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PD e M5S, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga @fattoquotidiano @pdnetwork @Mov5Stelle

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo PD che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita ad un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l”organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del PD non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali.

   Esiste una opportunità positiva che M5s e Partito Democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centro-destra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

   Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e PD scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

    Ascolto una sorta di rivalutazione della Legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e PD, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centro-destra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

Pubblicato il 15 aprile 2021 su il Fatto Quotidiano

Il vuoto di idee dei partiti non sarà riempito da Draghi @DomaniGiornale

Coinvolti in un esperimento di nome “governo Draghi” che hanno largamente subito, ma che ha, comunque, lasciato/concesso loro cariche ministeriali importanti, i partiti italiani, con l’eccezione ai suoi inizi del PD, non sembrano sapere andare alle radici dei loro problemi. Se questa era una crisi di sistema nessuno sta cercandone una soluzione. Se, invece, è una crisi della politica i partiti non hanno neppure cominciato ad affrontarla. Qualcuno, più fuori che dentro i partiti, sembra attendersi il rinnovamento della politica da quello che farà il governo Draghi. Come il capo del governo ha dimostrato nella sua finora unica conferenza stampa, esistono modalità di comunicazione efficace che, propongo questa chiave di lettura, prescindono totalmente dalle pratiche partitiche e che segnalano la necessità e possibilità di un loro superamento. In questo modo, però, il rischio è che la politica italiana non sarà trasformata e migliorata, ma verrà, anche molto al di là delle intenzioni del Presidente Draghi, sostanzialmente accantonata. Si entrerebbe in un ambito di esperienze inusitate dovendo peraltro costruire canali di comunicazione, di partecipazione e di influenza per i cittadini. Non è in nessun modo quello che gli attori partitici italiani stanno facendo al momento.

    Il Movimento 5 Stelle non è finora riuscito a darsi nuove modalità di leadership e non potrà risolvere i suoi problemi allontanandosi dai teleschermi. Giocare su due tavoli, quello di Salvini della “piazza” euroscettica e quello di Giorgetti, delle categorie produttive che dell’Unione Europea riconoscono necessità e utilità, non toglie la Lega dalla sua condizione di ambiguità. Giorgia Meloni può abilmente criticare queste ambiguità dall’alto della sua coerenza, ma la sua opposizione non si staglia in maniera speciale e si scontra con l’obiettivo di ricompattare il centro-destra. Il leader di Italia Viva vanta il suo ruolo di costruttore del governo Draghi, ma tutti ricordano come davvero incisivo quello di distruttore del governo Conte. Ad ogni modo per quanto ripetuto e ripetitivo quel vanto non contiene nessuna elaborazione strategica.

    “Tornare a vincere” è l’ambizioso proposito del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che, però, non ha ancora effettivamente ridimensionato il peso delle correnti delle quali è possibile dare un giudizio positivo soltanto di fronte alla comprovata capacità di elaborare idee. Invece, ad esempio, nelle città che andranno ad elezioni autunnali, come Roma, Bologna e persino Milano, non sembra esserci nessuna elaborazione di idee, ma esclusivamente scontri fra persone, con il sindaco di Milano che ha addirittura deciso di fare riferimento primario non al PD, ma ai Verdi Europei. Certo, con Letta ci si potrebbe limitare ad affermare “ce n’est qu’un début”, ma forse è più opportuno criticare la mancanza di visione strategica un po’ in tutti i partiti. La crisi della politica partitica continua. Il suo superamento non è dietro l’angolo.

Pubblicato il 21 marzo 2021 su Domani

Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale

Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.

Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.

Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.

Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.  

Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani

L’arte di governare e l’arte di comunicare

La scomposizione dei protagonisti della vita politica italiana dopo le elezioni di marzo 2018 è in corso. Sta succedendo proprio quello che alcuni avevano dichiarato e auspicato come conseguenza della formazione del governo Draghi. Fallita la politica sembrano falliti i protagonisti a partire dal più grande, il Movimento 5 Stelle. Diviso al suo interno, con una cinquantina di dissenzienti sul voto di fiducia, in buona misura quasi subito espulsi, il Movimento sta per essere affidato alle cure amorevoli del Prof Giuseppe Conte non dimentico di essere debitore ai Cinque Stelli di due anni “bellissimi”. Nel secondo partito della ex-coalizione di governo, il Partito Democratico, si rincorrono accuse al Segretario per la designazione della squadra di governo a scapito delle donne e recriminazioni dei più vari tipi ad opera di alcuni le cui ambizioni sono al disopra delle capacità finora provate. La minuscola LeU ha subito la scissione parlamentare dell’unico deputato di Sinistra Italiana. Nonostante le acrobazie di Salvini, la svolta europeista voluta da Giorgetti, ora sottosegretario, non sembra gradita da tutti. Molti sono i mugugni anche dentro Forza Italia pure non poco premiata dalla assegnazione dei posti di Ministro e di sottosegretaria. Granitica è, invece, oltre che premiata dai sondaggi, la coerenza di Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia subito schieratisi all’opposizione. Naturalmente, questa opposizione unica significa anche che il centro-destra al momento non esiste più. Infine, all’orizzonte continua a profilarsi uno spettro alimentato da commentatori e politici di seconda fila: la riorganizzazione di un partito/ino di centro che avesse un improbabile successo renderebbe impossibile qualsiasi competizione bipolare e impraticabile qualsiasi alternanza di governo.

