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Bettini o grillini, la democrazia nei partiti sarebbe utile. Sostiene Pasquino @formichenews
Dipendiamo dal pensiero di Goffredo Bettini per apprendere dove va e dove deve andare il Pd e dove andrà il sistema politico italiano. Qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità
Non mi sono noti i processi decisionali dei partiti/corsari protagonisti della politica italiana di cui discorre da par suo Sabino Cassese sulle pagine del “Corriere della Sera” (21 agosto 2020). So, però, che soltanto i corsari che avevano successo continuavano nella loro leadership, ma spesso c’erano ammutinamenti, ammirevoli richieste di democrazia (sic) partecipata e deliberativa. Non sono un grande estimatore di piattaforme decisionali le cui procedure non sono proprio trasparenti e i cui esiti non sono verificabili. Prendo, però, positivamente atto che il numero di aderenti al Movimento 5 Stelle che votano è regolarmente calcolabile in parecchie migliaia. Sono cifre che il Corsaro Nero, il mio preferito, non ha mai conseguito. Sono cifre che nessuno degli attuali partiti corsari è in grado di ottenere tranne il Partito Democratico quando organizza in maniera decente le primarie. Poi, succede che a un segretario così eletto, Nicola Zingaretti, venga contrapposto come potenziale successore un Presidente di regione, Stefano Bonaccini, che ha fatto poco più del suo dovere politico (e istituzionale): vincere da incumbent la rielezione nella regione Emilia-Romagna.
Primum vincere, sono d’accordo, ma talvolta persino i corsari si davano qualche obiettivo mobilitante aggiuntivo. Leggo che le scelte qualificanti del Partito Democratico sono state prese in maniera, lo scriverò pudicamente, irrituale. L’alleanza di governo con le Cinque Stelle è il prodotto della fervida immaginifica azione dell’ex-segretario Renzi, colui che il 4 marzo 2018, senza nessuna consultazione degli organismi dirigenti, buttò il suo partito all’opposizione. Se la memoria mi assiste, non pare ci sia stata un’insurrezione di dissenzienti. Un giorno dell’agosto 2019, lo stesso Renzi, senza nessuna spiegazione, mai il suo forte, dichiarò la fattibilità, anzi, la necessità di un governo con le Cinque Stelle: eroico. Poi, collocati alcuni seguaci al governo fece una scissione, strategica. Epperò, lo stratega vero del Partito Democratico, dicono gli intervistatori dei giornaloni, ma, ieri, anche il bravo Francesco De Paolo e l’autorevolissimo studioso della comunicazione politica Massimiliano Panarari, si sono esercitati nelle esegesi, è l’imponente Goffredo Bettini. Dal suo fervido pensiero variamente esternato dipendiamo per apprendere dove va e dove deve andare il PD e dove andrà il sistema politico italiano.
Ipocritamente elogiato da tutti tranne Marco Travaglio, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi non ha detto nulla sulla politica italiana. Perché non vuole bruciare sue chances oppure perché non ne sa abbastanza? Almeno l’interrogativo andrebbe/andava posto. Invece, Bettini, commentano De Palo e Panarari, detta la linea al PD. Allora, sì, mi sono preoccupato, comunque, molto meno di quanto mi renda tristemente preoccupato il Covid-19. Il Partito Democratico e il suo segretario si fanno dettare la linea da Bettini, gliela hanno affidata in base a meriti pregressi? Sulla base di successi epocali? Con riferimento a mandati congressuali?
Alcuni “antichi” studiosi di scienza politica si sono regolarmente posti il problema della democrazia nei partiti. Deve esserci eticamente. Deve esserci programmaticamente. Deve esserci perché serve. Affari del PD, direbbe qualcuno. In parte, sì; ma né un partito eterodiretto da strateghi né, anche se meglio, quello pilotato da Rousseau, sono da considerare soluzioni ideali. Sappiamo che il problema dei partiti più o meno corsari è che non capiscono e non riescono a rappresentare la complessità, spesso positiva, del loro elettorato. Allora, Bettini rilasci tutte le interviste che vuole. A corto di riflessioni, “Repubblica”, “Corriere” et al. le pubblichino, ma dal PD qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità. Non oso dire quale la visione del mondo… È il minimo per un Partito sedicente Democratico. Lo dovrebbe desiderare anche Bettini. Renderebbe più salaci le sue interviste e, chi sa, farebbe avanzare un dibattito politico da tempo dolorosamente asfittico.
