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Vi svelo i candidati papabili per la presidenza della Repubblica #intervista @Diariodelweb

Il professor Gianfranco Pasquino, al DiariodelWeb.it, fa il punto sul panorama politico italiano, tra governo Draghi, parlamento e corsa al Quirinale

Intervista raccolta da Fabrizio Corgnati

A cinque mesi dalla nomina del governo Draghi e quando ne mancano sei alle elezioni del prossimo presidente della Repubblica, il quadro politico in Italia appare frammentato e magmatico. Il DiariodelWeb.it ha provato a fare chiarezza sulle prospettive del governo, del parlamento e del Quirinale, chiedendo lumi a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, il cui ultimo libro si intitola «Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana».

Professor Gianfranco Pasquino, lei conosce Mario Draghi dal 1975, quando giocava a calcetto con lui a Belmont, in Massachusetts.
Il Draghi che ho conosciuto, francamente, era poco interessato alla politica e molto alla politica economica. Era un uomo studioso, riflessivo, in un certo senso simpatico, con un sottile senso dell’umorismo che è riemerso anche adesso.

Che effetto le fa vederlo oggi a capo del governo?
Evidentemente è un uomo che ha maturato un impegno politico vero, significativo, robusto. Che ha imparato moltissimo nei lunghi anni alla Banca centrale europea. Che riesce a tenere a bada dei politici spesso mediocri e arruffoni e a guidarli in una direzione che credo sia quella giusta.

E che effetto sta provocando, invece, sul sistema dei partiti?
I partiti continuano a litigare, tra di loro e al loro interno. Potrebbero ristrutturarsi, ma stanno dimostrando di non averne le capacità. Questo è il problema importante. Draghi riesce a tenersi distante da tutto questo, ma rappresenta una cartina di tornasole. Lui è il prodotto di una politica debole e pasticciona, ma non può essere lui a cambiarla. Quando finirà la sua opera, i partiti saranno come prima: purtroppo non vedo nessun salto in avanti di intelligenza, capacità organizzativa, ideali.

L’ennesimo governo tecnico, dopo Ciampi, Dini e Monti, che lascerà in eredità una situazione politica esattamente identica alla precedente.
Avrei qualche perplessità a definire questo un governo tecnico. Semmai è un governo con dei tecnici, gli altri ministeri sono nelle mani dei partiti. I suoi predecessori non hanno fatto bene: Monti ha sciupato delle grandi occasioni ed è stato molto mediocre, Ciampi se l’è cavata ma il suo governo era pieno di uomini di partito migliori di quelli attuali. Dopo Draghi il gioco si riaprirà, ma al momento ho aspettative molto molto basse.

Parliamo allora dei partiti. Il M5s ha ancora la maggioranza relativa in parlamento ma sembra il più in crisi di tutti, dilaniato dallo scontro interno tra Conte e Grillo.
Contrariamente alla maggior parte dei commentatori, penso che questo dualismo non si debba sciogliere. Grillo e Conte devono avere due compiti diversi e svolgerli in maniera diversa. Il primo leader carismatico, «l’Elevato», come dice lui, con qualche colpo ad effetto, ma soprattutto con l’autorevolezza che continua ad avere nei confronti dei suoi parlamentari e forse anche degli elettori. Il secondo deve imparare come si struttura un partito, come si mobilitano le energie, come si tiene insieme un Movimento molto composito.

Dove andranno a finire i grillini?
In una prima fase c’era la protesta, poi è stato necessario il governo, ora serve preparare un’offerta politica per le prossime elezioni. Mantenere l’elemento dell’insoddisfazione, che nell’elettorato italiano c’è, ma anche proporre delle soluzioni, soprattutto sul terreno socio-economico sul quale sono molto deboli. Altrimenti scenderanno sotto il 15% e diventeranno irrilevanti. Mi stupisce che non rivendichino i successi che hanno ottenuto: il reddito di cittadinanza, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione dei vitalizi.

C’è un certo dualismo anche nel centrodestra, dove la Lega rischia di essere sorpassata da Fratelli d’Italia.
Se vincono le elezioni, il leader del primo partito diventa presidente del Consiglio. Entrambi hanno davanti agli occhi il premio più elevato della politica. Salvini rimane indispensabile per il centrodestra, ma la Meloni sta approfittando di una sorta di luna di miele: gode di quella che chiamo una rendita di opposizione. Gli insoddisfatti, i nemici, gli ostili al governo Draghi scelgono Fdi. Questo è il vantaggio di essere stata coerente, incisiva, una donna politica vera.

