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I soldi di Chavez ai 5 Stelle? La prova è poco convincente #intervista @CdT_Online

Le valutazioni del politologo Gianfranco Pasquino sul presunto scoop del quotidiano spagnolo ABC

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto pubblicata il 17 giugno 2020

I documenti che proverebbero il presunto finanziamento del 2010 ai pentastellati da parte del regime di Chavez, rivelato dal quotidiano spagnolo ABC, mostrano alcune incongruenze. Caracas e il M5S smentiscono la transazione ma nel Movimento creato da Grillo le tensioni interne non si affievoliscono. Abbiamo sentito il parere del politologo Gianfranco Pasquino.

Lo scoop del quotidiano conservatore spagnolo arriva mentre nel Movimento fondato da Grillo crescono le divergenze interne. Una semplice casualità?

Il documento che proverebbe il finanziamento appare abbastanza contraffatto, considerati i particolari che alcuni quotidiani italiani hanno messo in rilievo e che mostrano un modo di procedere pasticciato. Per cui il documento non è del tutto convincente. Che ci sia un tentativo di screditarei 5 stelle è noto, loro però vi hanno contribuito: troppe volte avevano infatto elogiato i regime di Chavez e sono poi stati moto ambigui su Maduro. Che Casaleggio abbia accettato dei soldi dal Venezuela

CONTINUA LA LETTURA QUI Corriere del Ticino 17 06 2020

Garantismo à la carte. Si salvi chi può

I numeri dicono che la non partecipazione al voto dei tre senatori di Italia Viva nella Giunta per le Autorizzazione a procedere non è stata decisiva per respingere la richiesta di processo per Matteo Salvini. Il centro-destra compatto avrebbe comunque avuto successo. La parola decisiva spetterà all’Aula del Senato. Tuttavia, il messaggio lanciato da Matteo Renzi ha molte implicazioni destinate a durare per tutta la legislatura e, comunque, per tutto il tempo in cui esisterà il governo Conte.

A Renzi del destino giudiziario, oltre che politico, di Salvini interessa abbastanza poco, quasi niente. “Giustizialista”, votò contro Salvini nel molto simile caso Gregoretti, o garantista à la carte, può farsi forte delle imbarazzanti e molto deplorevoli dichiarazioni di alcuni magistrati pregiudizialmente ostili al leader della Lega. Inoltre, Renzi sostiene, non senza ragione, che nel caso del (presunto) “sequestro di persone” a bordo dell’Open Arms c’è anche una responsabilità del capo del governo di allora, Giuseppe Conte, che non si oppose alle azioni del suo ministro. Il messaggio limpido mandato a Conte é: “attenzione, ho (io, Renzi) contribuito in maniera fondamentale alla formazione del tuo (di Conte) secondo governo e vorrei ricordarti che continuo ad avere i numeri parlamentari (lo si è già visto in Senato) per farti traballare, barcollare, ma, al momento, non intendo farti crollare”.

Produrre la caduta di questo governo sarebbe un suicidio politico per Renzi. Infatti, testardamente, i sondaggi persistono nell’indicare che Italia Viva non riesce in nessun modo a crescere nelle preferenze di voto, inchiodata intorno al 2 per cento, che non consentirebbe a nessuno dei suoi parlamentari, neppure a Renzi, di ritornare né alla Camera né al Senato. Renzi sa che può spingere sé stesso, i suoi, il governo Conte, la legislatura fino all’orlo del burrone. Quasi sicuramente lo farà tutte le volte che gli si offrirà anche la minima occasione. Poi, guarderà quanto è profondo il burrone e muoverà qualche passo di lato, forse persino indietro, magari strattonato tirato dai suoi fedeli parlamentari che non hanno alternative.

