Home » Posts tagged 'Movimento 5 Stelle'

Tag Archives: Movimento 5 Stelle

Quando le sorti del governo dipendono da un megalomane al 2% #intervista #SputnikItalia

L’Italia si è svegliata di punto in bianco nel mezzo di una crisi di governo. A fare il primo passo in questa assurda danza è Matteo Renzi, malato di protagonismo, che con solo il 2% dei voti potrà però influenzare le sorti del governo. Un Paese schiacciato dall’emergenza sanitaria ed economica si ritrova senza un governo.

Intervista raccolta da Tatiana Santi

Dopo l’annuncio da parte del leader di Italia Viva Matteo Renzi delle dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti si attendono ora le mosse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quali sono i possibili scenari di questa crisi? Sputnik Italia per destreggiarsi nei meandri della politica italiana e del suo nuovo stallo ha raggiunto Gianfranco Pasquinopolitologo, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

— Professore Pasquino, perché Renzi ha provocato una crisi di governo in piena pandemia?

— La pandemia non c’entra niente. Renzi innanzitutto è un megalomane, quindi vuole essere sempre al centro dell’attenzione degli italiani, in questo caso evidentemente anche degli europei. Ha colto un’occasione sfruttando questo momento di difficoltà anche perché qualcuno sostiene che Conte non stia lavorando abbastanza bene. È un momento per così dire “opportuno”. Renzi inoltre pensa di riuscire a scompaginare il sistema partitico italiano, questo sfruttando un po’ il malcontento che si trova nel Movimento 5 stelle, qualche presa di posizione di insoddisfazione all’interno del Partito Democratico, e forse anche trovando sostegno da Forza Italia. Matteo Renzi sta cercando di ristrutturare il sistema partitico italiano nel quale uno come lui, che se è fortunato arriva al 3% dei voti, avrà però una grande influenza nella formazione dei governi.

— Quali sono i possibili scenari secondo lei adesso? Conte può resistere?

— Si tratta di semplici speculazioni. Posso dirle quello che si può fare.

  • Innanzitutto bisogna tenere conto che la crisi in qualche modo viene anche controllata dal Presidente della Repubblica. Non si può avere nessuno scioglimento del Parlamento se il Presidente della Repubblica non è d’accordo.
  • Non si può quindi andare ad elezioni immediatamente.
  • Il presidente della Repubblica ha anche la possibilità di incaricare un nuovo governo.
  • Conte inoltre può decidere di continuare fino ad un possibile voto di sfiducia esplicito nei suoi confronti.
  • Infine Conte può andare in Parlamento e chiedere un voto di fiducia, che non è la soluzione preferita da Mattarella. Se venisse sfiduciato non può essere reincaricato, qualora non venisse sfiduciato potremmo benissimo avere delle dimissioni “tattiche” di Conte e poi un reincarico immediato da parte del Presidente della Repubblica.

— Le elezioni non sono da escludere?

— No, non sono da escludere, sono una delle possibilità. Non mi pare però la variante più probabile, può succedere, ma al momento non credo.

— Com’è vista questa crisi dall’estero e da Bruxelles in particolare?

— L’Europa ci ha sempre guardato con una certa diffidenza e un certo sospetto. Gli italiani assumono degli impegni e poi non li portano a compimento. L’Europa si era rassicurata, perché Conte era credibile a livello europeo, a Bruxelles pensavano che gli italiani finalmente avrebbero fatto ciò che debbono a prescindere dalla pandemia. L’Europa ha attribuito all’Italia un sacco di soldi, si aspettano che in Italia arrivino i progetti fatti in maniera adeguata, compresi gli obiettivi e la tempistica.

Se c’è una crisi di governo tutto questo diventa molto più difficile, quindi gli europei sono molto preoccupati e ci guardano dicendo che stiamo sciupando una grande occasione, la quale probabilmente non ci si presenterà più.

— L’attenzione di questi giorni sarà tutta puntata sulla crisi politica, la grave situazione economica degli italiani verrà messa in secondo piano? Quanto durerà questa crisi?

— Penso che questa crisi duri poco, si andrà rapidamente ad una conclusione, il tutto verrà concordato fra Mattarella, Conte e immagino il Partito Democratico. È una crisi che si può svolgere seconda una serie di tappe in cui alcuni passaggi sono possibili e altri immediatamente impossibili.

Pubblicato il 14 gennaio 2021 su Sputniknews

Pazienza e giudizio. Pasquino spiega perché Conte neanche barcolla @formichenews

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa Corriere e Repubblica (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di Formiche.net che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Ho la propensione a pensare che il professor Conte non avesse fra le sue letture preferite i “Quaderni del Carcere”. Visti, però, i suoi comportamenti come Presidente del Consiglio dei Ministri in una coalizione che va dalla Sen. Barbara Lezzi al Sen di Scandicci Matteo (Ghino) Renzi, ritengo che nel suo studio da qualche parte abbia appeso una frase di Gramsci: “la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa “Corriere” e “Repubblica” (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di “Formiche” che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Da qualche settimana, lo sport è diventato quello di imporgli il rimpasto minacciando/annunciandogli la sua sostituzione per gennaio 2021. Palesemente convinto e lieto di potere mangiare il panettone ancora a Palazzo Chigi, Conte ha continuato nel suo lavoro, con stile e con metodo. Lo stile è non perdere mai la pazienza (tranne con Salvini). Il metodo è molto limpido: “lasciare che tutti i fiori [della critica] sboccino” e appassiscano.

Vale a dire che le critiche, spesso pretestuose e prive di qualsiasi costrutto, formulate a fini quasi esclusivi di visibilità, hanno le gambette corte e fanno pochissima strada. Alcune di quelle critiche a lui rivolte riguardano lotte interne ai pentastellati o ghiribizzi di Italia Viva. Sulla riforma del MES i/le Cinque Stelle hanno dato (quasi) il peggio di sé: non ideologia (che è troppo esigente), ma idiosincrasia che naturalmente non va e non porta da nessuna parte. Conte ha anche assistito, credo molto incuriosito, all’acrobazia di Berlusconi e sono certo ha apprezzato il nobile dissenso e la efficace motivazione di Renato Brunetta a favore del MES.

Qualcuno sostiene che dietro Conte starebbe il Presidente della Repubblica Mattarella. Sono per l’appunto i dietrologi. In verità, Mattarella non sta affatto dietro a nessuno e non le manda a dire. “Armato” della Costituzione e di una cultura politica democratico-progressista, esperto della politica italiana che ha “praticato” con la schiena diritta, Mattarella si limita di tanto in tanto a fare opportuni richiami ai protagonisti che, invece di dichiarare, dovrebbero studiare. Avendo fatto qualche ripasso, Conte conosce i testi giusti, anche, evidentemente, quelli europei suggeritigli cortesemente da Angela Merkel e Ursula von der Leyen. Li ha già adoperati con loro felice sorpresa per trattare con coerenza e intransigenza (e con non scarso successo).

