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Governo e opposizioni: non solo blah blah blah

Spudoratamente, i giallo-verdi comunicano un po’ di tutto: il fatto (poco, ma reale); il non fatto (molto, rinviato al futuro) ; il malfatto (variabile). Si scambiano colpi, ma vanno avanti. Se le opposizioni dicono che sono divisi su tutto, sbagliano. Se dicono che il governo è bloccato, sbagliano. Le accuse generali non fanno breccia nel sistema comunicativo. Le opposizioni debbono battere con precisione su punti specifici e offrire proposte alternative credibili. Nel blah blah blah, Salvini e Di Maio, nell’ordine, hanno già vinto.

 

I nodi del Governo. Distrazione di massa: luci spente sul default

Questa effervescente società italiana! Altro che stare sdraiata sul divano a divorare popcorn e aspettare il reddito di cittadinanza: si organizza, scende in campo, manifesta. Forse, però, non per colpa sua, ma un po’ degli eventi un po’ per inadeguata informazione, manifestanti e contromanifestanti non colgono il bersaglio grosso. È lecito organizzare un congresso sulla famiglia tradizionale, meglio se usando toni e modi non oltranzisti che dileggiano le nuove forme di convivenza e aggrediscono leggi esistenti come la 194 sull’interruzione della gravidanza. È opportuno sostenere le conquiste di civiltà in tutte le materie relative alle unioni. È giusto sostenere la legittima difesa, non necessariamente armata e privatizzata, talvolta prevedendo pene, in una fattispecie allargata, per l’uso di filmini intimi che mettono alla berlina l’ex-compagna (revenge porn; vendetta porno). Persino encomiabile è concedere, sarebbe preferibile dire “riconoscere”, a determinate condizioni, la cittadinanza agli adolescenti i quali, con grave rischio personale hanno salvato le vite dei loro giovanissimi compagni. Che poi anche prendendo le mosse da questo avvenimento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte senta, “benvenuto!”, il bisogno di “riflettere” sullo ius soli, ovvero sulla cittadinanza a chi è nato in Italia, ancorché da genitori non italiani, è una buona notizia. Però, i capi di governo non si limitano a riflettere. Hanno il dovere di proporre e il compito di decidere. Tutte queste, alla rinfusa, sono tematiche importanti, ma non determinanti, in una società che desideri diventare e rimanere civile, e non sarà neppure la Commissione Banche, ultima trovata del Movimento Cinque Stelle per darsi un po’ di visibilità, a risolvere il problema dei problemi italiani: come rilanciare la crescita economica.

La buona notizia per i governanti pentastellati è che le domande per il reddito di cittadinanza sono alquanto inferiori alle previsioni e quindi, almeno quest’anno, saranno necessari meno fondi di quelli previsti e stanziati. Tuttavia, quei fondi non potranno essere subito destinati a investimenti pubblici e all’ammodernamento delle infrastrutture che soli potrebbero iniziare il rilancio delle attività economiche e la produzione di posti di lavoro. L’effervescenza della società sui diritti da mantenere e, eventualmente, da ampliare (cittadinanza) rischia di essere sfruttata come arma di distrazione di massa fino alle elezioni del Parlamento europeo, 26 maggio, dopodiché sono tutti oramai convinti che vi sarà una resa dei conti con numeri veri fra Lega e Cinque Stelle. No, neppure quelle elezioni spasmodicamente attese risolveranno la tensione fra, da un lato, le politiche redistributive perseguite da Di Maio e securitarie imposte da Salvini e, dall’altro, la necessità assoluta per l’Italia di rovesciare la tendenza e incominciare a crescere. Questo è davvero il bersaglio grosso (di qualsiasi governo) che gli italiani non dovrebbero perdere di vista.

Pubblicato AGL il 1°aprile 2019

Il M5S in declino dei consensi imparerà che uno non vale mai uno

Lentamente, forse dolorosamente, ma peggio per loro, i dirigenti del Movimento 5 Stelle buttano a mare parte del loro DNA (“onestà”, sicurezza, forse TAV). Ammaestrati dal precipitoso declino di voti e consensi, stanno anche per capire che i limiti ai mandati sono un limite all’acquisizione di competenze. Che uno non vale mai uno. Può essere un po’ di più se ha un buon curriculum, un po’ di meno se non sa proprio niente. Con curriculum e conoscenza di una lingua straniera, meglio se l’inglese. il M5S procederà al reclutamento dei candidati all’Europarlamento. Prima che si faccia troppo tardi.