Il Pd in che posizione si colloca?
La solita: intorno al 20%, non si schioda di lì. A meno che non trovi una tematica davvero importante, che non è certamente il Ddl Zan. Devono fare i conti con una realtà che ancora adesso non capiscono fino in fondo. Non è un partito di movimento, non è rassicurante per una parte degli elettori, non è trascinante. Letta è certamente competente, ma non è un leader carismatico. E dentro il partito non ce ne sono: ci sono più che altro persone che hanno aspettative di carriera. Dunque non fanno andare la barca troppo veloce, per evitare che si capovolga.

E Renzi che gioco sta facendo? La sua strategia sembra incomprensibile da anni.
Un gioco sporco. Gioca sulle contraddizioni altrui, che ci sono, sul breve periodo. Fa affermazioni roboanti, come se il governo Draghi l’avesse creato lui: che, naturalmente, non è vero. Non ha nessuna visione, cerca solo di sopravvivere in modo spregiudicato, attraverso il potere di ricatto dei suoi parlamentari, che al Senato sono decisivi. Alle prossime elezioni sarà durissima, anche se sono sicuro che contratterà spudoratamente con il Pd un certo numero di seggi sicuri.

Alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica manca ancora parecchio tempo, ma se ne inizia a parlare. Come si presenta, ad oggi, la griglia di partenza?
I papabili sono almeno sette od otto. Alcuni sono evidenti ed ineliminabili: come la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Casellati, per di più donna e certamente un’ottima candidata. Così come un ottimo candidato è sicuramente Draghi, perché lo dicono tutti. Credo che non abbia mai smesso di pensare al Quirinale Romano Prodi, il quale probabilmente ritiene anche di avere diritto ad un risarcimento. Letta è un suo amico, quindi è una candidatura plausibile, ma va costruita. Sono sicuro che si considera un candidato anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini: non ha mai fatto male a nessuno, quindi non è controverso, ma dovrei dire anche che non ha mai fatto nulla. Sento che Tajani è disposto a candidare Berlusconi: se il centrodestra è compatto, parte con un numero di voti molto consistente. Poi ci sono altri speranzosi: ad esempio Franceschini. Ma tutto dipende da come si comincerà a votare: alcuni candidati verranno eliminati dopo i primi scrutini, perché funzionano male, e altri possono emergere.

Alla fine l’Italia avrà il presidente della Repubblica che si merita?
Io mi chiamo fuori: alcuni dei nomi che ho fatto posso anche meritarmeli, altri no. Ma l’Italia avrà il presidente della Repubblica che i parlamentari considereranno il meno pericoloso. Cioè quello che produrrà meno danni per loro. C’è poco da vincere: una volta che è eletto, rimane in carica per sette anni, è completamente autonomo e non deve più rispondere a nessuno. Dopodiché, se il parlamento si incarterà, probabilmente tornerà quella richiesta dell’elezione popolare diretta. Certamente sostenuta dalla destra italiana, ma di cui il centrosinistra ha paura.

Pubblicato il 15 luglio 2021 su DiariodelWeb

Stelle cadenti. Pasquino spiega lo stallo del Movimento @formichenews

Come ha fatto un movimento politico al governo per più di due anni a dilapidare almeno metà del suo consenso elettorale? E chi raccoglierà le macerie delle Stelle cadenti? Il commento di Gianfranco Pasquino

Personalmente, di persona non sono interessato alle sorti politiche di Giuseppe Conte e di Beppe Grillo né, per quanto possa sembrare davvero strano, a quelle di Alessandro Di Battista. Credo sia più importante capire come un movimento politico al governo per più di due anni (ma anche tuttora) sia riuscito a dilapidare metà almeno del consenso elettorale ottenuto nel marzo 2018. Forse, il potere logora chi ce l’ha e non sa usarlo perché privo di esperienza, carente di competenza/e, incapace di apprendere (non metto il punto interrogativo). Incapace anche di rivendicare alcuni significativi successi: reddito di cittadinanza, taglio dei vitalizi, riduzione del numero dei parlamentari.