Pubblicato il 22 agosto 2020 su formiche.net
Sposiamoci così senza rancore. Pasquino spiega perché Zingaretti blinda Conte @formichenews
“Questo matrimonio s’ha da fare” intimò don Nicola Zingaretti. Gongolante divenne il Conte di ritorno da un faticoso viaggi fra i frugali olandesi che di tutti luoghi lo avevano portato a pranzo in un ristorante italiano all’Aia. Per il conto, naturalmente, annunciò Mark (Rutte), we go Dutch (alla romana). Rattristatissimi, invece, i retroscenisti oramai raggiunti dai commentatori politici che, avendo dato per finito il governo a maggio, poi a giugno, poi a fine luglio, settembre e oggi stesso, con Massimo Franco sul “Corriere”, a ottobre, non sapevano più dove sbattere la testa –fino alla prossima indiscrezione di Giorgetti e di un, comprensibilmente, Innominato più o meno dem. No, non è Calenda la gola profonda, lui se parla vuole assolutamente essere menzionato. Lo stabilizzatore Zingaretti, che molti danno a sua volta per sfidato da quel Bonaccini emiliano che ha strabattutto la Lega di Salvini, ha, semplicemente, “blindato” il Conte e il suo governo, nel quale sembra ci siano molti ministri del Partito Democratico, alcuni anche Bravi.
Se andiamo oltre l’inutile chiacchiericcio (ce lo chiedono gli italiani, sic), Zingaretti sa due cose importantissime. La prima è che chi non vuole destabilizzare un governo di cui fa (grande)parte deve evitare inutili critiche al capo del governo meno che mai quando sono i corso alcune battaglie epocali: in Italia la (non)concessione ad Aspi; in Europa i Recovery Funds da decidersi il 17 e 18 luglio. È imperativo che Conte arrivi sostenuto da tutti gli alleati della coalizione. Se poi ci sarà anche il sostegno del noto europeista Berlusconi e dell’ancor più noto europarlamentare Calenda, allora l’esito positivo arriverà su un piatto d’argento (o quasi). La seconda cosa che Zingaretti sa è stata comunicata a tutti da molto tempo. La differenza è che Zingaretti ha buona memoria, mentre molti commentatori si ingarbugliano nelle loro previsioni e nei loro pregiudizi.
Questo governo giallo-rosa deve durare per due buonissimi motivi. Da un lato, perché nel gennaio-febbraio 2022 toccherà a questo Parlamento il compito di eleggere il successore di Mattarella ed è preferibile che non ci sia una neo-maggioranza di centrodestra a farlo. Comunque, rimaniamo in attesa della rosa dei nomi (Casellati in testa, poi Calderoli) del centro-destra. È un gioco di società al quale non possiamo rinunciare. Dall’altro, perché, ebbene sì, nelle democrazie parlamentari spesso chi governa lo fa anche, con buona pace di Paolo Mieli, per tenere lontani dalla stanza dei bottoni e dei pulsanti alcuni oppositori che li azionerebbero a tutto discapito non solo dei governanti in carica, ma soprattutto e visibilmente della influenza italiana nell’Unione Europea. La carta sovranista ha perso quasi tutto il suo valore durante il Covid-19. È diventata un due di picche. Zingaretti preferisce qualcosa che assomigli al settebello (insieme a lui spero che questa carta si trovi nella manica della giacca di Paolo Gentiloni ).
Impedire che i sovranisti italiani, mascherati e mascarati, si assembrino a Bruxelles è un obiettivo nobile. Forse non c’è bisogno di un vero e proprio matrimonio fra PD e Cinque Stelle, con il rischio che irrompa il Dibba furioso. Basterebbe fare funzionare meglio la convivenza che in politica si chiama coalizione. Yes, they can.