La fin troppa attenzione concentrata sulla scomposizione degli attori politico-partitici ha impedito di controllare da vicino quello che il governo Draghi fa, non fa, fa male. Non spetterà al governo ristrutturare la politica italiana, compito, comunque, da non affidare a un grande banchiere e ai tecnici da lui designati e che a lui dovranno costantemente fare riferimento. Piuttosto, mentre la pandemia infuria nel contesto italiano provocando danni ancora più gravi alle persone e alle attività economiche, bisogna che Draghi abbandoni la sua altrimenti apprezzabile inclinazione, forse, una deliberata strategia, a non procedere a dichiarazioni pubbliche, a comunicare soltanto nelle finora pochissime occasioni ufficiali. La politica è da tempo diventata comunicazione. Si alimenta di notizie, produce informazioni, intrattiene un dialogo fra governanti e governati. Per chi occupa la più importante carica di governo in un paese disastrato la cui ripresa non è affatto dietro l’angolo, comunicare con i cittadini, certo in maniera sobria e scarna, è un obbligo denso di significati. Serve anche a costruire e mantenere quel consenso che un governo tecnico non ha avuto dalle urne e del quale ha assoluto bisogno per rendere efficaci le sue azioni.

Pubblicato AGL il 2 marzo 2021

La missione quasi impossibile di Conte per salvare i Cinque Stelle @DomaniGiornale

Non conosco il pensiero politico del Professor Giuseppe Conte. Non sono neppure riuscito a vederne il pensiero istituzionale nei suoi quasi tre anni di governo. Anzi, ricordo di avere immediatamente criticato la sua concezione di Presidente del Consiglio quando definì il suo ruolo come quello di “avvocato del popolo”. Sbagliato. Semmai, l’avvocato/a del popolo è chi rappresenta l’opposizione alla quale spetta difendere quel popolo dalle malefatte del governo.

   Non so quanti libri di scienza politica Conte abbia mai letto (o sfogliato). A Firenze ne troverebbe molti, da Machiavelli a Sartori, utilissimi per rappresentanti e governanti. Ho visto, però, che nella sua pratica istituzionale si è mostrato abilissimo, equilibrato e equilibrista, entrambi elementi che ritengo positivi anche se, talvolta, il decisionismo diventa più che opportuno, indispensabile. Nessuno di questi termini compare nel linguaggio di Conte come da lui stesso manifestato sia nel suo sobrio, serio e sofferto discorso d’addio a Palazzo sia nella sua cosiddetta lectio magistralis per il ritorno, che probabilmente non ci sarà, all’insegnamento fiorentino.

   Il fatto più duro dell’esperienza di governo di Giuseppe Conte è che il Movimento che lo ha designato sembra avere già perso quasi la metà dei voti ottenuti nel marzo 2018 e sta assistendo inebetito ad una considerevole emorragia di deputati e senatori. Le elezioni regionali hanno altresì mandato messaggi preoccupanti. Il potere, anche a Roma e a Torino, sembra avere logorato chi ce l’ha (non sapendolo usare). Ė la democrazia, bellezza! Adesso, sembra che a Conte verrà affidato il compito di ricostruire il Movimento 5 Stelle con l’obiettivo principale di riportarlo ai fasti d’antan. Quei fasti erano stati costruiti su una grande pervasiva insoddisfazione nei confronti della politica politicata, ma anche contro lo stesso sistema istituzionale repubblicano: la democrazia parlamentare.

   Tutti i dati confermano che l’insoddisfazione permane molto diffusa né mi pare probabile che il governo Draghi calato dall’alto del Quirinale e alquanto carente in materia di comunicazione riuscirà a contenerla prima che, tempi non brevi, venga ridimensionata e messa ai margini la pandemia e facciano effetto i fondi europei. Quanto alla sfida alla struttura della democrazia parlamentare in quanto tale, di successi, nel nome usurpato di Rousseau, non ne ha avuti nessuno. Anzi, va a grande merito del parlamentarismo e della Costituzione italiana l’avere sconfitto tutte le versioni anti-sistema, peraltro, mai brillantemente elaborate, del Movimento, versioni riguardo le quali non conosciamo le eventuali condivisioni e valutazioni di Giuseppe Conte.