La trattativa nello stivale italiano sarà alquanto più complicata anche per lo scontro (non di civiltà, ma) di personalità. Dalla pazienza, che sicuramente manterrà con grande elegante aplomb, Conte è stato chiamato da Del Rio all’umiltà di (Papa) Francesco (non di san Francesco che quei miliardi li avrebbe tutti investiti per sora acqua e sora natura). Per il PD che deve disarmare Italia Viva il richiamo è a una governance che, nelle intenzioni del rottamatore d’antan, riduca il ruolo (e il numero) dei tecnici nominati da Conte e aumenti i politici scelti dai capi dei partiti finora coalizzati. Per Conte non sarà affatto un problema. Lentamente gradualmente con juicio ridimensionerà la sua effettivamente esagerata task force cercando di mantenere il controllo che conta.

L’omelia natalizia che deve portare almeno fino a gennaio inoltrato sarà ricca di riferimenti e di approfondimenti. La pazienza rivoluzionaria consentirà di “scavallare”. Buon 2021.

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su formiche.net

Mes o non Mes, non esiste vincolo di mandato per i parlamentari

Noi che pensiamo e sappiamo che i parlamentari debbono agire “senza vincolo di mandato”, proprio come sta scritto nell’art. 67 della Costituzione, dobbiamo difendere questo diritto sempre. Dunque, siamo convinti “non da oggi” che: deputati e senatori dei Gruppi Misti, di Cambiamo, dei più o meno Responsabili e dissenzienti di varia provenienza hanno tutti, senza esclusione alcuna, il diritto di votare secondo coscienza e scienza (quello che sanno). Poi, se vogliono, ma qualcuno lo ha già fatto, spiegheranno perché. Sarebbe molto bello se potessero farlo nei loro collegi uninominali!

Se guardiamo al problema riforma del MES e accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette, potremmo anche chiedere a coloro che vorrebbero imporre il vincolo del mandato se hanno la possibilità di valutare in qualche modo che gli elettori dei parlamentari delle 5 Stelle hanno voluto, in effetti, impegnare con il loro voto i candidati che stavano eleggendo. Non mi pare che il 4 marzo 2018 il MES sanitario facesse parte del dibattito pubblico e neppure del non-programma del Movimento 5 Stelle. Dunque, nessuno, ma proprio nessuno dei parlamentari pentastellati (così come, in realtà, nessuno degli altri parlamentari) può sentirsi in qualche modo vincolato ad un mandato che non può avere ricevuto.

Naturalmente, il discorso deve essere allargato poiché, anche se non vogliamo e non potremmo ottenere parlamentari vincolati a impossibili mandati, siamo in molti a pensare che qualche forma di disciplina di voto e di coerenza politica tutti i parlamentari dovrebbero sicuramente averla. Chi accetta (se non, addirittura, sollecita e impone) la candidatura in un partito, salvo eccezioni clamorose, sta dichiarando di condividere la visione politica di quel partito e anche, più o meno completamente, il programma che quel partito sottopone agli elettori e sul quale i candidati fanno campagna elettorale. Una volta nei banchi di Camera e Senato gli eletti hanno l’obbligo politico e la responsabilità di cercare di trasformare il programma in leggi, in decisioni il più coerenti possibile con le indicazioni programmatiche. Non sarà affatto facile in un eventuale governo di coalizione nel quale bisogna sempre tenere conto delle preferenze programmatiche di ciascuno e di tutti i partiti facenti parte della coaIizione e dei loro parlamentari.

Voti contro il programma di governo concordato sono accettabili soltanto, a mio parere, se lo scostamento rispetto al programma del proprio partito è molto grande giungendo a sovvertirlo o quasi. Qui sta, opportunamente motivato, un voto di coscienza in dissenso dal proprio partito e dal governo (che può condurre fino all’abbandono). Criticare questi parlamentari con le classiche, ma logorissime accuse di essere attaccati alle poltrone (mentre sono i critici quelli attaccati ai loro pregiudizi), non soltanto è almeno in parte, in qualche caso molto grande, sbagliato. In buona sostanza è l’ennesima manifestazione di un brutto antiparlamentarismo che non muore mai, condito con una spruzzatina di maleodorante populismo.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su huffingtonpost.it

Tensione M5S-Pd, Pasquino: “Ecco perché il governo non cadrà sul Mes” #intervista #SputnikItalia

Intervista raccolta da Alessandra Benignetti

Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, intervistato da Sputnik Italia, il premier Giuseppe Conte sul Mes avrà la maggioranza anche grazie ad una parte di Forza Italia e ai “responsabili” del gruppo misto. E sull’ipotesi del rimpasto attacca: “Chi gestisce Lavoro e Trasporti va sostituito”.

“Non cadrò sul Mes”, ha assicurato il premier Giuseppe Conte al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Ma con la maggioranza spaccata sul Fondo salva-Stati e una pletora di grillini dissidenti che promettono di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, chi salverà il governo? Sputnik Italia lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Siamo sull’orlo di una nuova crisi di governo?  

— Io credo che il M5S non si possa permettere la sfiducia nei confronti di Conte perché per loro sarebbe una sconfitta. Un governo Conte–Pd è un governo che hanno voluto i Cinque stelle quindi se votano contro Conte, votano contro sé stessi. Se vogliono fare i conti all’interno del movimento è un’altra storia. Però credo che alcuni di loro siano, nonostante quello che leggo, sufficientemente razionali da sapere che non è quello il luogo dove si fanno i conti e che devono contarsi da un’altra parte.

— Quindi cosa succederà?

— Troveranno una soluzione, qualcuno voterà in dissenso, qualcun altro non ci sarà, perché al Senato se uno esce non conta dal punto di vista numerico. Ci sono tutta una serie di escamotage che possono sfruttare.

— E poi, chi arriverà in soccorso di Conte?

— Una parte di Forza Italia probabilmente vuole evitare di far cadere il governo, e lo farà nel segreto dell’urna se questo è necessario. Altrimenti anche assumendosi le sue responsabilità, perché il partito non è più riconducibile al dominio di Berlusconi. In secondo luogo c’è un numero consistente di parlamentari che hanno lasciato i loro gruppi e sono finiti nel gruppo misto, questi sono a maggior rischio di non rielezione e quindi certamente non vogliono creare una situazione che porti alle urne. Possiamo chiamarli responsabili, e in questo caso visto che si tratta di un voto molto rilevante si tratta di responsabili nel senso positivo della termine. Questo è sufficiente a garantire al governo una maggioranza, seppur risicata.

— Ha ragione, quindi, Conte a dire che non cadrà sul Mes?

— Le do una notizia: per una volta Pasquino è d’accordo con Conte.

— Cosa significherà per il M5S?