   Da tempo sostengo che i riformisti sono coloro che sanno riformare le riforme. Questa è una lezione che non soltanto i Pentastellati non hanno saputo/voluto imparare. Lo scontro Conte-Grillo ha inevitabili componenti personalistiche. Preferisco, invece, buttarla in politica. Non comincerò chiedendo a Conte e a Grillo né agli altri “notabili” dei Cinque Stelle quali libri abbiano letto sui movimenti, sui partiti, sull’istituzionalizzazione. La domanda sarebbe imbarazzante anche per molti altri dirigenti del centro-destra e della sinistra e persino per i saccenti opinionisti e i giornalisti che rispondono ai lettori. La mia risposta, naturalmente, non è che è sufficiente leggere libri, ma che i Pentastellati non hanno neppure saputo fare tesoro delle loro esperienze. Non vado fino a sostenere che il Movimento 5 Stelle non ha mai ambito ad essere un “intellettuale collettivo”.

   Sostengo, invece, che proprio le sue modalità di funzionamento impediscono che vi sia un luogo dove le esperienze si accumulano, si confrontano, diventano un patrimonio collettivo dal quale attingere. Nessuna Piattaforma, neanche quella di Rousseau, è in grado di svolgere questo compito. Di nuovo, non chiedetemi chi altri in questo sistema politico sia attualmente in grado di farlo. Vi risponderò: “e, infatti, funziona in maniera soddisfacente questo sistema politico?” Per il momento oltre che puntellato è guidato da un professore già banchiere che, per l’appunto, professionalmente ha accumulato esperienze e competenze e ne sta facendo tesoro. Dove vado a parare? In linea con il ragionamento svolto fin qui è che, lasciati da parte i destini delle persone (che sono responsabili del costruirseli e distruggerli), quello che conta sono le macerie che il Movimento 5 Stelle sta lasciando sul campo. Dal punto di vista sistemico, non soltanto non hanno saputo innervare (meno che mai sostituirla) la democrazia rappresentativa con istanze, occasioni, modalità di democrazia, ma, peggio, stanno aprendo un burrone di rappresentanza politica? Dove andranno quella metà almeno di elettori/trici sedotti nel 2018 e lentamente abbandonati?

   Al di là del voto per il (forse anche la) Presidente della Repubblica, dell’alleanza più o meno organica con un PD piantato sullo scarso 20 per cento delle intenzioni di voto, chi rappresenterà i dispersi elettori del 2018? No, la disintegrazione e neppure il raffazzonamento dei Cinque Stelle non debbono essere considerati una buona notizia per la democrazia italiana. Però, citando con approvazione il mai pentastellato Cesare Pavese, “chi non si salva da sé non lo salva nessuno”.

Pubblicato il 11 luglio 2021 su Formiche.net

Sia Conte che Grillo hanno sottovalutato i limiti e la forza della nostra democrazia @DomaniGiornale

Di fronte al durissimo scontro fra Giuseppe Conte e Beppe Grillo sulla strutturazione e sulla leadership del Movimento 5 Stelle, la tentazione, soprattutto fra chi non ha votato per i pentastellati, potrebbe essere quella di pensare che sono affari loro. Si arrangino. Il fondatore vuole mantenere il controllo del Movimento ed evitare che si trasformi in un partito tradizionale/classico, supponendo che qualcuno sappia che cosa erano quei partiti e sia possibile resuscitarli? Comprensibile. Ma mantenere-restaurare è la soluzione giusta per un Movimento che i sondaggi danno per dimezzato nelle intenzioni di voto rispetto ai voti veri del marzo 2018?

Avendo guidato due governi dei quali i Cinque Stelle erano grande parte e hanno fatto riforme conformi al loro programma (e ottenuto 200 miliardi di Euro dalla Commissione Europea), Conte pensa che sia giunto il momento di cambiare. Bisogna bloccare l’emorragia di voti e anche di parlamentari, molti defluiti nel Gruppo Misto. Bisogna strutturare il Movimento dandogli un nuovo Statuto che contempli la presenza di un leader, lui stesso, non di un portavoce, e che non sia oppresso da un garante, Beppe Grillo, che si ritagli il ruolo di leader ombra. Naturalmente, l’elevato (è l’aggettivo da lui stesso scelto) garante non ha voluto essere messo da parte e qui si è consumato lo scontro. Per Grillo, il problema è che non ha formulato un’alternativa organizzativa e politica. Probabilmente, non è in grado di farlo. Continua a ricevere omaggi verbali e riconoscimenti affettuosi, anche meritati, da molti parlamentari che non sarebbero mai diventati tali, meno che mai ministri, senza gli appassionati “vaffa” del comico. Nessuno di loro, però, ha finora osato o saputo proporre qualcosa che possa servire a delineare una prospettiva diversa da quella, anch’essa non limpidissima, alla quale pensa Giuseppe Conte.

