il 1 aprile 2026 su Domani
I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.
Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.
Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?
Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.
Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani
Gianfranco Pasquino: “Brutto testo quello sul premierato” @LaPortadiVetro Domani sera #27novembre ad Alessandria dibattito con Mario Deaglio

Intervista di Alberto Ballerino
Gianfranco Pasquino e Mario Deaglio si confronteranno domani, 27 novembre, sui problemi del nostro paese, tra economia e politica, nella sede dell’associazione Cultura e Sviluppo in piazza De André ad Alessandria. Un’occasione importante per riflettere su una fase storica complessa con due tra i più originali intellettuali italiani.

Una transizione infinita? Politica ed economia dalla fine del Novecento a un futuro da riprogettare è il titolo dell’appuntamento, in occasione del quale si parlerà anche dell’ultimo libro di Pasquino, In nome del popolo sovrano. Potere e ambiguità delle riforme in democrazia (Egea). Un volume in cui vengono dati giudizi molto severi, a partire dalle riforme fino ad oggi fatte o proposte. “Mediocri – ci dice l’autore -, alcune sbagliate e respinte dai referendum”. Tra le più importanti finora attuate c’è sicuramente quella dell’articolo V sulle autonomie e il decentramento amministrativo. “Gli italiani non hanno mai capito bene cosa significa avere il decentramento. In realtà tutto va ripensato, tenendo presente che siamo in Europa: il decentramento deve creare delle entità autonome in grado di rapportarsi direttamente ad essa. Non vedo nessuno in grado di farlo. Probabilmente l’unico con idee valide in materia era Gianfranco Miglio, che però esagerava perché era interessato soprattutto alle regioni del nord. Oggi non c’è un vero federalista e abbiamo una cattiva distribuzione del potere tra le varie regioni”.
Sulle riforme al centro del dibattuto politico attuale è molto duro. Per quanto riguarda quella sulla giustizia, ritiene che sia sbagliata e diretta a consentire al potere politico di controllare quello giudiziario: “Nordio ha avuto una battuta infelice ma rivelatrice, dicendo che bisogna riequilibrare i poteri con la politica, dando più poteri a quest’ultima. Non è così che si fanno le riforme della giustizia: credo che sia giusto andare al referendum, il quale peraltro deve essere chiesto dagli oppositori e non dal governo perché altrimenti è un plebiscito. E ai plebisciti si risponde con un No”.
Altrettanto negativo il giudizio sul premierato: “Il testo è pessimo perché spacca uno dei principi cardine del costituzionalismo democratico come la separazione dei poteri e cambia la forma di governo, da parlamentare a non parlamentare, direi extra parlamentare e forse anti parlamentare. Una riforma brutta che mira a togliere i poteri al presidente della Repubblica di nominare il capo del governo (scelto dagli elettori) e di sciogliere il Parlamento (sciolto dal capo del governo o dalla sua maggioranza). Il governo avrebbe più poteri del presidente della Repubblica, mentre, invece, il dualismo è indispensabile nel funzionamento del parlamentarismo italiano”.
Tra l’altro, per quanto riguarda le attività degli organi costituzionali, è proprio sulla presidenza della Repubblica che vanno i giudizi migliori: “Recentemente è quello che ha funzionato meglio. Il governo ha avuto alti e bassi mentre il Parlamento non è riuscito ad acquisire una sua autonomia. Funziona positivamente quando ci sono parlamentari capaci altrimenti non va particolarmente bene, va riformato. Per avere un Parlamento potenziato bisogna utilizzare una legge elettorale decente mentre l’attuale non lo è”.
Oggi, Pasquino sarebbe favorevole a una sola riforma: “Quella del voto di sfiducia costruttivo. Il capo del governo viene eletto direttamente dal Parlamento, in seduta congiunta eventualmente, e può essere sostituito soltanto da una maggioranza assoluta che abbia la capacità di eleggerne un altro. Questo responsabilizzerebbe il capo del governo, le maggioranze parlamentari e farebbe fare un salto di qualità all’intero sistema. Tutto il resto va bene così com’è. Nessuno di noi, né oggi né ieri, è in grado di fare meglio dei costituenti. Quella italiana è un’ottima Costituzione”.
Se non è ricattabile Meloni faccia i nomi dei suoi ricattatori @DomaniGiornale