— Il partito in quanto tale non esiste, esiste un raggruppamento di uomini e donne che hanno avuto un sacco di voti nelle elezioni del 4 marzo del 2018 e si barcamenano. Sono disposti a transigere su una serie di materie, di tanto in tanto alzano il tiro, prendono le distanze e così via, però sanno che oramai non hanno nessun luogo dove andare. Devono rimanere al governo perché l’alternativa è tornare a casa. Per qualcuno è un problema di coscienza, perché ci crede davvero, per altri è un problema di convenienza, perché non ci credono ma sanno di non avere scelta.

— Per ora un rimpasto sembra escluso, non ci sono le condizioni?

— Le condizioni per un rimpasto ci sono ma non bisogna porre la questione in maniera vaga. Bisogna dire: ‘ci sono due o tre ministri i quali non hanno fatto abbastanza bene’. Bisogna dare una valutazione. I vari schieramenti devono dire apertamente se ci sono persone migliori da poter mettere in campo per quest’ultima fase della legislatura. Detto ciò, se dire ‘ci vuole un rimpasto’ non significa nulla, rispondere ‘non ci vuole un rimpasto’ significa ancora meno. Significa che il premier pensa di non essere in grado di trovare persone migliori, questo secondo me è preoccupante. Ci sono sicuramente due o tre ministri che possono essere sostituiti da persone un po’ più capaci.

— Ci dica i nomi…

— Le dico prima chi non sostituirei. Non è sicuramente il ministro dell’Istruzione (Lucia Azzolina, ndr) che da mesi è sottoposta ad attacchi brutali non giustificati. Ciò premesso mi limito a chiederle: funzionano bene i trasporti in questo Paese? Hanno fatto tutto quello che era necessario per portare i ragazzi a scuola e da scuola a casa? E ancora: funziona bene il mercato del lavoro, viene fatto tutto il necessario per creare posti di lavoro o per difenderli in maniera adeguata?

— Pensa che questo governo arriverà alla scadenza naturale della legislatura?

— Sicuramente il governo farà tutto il possibile per arrivare all’appuntamento del 2022 per l’elezione del presidente della Repubblica. Il che di per sé non significa che riuscirà ad eleggerlo, perché a quel punto il voto dei singoli avrà una enorme importanza. Dovranno scegliere una candidatura adeguata e questo non sarà facile.

— Insomma, una crisi è esclusa nonostante le profezie di Renzi, che a La Stampa ha detto che dubita che l’attuale squadra riuscirà ad arrivare al 2023?

— Renzi può anche fare una crisi di governo ma poi ne pagherà il prezzo, visto che il suo partito non raggiunge neppure il tre per cento. La prospettiva è quella di rimanere fuori dal Parlamento, a meno che non faccia un patto con il Pd, operazione non facilissima ma non impossibile.

— Cosa farà Conte?

— Penso che Conte non vorrà fare il presidente della Repubblica e neppure un partito suo. Mi auguro che nei prossimi due anni il governo non si limiti a stare a galla ma a navigare. E a navigare anche velocemente, perché deve fare davvero dei buoni progetti per far tornare il Paese a crescere, altrimenti staremo tutti male per chissà quanti anni.

— Anche perché l’Europa ci guarda…

— L’Europa ci guarda e ha le sopracciglia alzate quando pensa all’Italia.

Pubblicato il 5 dicembre 2020 su SputnikNews

Quer pasticciaccio brutto sul MES

Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.

   Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.

Pubblicato AGL 4 dicembre 2020

Così Di Maio s’inventa statista di protesta (e di proposta)

“Statisti” non si nasce, si diventa. È un processo lungo, spesso tormentato, qualche volta l’esito è un riconoscimento postumo (sì, siete autorizzati a fare gli scongiuri di rito). Nel 2005, quando divenne Cancelliera per la prima volta, pochissimi pensarono che Angela Merkel si sarebbe trasformata in una statista. Ammetto che il paragone con Luigi Di Maio che, sicuramente, statista non nacque, è comunque alquanto azzardato, ma se pensiamo ai loro rispettivi punti di partenza, il tragitto compiuto dal già due volte ministro del Movimento 5 Stelle è lungo assai. Poco più di un anno fa celebrava con un ballo da balcone l’abolizione della povertà. Da qualche mese, pure in una fase molto difficoltosa del Movimento in declino accertato, Di Maio assume atteggiamenti responsabili. Sembra (però, non voglio dubitare più di tanto) avere capito, contrariamente a molti fra i Cinque Stelle, ma anche negli altri partitini italiani, che la situazione politica e sociale in Italia è molto brutta e che le soluzioni debbono essere non proclamate, ma impostate con cura e fatte maturare. Finalmente s’è reso conto, non è l’unico nel Movimento, ma temo per lui che non sia neanche in maggioranza, che bisogna passare dalla protesta a qualcosa di più della proposta, alla traduzione concreta in comportamenti e, se del caso, leggi. Peraltro, la protesta non può essere del tutto abbandonata, meno che mai lasciata a disposizione di Alessandro Di Battista e dei suoi pasdaran. Deve, invece, essere governata. Continuerà ad esistere poiché per un periodo indefinito di tempo molte cose in Italia (e persino in Europa) non andranno come vorremmo. Protestare è, spesso, giusto, sono i modi della protesta a diventare talvolta deplorevoli e, sobriamente, Di Maio ha lasciato intendere che in effetti lui li “riprova”.

   Paradossalmente il passo indietro che ha fatto da leader del Movimento a esponente autorevole nonché ministro che impara il suo mestiere ne hanno fatto una voce ascoltata poiché non esprime soltanto ambizioni personali. Ha già avuto molto, dunque, non ha bisogno di sgomitare. Per di più grazie alla deroga alla regola dei due mandati potrà svolgerne anche un terzo, quindi, può proiettare il suo pensiero, la sua azione e la sua non automaticamente censurabile ambizione (e ne ha, eccome, ed è legittima) anche oltre l’orizzonte del secondo governo Conte. Quel governo e quel capo di governo li deve difendere non soltanto perché sono anche il prodotto, il secondo più del primo, di sue preferenze e di sue scelte, ma perché ha capito che la stabilità politica è indispensabile per chiunque intenda conseguire efficacia per le politiche che attua.

   Il futuro del governo è strettamente collegato con il futuro del Movimento. Di Maio non è l’unico ad avere capito che soltanto se il governo Conte dura, e giungendo a fine legislatura potrà vantare buoni risultati, compreso il superamento della pandemia, il Movimento potrà riacquisire almeno alcuni dei troppi voti che i sondaggi tetragoni danno per perduti dal marzo 2018 ad oggi. Di Maio ha capito che quei voti non risorgeranno da un bagno di opposizione nel quale il Movimento rischierebbe di annegare. Infine, il suo personale processo di apprendimento, finora più politico che istituzionale, ha portato di Di Maio a rendersi pienamente conto dell’importanza di una posizione aperta nei confronti dell’Unione Europea che è, ma questa è la mia opinione personale, l’àncora di salvezza per il sistema politico e economico italiano. Essere Ministro degli Esteri ha comportato la necessità di apprendere molte lezioni e di farlo in maniera accelerata vedendo anche che grama e triste è la vita dei populisti nel Parlamento europeo.  