Sia Grillo sia Conte hanno sottovalutato le possenti costrizioni della politica anche nelle democrazie parlamentari che molti erroneamente ritengono deboli. Il 100 per cento per governare da soli, come annunciava Grillo, appartiene ai regimi totalitari. Il Parlamento non è una scatoletta di tonno, ma un luogo già aperto, di scontri e incontri, visibili e comunicabili. Al governo si va trovando alleati che si coalizzano e facendo politiche condivise. Il ruolo degli eletti non consiste soltanto nello schiacciare il pulsante del voto, ma nel mantenere i rapporti con un elettorato grande e diversificato che nessuna piattaforma può raggiungere, informare davvero, ascoltare, interloquire.

Conte sembra avere compreso che per tutte queste operazioni è necessaria una strutturazione sul territorio e sono indispensabili regole che stabiliscano i compiti da svolgere e le modalità e che attribuiscano i relativi poteri, a cominciare dal vertice, a un unico capo dei pentastellati. Privo di effettiva esperienza su come funzionano le organizzazioni politiche, è lecito avere dubbi sulle capacità di Conte in materia. Le ha manifestate anche Grillo che nel suo intervento ha scritto seccamente che Conte non potrà risolvere i problemi “perché non ha né visione politica né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità manageriali”. Per tagliare la testa al toro (o a Conte) Grillo ha deciso di indire sulla piattaforma Rousseau le votazioni per Il Comitato Direttivo del Movimento che dovrà elaborare il piano d’azione del Movimento per il 2023, ma con visione più lunga fino al 2050. Sic transit Conte. O si metterà all’opera per fare un suo partito personale?

Pubblicato il 30 giugno 2021 su Domani

Pd e 5 Stelle? Le alleanze organiche sono solo nella testa dei leader @formichenews

Non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di federazioni, scrive Gianfranco Pasquino. Perché nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici queste si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali, sono solo parti mentali

Sì, lo so, bisogna guardare “con rispetto” ai travagli interni agli altri partiti, ma, aggiungo subito, soltanto se si è dirigenti di partiti a loro volta abbastanza travagliati e che non sanno che pesci prendere. Tranne, forse, il tonno in scatolette. Ciò detto, fuor d’ipocrisia, qualcuno nel Partito Democratico, a cominciare dal segretario Enrico Letta e a continuare con gli “elevati” strateghi plurintervistati, il problema deve porselo. L’alleanza organica con il Movimento 5 Stelle appariva già azzardata tempo fa, quando, peraltro le espulsioni e le emorragie mandavano segnali inquietanti, ma adesso che, comunque vada il duello Conte/Grillo, ne seguiranno problemi, che cosa deve fare il PD?

   La mia prima risposta è che non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di alleanze organiche. Nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici le alleanze si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali adeguate e costringenti, le federazioni sono solo parti mentali. Certo, è giusto e spesso opportuno che leader e militanti segnalino preferenze magari cercando reciprocità, ma il resto va affidato agli elettoti ai quali, peraltro, è indispensabile fare offerte motivate. La seconda risposta è semplicissima. Meglio stare a guardare come si evolvono gli avvenimenti senza fare il tifo per nessuno. Dovendo, però, tifare, meglio farlo per coloro che non sono arroganti, ma dialoganti. A buon intenditor…

   La terza risposta mi pare la più adeguata ai tempi. Stanno per arrivare, dopo i molti sondaggi giustamente scrutati da vicino (qualche persino troppo ravvicinatamente tanto da “ciecarsi”e non riuscire a cogliere il trend), le elezioni amministrative. Quando gli elettori si esprimono nel segreto delle urne le indicazioni che danno debbono essere prese sul serio, anche quelle di coloro che, “no, questa volta no, non me la sono sentita di votare”. Un partito buono (tanto raro quanto il debito buono) tenterà di fare scouting fra gli astensionisti d’opinione e d’irritazione. Dalle grandi città, ma anche da comuni medio-piccoli significativi, verranno molte informazioni, a cominciare dai successi o insuccessi nei probabilmente numerosi casi di ballottaggio. Che cosa dicono dirigenti e candidati pentastellati? Dove (non) vanno gli elettori/trici delle 5 Stelle? Si può capire molto delle propensioni di un elettorato, come quello delle 5 Stelle, non strutturato e volubile, dalle convergenze che farà e che rifiuterà.