Pubblicato il 11 luglio 2020 su formiche.net
Fondi europei: danke, Frau Merkel
Sapere chiedere i fondi europei e saperli spendere: questo è il doppio problema al quale il governo italiano, a cominciare dal Presidente del Consiglio, deve trovare una soluzione rapida e convincente. Invece, la risposta di stampo “sovranista” data da Conte alla cancelliera Merkel, che in Italia i conti li fa lui, è vaga e evasiva. Quei conti, il Presidente del Consiglio italiano non riuscirà mai a farli tornare da solo. Avrà bisogno, e (quasi) tutti gli italiani con lui, dei molti miliardi di euro che le istituzioni europee, Commissione e Banca Centrale e poi Consiglio dei capi di governo, metteranno a disposizione dell’Italia. Dunque, la risposta giusta alla Cancelliera Merkel era: “danke, discutiamone e cerchiamo di farli arrivare presto”.
Il grande economista Keynes, che sta assistendo a un meritato rilancio delle sue ricette di sostegno dello Stato alle attività economiche e sociali, sapeva che il tempo conta e che nel lungo periodo saremo tutti morti. Il rischio è che, in assenza di sussidi e di prestiti, molti in Italia e in Europa, comincino a morire già nel breve periodo. Conte voleva sostanzialmente dire alla Merkel che non vuole, per ideologia sua? o forse perché i Cinque Stelle vi si oppongono?, fare ricorso ai 36-37 miliardi di Euro disponibili prestissimo attraverso il Meccanismo Economico di Stabilità (MES). Sono fondi da restituire a bassissimo tasso di interesse entro una decina d’anni, ma da utilizzare esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. I critici italiani sostengono, senza prove, che quei fondi sarebbero una specie di cavallo di Troia attraverso il quale poi le istituzioni europee, nelle quali sarà opportuno ricordarlo, l’Italia è presente in ruoli non marginali: Presidenza del Parlamento Europeo, un Commissario proprio all’Economia, finirebbero per dettarci politiche economiche e sociali di lacrime e sangue. Credo che i critici sbaglino alla grande e rilevo che quei miliardi di euro non soltanto creerebbero molti posti di lavoro duraturi con assunzioni di personale sanitario, ma rilancerebbero l’economia attraverso la produzione e le esportazioni con investimenti mirati nel settore bio-medicale, nel quale l’Italia ha già più di una eccellenza.
C’è di più. Le parole della Merkel, non nota per essere particolarmente espansiva, vanno prese molto sul serio da due punti di vista. Il primo riguarda la possibilità che gli Stati cosiddetti frugali vedano la loro posizione contraria ai sussidi all’Italia rafforzata dal fatto che Conte non chiede i miliardi del MES. Allora, perché consentirgli di ottenere 175 miliardi di Euro come ha suggerito la Commissione? Il secondo punto di vista dal quale valutare quanto detto da Angela Merkel è che sarà proprio lei a guidare l’Unione nel semestre 1 luglio-31 dicembre. Poiché potrebbe essere il suo canto del cigno, Merkel vuole lasciare un segno molto positivo. Ha detto a Conte che se l’Italia fa quel che deve le sarà più facile aiutarla. La risposta di Conte è stata inadeguata.
Pubblicato AGL il 28 giugno 2020
M5S? Non è alla fine della sua avventura, anzi… La versione di Pasquino @formichenews
Il Movimento 5 Stelle si era illuso, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immune dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare.
Il commento di Gianfranco Pasquino
Quando all’interno di un movimento/partito qualcuno si mette a parlare dell’esistenza di anime diverse, di “sensibilità” diverse e di altre piacevolezze retoriche e ipocrite, mi rassereno. È un terreno che conosco, già arato e praticato da quasi tutti i partiti italiani. Nel passato, alcuni, però, non avevano peli sulla lunga. Quelle anime non esageratamente sensibili erano e si lasciavano chiamare correnti, espressione di un pluralismo che, a determinate condizioni, svolge più di un compito importante. Elettoralmente, attrae un numero considerevole di voti pescando in settori sociali diversificati. Politicamente, suscita un confronto/scontro di idee, di proposte, di soluzioni. Poi, aggregazioni mutevoli di quelle correnti guideranno il partito a vittorie e sconfitte, e, allora, cambieranno le aggregazioni. Nulla di particolarmente nuovo sotto le (Cinque) Stelle se non fosse che si erano illuse, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immuni dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista.