Non possedendo qualità di introspezione psicologica, sono costretto a cercare consapevolmente nella dinamica dei sistemi politici le condizioni che influenzano quella che è la rilevante trasformazione della persona pubblica di Di Maio. Lo scriverò senza enfasi, ma in maniera solenne. Ancora una volta (in precedenza è toccato a Berlusconi, ma ne vediamo l’esito soprattutto adesso) la democrazia parlamentare ha dimostrato di essere tutt’altro che una forma debole di governo. Impedì a suo tempo molte violazioni ai governi di centro-destra e alle loro cospicue maggioranze parlamentari. Con i suoi vincoli, con le sue regole, precise, ma, entro certi limiti, anche flessibili e adattabili, ha accolto il Movimento 5 Stelle e lo ha costretto a svolgere la sua azione “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il nuovo Di Maio è anche la conseguenza apprezzabile delle costrizioni politiche e costituzionali esistenti e vitali nella Repubblicana italiana.

Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Domani

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020

Partiti, movimenti, riforme istituzionali. Diagnosi, in prospettiva comparata, sullo stato di salute della democrazia italiana, delle sue istituzioni e delle forze che ne costituiscono l’ossatura imprescindibile #intervista @Policlic_it

Intervista raccolta da Riccardo Perrone per
“Policlic l’informazione a portata di clic” n 5

Nel pieno di un periodo drammatico, segnato dall’esplosione globale della pandemia di COVID-19, si è svolto in Italia un importante referendum confermativo, inerente alla riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, che ha sancito la vittoria dei Sì con il 69,6%. Delle conseguenze di questo responso e di molto altro – dall’evoluzione di partiti e movimenti alle riforme istituzionali, con riferimenti all’attualità politica – abbiamo avuto il piacere di parlare con Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, autore di numerosi e importanti volumi, l’ultimo dei quali – Minima politica. Sei lezioni di democrazia (Utet, 2020) – è da poco nelle librerie

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita e alla proliferazione di una serie di movimenti collettivi, che rappresentano un importante strumento di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: si pensi ad esempio ai movimenti femministi, ambientalisti, o a quelli più recenti quali il movimento “Black Lives Matter” negli Stati Uniti e quello delle “Sardine” in Italia. La nascita e il successo di questi movimenti sono determinati esclusivamente da una spontanea iniziativa di cittadini che si uniscono per perorare una determinata causa, o sono invece dovuti anche all’azione “dall’alto” da parte di qualcuno che dà origine ai movimenti, conferendo loro organizzazione e visibilità?

Ci sono due interpretazioni che considero importanti per analizzare come nascono i movimenti. Da un lato c’è l’interpretazione classica weberiana, secondo cui i movimenti sono in qualche modo il prodotto di insoddisfazioni diffuse, alle quali dà inizio un imprenditore politico, che trasforma questa “effervescenza” – termine utilizzato da Max Weber – in qualcosa di più concreto, in un movimento. Sono persone che si mettono insieme per un qualche scopo. Poi lo scopo può essere preciso, o può essere invece abbastanza vago, e quindi naturalmente può attrarre diverse persone a seconda della chiarezza dello scopo. Questa interpretazione mi pare adeguata. Naturalmente, Weber procede sostenendo che il movimento deve riuscire poi a istituzionalizzarsi, altrimenti o consegue lo scopo e finisce lì, oppure non consegue lo scopo e i suoi componenti si disperdono.

L’altra interpretazione è quella di Alain Touraine, grande sociologo francese, secondo cui in tutte le società vive nascono movimenti. Se una società è viva e vivace, produrrà dei movimenti. Ci sono persone che si incontrano, sulla base di identità, interessi, ideali comuni, e che danno vita a un movimento che può essere più o meno grande. Nel caso di “Black Lives Matter” ci sono alcuni elementi che sono certamente weberiani, nel senso che c’è un’insoddisfazione abbastanza diffusa. È difficile trovare un leader in questo caso, perché l’America è un Paese geograficamente vasto e perché i grandi leader di colore in questo momento non ci sono. Questi sono movimenti che nascono qualche volta all’interno di situazioni specifiche e che vengono rappresentati, per esempio, attraverso la televisione. Non c’è in questo momento un vero e proprio leader del movimento, che è frammentato, cioè si trova in più zone a seconda dei casi, dei contesti, delle sfide.

Con riferimento alla situazione italiana, possiamo osservare come negli ultimi venticinque, trent’anni si sia verificato un sostanziale cambiamento delle caratteristiche e del ruolo dei partiti. Un tempo erano strumenti e organizzatori della vita sociale dei propri iscritti, attualmente invece sono percepiti come “insegne elettorali” o poco più, che contemplano in misura notevolmente minore la partecipazione di iscritti e simpatizzanti alle loro attività. Quali sono a suo parere le cause di questi mutamenti?

I partiti italiani sono declinati in maniera visibile a partire dal 1992-94, ma la loro crisi era iniziata già prima, quando non si erano in nessun modo rinnovati, quando non avevano capito fino in fondo che cosa significasse, non solo per il mondo occidentale, ma soprattutto per l’Italia, la caduta del muro di Berlino. E da allora, soprattutto dopo l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, buona parte dei partiti è entrata in una dimensione di crisi, di difficoltà che non era soltanto organizzativa, ma anche e soprattutto culturale. Oserei dire che è scomparsa la cultura politica di ciascuno di quei partiti, e la maggior parte di essi si è trasformata in partiti personali – cioè sono quello che il leader, popolare nella fase di conquista, è o vuole essere. E oggi ci troviamo di fronte a uno schieramento partitico in cui c’è un unico componente che si chiama partito, il Partito Democratico, mentre tutti gli altri hanno deciso di prendere altri nomi perché l’elettorato non gradisce più i partiti. Questo è il punto fondamentale: nessuno gli ha spiegato a cosa serve un partito, che tipo di compiti svolge, che è indispensabile per la democrazia, perché raggruppa opinioni che si fanno anche politiche pubbliche.

Per di più non c’è più nessuna cultura politica. Adesso vediamo qualcosa che sta maturando, ma è difficile dire che sia già una cultura politica, in particolare sulla destra dello schieramento. Da un lato c’è Salvini, che peraltro ha abbandonato l’idea del federalismo e della indipendenza della Padania, e quindi ha ridotto la sua cultura politica semplicemente ad atteggiamenti anti-europei, anti-migranti – Salvini è contro qualcosa, non è chiaro a favore di cosa sia. Dall’altro c’è un atteggiamento sotterraneo, in Salvini e forse un po’ di più in Giorgia Meloni, che definiamo “sovranismo”; ma che il sovranismo rappresenti una vera e propria cultura politica, è difficile dirlo. Io direi che è improbabile che lo sia in questa fase: deve probabilmente essere meglio declinato, e non vedo nemmeno il teorico del sovranismo.