   Alla fin della ballata (ma, tratto distintivo delle democrazie è che la ballata continua con orchestre che si alternano), comunque, il PD e il suo segretario dovrebbero, certo con “molto rispetto”, andare alla ricerca di voti anche fuori dal perimetro friabile e mutevole dei pentastellati. Non solo questa ricerca non è ancora cominciata, ma non è neppure stata pensata.  

Pubblicato il 29 giugno 2021 su formiche.net

L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale

La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.

   Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.

   L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.

   Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.

Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani

Pasquino: “Virginio Merola a Bologna: dieci anni da sindaco mediocre” #intervista @Spraynews1

Intervista esclusiva (di Antonello Sette) SprayNews a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

“Virginio Merola a Bologna: dieci anni da Sindaco mediocre”
“Letta? Competente, ma ci vorrebbe la mossa del cavallo e lui non ne è capace”
“Primarie a Bologna? Da Cofferati in poi il Pd ne ha fatte di tutti i colori”

Professor Pasquino, il Pd cerca una sua identità fra tante, come stanno dimostrando le primarie di Bologna con la sfida fra il rappresentante ufficiale del partito Matteo Lepore, sostenuto anche dai Cinquestelle e da Leu, e la renziana, più o meno ex, Isabella Conti, che strizza l’occhio all’ala riformista e moderata del partito…

“Il Pd è un essere abbastanza indefinito. Si colloca in un’area grossomodo di centrosinistra con qualche idea non molto brillante e nessuna elaborazione culturale più ampia. In questo senso potremmo dire che quello che di sbagliato c’è oggi nel Pd risale alla sua origine, a quelle famose culture riformiste, che venivano messe insieme e già all’origine erano deboli e fatiscenti e che ora sono sostanzialmente scomparse”.

E, quindi, che ne sarà di lui?

“Il Pd mantiene quel venti per cento di elettori che vuole una politica seria e di cambiamento, moderato, ma pur sempre di cambiamento. Una politica fatta da uomini e donne che hanno qualche competenza maturata nell’organizzazione e nelle cariche locali. Un venti per cento di consensi che rimarrà, ma non sarà, però, mai sufficiente a dare da solo un governo al Paese”.

Enrico Letta non può, quindi, fare miracoli?

“Il Segretario è un uomo competente, che conosce la storia del partito e in parte l’ha fatta. Ricordo che era candidato alle primarie per l’elezione alla segreteria nel 2007 quando ci fu la cavalcata dirompente di Valter Veltroni. Ha, quindi, una storia molto lunga nel partito e ha anche una storia di governo e spero che abbia imparato da quella esperienza molto dolorosa, ma anche molto importante. Non lo vedo, però, sufficientemente dinamico e in grado di fare delle scelte dirompenti e qui, invece, come dicono tutti, di tanto in tanto sarebbe necessaria la famosa mossa del cavallo. Ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui dice che il Pd al governo cresce. Cresce sì, ma di pochissimo e, se non trova alleati, non va da nessuna parte”.

Nella storica roccaforte di Bologna regna nel frattempo la confusione…

“A Bologna la situazione è più delicata anche perché ci abito ormai da troppi anni. Io, torinese, sono a Bologna dal 1969. Il Pd non è mai riuscito a fare delle primarie competitive. C’è un nucleo del partito che si riproduce e vuole controllare la scelta del candidato sindaco. Ne hanno fatte di tutti i colori. Il Pd ha fatto delle brutte primarie nel 1999 quando poi persero le elezioni contro Guazzaloca. Nel 2004 con Cofferati accettarono il paracadutato di uno che neanche era mai stato in città e che li lasciò con il sedere per terra e loro subito candidarono Flavio Delbono che poi dovette lasciare perché aveva fatto qualcosa di molto scorretto con le finanze regionali. Subirono poi un commissariamento che governò la città rossa per quasi un anno e mezzo. Virginio Merola ha governato Bologna per dieci anni. Era una candidatura accettabile proprio perché non era dirompente. Lui dice che ha fatto dieci anni da mediano. Io dico che ha fatto dieci anni da mediocre. Ora ha preteso di designare il suo successore e, nel momento in cui Isabella Conti ha deciso si sfidarlo, vengono fuori tutte le magagne. Il partito si chiude a riccio e addirittura arriva a minacciare espulsioni. Sono primarie, tanto per cambiare, brutte e Letta, appoggiando Lepore come candidato del Partito, secondo me non ha compiuto un’operazione brillante”.