   Tuttavia, non possiamo dimenticare che la critica anti-parlamentare ha prodotto qualche esito sostanzialmente irreversibile: abolizione o quasi dei vitalizi, drastica riduzione del numero dei parlamentari. Resta da vedere se il limite dei mandati sarà più o meno tacitamente abbandonato. Anche su questo il silenzio di Conte è stato assoluto. Probabilmente, però, la leadership che il Movimento ovvero, quanto meno, il garante maximo Beppe Grillo, gli ha offerto non dovrà misurarsi sulle proposte del passato né sulle innovazioni, alcune delle quali possibili e auspicabili, da introdurre nelle modalità di funzionamento della democrazia parlamentare italiana, ad esempio con pratiche e esperimenti di democrazia deliberativa (il lettore apprezzerà il mio riserbo sulle leggi elettorali ancora oggetto di oscuri desideri dei partiti e dei loro leader).

   Il Movimento non ha mai avuto una ideologia se non quella di essere contro le poche rimanenti pallidissime e evanescenti elaborazioni occasionali dei simulacri di partiti esistenti, che soltanto alcuni dirigenti politici e i loro non fantasiosi intellettuali di riferimento sembravano puntellare. Certamente, il Movimento non avrebbe fatto molta strada dichiarandosi “liberale e moderato” alla Di Maio. L’europeismo al quale Conte è approdato senza fare rumore è, al tempo stesso, molto più che un’ideologia (è, invece, il più ambizioso progetto politico del secondo dopoguerra) e molto diverso da un insieme di idee rigide e costrittive. Richiede, però, una declinazione e un arricchimento che sono sicuramenti estranei al Movimento e, al momento, fuori della loro portata. Quanto Conte sia in grado di trovare una via originale per l’europeismo dei Cinque Stelle è una delle sfide alla sua leadership.

La transizione da un ruolo istituzionale adempiuto con successo (non è opinione soltanto mia, ma condivisa in una lunga serie di sondaggi da circa il 50/60 per cento degli italiani) ad un ruolo più propriamente politico, è complicatissima, irta di imprevedibili difficoltà. Non farò nessun paragone con la frettolosa “salita in politica” del Sen. Prof Mario Monti che, pure, si era avvalso di qualche consulente politico, oggi diventato sottosegretario. La ricostruzione di un movimento declinante, roso da tensioni e conflitti, anche di tipo personale, si presenta come un’avventura che fa tremare i polsi. Compulsando la ricca storia politica delle democrazie europee non sono riuscito a trovare esempi e precedenti utilizzabili per una sana e feconda comparazione. Non sta a me suggerirli, ma credo che Conte dovrebbe indicare e operare attorno ad alcuni punti incomprimibili, irrinunciabili. Il primo consiste nel mantenere, rivista, potenziata e meglio regolamentata, una piattaforma telematica che consenta agli iscritti di esprimersi frequentemente non solo in votazioni, ma anche in discussioni. Il secondo punto irrinunciabile consiste nel garantire, anche a rischio di qualche confusione, la pluralità di prospettive: allargare i confini senza espulsioni che mi paiono una deplorevole pratica da partiti totalitari. Sarà lo stesso Conte, e dovrà rivendicarlo, a fare la sintesi. Pur tenendo sempre alto il tiro delle mie critiche al Movimento, lo ritengo un attore utile al sistema politico italiano per incanalare il dissenso e per obbligare a decisioni meglio profilate. Non so quanto “politico” riuscirà a diventare Conte, ma questo è il compito che sta per assumersi. Quello, molto eventuale e arditissimo, di “federatore delle sinistre” verrà semmai dopo.

Pubblicato il 2 marzo 2021 su Domani

I Cinque Stelle servono ancora a qualcosa? @DomaniGiornale

Raramente un Movimento politico è stato tanto ferocemente, insistentemente, quasi unanimemente criticato e financo sbeffeggiato come il Movimento 5 Stelle. L’importante, però, non è che le critiche sono ingenerose. Ė, invece, che quelle critiche non rendono giustizia al ruolo complessivamente svolto dai Cinque Stelle nel sistema politico italiano di ieri, di oggi e di domani. “Vaffa” non è mai stato il mio modo di esprimere una valutazione della classe politica italiana, meno che mai di indicare una strategia. Che, però, Beppe Grillo traducesse in quell’invito la grande e diffusa insoddisfazione di una larga parte degli italiani è oramai accertato. Meno noto è che grazie alle liste delle Cinque Stelle nel 2013 una parte consistente di elettori che, altrimenti, si sarebbero astenuti, scelse di andare alle urne. Con il loro voto quegli elettori hanno svolto un compito importante comunicando la richiesta di cambiamenti profondi ancorché, inevitabilmente, non molto precisi.

  Fare chiarezza e selezionare fra le domande è, per qualsiasi classe politica, uno dei principali compii da adempiere. Che un Movimento votato da un italiano su tre nel 2018 sia molto composito è, ovviamente, tanto innegabile quanto inevitabile proprio come anche che la sua leadership sia divisa su non poche scelte rilevanti. Qualcuno, e mi colloco fra questi, ritiene che la dialettica di posizioni e soluzioni è utile, un contributo importante al funzionamento di un sistema politico e, se mantenuta entro (in)certi limiti, anche delle coalizioni di governo. Molto schematicamente, questa dialettica è stata interpretata come uno scontro senza possibilità di conciliazione fra l’ala governista e gli ortodossi. Penso che questa contrapposizione sia limitativa e, in buona sostanza, sbagliata e sterile. Vedo, da un lato, non un’ala che vuole stare a tutti i costi al governo (governista), ma che intende governare (ala governante) per tradurre alcune sue priorità programmatiche in politiche pubbliche; dall’altro, un’ala che preferisce “non sporcarsi le mani” in attesa forse di avere ancora più voti e più seggi.