Vedo anche determinate frange di sovranismo nelle file della sinistra che sta al di fuori del PD. Il PD è coerentemente europeista, e quindi potrebbe vantare quella cultura, se qualcuno la elaborasse. Invece al momento è soltanto un atteggiamento, o meglio una sensibilità. Il PD ha sensibilità europeiste, e questo va benissimo. Che abbia una cultura politica complessiva è difficile dirlo. Quando nacque nel 2007, sostenne che era “il meglio delle culture politiche” e che avrebbe messo insieme ambientalismo, riformismo, cattolicesimo democratico e così via, dimenticandosi ad esempio del socialismo che in questo Paese ha rappresentato una storia di riformisti veri, e non è riuscito a dar vita a una cultura politica. Di volta in volta è “il partito di”: è stato forse il partito di Veltroni, è stato forse un po’ di più il partito di Renzi, fa fatica a diventare il partito di Zingaretti perché quest’ultimo non ha la capacità comunicativa che avevano sia Veltroni sia Renzi.

Questa è la situazione italiana, nella quale i partiti cambiano poco a seconda del tipo di leadership che hanno, ma non riescono in realtà a strutturarsi: sono spesso evanescenti, salgono e scendono dal punto di vista elettorale, vanno al governo o perdono ruoli di governo, ma non lasciano traccia. Siamo in una situazione, come direbbe Bauman, sostanzialmente liquida, e questo naturalmente non è un bene, perché i partiti nascono con la democrazia, e possiamo dire che la democrazia nasce con i partiti, si regge sui partiti; e se i partiti sono deboli, la qualità della democrazia è naturalmente abbastanza bassa.

Per quanto si è appena detto, mi sembra evidente che gli attuali partiti italiani non possano essere definiti “partiti di massa”. Come possiamo definirli, “partiti di quadri”, “partiti pigliatutti”? O invece è necessario teorizzare una nuova categoria ad hoc?

Questi sono partiti personali, che si reggono soprattutto sulle qualità, sulle caratteristiche – perché qualche volta non sono vere e proprie qualità – dei leader, e quindi si spostano a seconda del modo con il quale il leader si sposta, a seconda del successo che ha. E i partiti personali sono inevitabilmente legati alla persona del leader, e quindi possono diventare sufficientemente forti, sempre dal punto di vista elettorale, ma anche perdere consenso in maniera molto rapida. Questa è la situazione di fondo. Non c’è più nessun legame con il passato, con quelle categorie che lei giustamente evocava, perché quelle categorie sono finite. Certamente nessuna delle organizzazioni esistenti oggi in Italia può essere definita di massa. Se c’è un’organizzazione ancora di massa, forse è il sindacato CGIL, e tutte le altre sono organizzazioni al massimo di quadri, peraltro non particolarmente preparati, oserei dire. In qualche caso più che politici direi burocratici; questo è il caso anche della CGIL.

Secondo la fondamentale teoria dei cleavages, elaborata a metà degli anni Sessanta da Rokkan, i partiti politici riflettono “fratture sociali” ben definite. Possiamo considerare tuttora valida questa teoria? Quali sono le divisioni, i conflitti all’interno della società di oggi, che i partiti provvedono a rappresentare e in qualche modo a istituzionalizzare?

Rokkan raccontava una storia europea, che secondo me va bene fino ad un certo punto. Infatti si riferiva all’Europa occidentale: non poteva raccontare quella storia per l’Europa orientale e naturalmente non poteva raccontarla per i Paesi anglosassoni al di fuori del continente europeo – ma in realtà neanche per la Gran Bretagna. Quindi una teoria che era affascinante, ma da parecchi punti di vista limitata geograficamente.

Quello che è successo è che la maggior parte di quei cleavages sono fondamentalmente scomparsi. Oggi non parliamo più, ad esempio, del cleavage città-campagna: semmai il cleavage è nella città, tra i centri cittadini e le periferie; questo possiamo dirlo anche per gli Stati Uniti, ad esempio. Oggi è difficile dire che ci sia un cleavage che riguarda la religione nei Paesi occidentali, perché la religione è diventata molto meno influente dal punto di vista politico. Ci sono ancora partiti che hanno un aggancio alla religione, per esempio i partiti democristiani, che fondamentalmente sono gli ultimi rimasti. Non sono partiti marginali, sia chiaro – si veda su tutti il caso tedesco – però per il resto il cleavage tra i laici e i religiosi in Italia è sostanzialmente inesistente, nonostante i ripetuti richiami alla necessità di un partito cattolico.

Per quanto riguarda i cleavages attuali, a Rokkan contrapporrei Altiero Spinelli, il quale ha sostenuto nel “manifesto di Ventotene” che a un certo punto non ci sarebbe stata più una distinzione classica tra destra e sinistra, ma la vera distinzione sarebbe stata tra i sostenitori di un’Europa politica unificata e federale e coloro che invece sono contrari. Quindi potremmo dire che il cleavage che sta sorgendo, e che potrebbe caratterizzare alcune competizioni politiche, è quello tra i sovranisti, che vogliono mantenere il potere all’interno della propria nazione, e gli europeisti, che sono invece disposti a condividere la sovranità a livello europeo. Questo è quello che mi pare in corso, e mi pare più importante rispetto alla categoria di “populismo”. Marine Le Pen non è una populista, ma è certamente una sovranista.

Anche Orban secondo me è molto meno populista di quel che si dice, ed è invece un sovranista, e così via. Potremmo andare alla ricerca di questo in molti contesti: in Svezia c’è un partito, chiamato “Democratici Svedesi”, che è sicuramente un partito sovranista; in Finlandia, credo si chiamino “Veri Finlandesi”. Credo si possa dire che non ci sono più i cleavages tradizionali, e anche quello economico tra i lavoratori e i proprietari dei mezzi di produzione mi pare molto ridotto nel suo impatto. Oggi dobbiamo preoccuparci più dei finanzieri e dell’accentramento di risorse nelle loro mani.

Quali sono i principali fattori che hanno determinato negli ultimi anni l’ascesa del Movimento 5 Stelle? Quali elementi di novità ha apportato al sistema politico italiano?

In un sistema politico nel quale l’elettorato era già privo di convinzioni molto forti, i 5 Stelle portano un attacco deciso al sistema in quanto tale, alle élites, e da questo punto di vista contenevano ovviamente un corposo grumo di populismo. I 5 Stelle hanno inoltre sfruttato e strumentalizzato l’insoddisfazione nei confronti della politica, che c’è sempre stata in Italia, ma che era ben visibile alla fine degli anni Duemila e agli inizi dello scorso decennio. Naturalmente hanno usato con successo, come abbiamo visto, la loro critica al Parlamento. Tutto questo nasce dalla famosa battuta di Grillo: “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”, e porta a tutto quello che ne consegue, dal limite dei mandati all’imposizione di un vincolo di mandato. Usavano dunque tutti gli elementi di anti-parlamentarismo, anch’essi molto diffusi nel contesto italiano. Quindi l’insoddisfazione secondo me è il cardine di questo tipo di propaganda, non la proposta di soluzioni, che sono state tutte semplicistiche e, tranne pochi casi, assolutamente inattuabili. Su molti elementi, infatti, i 5 Stelle al governo hanno poi cambiato posizione.