Mancano solo tre giorni. Domenica finalmente si vota. Chi la spunterà?

“Questa è una domanda da rivolgere agli astrologi. Io sono un politologo. Certo è che, se non vincesse Lepore, saremmo di fronte a un cambiamento molto significativo. Lepore parte avvantaggiato, ma per sostenerlo arrivano a dire delle cose molto contradditorie. Parte avvantaggiato, spiegano, se non votano in tanti. Io, seguendo il loro ragionamento, penso che, se votano in tanti, vuol che dire che la Conti ha avuto un grande potere attrattivo. Questo dei tanti e dei pochi votanti è il paradosso di un partito, che dovrebbe puntare ad ampliare la partecipazione ed è, invece, contento se alle primarie votano in pochi”.

A un politologo del suo prestigio non posso non fare una domanda. Quale è lo stato di salute dell’Italia politica alla soglia dell’estate 2021?

“Prima che le risponda, dobbiamo decidere che cosa è la politica. Se la politica è quelle cose che devono fare i cittadini, parlando fra di loro, incoraggiandosi e vivendo in modo solidale, non va benissimo. Le categorie continuano a essere corporative ed egoiste e i loro comportamenti che non garantiscono una crescita vera. Sociale e civile. Se la politica è, invece, le cose che fa il Governo, sta bene in salute. Mario Draghi ha dimostrato non solo di avere un enorme prestigio internazionale, ben al di sopra di quello che io stesso pensavo avesse, ma anche di possedere la capacità di fare delle scelte precise, di sapere dire con chiarezza a Salvini, ma anche a Letta, di non rincorrere singolarmente determinate tematiche. Draghi ha anche dimostrato di saper comunicare in maniera chiara, senza tralasciare neppure qualche nota di humor. I risultati sono clamorosi. Ha raggiunto percentuali altissime di consenso sia come Governo sia come premier”.

A proposito di politica intesa come cittadini sprovveduti e maldestri, lei ha da poco pubblicato un libro emblematicamente intitolato “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”. Quale è la tesi di fondo?

“E’ il seguito di un libro famoso di Norberto Bobbio. Gli italiani non hanno usato bene la loro libertà. Non l’hanno usata per interessarsi alla politica, per informarsi, per partecipare, per creare associazioni dinamiche, per cercare di cambiare effettivamente il Paese. Nel 1990 avevamo raggiunto il massimo. Eravamo la quinta potenza industriale del mondo. Gli italiani, anziché festeggiare, cominciarono a disperdersi, senza sapere che un sistema è quello che compongono gli abitanti di quel sistema. E siamo al punto in cui siamo perché abbiamo usato male la nostra libertà”.

Tornado, per concludere, alla politica propriamente detta, mi pare di aver capito che per lei è meglio Draghi dei dirigenti bolognesi del Pd…

“Su questo non c’è dubbio alcuno. E’ come se lei mi chiedesse se gioca meglio una squadra che è in Champions o una che è in serie C”.

Pubblicata il 17 giugno 2021 su SprayNews

S’ode a destra un partito unico, a sinistra risponde una federazione: sbobbe già viste, tutte fallite

Partito unico del centro-destra, federazione del centro sinistra, predellini e Popolo della Libertà, Ulivo e Unione: è tutto un “già visto”, “già provato”, mai servito a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano. Personalmente, mi piacciono le minestre riscaldate, ma queste sono “sbobbe” mal cucinate ad uso di giornalisti senza fantasia.