Fin dall’inizio della loro avventura, comunque, da valutare di successo, a prescindere da come finirà (non è affatto detto che finisca presto), di anime ce n’erano inevitabilmente molte. Per loro fortuna, il predicatore Grillo sapeva parlare a tutte e prometteva abbastanza credibilmente latte e miele. Qualche eretico c’era e veniva opportunamente messo alla porta. Gli altri componevano (o nascondevano) i loro dissensi all’ombra di una piattaforma, con procedure da selva oscura. Quando, però, la scelta che bisogna assolutamente fare diventa binaria: sì/no, alla Tav, alla Gronda di Genova, al rinnovo della concessione a Atlantia, al MES (senza condizionalità), allora le differenze appaiono, ma non necessariamente “esplodono”.
Tranne gli ortodossi, che non hanno bisogno di “caratterizzarsi”, le altre anime un po’ mugugnano un po’ criticano, ma di alternative specifiche, precise, strategiche non riescono proprio a formularne. D’altronde, i due sì che contano: al governo con Salvini, al governo con il PD, li hanno già pronunciati. Tertium non datur. Infatti, quel che resta sono le forche caudine elettorali sotto le quali, almeno la metà di loro non dovrebbe arrivare avendo completato i famigerati due mandati. L’altra metà non riuscirebbe, secondo i sondaggi, a passare. Epperò, come la legge ferrea della politica insegna da tempo, qualche visibilità personale è meglio acquisirla, qualche messaggio ai potenziali sostenitori è opportuno mandarlo, qualche dissenso (a scelte non troppo chiare) bisogna esprimerlo. Se, poi, si è fuori dal governo, allora è un gioco da bambini prendere posizione contro.
Naturalmente, la corda non va tirata troppo perché finché il Movimento è la somma di molte anime e dei loro animatori conta, ottiene voti e cariche, influenza le scelte e le decisioni. Le anime perse e sparse vanno ineluttabilmente alla deriva. Molti, dentro il Movimento, a cominciare dal Fondatore e Garante, lo sanno. Altri si lasciano trascinare da loro istinti battaglieri e, forse, di rivalsa. Gli errori li pagherebbero/pagheranno tutti i pentastellati. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare. Quosque tandem? Almeno fino al prossimo commento.
Pubblicato il 19 giugno 2020 su formiche.net
Alleanza organica Pd-M5S? Anche no. La versione di Pasquino @formichenews
Discutere di alleanza organica mi sembra una fuga, non in avanti, ma dalle responsabilità di governo e di buona manutenzione del sistema politico. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica
In nessuna democrazia (tranne, forse, in Australia), i partiti formano alleanze organiche, a futura memoria, indissolubili. Contraddicendo sonoramente i sedicenti commentatori liberali italiani i quali, inopinatamente vorrebbero legare loro le mani prima delle elezioni, tutti i partiti se le tengono libere, a maggior ragione quando la legge elettorale è proporzionale. Qualcosa, in termini programmatici e di preferenze coalizionali, i partiti dicono sempre in campagna elettorale. Poi, si contano i voti, si valutano costi e benefici degli accordi possibili e si procede alla formazione del governo. Inoltre, in presenza di una situazione mutata, per numeri, preferenze e persone, si potrà anche cambiare il governo in Parlamento.
Chiunque abbia fatto una gita a Chiasso, come memorabilmente, ma, ahinoi, non ascoltato, suggeriva Alberto Arbasino, avrebbe imparato che succede proprio così. Gli elettori votano essendosi già fatti un’idea delle alleanze praticabili dal loro partito preferito e rivoteranno anche sulla base di quanto quelle alleanze di governo hanno fatto, non fatto, fatto male. Si chiama voto retrospettivo. Ho richiamato tutto questo, che per qualcuno sembrerà una clamorosa novità, ad usum di quelli che discutono della necessità/opportunità di un’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. La mia risposta “scientifica” è: anche no.