Sono oramai diverse, di recente nel brutto caso del capo della polizia giudiziaria libica Almasri, le occasioni nelle quali Giorgia Meloni ha affermato con forza “non sono ricattabile”. Mi pare giusto volerne sapere di più, meglio se, invece che con un messaggio social, la Presidente del Consiglio rispondesse a opportune e appropriate richieste in Parlamento. La sottolineatura della sua non ricattabilità, evito il terreno strettamente personale, significa che in politica, nel passato e oggi vi sono (state) persone ricattabili. Costoro non hanno potuto agire liberamente poiché erano sotto tiro, minacciati sul piano del loro privato (ma a quanta privacy ha diritto chi ha conquistato cariche pubbliche che incidono sulla vita dei loro concittadini?) e, sono costretto ad azzardare, delle modalità della loro carriera politica e del loro esercizio del potere di rappresentanza e di governo. Non faccio ipotesi di nomi, ma non sarebbe fuori luogo chiedere che la Presidente del Consiglio rivelasse chi è/sono oggetto della sua comparazione implicita.
Il messaggio della non ricattabilità può avere come destinatari, non tanto gli oppositori i quali, conoscessero qualcosa di rilevante e di imbarazzante, ne avrebbero già fatto uso, quanto, da un lato, coloro che stanno nel suo entourage come alleati e sostenitori, dall’altro, i cosiddetti, mai meglio specificati, poteri forti intenzionati a opporsi e combattere qualsiasi scelta e decisione vada a loro scapito. Naturalmente, questi poteri forti si mobiliterebbero, lo hanno già fatto nel passato, contro qualsiasi governante che intenda ridurne le rendite di posizione, ridimensionarne i privilegi, rendere inefficaci gli eventuali tentativi di ricatto. Fuori i nomi, sarebbe più facile debellarli.
Informare i cittadini della situazione e denunciare apertamente e con precisione chi sono i ricattatori del governo e dei governanti è sicuramente un imperativo democratico. Dichiararsi non ricattabili senza fare massima chiarezza quantomeno sulle eventuali fattispecie e sfide non è una strategia politica adeguata. Sembra piuttosto una forma di esorcismo.
Non dovendo rispondere a nessuna opinione pubblica e potendo decidere rapidamente (è questa la qualità che i critici delle democrazie invidiano e vorrebbero imitare?) gli autoritarismi possono permettersi pratiche ricattatorie a piacimento, tutte le volte che le ritengano necessarie e utili. Poiché, sperabilmente tengono in grande considerazione la vita dei loro concittadini, tutti i governanti democratici, che si sentono responsabili dei loro comportamenti, sono costantemente esposti agli spregevoli e spregiudicati ricatti dei dirigenti autoritari.
Non intendo discutere se sia giusto oppure sbagliato, accettabile oppure riprovevole, da parte dei governanti democratici cedere ai ricatti ai quali ricorrono i governi autoritari. Talvolta è, semplicemente, assolutamente inevitabile. Meglio procedervi trasparentemente dopo avere resa edotta l’opinione pubblica. Non ragion di Stato, ma consapevolezza condivisa per evitare il peggio. Lo scambio fra il terrorista iraniano Abedini e la giornalista italiana Cecilia Sala è l’esito del ricatto esercitato dagli ayatollah di quella teocrazia oppressiva repressiva. Non è del tutto infondato ipotizzare, in attesa che la Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia Nordio, il ministro degli Interni Piantedosi, il sottosegretario Mantovano forniscano le informazioni relative al rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica, responsabile di torture, Almasri, che esponenti libici di rilievo abbiano in effetti ricattato il governo italiano. Sapere in che modo per ottenere che cosa consentirebbe forse di evitare di trovarsi esposti a ricatti simili in altre circostanze. Proprio perché personalmente Giorgia Meloni non si ritiene ricattabile dovrebbe procedere a spiegare perché e come il governo italiano e indirettamente le regole e le istituzioni della nostra democrazia sono state ricattate. Sarebbe utile per impedire che situazioni simili si ripresentino nel futuro.
Pubblicato il 2 febbraio 2025 su Domani
Un Presidente della Repubblica molto persuasivo
In questi giorni i cosiddetti quirinalisti si affannano a difendere preventivamente il Presidente della Repubblica da eventuali, possibili critiche provenienti dalle opposizioni. Secondo molti di loro che conoscono, o almeno così dicono, i retroscena meglio della Costituzione, il Presidente sarebbe sostanzialmente obbligato dall’art. 87 a autorizzare la presentazione alle Camere del disegno di legge sulla riforma della giustizia. Però, non solo ancora non conosciamo il testo preparato dal Ministro Nordio, già ampiamente criticato su punti molto importanti, abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma già sappiamo che Mattarella ha avuto un lungo colloquio con la Presidente del Consiglio Meloni proprio su alcuni punti rilevanti. Più che ipotizzabile, è certo che il Presidente della Repubblica abbia sollevato numerose obiezioni di merito.
I quirinalisti, ma non solo, sottolineano che in questi colloqui e in altri, a seconda dei casi, il Presidente esercita la cosiddetta moral suasion. Quanto si tratti di persuasione morale è tutto da vedere e valutare. Molto più probabile è che il Presidente abbia messo in chiaro le sue perplessità suggerendo alla Presidente del Consiglio i cambiamenti necessari che non potranno essere solo cosmetici. Su almeno due aspetti, il Presidente deve essere stato molto fermo. Primo, nessuna parte della riforma può contraddire i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, ad esempio nel contrasto alla mafia. Secondo, nessuna riforma può essere congegnata come punitiva nei confronti dei magistrati. Agitare il cosiddetto garantismo che, un giorno bisognerà pure declinare nelle sue componenti, non implica affermare che i magistrati e coloro che li sostengono siano tutti “giustizialisti” e operino schiacciando e travolgendo i diritti dei cittadini.
Il Presidente della Repubblica conta sull’accettazione da parte del governo di alcuni suoi rilievi. Sa anche che il governo potrebbe procedere senza tenerne conto, caso nel quale la sua autorizzazione non mancherà, ma verrà accompagnata da sue osservazioni puntuali derivanti dalla Costituzione e da quello che vige in Europa. Dopodiché, nel dibattito parlamentare, sperabilmente non troncato da apposizioni di voti di fiducia, maggioranza e opposizioni decideranno se e quali modifiche accettare e introdurre. A norma di Costituzione il testo che sarà approvato dal Parlamento tornerà sulla scrivania del Presidente (anche questo Mattarella ha sicuramente ricordato con cortesia istituzionale a Giorgia Meloni) che ha la facoltà di promulgarlo oppure di restituirlo al Parlamento con le sue critiche ai punti discutibili e anche con le indicazioni su come cambiarli e migliorarli. Questa procedura sì merita di essere configurata come in buona misura “moral suasion”. Certo, qualora la maggioranza di governo procedesse imperterrita senza cedere su nessun punto, si aprirebbe una situazione a dir poco delicatissima.
Pubblicato AGL il 16 luglio 2023