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VIDEO Come si fanno/dovrebbero fare le riforme elettorali e quelle costituzionali?
Intervento a “L’Italia possibile” Verona 13 dicembre 2015
Modificare l’Italicum si deve
Finita la piccola, inferiore alle aspettative, bagarre del rimpicciolito Senato, giá si ricomincia a parlare di modifiche all’Italicum, legge elettorale approvata all’inizio di maggio cioé poco piú di sei mesi fa. Forse il Senatore a vita Giorgio Napolitano avrebbe fatto meglio a esprimere le sue perplessità in materia e il suo invito a modifiche nella lunga fase di gestazione della legge elettorale. Non avrebbe dovuto stupire lui né i critici e gli estimatori del Ministro Boschi che esiste un collegamento fra riforma del Senato e legge elettorale per la Camera. Da soli, il ministro e il suo Presidente del Consiglio non erano in grado, ma probabilmente neppure volevano, cogliere il collegamento poiché le loro riforme elettorali e costituzionali sono all’insegna dello spezzatino. A sua volta, Forza Italia si é accorta tardivamente che le conseguenze di alcuni elementi dell’Italicum sembrano fatte apposta per impedirle di arrivare al ballottaggio. Le sparse minoranze del Partito Democratico non hanno combattuto nessuna vera battaglia per conquistare un sistema elettorale migliore. Hanno preferito scaramucce di poco conto e nessun impatto cosicché Renzi e Boschi hanno avuto quello che volevano, non tutto, trovandosi, peraltro, obbligati a non pochi cambiamenti nei dettagli della legge rispetto al non impeccabile testo originario, ma parecchio resta ancora da fare. D’altronde, il “tutto” che i renziani perseguivano finiva per essere sostanzialmente un Porcellum appena ripulito che l’attualmente silente Corte Costituzionale non avrebbe potuto e non dovrebbe digerire.
I piccoli aggiustamenti di cui si discute in questi giorni di rilassatezza post-Senatum sono sostanzialmente cosmetici tranne uno. Il premio in seggi dato alla coalizione vincente e non, come è ora scritto nella legge, alla lista é un ritocco importante ancorché non decisivo. La struttura rimane quella di un sistema elettorale proporzionale modificato (alcuni direbbero snaturato) da un premio di maggioranza che rischia anche di essere cospicuo. Con l’Italicum così com’è non si puó fare di meglio, ma sicuramente abolire le candidature multiple, fino a dieci collegi, é una semplice misura di decenza político-elettorale. Quanto ai capilista bloccati é un punto renzian-boschiano irrinunciabile, indispensabile per garantire loro il controllo del gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati.
Temo che sia troppo tardi per fare quella che Vittorio Foa chiamerebbe la “mossa del cavallo”: spiazzare tutti riproponendo, come ha fatto Stefano Folli in un commento su “Repubblica”, una versione del maggioritario francese: doppio turno in collegi uninominali. Per di più, Folli é fin troppo buono. Vorrebbe anche garantire ai piccoli partiti, molti dei quali, in quanto figli minori di scissioni trasformistiche, proprio non se lo meritano, un diritto di tribuna. Bastasse questo per “andare in Francia”, il sacrificio lo si potrebbe fare. Si otterrebbe un sistema elettorale, non cosmeticamente, ma sostanzialmente diverso e sicuramente migliore del non collaudato Italicum.
Nel frattempo é auspicabile che si esprimano tutti coloro che hanno, per tempo, espresso critiche e manifestato riserve. Non é neppure esagerato, data l’importanza del tema “legge elettorale” in una democrazia che vorrebbe cambiare i rapporti fra cittadini ed eletti, ascoltare che cosa ha in mente Napolitano. Insomma, senza nessun rischio di essere accusato di tramare contro la Repubblica, anche il relatore del Mattarellum, sistema elettorale non perfetto, ma nettamente migliore dei suoi due successori, potrebbe farci sentire il suo autorevole parere.
Se il Presidente Mattarella, non soltanto perché parla dal Colle, ma anche alla luce del suo passato (come sarebbe bello sapere come ha votato il giudice costituzionale Mattarella sia sulla “non reviviscenza” del Mattarellum nel 2010 sia sulla macellazione del Porcellum nel 2014), intervenisse, la sua autorevole voce riuscirebbe ad avere un impatto di cui molti, ancorché non tutti, gli sarebbero grati. Potrebbe essere il momento che “definisce” la sua Presidenza. Ovviamente, per chi sa ascoltare e correggersi.
Pubblicato AGL il 19 ottobre 2015
Articolo 138. Referendum o plebiscito?