   L’ortodossia, comunque difficile da valutare, è spesso testimonianza senza profitto (ma, volendo essere “cattivo”, notevolmente gratificata da molte photo e interviste opportunities). L’ala governante può vantare qualche successo: il reddito di cittadinanza, il Ministero della Transizione Ecologica, l’abolizione dei vitalizi, il taglio del numero dei parlamentari. In linea di massima sono molto critico di tutto quello che discende da una critica populista e antiparlamentare, ma, al tempo stesso, non posso non riconoscere che il taglio dei parlamentari obbliga a pensare a come strutturare meglio la rappresentanza politica, certamente non imponendo un impraticabile vincolo di mandato, e a come rendere più spedito il lavoro parlamentare, improbabilmente con il limite ai mandati. Sarà legittimo criticare le, immagino non poche, in parte già preannunciate e giustificate, deroghe.  

   Non credo che le votazioni con/sulla Piattaforma Rousseau costituiscano un fulgido esempio di democrazia diretta. Tuttavia, a fronte dei cambi di linea di alcuni partiti decisi sostanzialmente dal leader (Berlusconi, Salvini, Renzi) o da alcuni pochi notabili, il coinvolgimento di 70 mila attivisti mi pare importante. Probabilmente questo esercizio di partecipazione, che dovrebbe essere meglio strutturato, produce effetti a cascata di diffusione di informazioni politiche nient’affatto da sottovalutare. Le molte e persistenti le critiche alle pratiche democratiche dei Cinque Stelle dovrebbero essere estese anche alle pratiche non democratiche dei concorrenti. Non ritengo democratica la pratica delle espulsioni, ma se giustificabili con riferimento al (non-)Statuto ne prendo atto pur continuando a ritenerle politicamente sbagliate. Sono interessato al futuro dei Cinque Stelle? Non credo affatto che né la loro scomparsa né il loro ridimensionamento a cespuglio renderebbero migliore il funzionamento del sistema politico. Al contrario, in parte squilibrerebbero il sistema a favore della destra, in parte indebolirebbero l’attenzione su alcuni gravi fenomeni sociali quali, ad esempio, la povertà e la condizione dei giovani. Non bisogna chiedere ai Cinque Stelle di uniformarsi a quello che esiste, ma continuare a criticarli, tutte le volte che si offrono, per le loro inadeguatezze.

Pubblicato il 24 febbraio 2021 su Domani

Italia, il fallimento della politica. “La Prima Repubblica non era poi così male. Dopo i partiti sono stati incapaci di rinnovarsi” #intervista @LaStampa

GIANFRANCO PASQUINO Pubblica un “Profilo ideologico” del Paese che completa quello del suo maestro Norberto Bobbio.

Intervista raccolta da Alberto Mattioli

 Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)

In principio era Norberto Bobbio, il suo Profilo ideologico del Novecento italiano che tuttavia, pubblicato nel 1986, si fermava prima del ’68. Adesso il quadro si completa con un «Profilo ideologico dell’Italia repubblicana» che però del nuovo saggio di Gianfranco Pasquino è il sottotitolo.

Il titolo, inquietante e perentorio, è Libertà inutile (Utet, pp. 223, € 18). È un saggio accademico ma scorrevole, appassionato e appassionante, lucido e polemico. E lascia nel lettore quel retrogusto di disillusione, che pare inevitabile quando si guarda l’Italia contemporanea.

Professor Pasquino, è il suo omaggio a Bobbio?

«Anche. Fu il relatore della mia tesi e con lui e Nicola Matteucci dirigemmo il Dizionario di politica. Ho insegnato all’Università di Bologna ma sono nato a Torino. Ogni volta che ci tornavo, andavo a trovare Bobbio. Mi piaceva l’idea di proseguire il suo lavoro sulla cultura politica degli italiani o meglio sulla sua mancanza».

Libertà inutile, in effetti, è un titolo forte.

«Ne parla lo stesso Bobbio nella postfazione del suo saggio. La libertà, certo, è sempre preziosa. Ma possiamo dire che gli italiani l’hanno adoperata molto male. Gli ultimi trent’anni sono stati quelli della fine della crescita, di una politica incapace di dare risposte e dei partiti spariti o in crisi».

Passiamoli in rassegna, allora. Lei smonta il mito di Berlusconi come fautore di una rivoluzione liberale.