Primo, la legge elettorale, con la sua logica sostanzialmente proporzionale, non incentiva e non premierebbe nessuna coalizione pre-elettorale. Anzi, sappiamo che spesso ci sono elettori in partenza disposti a votare un partito che cambierebbero idea e opzione se quel partito fa un’alleanza pre-elettorale che non gradiscono. Facile immaginare che alcuni elettori delle Cinque Stelle non gradiscono il PD e non pochi elettori democratici soffrono l’alleanza con le Cinque Stelle. Secondo, un’alleanza pre-elettorale finisce per diventare una gabbia di ferro che rischia di impedire campagne elettorali a tutto campo proprio quando è noto che almeno un terzo di elettori cambiano voto da un’elezione all’altra. Infine, se quel duetto di partiti non raggiungesse la maggioranza assoluta di seggi in Parlamento i due contraenti si troverebbero subito con un problema significativo da risolvere. Faccio notare che con una legge elettorale maggioritaria sul modello francese a doppio turno in collegi uninominali sarebbero gli elettori ad affrontare e risolvere il problema nel passaggio tra il primo e il secondo turno.
Movimento 5 Stelle e Partito Democratico potrebbero anche riuscire a trovare accordi sulle candidature alla Presidenza delle regioni che voteranno a settembre. Ne trarranno forse qualche indicazione utile. Dalle elezioni comunali, grazie al ballottaggio per il sindaco, le indicazioni risulteranno/rebbero ancora più interessanti. Tuttavia, non mi faranno cambiare idea. L’alleanza “organica” non è necessaria e potrebbe essere controproducente. Al momento la priorità è lanciare una ripresa socio-economica che inizi prima dell’autunno. Poi accompagnarla e accelerarla in tutto il 2021, almeno fino all’inizio del semestre bianco quando il Presidente non avrà più il potere di sciogliere il Parlamento. Infine, trovare un accordo per scegliere tra i molti che già si considerano presidenziabili il candidato/a e farlo/a eleggere rapidamente e senza sconquassi. Discutere di alleanza organica mi sembra una fuga, non in avanti, ma dalle responsabilità di governo e di buona manutenzione del sistema politico.
Pubblicato il 15 giugno su formiche.net
Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews
«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»
Intervista raccolta da Giulia Merlo
Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».
Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?
L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.
Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?
Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.
La mozione di Bonino non era centrata?
Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?
Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.
Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.
E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?
Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.
Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?
Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.
Una scelta lungimirante?
Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.
Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?
Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.
Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?
Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.
Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news
Adelante, Conte, con judicio. Ecco l’opinione di Pasquino (con tirata d’orecchie) @formichenews
Perché parlare prima dei nomi, e non dei progetti, si chiede il prof. Pasquino, che lamenta i limiti del dibattito politico. Serve maggiore giudiziosità, la stessa che sembra mancare a troppi commentatori italiani sulla scena e dietro la scena
Basics. Quel che non dobbiamo dimenticare. Il governo Conte 2 è una coalizione composita fra un Movimento 5 Stelle diversificato dalle molte mai ricomposte provenienze e con obiettivi tanto ambiziosi quanto ambigui e un Partito, uno: Democratico, e trino: Leu e Italia Viva. Rappresentano elettorati abbastanza, qualche volta molto, differenziati anche perché la società italiana è diversificata, frammentata, addirittura fratturata lungo una pluralità di linee: geografiche, sociali, generazionali, “europee”, di egoismi e di progettualità difficili da ricomporre per chiunque. Ancora più complicata è la ricomposizione in una situazione di crisi pandemica che colpisce i più deboli, che richiede scelte dolorose, che impone proprio al potere politico di esercitare al massimo la sua capacità di intervento, di ri-orientamento, di previsione e di correzione poiché nessuno è in grado di fare scelte impeccabili al primo colpo senza necessità di revisioni frequenti.
I partiti al governo hanno la maggioranza dei seggi sia alla Camera sia, in maniera risicata, al Senato. Sono in grado di durare se lo desiderano anche se debbono temere lo stillicidio di defezioni ad opera di parlamentari pentastellati alla ricerca di un loro personale futuro. I governanti possono anche sperare in un non impossibile sostegno occasionale, ma riproducibile, di parlamentari responsabili, che curano i loro destini, ma anche quelli del paese al quale una crisi di governo hic et nunc non gioverebbe affatto. Il Presidente del Consiglio ha rapidamente capito che le coalizioni si tengono insieme mediando, riconciliando, ricomponendo tensioni e conflitti, inevitabili in tutte le coalizioni, senza esagerare, ma anche senza cedere sull’essenziale che è soprattutto continuare nella convinzione che the best has yet to come. Qualche miglioramento è possibile, con e in questa coalizione. Soprattutto, il capo del governo ha imparato che deve metterci la faccia. Forse, come lo rimproverano, la faccia ce l’ha messa troppo spesso, ma i sondaggi lo hanno premiato. D’altronde, le altre facce, Di Maio e Zingaretti, Crimi e qualsiasi altro dirigente del PD non è detto che fossero più accettabili e più convincenti.