Ho letto una bellissima frase di Emma Bonino:
“penso sempre che siamo persone d’altri tempi, possibilmente quelli futuri“.
Dice e ripete il governante Renzi, aggiunge e insiste la Ministra Boschi: “chiederemo un referendum sulle riforme istituzionali”. Dovranno spiegare come poiché l’art. 138 è assolutamente limpido nella sua statuizione relativa a chi e quando può chiedere un referendum su riforme costituzionali. Anzitutto, il referendum non può tenersi se le riforme sono state approvate in seconda lettura dai due terzi della Carnera e del Senato. Incredibilmente, il governo Renzi ha addirittura fatto balenare l’opportunità di impedire agli eventuali due terzi di manifestarsi nel voto affinché si possa tenere il referendum! A proposito dei due terzi, qualche ineffabile costituzionalista non-riformatore ha addirittura suggerito che l’art. 138 fosse riformato imponendo per l’approvazione di qualsiasi riforma costituzionale una maggioranza di due terzi con l’esito molto probabile che nessuna riforma sarebbe mai approvata oppure soltanto quelle di bassissimo livello, piccole variazioni, “razionalizzazioni” in politichese. Semmai, dovrebbe essere proprio il contrario: riforme approvate da qualsiasi maggioranza sono tutte sottoponibili a referendum.
Fermo deve restare che qualsiasi referendum costituzionale è facoltativo, mai obbligatorio. Spetta, se lo desiderano, a un quinto dei parlamentari oppure cinque consigli regionali oppure cinquecentomila elettori, richiedere il referendum. Da nessuna parte sta scritto nella Costituzione italiana, che non ha ancora settant’anni…, che il governo ha la facoltà e il potere di imporre un referendum sulle sue riforme. Sì, lo so che i corifei di Renzi-Boschi, i costituzionalisti di corte (aspiranti alla Corte costituzionale) diranno gonfiando il petto e impostando la voce, pardon il twitter, che non sarà il governo a chiederlo, ma il Partito Democratico. La sostanza non cambia. Anzi, forse, peggiora. Il segretario del Partito Democratico farà quello che annuncia il Presidente del Consiglio. Imporrà ad un quinto dei “suoi” parlamentari e a cinque consigli regionali di attivarsi. No, non avrà voglia di (fare) raccogliere le firme. Non esageriamo. Lette le carte (sì, è un’allusione a un precedente fatto di bugie e di inganni), i parlamentari del PD, molti più di un quinto sicuramente, per offrire lo spettacolo di una forza unita e convinta, chiederanno il referendum costituzionale. Poi si mobiliteranno per andare a spiegare ai loro elettori, che, però, trattandosi di parlamentari nominati, manco li conoscono, i contenuti di un eccellente pacchetto. Debbo chiedere scusa una seconda volta. Niente parlamentari sul terreno, on the ground. Andranno Renzi e Boschi in televisione, forse addirittura a RaiTre, pacificata, in radio, in interviste, anche a “Sorrisi e Canzoni”. Poi ci saranno valanghe di tweet e qualche messaggio non troppo lungo, appena sgrammaticato, su Facebook. “Italiani, confermate che felicità è passare dal bicameralismo perfetto al bicameralismo striminzito e pasticciato”. No, no: non voglio fare una lezioncina su parole e concetti. Ce lo chiede l’Europa di fare le riforme, magari chiamandole con il nome giusto, e bicameralismo perfetto è, come capisce facilmente chi appena appena si mette a pensare, senza correre, espressione sbagliata. Bicameralismo paritario, simmetrico, indifferenziato.
Il nome giusto di un referendum con il quale il capo del governo chiama il popolo a scegliere fra le riforme fatte da lui e l’opposizione che, almeno in quella forma, non le vuole, è plebiscito. Da un lato, il sedicente riformatore che dice di rappresentare il popolo (oh, sì, c’è anche una striscia di populismo nell’appello plebiscitario); dall’altro, quelli che remano contro. Resta da vedere se almeno il Ministro Boschi chiederà ai cittadini di andare a firmare anche per il referendum abrogativo della legge elettorale Italicum ovvero se il suo partito userà i suoi potenti mezzi. Coerenza vorrebbe che sì, proprio l’Italicum più di qualsiasi altra legge, poiché è quella che regola i fondamentali rapporti fra i cittadini e i loro rappresentanti, fosse sottoposta al giudizio degli elettori. Non si può abrogare in toto, ha ripetutamente sentenziato la Corte Costituzionale, nessuna legge elettorale. No problem. L’on. Boschi, ne sono sicuro, chiederà saggiamente il ritaglio abrogativo dei tre punti più controversi, in ordine crescente di importanza: le candidature multiple; il premio di maggioranza alla lista; e i capilista bloccati. Insomma, il cammino delle riforme è tutt’altro che terminato. Discutendone apertamente sia per il plebiscito sia per il referendum abrogativo, usciremo tutti meglio informati che è proprio quello che Renzi e Boschi dall’alto della loro cultura politica e istituzionale desiderano per noi italiani.