Mandati (a casa), salvati, omologati: cosa fare dell’ultimo pilastro dei Cinque stelle @DomaniGiornale

Una classe dirigente parlamentare e politica la si costruisce con il tempo e con l’esperienza maturata sul campo nel tempo. La si può distruggere in qualsiasi momento con il rigido ricorso ad un criterio burocratico. Due mandati e siete fuori, per sempre. Il criterio burocratico porta con sé anche altri inconvenienti. Primo, consente all’eletto che viene escluso di non dovere rendere conto ai suoi elettori di quello che ha fatto, non fatto, fatto male. Secondo, impedisce agli elettori di valutare l’operato del parlamentare, premiandolo con la rielezione, ma anche avendo il piacere di bocciarlo. Terzo, priva il sistema politico tutto di personalità, non necessariamente straordinarie, ma buoni parlamentari in grado di rappresentare efficacemente l’elettorato, che hanno imparato a controllare l’operato del governo, che sarebbero capaci di diventare essi stessi governanti.

   Quando i pentastellati si imposero il limite invalicabile dei due mandati è molto improbabile che nessuno degli inconvenienti sopra rilevati sia stato neppure lontanamente preso in considerazione. Dominante era la sfida populista alla classe politica, che peraltro solleticava molti commentatori politici. Adesso, come spesso capita a chi non conosce il funzionamento dei sistemi politici, tutti i nodi vengono al pettine. Più precisamente sono arrivati al pettine di Conte se toccherà a lui proporre una/la soluzione. Facendo rispettare il limite di due mandati, tutta la classe dirigente parlamentare del Movimento 5 Stelle dovrebbe tornare a casa. Coloro che entreranno nel prossimo parlamento, nettamente meno numerosi, dovrebbero, salvo improbabili eccezioni, cominciare da capo il non facile processo di apprendimento. Dunque, anche il prossimo Parlamento ne risentirebbe sul suo funzionamento per di più in buona misura già imprevedibile dopo la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Salvare tutti coloro che hanno fatto due mandati significherebbe anche precludersi qualsiasi, se non minimo, ricambio, bloccando la sempre auspicabile circolazione delle elite non potendo avvalersi di qualche energia nuova promettente.

   Ė sperabile che fra i consiglieri di Conte in una materia tanto delicata vi sia chi sappia elaborare qualche criterio non controverso per la valutazione di coloro che non sono stati soltanto parlamentari, ma anche sottosegretari e ministri. La valutazione dell’operato politico e parlamentare è difficilissima e sempre esposta a obiezioni dei più vari generi. Provocatoriamente si potrebbe suggerire a Conte di procedere ad un sorteggio fra coloro che hanno maturato i requisiti per essere esclusi. Se “uno vale uno” il sorteggio appare appropriato e irrespingibile, ma naturalmente non ha nulla a che vedere con la qualità. La verità è che Conte si trova di fronte ad un bivio fatale. Da una parte sta la chiusura di un’epoca del Movimento con la fuoruscita dei protagonisti. Dall’altra sta la possibilità di circondarsi di un piccolo gruppo di fedelissimi ai quali viene offerto un terzo mandato (ma senza una regola generale si aprirebbe la strada anche ad un quarto quinto mandato e così via). Se opta per la chiusura deve mettere in conto l’ostilità di coloro che dovranno/dovrebbero tornare a casa per sempre e che, forse, lascerebbero un Movimento che non li porta più da nessuna parte. Scegliendo di fare eccezioni rischia l’accusa di avere travolto uno dei principi fondativi del Movimento e di andare non soltanto verso l’istituzionalizzazione weberiana, ma anche verso la creazione di una piccola casta privilegiata e omologata all’esistente negli altri partiti. Tertium non datur, ma mi aspetto molte acrobazie.