«Certamente. Berlusconi è un duopolista e i duopolisti non lanciano rivoluzioni liberali. Il liberalismo di Berlusconi è soltanto liberismo, e di un genere particolare che punta a liberare la società dalle regole. Ma la società italiana non è migliore dello Stato. Nel presunto “liberalismo” di Berlusconi non c’è mai stata alcuna riflessione sulla divisione dei poteri, che del liberalismo è la base».

Lei stronca anche il Pd.

«Un vero problema. Il crollo dei partiti storici tra il ’92 e il ’94 non fu determinato solo da quello del Muro di Berlino, ma dall’assoluta incapacità di ripensare le loro culture politiche. I liberali erano sempre stati quattro gatti e non riuscirono a diventare otto. La riscoperta di Prudhon non bastò certo a rilanciare il riformismo socialista. La Dc perse la sua funzione di baluardo anticomunista e il Pci si trovò spiazzato perché aveva sempre negato di poter diventare socialdemocratico. La fusione di Margherita ed ex Pci produsse un soggetto privo di un vero baricentro: non bastava proclamare di voler mettere insieme le culture politiche progressiste, anche perché mancava in toto quella socialista. Il problema non è mai stato affrontato e di conseguenza nemmeno risolto».

Che identità dovrebbe darsi il Pd, allora?

«Potrebbe forse partire dall’europeismo di Altiero Spinelli, che aveva capito che il vero confronto non sarebbe più stato tra destra e sinistra, ma tra favorevoli e contrari all’unificazione politica dell’Europa. Ma nel Pd vedo molti che elaborano strategie; idee, nessuno».

E il Movimento Cinque Stelle?

«È il non pensiero di un non partito. O meglio, qualche pensiero c’è, ma sono pensieri deboli. Far passare tutto da una piattaforma telematica significa rinunciare a elaborare una cultura politica. E infatti governano con tutti: prima la Lega, poi il Pd, adesso Draghi. Però riconosco al M5s il merito di aver riportato alla politica molti elettori che se ne erano disamorati».

Il M5s è solo antiparlamentare o anche antidemocratico?

«Antiparlamentare di sicuro, con il suo mito della democrazia diretta e la riduzione del numero dei parlamentari. Ma questo è un aspetto presente da sempre nella cultura italiana, fin dai tempi di Prezzolini e Papini. Sulla democrazia, mi colpì una profezia di Grillo. Una volta affermò che il M5s avrebbe conquistato il 100 per cento dei voti, che è sicuramente un’idea antidemocratica perché un partito è una parte, non può essere il tutto».

E i sovranisti? La Lega?

«Il sovranismo non è un’idea. La Lega è passata dal secessionismo alla blanda espressione degli interessi dei ceti produttivi del Nord. Ma l’idea di un’Italia che si ritrae dall’Europa è perdente, lo sanno tutti. Dunque, l’idea sovranista è debole e produce una politica debole».

Non ci resta che Draghi.

«Nella storia di tutti i Paesi ci sono momenti in cui è giusto che ci siano accordi ampi. È successo anche in Italia con i primi governi del Dopoguerra o con il compromesso storico, che pure io critico. È una convergenza accettabile, anche se è bene che ci sia pure chi non ci sta come Giorgia Meloni. Ciò detto, molto dipenderà dalle capacità di Mario Draghi che sono note ma, nel ruolo di premier, ancora da collaudare».

Nel suo libro aleggia una certa nostalgia per la vituperata Prima Repubblica. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

«Stavamo davvero peggio? Alla fine degli anni 80 l’Italia diventò la quinta potenza industriale del mondo scavalcando il Regno Unito. La cosiddetta Prima Repubblica ha prodotto cambiamenti enormi. Il problema è iniziato quando gli attori della politica, i partiti, si sono rivelati incapaci di rinnovarsi. Più che finiti, i partiti sono sfiniti. Da qui l’impossibilità di riforme vere e il ricorso a soluzioni di emergenza: con Ciampi funzionò, con Monti no, con Draghi chissà».

SuperMario ce la farà?

«Sono uno studioso della politica, non un profeta. Non sono né ottimista né pessimista. Il momento è importante, l’occasione di cambiare la politica preziosa. Le riforme individuate da Draghi sono quelle giuste: burocrazia, giustizia, scuola».

Ultima domanda: nel libro, lei si toglie spesso qualche macigno dalle scarpe sui suoi colleghi. Perché?

«Perché il dibattito non può essere accondiscendente. Una parte degli studiosi non ha fatto bene il suo lavoro, è stata troppo blanda con questa politica. Non faccia credere ai suoi lettori che io sono a quel livello, ma Orwell non era tenero con i suoi colleghi, Aron nemmeno e neanche Habermas lo è. La discussione è anche critica, altrimenti è solo melassa».

Pubblicato il 23 febbraio 2021 su La Stampa

Saremmo tutti più poveri se il #M5S si sfaldasse completamente @Mov5Stelle

Non sono mai stato tenero con le superficialità e le esagerazioni del Movimento 5 Stelle. “Vaffa” non è la mia idea di strategia politica. Trovo, però, del tutto ingeneroso e, quel che più conta, ignorante il coro di critiche saccenti alle difficoltà attuali dei Cinque Stelle votati nel marzo 2018 dal 33 per cento degli italiani. Credo che sia preferibile analizzare con distacco partecipe vicende importanti che riguardano il sistema politico e la democrazia, dentro e fuori del Movimento. C’è qualcosa da imparare.