Quest’insoddisfazione è destinata a rimanere. Trovo curiosi i commentatori secondo cui ci sarà una scomparsa del Movimento 5 stelle: non ci sarà una scomparsa, e in realtà non ci sarà neanche una scissione, perché sia Di Maio che Di Battista condividono l’insoddisfazione nei confronti di quelli che i commentatori considerano i due poli, e c’è un’insoddisfazione politica nei confronti del funzionamento del sistema. E allora qui l’elemento paradossale è che Conte – a cui mi riferisco come persona e come capo del governo – riesce a far funzionare il sistema, ma nella misura in cui il sistema funziona, si riduce l’insoddisfazione e quindi si riduce il numero di persone che vanno a votare per il M5S. Il paradosso è che perde voti perché ha successo a livello nazionale, come partito di maggioranza relativa, e ha successo il loro candidato, colui da loro prescelto per guidare il Governo. Però l’insoddisfazione continuerà a rimanere, non più al 33%, che è quello che hanno ottenuto nelle elezioni del marzo 2018, ma intorno al 15-16%, che è quello che i sondaggi danno loro fino a questo momento. Se poi ci fossero altri motivi di crisi, allora forse potrebbe crescere la percentuale di elettori, perché crescerebbe l’insoddisfazione.

Il Movimento, trovatosi alla prova del governo, sta tenendo fede ai propri valori [il termine sia inteso nella sua accezione neutra, NdR] e propositi delle origini?

Non lo so. Non lo so perché faccio fatica a vedere i valori delle origini. Qualcuno dovrebbe riprendersi le 5 Stelle e dirci che cos’erano esattamente, perché non me lo ricordo più. Ma per esempio sull’ambiente – se il Governo finalmente farà un piano ambientale per l’Italia, anche per avere i fondi europei – lì terranno fede alla loro impostazione. Hanno anche tenuto fede a cose che ritengo abbastanza marginali, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari o l’abolizione dei vitalizi – cioè alcune cose che riguardano sì la politica, ma in un certo senso anche la “pancia” dei cittadini italiani. E io non sono mai dell’idea di alimentare la pancia: bisogna alimentare il cervello, qualche volta anche il cuore, la passione, ma non la pancia; è meglio stare a dieta, magri, agili, capaci di cambiare idea, capaci di imparare.

Ciò detto, al governo hanno fatto delle cose che hanno certamente soddisfatto i loro elettori, e altre che non hanno avuto lo stesso effetto. Su alcune cose in realtà si impuntano perché non hanno abbastanza conoscenze: ad esempio sul MES per le spese sanitarie dirette e indirette insistono a dire “No”, e sbagliano sicuramente. Hanno anche cambiato atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, e questo è stato molto positivo. Però non si può dire se abbiano tradito i valori delle origini. Se i valori delle origini consistevano nello scaraventare il sistema nell’abisso, erano valori da non condividere, e soprattutto impossibili da attuare. Per il resto un po’ di cambiamenti li hanno anche introdotti: credo che facciano bene, ad esempio, a rivendicare il reddito di cittadinanza, anche se si poteva tradurre molto meglio in maniera concreta, e probabilmente verrà riveduto. Ci sono alcuni passaggi sui quali possono dire di aver fatto delle cose importanti, altri sui quali possono semplicemente dire: “Questo era impossibile, ce ne siamo resi conto, adesso cambiamo in buona misura quello che avevamo promesso”.

Non molto tempo fa, ho avuto occasione di leggere sul “Corriere della Sera” un interessante editoriale di Paolo Mieli, secondo cui la possibile alleanza strutturale tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle può rappresentare in prospettiva una riedizione del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Nonostante ci siano molte differenze, soprattutto di carattere storico e internazionale, coglie delle analogie tra i due tentativi di avvicinamento?

No, non ne colgo proprio nessuna. Come diceva lei, ci sono delle differenze straordinarie nel quadro internazionale, tra allora e oggi. Non vedo il PD come un vero successore del PCI, è un’altra cosa, molto più disorganizzata. E non credo che i 5 Stelle possano essere definiti come democristiani; sono anzi molto distanti da quel tipo di cultura e da quel tipo di insieme di classe politica che, le ricordo, era comunque una classe politica molto preparata, che arrivava in Parlamento dopo aver fatto un cursus honorum, aver ottenuto cariche, governato a livello locale e così via. No, mi pare un’analogia sbagliata, e soprattutto credo che siamo in un sistema partitico molto diverso. Allora il PCI era tecnicamente un partito anti-sistema che cercava una sua legittimazione attraverso il compromesso storico, mentre il M5S è stato in parte anche anti-sistema, ma non ha bisogno di legittimazione. E quindi siamo in una situazione di una democrazia parlamentare nella quale i partiti fanno alleanze; il M5S ha fatto un’alleanza di un anno con la Lega, dopodiché ha trovato un altro interlocutore e ha fatto un’altra alleanza. Per cui non vedo nulla di organico: in una democrazia parlamentare non ci sono cose organiche, strutturate, che rimangono lì per sempre. Più che al compromesso storico, dovremmo invece guardare per esempio alla Germania, dove i democristiani hanno fatto un’alleanza molto duratura con i liberali, poi questi ultimi si sono alleati con i socialdemocratici, che a loro volta si sono in seguito alleati con i verdi. Quindi le alleanze si fanno in Parlamento, non c’è nulla di organico, tutto è legato a programmi, a persone, a momenti storici, e naturalmente ai voti. Per andare al governo bisogna avere voti e seggi, e questo rende alcuni partiti potenzialmente di governo, mentre altri non ce la faranno mai.

Il recente referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha decretato la vittoria del Sì. Nella conseguente situazione che si è venuta a creare, quali sarebbero le principali riforme istituzionali da attuare?

È un discorso molto ampio e complesso, che non posso fare in questa sede. Però la premessa è: ci sono alcuni che sostengono che bisogna ritoccare la Costituzione, e altri che sostengono il contrario, perché non c’è una necessità vera in questo senso, e perché i riformatori sono inadeguati e farebbero solo pasticci. Questi ultimi esprimono una posizione alla quale sono sufficientemente vicino. Dopodiché si può fare riferimento a un passaggio che è stato suggerito, cioè accettare la riduzione del numero dei parlamentari in quanto si è in tal modo aperta una breccia nella Costituzione, attraverso la quale passeranno altre riforme. Se qualcuno crede a questo, deve poi naturalmente mettere mano ai guai che ha combinato con la riduzione del numero dei parlamentari. Alcuni dicono che a questi guai si può porre rimedio, ad esempio con la riforma dei regolamenti parlamentari. Mi pare abbastanza ovvio, però non sono convinto che non si potesse fare la riforma dei regolamenti parlamentari anche prima del referendum e della conseguente riduzione dei parlamentari. Se il Senato e la Camera non funzionano bene per colpa dei loro regolamenti, potevano essere riformati a prescindere dalla riduzione del numero dei parlamentari.