Ritorsioni sulla strada per le Europee

Certamente, come sostiene il Presidente del Consiglio, il governo va avanti. Come se niente fosse? Anche se, dopo l’Abruzzo verrà la Sardegna, 24 febbraio, le 5 Stelle hanno subito imboccato la strada della ritorsione “programmatica”: NoTav , costa troppo. È un colpo al vittorioso Salvini che si sta godendo l’avanzata con la quale ha travolto sia le 5 Stelle sia, ancora una volta, Forza Italia. Qualcuno dentro le Cinque Stelle, nella mitica “base”, appare molto preoccupato, e fa bene. Vorrebbe anche chiederne conto ai vertici, nell’ordine, Di Maio, Di Battista e, forse, Casaleggio (con Grillo defilato). Con l’elezione di un Presidente di Regione di Fratelli d’Italia può giustamente esultare anche Giorgia Meloni. Tirano un sospiro di sollievo i dirigenti del Partito Democratico. Grazie all’apporto di una pluralità di liste hanno contenuto la sconfitta, ma che l’Operazione Abruzzo implichi logicamente il sostegno a un composito listone per le elezioni europee, come annunciato da Orfini, Zingaretti e Martina, sottoscrivendo il Manifesto di Calenda, rimane, a mio parere, alquanto dubbio. Preoccupante, soprattutto per chi si candida a fare il segretario del PD, è scoprire che il partito va meglio se si “annega” in un laghetto di liste civiche. Salvini va a vele spiegate per due ottime ragioni. Primo, continua a interpretare il desiderio di sicurezza degli elettori e di modernizzazione meglio di chiunque altro, senza troppi distinguo. Secondo, prende sul serio le campagne elettorali e le fa battendo il territorio, mettendoci, politichese, la faccia.

Il NO delle 5 Stelle alla TAV serve a rassicurare la “base” – i cui segreti, desideri e numeri, sono custoditi dalla piattaforma Rousseau, che sovrintende alle modalità e agli esiti delle votazioni– su uno dei temi di bandiera. Però, il capo politico Luigi Di Maio, da un lato, non sa che pesci prendere, dall’altro, deve assolutamente sperare che qualcosa funzioni da qui alle elezioni europee, passando il più indenne possibile dalle elezioni regionali sarde, già un po’ pregiudicate dalla sconfitta pesante subita nelle municipali di Cagliari. Quello che deve totalmente e rapidamente funzionare è il reddito di cittadinanza che entrerà in vigore ad aprile, in tempo, dunque, per fare sentire i suoi effetti. Comunque, Di Maio è in una posizione di sostanziale debolezza. Non può permettersi di fare saltare il governo poiché non ha nessuna alternativa. Finirebbe all’opposizione con poche prospettive future: duri, forse, ma, dopo una non esaltante esperienza di governo, non più puri. Non interessato alla “purezza”, ma disposto a “sporcarsi le mani” per attuare il suo programma, anche con durezza, Salvini ha una preoccupazione dominante: evitare di andare sotto processo, e una minore, immediata: recuperare sulla TAV. Poi la sua strada sarà in discesa almeno fino a maggio quando il peggio che gli possa succedere è che le aspettative siano troppo superiori all’esito del voto europeo. È un rischio che può permettersi di correre.

Pubblicato AGL il 13 Febbraio 2019

L’Abruzzo non è l’Ohio, ma non è da sottovalutare

Si dice che l’Ohio sia uno Stato chiave nelle elezioni presidenziali USA. In effetti, spesso i suoi voti sono stati decisivi per la vittoria, in particolare, dei candidati repubblicani alla Presidenza. Sconsiglio dall’assimilare l’Abruzzo all’Ohio. Per quanto interessante, l’esito del voto in Abruzzo non prefigura necessariamente un eventuale, peraltro, a mio modo di vedere, del tutto improbabile, voto politico nazionale. Tuttavia, non è neanche da sottovalutare. Senza fare il populista (non mi riesce difficile), quando il popolo, meglio, i cittadini parlano con il loro voto, nel quale hanno investito energie, tempo, forse anche denaro (per informarsi e andare alle urne), è sempre auspicabile ascoltarli, cercare di capire che cosa hanno voluto dire, quale messaggio contiene il loro voto, da quali fattori è stato influenzato. Tuttavia, il voto è sempre il prodotto di una relazione fra le promesse dei candidati e dei partiti e la ricezione, influenzata da una molteplicità di considerazioni, degli elettori.

Tanto per cominciare, poco meno della metà degli abruzzesi hanno deciso e detto che, no, le elezioni nella loro regione non erano abbastanza importanti da meritare la loro partecipazione. Questa risposta meriterebbe una qualche riflessione non ipocrita da parte dei dirigenti di partito. Non me l’aspetto, quindi soprassiedo, riservandomi il diritto di criticare chi, regolarmente, si strappa le vesti per qualche minuto (leggi il dopo-Cagliari), poi va avanti come se niente fosse. Minimizzeranno anche i dirigenti delle Cinque Stelle, il capo politico Di Maio, che ha finora collezionato sconfitte e perdite di voti nient’affatto trascurabili e non colmabili da nessun accordo con gilet gialli o di altri colori? E il comandante Di Battista impegnato sul fronte venezuelano? Qualcuno vorrà chiedere al Presidente del Consiglio Conte perché gli elettori abruzzesi non hanno capito che il 2019 sarà un anno bellissimo e non hanno deciso di incoraggiare la forza di governo, ancora per poco, maggioritaria?