Pasquino: «Conte? Un signore, Mattarella poteva dargli un’altra chance» #intervista #Ventuno

Intervista raccolta da Ruggero Tantulli

«Giuseppe Conte è stato sostituito malamente. Il suo governo poteva continuare». A dirlo è il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che risponde al telefono alle domande di Ventuno. Il governo Draghi, secondo il professore torinese, «non è il governo dei migliori». E soprattutto non deriva «affatto da una crisi della politica», ma da un «comportamento ricattatorio e irresponsabile di Matteo Renzi». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era davvero obbligato a chiamare “Supermario” Draghi, come acriticamente riportato su gran parte dei media? No: avrebbe potuto dare «un’altra chance a Conte».

Professore, è nato il governo Draghi. Qual è il suo giudizio?

«La composizione del governo rispecchia i rapporti di forza dei partiti in questo Parlamento. Sì, è il manuale Cencelli ma esiste in tutte le democrazie parlamentari. I governi si fanno comunque così. Per quanto riguarda i ministri c’è una notevole continuità e penso vedremo anche molti sottosegretari e viceministri che faranno la loro ricomparsa. I tecnici, poi, sono “i migliori”, come si dice con esagerazione? No. Bisogna intendersi sul significato di “migliori” in politica: spesso sono quelli che ottengono più voti o che fanno scelte sagge nei momenti eccezionali. Ci sono certamente buoni ministri: stimo Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Roberto Speranza».

Rispetto al Conte-2, possiamo dire che c’è stato uno spostamento verso destra?

«No, direi verso il centro. Perché la Lega è stata costretta a capire che bisogna seguire le linee portanti della Ue. Quindi è un successo del sistema europeo nel suo insieme. C’è una conversione opportunista verso il centro di Salvini. Però la conversione vera è quella di Giorgetti».

Giuseppe Conte è uscito da Palazzo Chigi tra gli applausi dei dipendenti e le ovazioni da via del Corso. Cosa vuol dire?

«I sondaggi, che lo davano sopra il 50%, non mentivano. Conte come persona è un signore e si è dimostrato tale anche uscendo da Palazzo Chigi. Io sono d’accordo con chi lo applaudiva e mi auguro recuperi un ruolo politico. Ma voglio aggiungere una cosa: per me è stato sostituito malamente perché quel governo poteva continuare».

Ecco. Nel dibattito pubblico spesso si sente dire che per il presidente della Repubblica chiamare Mario Draghi fosse l’unica scelta possibile. È davvero così?

«La metto in maniera ipotetica. Quando Fico (dopo il mandato esplorativo, ndr) ha riferito che i partiti non erano in grado di convergere su qualcosa, Mattarella aveva due strade: o dire lui cosa fare o prendere atto che Conte aveva ottenuto la fiducia, abbondante alla Camera e risicatissima al Senato, dicendogli di andare avanti. E avvertendolo che, in caso di sconfitta su un disegno di legge come quello sulla riforma della giustizia, allora gli avrebbe chiesto di dimettersi. Poteva dargli un’altra chance. Evidentemente ha ricevuto pressioni da qualcuno oppure non voleva rischiare di rimandare Conte in Parlamento e di ritrovarselo pochi giorni dopo sconfitto in un voto importante».

Visto che ha parlato di “pressioni”: si sente spesso dire, come presupposto incontestabile, che la crisi nasce da una crisi politica di sistema. Non è però nata dalla scelta di un partito che forse si è mosso sulla base anche di altri interessi, come quelli di gruppi di potere?

«La crisi si è aperta per un comportamento ricattatorio e irresponsabile di Renzi e di Italia Viva. Non c’era alcun bisogno di aprirla. Evidentemente Renzi voleva far valere qualcosa contro Conte. Certamente non era solo: i giornali da mesi conducevano una campagna contro Conte, direi da giugno (“È pronto Draghi”, “Poi arriva Draghi” etc.), per ragioni che mi sfuggono. Una parte dei giornali non vuole il M5s: in particolare il Corriere della sera e in una certa misura anche la Repubblica. Loro hanno creato le premesse. Un leader ricattatorio ha avuto un colpo di fortuna e adesso sostiene di aver scelto lui Draghi. Una frase francamente eccessiva. Sostiene anche di aver fatto lui questo governo: nel 2018 poteva fare un governo

con il M5s da segretario del Pd ma buttò il partito all’opposizione senza neanche convocare gli organismi dirigenti. Sento dire che sarebbe un genio della politica: dissento fortemente. La politica, comunque, non è affatto fallita. E nemmeno il sistema. La democrazia parlamentare è sufficientemente flessibile da accomodare diversi tipi di governo e sapersi adattare. Quindi non siamo affatto di fronte a una crisi di sistema, lo rifiuto nella maniera più totale. La Costituzione ha tutte le risposte da dare anche in queste situazioni. Mattarella infatti, anche se secondo me con qualche leggera forzatura, ha utilizzato la Costituzione. Dopodiché sono convinto che ci sia stato un lungo dialogo tra Mattarella e Draghi per scegliere i ministri, perché sono altrettanto convinto che Draghi non conosca bene la politica italiana e i partiti italiani».