Qualcun altro dice che è venuto il momento di intervenire finalmente sul bicameralismo paritario, simmetrico ed indifferenziato; poi sento invece che ci sarà la riduzione dell’età dei votanti che eleggono i senatori, e quindi sostanzialmente l’elettorato sarà lo stesso, e quindi ciò non differenzia un bel niente. Non ho ancora capito se differenzieranno qualche funzione, qualche compito. Ma non vedo la proposta. Sento dire che finalmente la fiducia verrà data da Camera e Senato in una seduta congiunta, per evitare che il Presidente del Consiglio parli prima in un’aula, mandando lo stesso testo nell’altra, con due dibattiti diversi, ma mi pare una “riformetta” da niente. O il bicameralismo lo si prende sul serio, e allora serve per avere una doppia lettura dei disegni di legge, oppure non lo si prende sul serio, e allora si dovrebbe decidere di passare al monocameralismo.

Infine, si apre quella che in latino è detta vexata quaestio, ossia il tema della legge elettorale. La legge elettorale Rosato è pessima, punto. Deve essere riformata a prescindere da qualsiasi altro pasticcio sia successo nel sistema politico italiano. Abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, e quindi bisogna modificare la legge elettorale: certo, bisogna cambiare quella legge elettorale, ma qui poi si apre naturalmente il discorso di quali principi, criteri e obiettivi dovrebbero essere alla base di tale riforma, e quello che sento circolare è di nuovo una “riformetta”. Si vuole passare a un sistema elettorale proporzionale che non viene neanche definito bene; qualcuno si esercita nell’utilizzo di termini latini o presunti tali – germanicum, tedeschellum, adesso addirittura brescellum perché il presidente della Commissione Affari costituzionali si chiama Giuseppe Brescia.

In tutto questo c’è il fatto che in realtà i riformatori non vogliono darci una legge elettorale decente, e quindi vanno alla ricerca di questi piccoli meccanismi che favoriranno alcuni e sfavoriranno altri. Ma non sanno bene cosa sia la proporzionale, perché fra l’altro ci sono diverse varianti di sistemi elettorali proporzionali; e ricordo a tutti che quella che abbiamo usato in Italia dalle elezioni del 1946 a quelle del 1992, peraltro modificata con l’introduzione della preferenza unica, non era una brutta legge elettorale proporzionale, anzi era una delle migliori dal punto di vista della rappresentanza. Nessuno prende più in considerazione il maggioritario a doppio turno francese, in collegi uninominali, che invece è un’ottima legge elettorale. E quindi rimango qui contento, perché tutto questo mi consente di criticare, di scrivere articoli, ma come cittadino mi sento esasperato. Datemi una legge elettorale attraverso la quale il mio voto conti qualcosa.

Per quanto riguarda il rapporto tra sistema dei partiti e legge elettorale, ritiene che sia la legge elettorale a dover cambiare ogniqualvolta di registri un mutamento del sistema dei partiti, o viceversa deve essere quest’ultimo a doversi strutturare sulla base di una legge elettorale che resti il più possibile invariata?

Giovanni Sartori diceva che chi conosce un solo sistema politico, non conosce in realtà neppure quello, perché non può dire cosa è eccezionale e cosa è normale, se non è in grado di fare delle comparazioni adeguate. Andiamo allora a vedere quali sono gli altri sistemi politici, quelli di lunga durata, le democrazie che chiamerò ininterrotte. Le democrazie ininterrotte in Europa occidentale usano lo stesso sistema elettorale da quando hanno cominciato a votare: la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, usano sistemi elettorali proporzionali da quando hanno cominciato a votare, cioè tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Anche su questo Rokkan ha scritto delle cose memorabili, perché conosceva benissimo la Scandinavia, e conosceva anche la lingua di quei Paesi, dunque era in grado di scoprire molte cose rilevanti per il sistema elettorale e per quello che lui chiamava molto semplicemente “traduzione di voti in seggi”; e poi le varie clausole, dalla D’Hondt alla Hare alla Sainte Laguë e così via, anche qui c’è una varietà notevole.

Ma nella sostanza quei Paesi hanno iniziato a votare con una legge elettorale proporzionale, e continuano ad averla. Qualche volta hanno fatto dei piccoli ritocchi, per esempio alla clausola di esclusione, che in Svezia è del 4%, però non molto di più. La Gran Bretagna ha sempre utilizzato il suo sistema elettorale maggioritario a turno unico, in collegi uninominali. E questo serve naturalmente a dare certezze, sia ai partiti e ai candidati, sia agli elettori. Non richiede lo sforzo di imparare in continuazione come maneggiare un nuovo sistema elettorale che viene dato loro. Dopodiché sappiamo che la proporzionale è sostanzialmente debole dal punto di vista degli effetti che ha; può essere naturalmente rafforzata, non sappiamo però che tipo di impatto abbia sulla struttura dei partiti.

Di impatto notevole è sicuramente il sistema maggioritario inglese a turno unico; impone però l’organizzazione dei partiti? Credo sia sostanzialmente difficile dirlo, ma lo dirò nel seguente modo: i partiti si organizzano sulla base del collegio, è lì che devono essere forti, è lì che devono saper scegliere bene il candidato, è lì che devono saper convincere gli elettori. Diventano quindi dei forti constituency parties. Nel caso inglese i partiti sono relativamente forti perché i constituency parties trovano poi il modo di agganciarsi gli uni agli altri – questo non da adesso naturalmente, ormai è da almeno un secolo che lo fanno.

Nel caso italiano non so cosa succederebbe. Ma se mi si chiede che cosa preferisco, dico che preferisco i partiti organizzati su base locale, perché lì sono in grado di avere un rapporto vero con il loro elettorato. Non riesco a rispondere in maniera molto precisa, perché dovrei analizzare caso per caso. Sappiamo peraltro che i partiti nel resto dell’Europa sono prevalentemente migliori e più forti di quelli italiani: la Francia si è distrutta come sistema partitico, e infatti lì c’è un partito personale, quello di Macron; la Spagna è durata abbastanza a lungo, ma nel frattempo oggi è in una fase di transizione; restando in Europa meridionale, i partiti portoghesi hanno tenuto piuttosto bene, mentre nel caso greco c’è stato un collasso del sistema partitico, ed è ancora evidente il prodotto di quel collasso.

Come spiega il declino o comunque la flessione elettorale che i partiti socialisti hanno conosciuto negli ultimi anni?