A livello europeo, probabilmente anche grazie ad un gioco di squadra con Gentiloni e Gualtieri, il capo del governo ha ottenuto risultati, MES senza condizionalità compreso, impensabili, purtroppo non ancora capiti in tutta la loro importanza presente e futura. Conte è consapevole che il Presidente della Repubblica, che ne ha viste molte, non dà troppo peso agli scricchiolii nella sua coalizione e alle differenze di opinioni, inevitabili, spesso esagitate e esaltate a scopi di visibilità personale e incomprimibilmente narcisistica. Inoltre, Mattarella ha come compito quello di sostenere l’esistente governo fintantoché la sua maggioranza è operativa (lo è). Non ascolta le sirene (sic) degli opinionisti e dei retroscenisti che annunciano, oramai da mesi, una crisi strisciante. Meno che mai si fa suggerire la soluzione della crisi.
Prima il progetto poi i nomi è il mantra politichese. E allora perché fare il nome senza chiedersi quale sarebbe la maggioranza a sostegno di un europeista convinto? Non è vero che “tutto va bene, Madama la Marchesa”, ma, se non tutto, molto potrebbe andare peggio. Dunque, “adelante, Conte, con juicio”, con quella giudiziosità che sembra mancare a troppi commentatori italiani (anche di Formiche.net) sulla scena e dietro la scena.
Pubblicato il 13 maggio 2020 su formiche.net
M5S-Pd? La Liguria merita una coalizione governante. Pasquino spiega perché
I Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato, ma siamo cauti. Sarebbe prematuro fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. L’analisi di Pasquino
Il Movimento 5 Stelle, aveva garantito fin dagli esordi il suo fondatore, avrebbe presto ottenuto il 100 per cento dei voti. In pubblico sostenni platealmente che “no, non più del 97 per cento, poiché, oltre a me, indipendentemente, neppure i mie due figli l’avrebbero mai votato”.”
Poi, lentamente, ma in maniera largamente incompleta, non convinta e sicuramente inadeguata, molti nel Movimento hanno imparato che in una democrazia parlamentare, persino a prescindere dal sistema elettorale (nessuno dei quali, rassicuro i commentatori allarmisti perché incompetenti, porta a Weimar), è preferibile trovare alleati e fare coalizioni. Non è obbligatorio, ma chi non vuole e non sa farle paga logicamente e giustamente un prezzo.
Finora nelle elezioni regionali, i Cinque Stelle alleati non ne hanno cercati e sempre meno voti (ma il trend è nazionale) hanno trovato. Con altre imminenti elezioni regionali sono adesso costretti a decidere se intendono scomparire dalle assemblee regionali circondati da un alone di soffusa purezza, la quale, però, priva di rappresentanza politica molti dei loro attuali e potenziali elettori, oppure formulare con chiarezza una o più proposte alternative. Meglio non affidarsi a Beppe Grillo, neppure nella sua regione. Quella sua intimazione “fidatevi di me”, che travolse l’esito delle primarie pentastellate per imporre la sua candidata al Comune di Genova, non condusse ad un esito propriamente eclatante.
Dal momento che il centro-destra si presenterà tutto a sostegno del suo candidato (naturalmente, nessuno può pensare che l’incumbent, il Governatore in carica, sia sostituibile senza pagare pegno), per ribaltare il pronostico, i Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato (scriverei anche “possente”), ma poi, dovendo individuarlo nel Partito Democratico mi accorgo immediatamente che esagererei). Il PD non può che dichiararsi disponibile a determinate, poche e chiare, condizioni programmatiche. Aggiungerei subito la cautela di non fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. Sarebbe prematuro dichiararlo. Potrebbe essere controproducente. Se si voterà con una legge proporzionale, meglio se non obbrobriosa, non sarebbe neanche necessario. Il problema, semmai, questo sì inevitabile, consiste nello scegliere il candidato per la Presidenza della Regione. Dovrebbe essere portatore di un valore aggiunto, vale a dire in grado di raggiungere elettori che, altrimenti, non voterebbero né le Stelle né i Democratici.