Renzi ha portato Lega e Fi al governo. Non un gran risultato, visto da sinistra…

«Renzi non sta guardando da sinistra ma dal centro. Solo che è inchiodato al 2,8% e se si fa una legge elettorale con soglia di sbarramento non entra più. Ma sono sicuro che tratterà per un seggio sicuro per sé e per Maria Elena Boschi».

La “congiura” di Renzi è arrivata proprio quando bisogna pianificare l’investimento dei 209 miliardi ottenuti da Conte con il Recovery Fund. Non è un tempismo sospetto?

«Qui mi chiede dietrologie e su questo non sono particolarmente bravo. Conte sicuramente sapeva in quale direzione andare per usare quei fondi. Credo che lo sappia anche Draghi e che non cederebbe a pressioni. Credo che Renzi non riuscirà a influenzare le scelte di Draghi».

Draghi è stato osannato dalla quasi totalità dei media. Non è stato eccessivo? Inoltre, il parlare di “governo dei migliori” non nasconde una concezione aristocratica della politica volta quasi a svilire la portata della democrazia?  

«Chi vuole il governo dei migliori non opera all’interno delle regole della democrazia: il governo è fatto da coloro che sono riusciti ad avere il maggior numero di seggi in Parlamento. Qualche volta sono migliori dei loro cittadini, qualche volta no. Conosco qualche esempio di governo dei migliori: l’amministrazione di John Kennedy(Usa, 1961-1963, ndr), alcuni governi di De Gaulle, il primo governo laburista (1945-1951). Questo non è il governo dei migliori. Anche se devo dire che in questo Paese non ho mai visto un governo dei migliori».

Ma a proposito di democrazia, lasciare solo un partito all’opposizione è normale o è un’anomalia?

«I partiti decidono se andare al governo o all’opposizione. Giorgia Meloni ha giustificato in maniera condivisibile la sua scelta. Io naturalmente preferisco un sistema dove c’è una vera opposizione che si candida come alternativa al governo.  Ma sono molto rari i sistemi bipolari eh! In Europa, contrariamente a quanto si pensa, l’alternanza vera è una merce rarissima (dopo l’intervista, anche Sinistra italiana ha comunicato la decisione di non votare la fiducia al governo Draghi, come sostenuto dal segretario Nicola Fratoianni, ndr)».

Il M5s è stato criticato per aver consultato i propri iscritti. E soprattutto per come è stato scritto il quesito, contestato anche al suo interno. Che ne pensa?

«Io preferisco 77mila persone che votano su Rousseau al metodo decisionale di una o poche persone».

Come valuta questa mutazione definitiva del M5s, che ha comportato una spaccatura netta tra l’ala governista e quella di opposizione?

«Credo sia errato dire che ci siano un’ala governista e una di opposizione. Per me ci sono quelli che hanno imparato che se vuoi cambiare le cose devi stare al governo e far passare le tue idee e quelli che si beano di stare all’opposizione e testimoniare».

Pensa che ci sarà una scissione o che i ribelli proveranno a riprendersi il Movimento?

«Se fanno una scissione si suicidano. Mi auguro rimangano nel M5s e in Parlamento combattendo le loro battaglie, anche sugli emendamenti. In politica stare in disparte è un errore».

Il governo Draghi è stato criticato per la scarsa presenza femminile e per aver depotenziato il ruolo del Sud. Che ne pensa?

«La scelta delle donne dipende dai partiti. Sul Sud, da torinese mi sembra che Draghi sia romano: quindi il Sud è ben rappresentato».

Legge elettorale. Ai cittadini suona come un tema inutile ma in realtà non è così. Riuscirà questo Parlamento a farla, soprattutto dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari?

«La convinzione secondo la quale ai cittadini non interessa la legge elettorale è sbagliata. E se fosse giusta sarebbe colpa dei politici che devono dire ai cittadini che è importante! Prima i partiti iniziano questa opera pedagogica fondamentale, meglio sarà. Rosato (da cui il Rosatellum, ndr) può dire quello che vuole ma la legge elettorale è pessima. Alcune cose non dovrebbero esserci mai: la possibilità di pluricandidature è assolutamente scandalosa. Sono contrario poi ai candidati paracadutati. Credo che dovrebbero esserci un voto di preferenza vero e la possibilità di un voto disgiunto. Dopodiché se si vuole una buona rappresentanza politica la soluzione è il sistema elettorale tedesco: si chiama proporzionale personalizzato. Se si vuole un buon maggioritario, invece, si può seguire il modello francese. Il criterio principe per valutare le leggi elettorali è: quanto potere hanno gli elettori? Con la legge Rosato gli elettori hanno pochissimo potere. Con il Porcellum di Calderoli ne avevano ancora meno. Con il Mattarellum invece ne avevano. Se non si vuole imitare un modello estero, basta adattare la legge Mattarella con un paio di ritocchi».