Questa è una domanda tremenda. Il problema è molto grave. Non è del tutto corretto parlare di declino. Per fare degli esempi, il partito dei lavoratori svedese continua a essere partito di governo; il partito socialista è al governo in Finlandia, in una coalizione di cinque partiti; il partito laburista norvegese è spesso al governo, così come il partito socialdemocratico danese. Le ricordo che i socialdemocratici tedeschi, pur declinati in maniera considerevole, sono oggi un partito di governo, nella grande coalizione con i democristiani di Angela Merkel. I laburisti stanno probabilmente risorgendo, e oggi potrebbe persino essere che siano competitivi per vincere le elezioni. I socialisti portoghesi sono al governo, ed esprimono il capo del governo. Una parte di socialisti in Francia sono finiti nello schieramento organizzato da Macron, En Marche!. I socialisti in Austria sono un partito potenzialmente di governo.

Quindi i socialisti ci sono ancora. I socialisti e i comunisti sono spariti soltanto in questo Paese, è questo il punto. E la sparizione è stata, come dire, un “omicidio” [ride]. È stato un omicidio causato da coloro che hanno voluto il Partito Democratico. Hanno rinunciato esplicitamente alla tradizione socialista. Qualcuno potrebbe dire che Craxi aveva cooperato molto a far sparire il partito socialista. Però la sostanza è che l’Italia è il Paese che non ha più un partito socialista, di nessun tipo: socialista, laburista, di sinistra, riformista. Non posso contare quelli che un tempo venivano chiamati i “cespugli”, o i “gruppuscoli”, come Potere al Popolo o Rifondazione Comunista. Sono irrilevanti, naturalmente. Anche Sinistra Italiana è fondamentalmente irrilevante. Quindi dovremmo chiederci che cosa è successo qui, e le risposte sono abbastanza chiare. Da un lato i comunisti non si erano rinnovati, e con la caduta del Muro di Berlino si sono trovati in enorme difficoltà. Dall’altra i socialisti hanno subito il contraccolpo del declino del loro leader e del suo trasferimento in Tunisia. Infine, hanno rinunciato deliberatamente al socialismo, coloro che hanno dato vita al Partito Democratico.

Roma e Torino, due competizioni molto importanti per M5S e PD: in che modo possono trovare il modo di combinare i loro voti

Roma e Torino. I Cinque Stelle e il PD si scelgano i loro candidati. Li mettano in campo. Poi grazie al ballottaggio per l’elezione diretta del sindaco potranno fare convergenze e alleanze che gli elettori valuteranno. Democrazia elettorale al meglio.

I partiti devono cambiare. Ma attenti a cosa auspicate

Uno dei problemi più importanti e più gravi del sistema politico italiano è rappresentato dal sistema dei partiti. La sua caratteristica principale è di essere destrutturato. Vecchie organizzazioni politiche declinano, nuove organizzazioni politiche nascono, ma sono deboli e non si istituzionalizzano, tentativo che viene attualmente fatto, non con grande successo, dal Movimento 5 Stelle. Tutte queste organizzazioni, una sola delle quali utilizza la dizione partito: il Partito Democratico, sperimentano notevoli variazioni nel loro consenso elettorale da un’elezione all’altra. Quella che tecnicamente si chiama “volatilità elettorale” dipende certamente dall’insoddisfazione dei votanti nei confronti dei comportamenti dei dirigenti di partito, dei parlamentari, delle politiche prodotte, ma anche dalla inadeguata e variegata presenza delle organizzazioni politiche sul territorio. Infine, organizzazioni politiche sostanzialmente prive di una cultura politica, principi e valori, di riferimento, e dipendenti dalle leadership di turno, non possono riuscire ad acquisire consenso stabile nel tempo. Le, talvolta notevoli, fluttuazioni dipendono dalla precarietà della popolarità dei rispettivi leader. A tutto questo si aggiungono i cambiamenti delle regole del gioco elettorale che facilitano o impongono agli elettori di agire secondo le nuove opportunità. Ne consegue che nessuno può permettersi oggi di scommettere che il sistema dei partiti che scaturirà dalle prossime elezioni politiche non più tardi del marzo 2023 sarà simile a quello attuale.

I commentatori, costretti a seguire la quotidianità, spesso perdono di vista la struttura della situazione, qualche volta dimenticandosi anche delle loro precedenti affermazioni e valutazioni. Mi limito a alcuni pochi esempi. Non è coerente dichiararsi a favore di una democrazia bipolare e maggioritaria e poi lamentare la mancanza di un centro. Infatti, il centro, soprattutto se avesse un qualche successo elettorale, disporrebbe di un notevole potere, che Giovanni Sartori definiva di “ricatto”. Potrebbe, cioè, di volta in volta allearsi con il polo di destra oppure di sinistra, a determinate condizioni che lui stesso avrebbe il potere di dettare. La conseguenza è che una vera e propria alternanza non esisterebbe più. Al massimo, potremmo parlare di semi-rotazione, ma, comunque, dovremmo preoccuparci di un centro che si trova costantemente al governo. Gli stessi centristi, se avessero/hanno imparato la lezione dell’esperienza della Democrazia Cristiana, dovrebbero essere molto vigili.

   Sull’altro versante non è coerente annunciare vocazioni maggioritarie e perseguire alleanze dichiarate organiche proclamando la (quasi) assoluta necessità di una legge elettorale proporzionale. Qualsiasi legge di quel tipo, anche la migliore (quindi non la legge Rosato e neppure quella da qualche mese in discussione nella Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati), non soltanto implica, ma incoraggia i partiti a non fare nessuna alleanza preventiva (e neppure dichiararla), a correre da soli, a contarsi poiché è sul conteggio dei voti e dei seggi successivo all’esito elettorale che diventano plausibili, possibili e preferibili le alleanze di governo. Naturalmente, se l’esistenza di una legge elettorale proporzionale, da un lato, agevola la frammentazione dei partiti esistenti, in particolare, non punisce le eventuali scissioni (per fare un esempio, quella nel Movimento 5 Stelle), dall’altro, consente la nascita di nuovi partiti raramente non piccoli (“nanetti” li ha giustamente definiti Paolo Cirino Pomicino, per di più non accompagnati da Biancaneve) che potrebbero ulteriormente complicare la formazione di qualsiasi governo.

Naturalmente, i piccoli partiti difenderanno il diritto a nascere e a sopravvivere in nome del pluralismo. Potranno anche fare notare che la loro nascita è conseguenza della cattiva rappresentanza offerta all’elettorato dai partiti esistenti, alla quale promettono di porre rimedio con le loro capacità e il loro impegno. Non basteranno né l’una né l’altro a ristrutturare il sistema dei partiti italiani. La rappresentanza proporzionale fotografa la frammentazione esistente, ma non offre nessun incentivo al rafforzamento strutturale dei partiti. Comprensibilmente, ciascuno degli attuali gruppi dirigenti si preoccupa della sua sopravvivenza, ma non vuole scommettere sul futuro. L’esito inevitabilmente è/sarà more of the same.

Pubblicato il 7 ottobre 2020 su Domani