Articolo scritto per il Laboratorio della contemporaneità della Casa della Cultura
Insicurezza e tracotanza del premier
La decisione di Renzi di porre la questione di fiducia sugli articoli della legge elettorale è, al tempo stesso, un segno di insicurezza e un messaggio di tracotanza. E’ lecito porre la fiducia sulle leggi ordinarie che un capo del governo consideri essenziale per la sua attività e per gli impegni presi con gli elettori, anche se l’Italicum non è mai stato presentato agli elettori. E’ sbagliato vedervi aspetti di incostituzionalità e prodromi di derive autoritarie. Tuttavia, di fronte ad un dissenso sia delle minoranze interne al PD sia del contraente dell’oramai dissolto Patto del Nazareno, Renzi avrebbe potuto ascoltare e forse cambiare alcuni meccanismi discutibilissimi e tutt’altro che “europei”. Non c’era, non c’è nessuna fretta poiché, comunque, la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia. Entrerà in vigore il 1 luglio 2016 quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata.
Evidentemente insicuri delle loro scelte e delle loro argomentazioni, Renzi e Boschi hanno preferito tappare la bocca ai dissenzienti, facendo, grazie alla richiesta di fiducia, cadere gli emendamenti e rinunciando a migliorare una legge alquanto imperfetta che dà la garanzia di consegnare una maggioranza parlamentare ampia al partito vittorioso, ma non di produrre effettiva governabilità. Renzi ha usato del voto di fiducia anche per dimostrare, per l’appunto, con tracotanza, di essere in controllo non soltanto della Camera dei deputati, ma soprattutto del suo gruppo parlamentare e del suo cosiddetto Partito della Nazione. Nei confronti delle minoranze, il segretario del Partito Democratico/Capo del governo ha applicato un metodo che chiamerò della tenaglia. Da un lato, con una lettera assolutamente inusitata ai segretari dei circoli del PD ha richiesto sostegno e disciplina in nome della “dignità” del partito (meglio tutelabili escludendo subito tutti, ma proprio tutti gli inquisiti). Forse voleva dire della “responsabilità” del partito di governo nei confronti, presumo, dei suoi declinanti e mutevoli iscritti e dei votanti alle primarie che lo incoronarono. Dall’altro, ha fatto balenare chiaramente la possibilità di non ricandidare i dissenzienti, cosa che potrà fare data l’ampia maggioranza di cui gode nell’Assemblea nazionale del PD, ponendo termine a carriere politiche di lungo, ma anche di breve corso.
Dal canto loro, le minoranze non hanno saputo costruire una visione condivisa delle riforme necessarie. Inoltre, non sono riuscite a sconfiggere quello che è attualmente il senso comune: è ora di fare le riforme. Chi non le fa oppure le impedisce non giova agli interessi del paese. Anche se i sondaggi indicano, inesorabili, che gli italiani si dividono quasi a metà fra i favorevoli e i contrari all’Italicum, Renzi sa che la convinzione che una nuova legge elettorale è indispensabile è molto più diffusa. Non gli è stato difficile spingere gli oppositori nell’angolo dei conservatori fannulloni istituzionali che portano la responsabilità di anni di riforme non fatte. Ha anche potuto criticare con successo Forza Italia per la sua incoerenza: favorevole al Senato, contraria al testo nella stessa stesura adesso in votazione alla Camera. Insomma, Renzi ha dimostrato grande astuzia e enorme capacità di manovra. Certamente, continuerà con le stesse tattiche e con simili rivendicazioni di riformatore anche nei due prossimi voti di fiducia. I numeri della prima fiducia sono appena inferiori a quelli sperati. Il rischio si paleserà nel voto segreto sul testo complessivo della legge sul quale il governo non può porre il voto di fiducia.
Qualcuno pensa di continuare la battaglia chiamando in causa il Presidente della Repubblica, ma probabilmente all’orizzonte l’unico ostacolo vero che si intravede è la valutazione che potrebbe venire dalla Corte Costituzionale. L’Italicum è una brutta legge, ma non è né la prima né l’ultima brutta legge approvata dal Parlamento italiano. Per adesso, quello che conta è vedere quanto grande sarà lo sconquasso interno al Partito Democratico e quanto e come influenzerà le prossime scelte/riforme del Presidente del Consiglio.