Siamo sempre in attesa di una riflessione dei dirigenti del PD, a cominciare da quella che sul suo divano attrezzato con pop corn dovrebbe effettuare il due volte ex-segretario, sul voto del 4 marzo 2018. Adesso, però, qualche parola sulla necessità e utilità del PD di costruire davvero alleanze con una varietà di associazioni che operano sul “mitico” territorio (che è il luogo dove bisognerebbe tornare a fare politica, ovvero a interloquire con ci abita e vive) parrebbe assolutamente opportuna. Andare oltre il PD con associazioni che lo reputano utile, ma da solo non adeguato, sembra essere la strada da imboccare. Comunque, i tre candidati alla segreteria non hanno tuttora saputo indicarne nessuna.

Qual’è la sua strada Matteo Salvini la conosce molto bene: battere il territorio, sembra che sia stato il leader nazionale che ha visitato più di tutti l’Abruzzo, stando quando serve, e nelle elezioni locali serve eccome, con il centro-destra. Il messaggio che manda il capitano-Ministro Salvini è duplicemente chiarissimo. Sappia il centro-destra che la sua Lega è assolutamente indispensabile per vincere e governare a livello locale (e nel futuro, non si sa quanto prossimo, azzarderei non tanto, anche a livello nazionale). Sappiano le Cinque Stelle, non soltanto che la Lega continua a crescere elettoralmente, ma che, lui, ha una alternativa coalizionale. In caso di una crisi di governo, Salvini può vantare e contare su una comoda posizione di ricaduta. Tutto questo è estraibile dall’esito delle elezioni regionali in Abruzzo. Mi pare parecchio e interessante.

Pubblicato il 11 febbraio 2019 su formiche.net

Venezuela: governo diviso e debole

Le posizioni assunte dai due alleati al governo sul delicato e complicato caso del Venezuela sono, nel loro genere, tanto limpide quanto contrastanti. Senza ambiguità Salvini afferma: “Prima tornano diritti, benessere e libertà in Venezuela, meglio sarà per il popolo”. Parlando a nome e per conto del Movimento Cinque Stelle, in base alla competenza sicuramente (sic) acquisita in seguito ad un suo lungo viaggio e alla residenza di alcuni mesi in Guatemala (senza, però, avere visitato il Venezuela), Alessandro Di Battista non ha dubbi: “firmare l’ultimatum UE al Venezuela è una stronzata megagalattica”. Il suo più stretto compagno d’armi, capo politico del Movimento, Luigi Di Maio annuncia che “non riconosciamo soggetti non votati” come se Juan Guaidò, il Presidente dell’Assemblea Nazionale, non sia stato eletto, prima per diventare deputato, poi per rimpiazzare ad interim Nicolás Maduro, “soggetto” vittorioso in elezioni presidenziali manipolate, che non è mai considerato legittimo dagli osservatori internazionali. Non è chiaro se la linea la dia, come dovrebbe, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Dalla dichiarazione nella quale ribadisce “la sua massima preoccupazione per gli ultimi sviluppi in Venezuela” è impossibile sapere che cosa intende fare il governo, ma sappiamo che cosa non ha fatto. Non ha firmato una dichiarazione degli Stati-membri dell’Unione Europea a sostegno di Guaidò. Ha altresì deciso di non esprimersi, contrariamente a Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna e Svezia (non proprio Stati e governi di carente legittimazione democratica), a favore di elezioni libere, trasparenti, con garanzie, da tenersi nel più breve tempo possibile, ma da annunciare fin d’ora.

Coerente con la sua visione “sovranista” sì, ma anche attenta alla drammatica condizione del popolo venezuelano, è Salvini che, seppur indirettamente, offre sostegno al ritorno della democrazia in un tormentato paese, nient’affatto carente di tradizioni democratiche. La posizione delle Cinque Stelle la dice lunga sulla loro ambigua e confusa concezione della democrazia. Su tutte le misure di democraticità, dalla libertà di stampa all’autonomia del sistema giudiziario, il Venezuela è collocato ben lontano dai regimi democratici. Inoltre, il suo esperimento populista e autoritario ha provocato, non tanto la “decrescita felice”, non molto tempo fa progettata da Beppe Grillo, ma un impoverimento drammatico della popolazione e un deflusso di quasi due milioni di venezuelani nei paesi limitrofi, in primis, la Colombia.

La non-posizione del governo, da un lato, segnala la mancanza di autonomia e di capacità decisionale del Presidente del Consiglio, dall’altro, indica un ennesimo allontanamento dalle scelte dell’Unione Europea che, inevitabilmente, saranno ripagate da un ulteriore declino di credibilità dell’Italia su altre questioni che contano come economia e migranti. Il Venezuela si sta rivelando un test che complessivamente il governo ha già fallito.

Pubblicato AGL il 5 febbraio 2019

Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

Pubblicato AGL il