Che futuro vede per Conte?

«L’ho visto accompagnato da una bella signora bionda. Lo vedo in vacanza per una settimana, fuori da questa gabbia dove ci si scambia colpi di pugnale. Conte ha dimostrato di avere delle capacità, è cresciuto nella sua carica e secondo me ha fatto bene. Fare politica è una scelta di vita, non so se lo voglia. Potrebbe avere una carriera europea o un futuro anche in questo governo. Ma non gli suggerirei di fare un partito. Comunque do una valutazione positiva di Conte. Il suo futuro è in parte nelle sue mani».

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su Ventuno

Con i partiti destrutturati il Presidente guardi all’Unione @DomaniGiornale

La formazione del governo Draghi è la più chiara smentita della tesi alquanto confusa relativa ad una crisi di sistema. Se il sistema è, come dovrebbe, la democrazia parlamentare, non solo ha tenuto, ma ha offerto per l’ennesima volta la prova che è in grado di risolvere le crisi di governo, anche quelle irresponsabilmente procurate dai leader dei partitini. Certo, se per sistema s’intende il sistema dei partiti, questo è da tempo in crisi. Sostanzialmente destrutturato, il sistema dei partiti barcolla e non è il luogo della soluzione dei problemi politici. Tuttavia, anche in un sistema vacillante possono prodursi fenomeni importanti che meritano di essere valutati con precisione. Il più importante dei fenomeni prodottisi ha influito in maniera molto significativa, quasi decisiva sulla formazione del governo Draghi.

   In seguito alla svolta europeista, il centro-destra si è profondamente diviso. Per quanto improvvisa, la svolta non è stata affatto improvvisata, ma preparata con calma e tenacia da Giancarlo Giorgetti, giustamente premiato con un ministero. Salvini ha dovuto convertirsi, a mio modo di vedere in maniera opportunistica più che per convinzione, forse anche avendo ricevuto il messaggio da parte dei ceti produttivi del Nord che in Europa bisogna stare, in Europa bisogna agire. Dunque, anche il sistema europeo ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere vivo e molto vitale. La lezione europea, spesso rifiutata da Berlusconi, era già penetrata nei ranghi di Forza Italia anche grazie alla sua appartenenza e frequentazione della famiglia dei popolari europei. Adamantina in larga misura per convinzione, ma anche per ruolo, da poco diventata Presidente del Gruppo che può a giusto titolo essere definito dei sovranisti, Giorgia Meloni si è deliberatamente collocata all’opposizione. Potrebbe anche riuscire a sfruttare quelle che ritengono siano definibili come “rendite di opposizione”, a scapito della Lega, ma, forse, anche di una parte dell’elettorato che è in allontanamento dal Movimento 5 Stelle. Quello che è sicuro è che le differenze di opinione nel centro-destra sono destinate a continuare.

Comprensibilmente, la situazione si presenta delicata sia per i Cinque Stelle nei loro rapporti con Berlusconi e il suo partito sia per il Partito Democratico che si trova al governo con la Lega. Affari loro, naturalmente, che, però, debbono essere tenuti in grande considerazione per evitare che si riflettano negativamente sull’azione del governo Draghi. Immagino che a Draghi sia stato comunicato che le coabitazioni promiscue contengono potenziali negativi per i procedimenti decisionali nel Consiglio dei Ministri e in Parlamento. Non sono soltanto le differenti idee intrattenute dai quattro inopinati alleati su quale Italia e quale Europa a dovere preoccupare. Sono soprattutto le ricette che hanno elaborato nel corso del tempo, a riprova non casuale che esistono ancora distanze fra la destra e la sinistra ovvero, se si preferisce, fra i conservatori e i progressisti.

Intravvedo due modalità possibili, peraltro non in grado di evitare che, di tanto in tanto, gli scontri si manifestino, ma per superarli in maniera efficace. Su quasi tutte le tematiche significative, a cominciare, comprensibilmente, da come assegnare e utilizzare gli ingenti fondi del Piano di Ripresa e di Rilancio, il Presidente del Consiglio Draghi dovrebbe “giocare” la carta europea. Sempre formulare soluzioni compatibili con una visione europeistica che lui è in grado di articolare meglio di altri, sempre richiamare tutti agli esempi europei, sempre argomentare con riferimento alle modalità sperimentate nei paesi europei. Il livello del confronto, in materia di giustizia come di scuola, di digitalizzazione come di infrastrutture, deve sempre essere ricondotto a quello che serve all’Italia per cambiare e crescere secondo le direttive europee. Sarà difficile. Richiederà un apprendimento accelerato per il capo del governo, ma, yes, Draghi can (o quantomeno dovrebbe tentare).

Pubblicato il 14 febbraio 2021 su Domani