Pubblicato AGL 30 aprile 2015
Un anno fra realtà e fanfare
Né Mussolini né Tony Blair, ma neppure De Gasperi, nessuna delle analogie usate per definire Matteo Renzi nel giorno in cui il suo governo ha compiuto un anno appare appropriata e illuminante. Sono fuori luogo anche le accuse rivoltegli in maniera polemica, spesso dettate da frustrazioni politiche, di essere “un uomo solo al comando”. Non forte come Mussolini, non brillante come Blair, non efficace come De Gasperi, Renzi non è affatto solo. Si è circondato di amici e collaboratori di vecchia data (il giglio più o meno magico) e può contare su un rapporto molto intenso sia con l’indispensabile sottosegretario Graziano Del Rio sia con il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi. Lui aggiungerebbe che lo sostengono milioni di elettori. Tuttavia, le sue regolarmente bellicose dichiarazioni servono a rafforzare la sua non granitica sicurezza poiché Renzi è consapevole di essere molto meno “al comando” di quello che desidererebbe. Per esempio, dall’Unione Europea gli hanno sempre fatto capire che, forse, qualche aggiustamento “europeo” sarà fattibile, ma che è opportuno che il capo del governo italiano i compiti a casa li faccia e li faccia con volenterosa applicazione.
In Europa, non soltanto Renzi non comanda, ma è meglio per (quasi) tutti gli italiani, che sono diventati un po’ troppo euroscettici, che obbedisca. In qualche misura, sapendo che il sistema italiano non è abbastanza efficiente e flessibile, Renzi cerca di ottemperare, ma, attenzione, tutti i dati macro-economici svelano che l’Italia non cresce abbastanza, anzi, quasi niente, e non cresce in fretta. Allora, l’uomo non solo e non al comando deve spostare l’attenzione da risultati finora non entusiasmanti a promesse ancora eclatanti, ma soprattutto va alla ricerca e alla demonizzazione dei colpevoli. Quanto più i presunti colpevoli gli sono vicini tanto meglio. Quindi, è la minoranza del Partito Democratico, la vecchia guardia non ancora rottamata, a offrirgli il destro, pardon, il bersaglio migliore e più facile. In altri tempi, l’accusa era (nell’espressione usata da Berlusconi) di “remare contro”. Adesso l’accusa oscilla dal gufare al rosicare, mentre Renzi, non diversamente da Berlusconi, ostenta ottimismo e lancia speranze.
Rimanendo nell’ambito di coloro che si muovono nell’ampia area di sinistra, gli altri responsabili, se le annunciate riforme non vanno abbastanza bene e non abbastanza in fretta, sono la CGIL e la FIOM. Colpito da improvvisa popolarità, conseguenza delle sue numerosissime prestazioni televisive, il segretario della FIOM Maurizio Landini è assurto al ruolo di bersaglio privilegiato di Renzi. La CGIL di Camusso è già stata liquidata, ovvero “disintermediata” che, nella neo-lingua renziana, significa non più da consultare. Non c’è bisogno di interloquire con il più grande sindacato italiano. Invece, è opportuno mettere nell’angolo Landini in previsione di un suo ingresso in politica (fin troppi sindacalisti sono già nelle file dei parlamentari del PD), magari alla guida di una lista Syriza all’italiana.
Nessuna di queste battaglie mediatiche è davvero necessaria a governare meglio (e di più) il paese e il suo sistema socio-economico, ma con la complicità di non pochi operatori dei massa media ogni battaglia serve a sviare l’attenzione. In occasione dell’anniversario è meglio non guardare alle riforme iniziate con grande fanfara, ma ancora non completate, ed è consigliabile non valutare approfonditamente contenuti e qualità delle riforme delle provincie, della legge elettorale e del Senato. In maniera beffarda, non da solo, ma sostenuto “senza se e senza ma” dai suoi due vicesegretari e dai suoi più stretti ministri, il capo del governo attacca un po’ tutti da posizioni di forza. Renzi dà l’impressione di essere effettivamente al comando, ma gli effetti positivi del suo comando sul sistema socio-economico tardano a vedersi. Quel che soprattutto manca è la costruzione di un consenso ampio e convinto, segno distintivo dell’azione politica degli statisti. L’Italia di Renzi non corre nessun rischio di derive autoritarie. Galleggia e le poche riforme finora completate sono servite in pratica a far sì che non vada a fondo.
Pubblicato AGL 25 febbraio 2015