“Se sapessero (e volessero, Covid-19 permettendo) farle in maniera decente, suggerirei lo strumento delle primarie, quelle “cartacee” nelle quali gli elettori camminano fino alle urne e le schede possono essere contate e ri-contate. Altrimenti, in partenza né i Cinque Stelle né i Democratici dovrebbero porrebbe veti, ma neanche far circolare candidature “ballons d’essai” per farsele bocciare e poi contrattare il loro second best. La trasparenza serve ad informare gli elettori e ottenere spazi sui media. Concludo affermando senza se senza ma che per governare una Regione è utile candidare qualcuno che abbia già dimostrato di avere qualche competenza politica e amministrativa. Non sto chiedendo troppo. Mi pare il minimo (non sindacale, ma politico).
Pubblicato l’ 8 marzo 2020 su formiche.net
Le mosse dei cavalli
Con la mossa del cavallo, che nel gioco degli scacchi ribalta tutto, Matteo Renzi si vanta da tempo, girando per pubblicizzare un suo libro dallo stesso titolo,e con lui, all’unisono i renziani, di avere dato vita al governo Cinque Stelle-Partito Democratico nell’agosto 2019. Curiosamente, nessuno gli ricorda che fu proprio il suo “cavallo” imbizzarrito a impedire che s’andasse alla trattativa con le Cinque Stelle già nel marzo 2018 subito dopo le elezioni. Il paese si sarebbe forse risparmiato un turbolento anno di governo giallo-verde che, comunque lo si consideri, è stato il trampolino di lancio per l’impetuosa crescita dei voti per la Lega di Salvini.
Subito dopo la formazione del governo Conte 2, avendo piazzato in incarichi di governo non pochi dei parlamentari a lui fedeli, Renzi lasciò il Partito Democratico creando ItaliaViva che dovrebbe conquistare gli elettori di centro dei quali molti commentatori assicurano l’esistenza, ma che, in verità, finora proprio non si vedono, non si materializzano e sono corteggiati anche dall’ex-ministro Carlo Calenda. Forse preoccupato, nonostante sue plateali smentite, dalla soglia di accesso al Parlamento indicata nel 5 per cento dalla legge elettorale in corso di discussione, Renzi si è praticamente da subito gettato a capofitto, anche per temperamento, alla ricerca di visibilità politica. I sondaggi, che non collocano praticamente mai ItaliaViva sopra il 5 per cento e che danno bassi punteggi di popolarità al suo leader, sono alquanto preoccupanti. Forse soprattutto per questo e non solo per puntiglio e malignità nei confronti del PD che per quattro anni ha tenuto in pugno, Renzi ha di recente alzato il tiro proprio contro il governo di cui fa parte.
La riforma della prescrizione che, peraltro, è già legge, è diventata il suo cavallo di battaglia. Renzi vuole presentarsi come il difensore della giusta e ragionevole durata del processo di contro ai giustizialisti, quelli che la stampa di destra definisce, con molta esagerazione, i “fine processo mai”. Ha già annunciato che non voterà il testo concordato fra Cinque Stelle, Partito Democratico, LiberiEguali. Addirittura si è spinto fino a dichiarare che voterà la proposta di Enrico Costa (Forza Italia). A suo tempo, criticò alcuni provvedimenti della Legge di Bilancio e adesso lascia trapelare che non è d’accordo sulle modalità della lotta contro l’evasione. Insomma, le sue ripetute e puntigliose prese di distanza stanno oggettivamente minando la stabilità del governo Conte. In questi casi, è opportuno che qualsiasi valutazione ulteriore attenda la prova dei numeri parlamentari. Se cadrà il governo, è molto improbabile che il Presidente Mattarella dica no ad una più che legittima richiesta di scioglimento del Parlamento. L’unico presumibile vantaggio per Renzi sarà che si andrà al voto con la legge Rosato, il coordinatore dei suoi gruppi parlamentari, che non ha soglia di esclusione. Ma il cavallino di Renzi rischia comunque di fare pochissima strada.
Pubblicato AGL il 9 febbraio 2020