Pubblicato il 16 giugno 2021 su Domani

Sondaggi: al PD lo zero virgola più non basta @fattoquotidiano

Appena visto un “clamoroso” 20,8 per cento di intenzioni di voto degli italiani per il Partito Democratico, inopinatamente diventato, in seguito allo scivolamento all’indietro della Lega, il primo partito in Italia, il segretario Enrico Letta solennemente dichiara: “Il Pd è primo. Stare in questo governo ci fa bene” (titolo dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 13 giugno). Molto sobriamente, senza festeggiamenti, anche i leader delle tre correnti del PD, tutti e tre ministri, concordano. Guerini, Franceschini e Orlando al governo si trovano davvero a loro agio. C’è qualcuno, che si chiama Giorgia Meloni, che sostiene che anche all’opposizione si può stare molto bene. Infatti, Fratelli d’Italia è il partito che fa registrare la crescita maggiore in termini di intenzioni di voto lanciata verso il sorpasso della Lega malamente di lotta non convintamente di governo. Gli zero virgola di crescita del PD non sono entusiasmanti, soprattutto se messi a confronto con le percentuali di aumento dell’approvazione del governo in quanto tale e personale di Draghi. Quasi nessuno, neanche il loquace stratega di qualche tempo fa, ha osato dire alto e forte che, comunque, con il 20,8 il PD non va da nessuna parte. Per fortuna che il segretario ha lanciato la proposta non proprio innovativa di una Federazione dei partiti/liste di sinistra che, oltre al Movimento 5 Stelle, dovrebbe dare un’occhiatina anche al centro. Purtroppo, lì c’è un’occupazione manu militari da parte di Italia Viva del Renzi e di Azione di Calenda. “Sfondare” non sarà facile, ma anche “assembrarli”, date le caratteristiche dei due, sembra un’operazione alquanto costosa!

Adesso, sostiene Letta, bisogna “aprire [con il cacciavite?] un cantiere per le Politiche”. Nel frattempo, nelle Amministrative è già successo un po’ di tutto, non governato da nessuno, da Torino a Roma, con i pentastellati, che sono, necessariamente, il referente senza il quale il PD riuscirebbe a vincere in pochi comuni, ancora incerti anche su un minimo di convergenza. Dal canto suo, Conte, che, senza la convergenza sarebbe inevitabilmente destinato ad un’opposizione nella quale emergerebbero i suoi avversari interni, ha fatto un bel regalo a Letta. Ha dichiarato che nelle primarie bolognesi auspica la vittoria del candidato ufficiale del PD contro la sfidante, l’(ex-)renziana Isabella Conti, la quale proprio sola non è avendo sostegno anche dentro il PD.

Non mi risulta che a Sciences Po insegnino ad aprire cantieri e immagino che Letta sappia guardare alle esperienze edilizie italiane, magari dimenticandole quasi tutte, soprattutto l’Unione del 2006, esempio massimo di come non si costruisce una coalizione. Eppure, la Francia almeno una lezione la può insegnare a tutti: quella dell’importanza del tipo di competizione politica e elettorale per incentivare forme di aggregazione fra forze non troppo distanti fra loro che sappiano convergere su un progetto. Quel che so è, senza nessuna mia ostilità preconcetta, che una legge elettorale proporzionale è lo strumento meno adatto a incoraggiare alleanze prima del voto e a premiare aggregazioni. Al contrario, ciascuno andrà a caccia dei suoi voti, poi, dopo la conta, si faranno i governi. Non sembra che Letta abbia un interesse particolare per le technicalities della legge elettorale. Meglio che faccia una riflessione approfondita. La materia è di tale importanza, per l’oggi e per il domani, per ristrutturare il sistema dei partiti italiani, che bisogna che il segretario s’impegni per ottenere un esito positivo e duraturo.

Stare al governo con Draghi, non m’impelagherò nella discussione se Draghi fra sei mesi andrà al Quirinale, per il PD è positivo anche nella misura in cui serve, compito nobile, a controbilanciare e contrastare la Lega. Tuttavia, il segretario Letta deve quantomeno interrogarsi se alla fin della ballata tutti i meriti andranno al capo del governo che, per fortuna, non cederà alla tentazione di farsi un suo partito anche se già sento stuoli di politici interessati ad imbarcarvisi. Quel cantiere che Letta vuole aprire e fare funzionare è il luogo nel quale le proposte da lui formulate finora senza nessun successo e con pochissima audience debbono essere riprese e rilanciate anche come parte della pallidissima identità del PD. La tassa di successione mi pare del tutto opportuna. La legge sullo jus soli (oppure sullo jus culturae) è uno strumento importante di integrazione non soltanto perché l’Italia ha bisogno di immigrati, meglio se giovani, ma perché suggerisce che tipo di paese vogliamo essere. Avrei delle perplessità sul voto ai sedicenni, ma qualche modalità per coinvolgere i giovani nel mondo della politica e del lavoro mi sembra assolutamente indispensabile. Concludo drasticamente: al PD fa bene stare al governo se riuscirà a ottenere qualche riforma sua. Il resto sono solo buone intenzioni (di voto).

Pubblicato il 16 giugno 2021 su Il Fatto Quotidiano

Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews

Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento

Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.

Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.

No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.

La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.

Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.

E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).

Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net