Dal canto suo, Conte, i pentastellati e i Democratici sanno di dovere stare, seppure impazienti e irritati, al gioco del fiorentino. Non debbono cercare di andare a vedere il bluff, operazione che sarebbe pericolosissima e, al momento, non necessaria. Fra l’altro, Conte continua a governare con un sostegno popolare piuttosto elevato. Continua anche a fare errori, finora sostanzialmente non gravi, che non intaccano la sua popolarità e neppure la sua capacità di negoziare con l’Unione Europea e gli Stati-membri. Sarebbe sbagliato concluderne che tutto va bene, ma è altrettanto sbagliato interrompere il percorso senza che sia maturata e disponibile un’alternativa migliore. Dunque, Renzi continuerà a punzecchiare Conte, i pentastellati, il Partito Democratico e Zingaretti in attesa di qualcosa che, probabilmente, non arriverà.

Pubblicato AGL il 27 maggio 2020

Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano

È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia

Intervista raccolta da Tommaso Rodano

“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.

C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?

Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.

Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?

Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.

Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?

Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili.

Sono anche giuste, oltre che giustificabili?

Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.

Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?

Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?

Salvini ha “occupato” il Parlamento.

Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.

Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?

Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?

Sono sicuro che qualcuno le viene in mente

Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.

Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi

La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.

Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.

Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.

La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?

No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.

Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Conte e il bicchiere europeo mezzo pienotto

Non so se al prossimo vertice dei capi di governo europei Conte otterrà quello che vuole. Mi pare abbia chiesto troppo, troppo in fretta. Nel lungo periodo, probabilmente, l’Unione riuscirà a raggiungere un accordo su obbligazioni davvero europee, gli Eurobond. Ma, nel lungo periodo, come disse il grande economista John Maynard Keynes, saremo tutti morti. Il fatto è che già adesso non stiamo affatto bene, e nel breve periodo rischiamo di stare molto peggio. Fa male Conte a rigettare l’attivazione del MES (Meccanismo Economico di Stabilità) che consentirebbe all’Italia di avere subito 37 miliardi di Euro senza condizioni purché siano utilizzati esclusivamente per spese mediche e affini. Anzi, sbugiardando Salvini e Meloni, che hanno firmato proprio il MES al quale ora si oppongono strenuamente e strumentalmente, Conte ha il dovere politico di spiegare esattamente che sono fondi aggiuntivi che non mettono in nessun modo sotto controllo l’economia italiana, i governanti, le loro scelte.

Per avere maggiore forza negoziale, Conte dovrebbe pensare soprattutto a come spiegare agli altri capi di governo europei, contando sulla disponibilità già espressa dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dai Commissari all’Economia, che è incline ad accettare i fondi di provenienza MES in cambio di un impegno comune a procedere alla creazione di strumenti simili agli Eurobond. Affinché la sua posizione negoziale abbia maggiore credibilità e quindi probabilità di successo, sono indispensabili due profondi cambiamenti. Li può innescare Conte stesso, da un lato, spiegando l’ammorbidimento della sua posizione poiché ha acquisito nuovi dati sulla gravità della situazione sanitaria e socio-economica italiana. Dall’altro, facendo cambiare opinione ai Cinque Stelle a cominciare da Di Maio e Crimi che insistono in un “no” pregiudiziale e rigidamente ideologico, vale a dire, senza tenere conto dei fatti e dei dati.

Se i giornalisti che scrivono sull’Unione Europea senza il retroterra di conoscenze, prestassero più attenzione ai fatti che alle affermazioni e ai tweet degli (ir)responsabili politici, renderebbero un utile servizio all’opinione pubblica italiana e al paese. Infatti, un capo di governo che si presenta ad un vertice quasi decisivo con una parte della maggioranza che dichiara ai quattro venti la sua indisponibilità all’uso limitato e condizionato alla drammaticità sanitaria dello strumento MES, già considerata positivamente da tutti gli altri capi di governo (infatti, Conte ha dovuto porre il suo personale veto) parte in condizioni di debolezza. Dimostrando flessibilità Conte otterrà sicuramente di più. Non tutto quello che vuole perché le decisioni che debbono essere prese da ventisette capi di governo hanno bisogno di maturazione. È prevedibile che l’Unione riuscirà quantomeno a fare qualche piccolo, ma utile, passo avanti mantenendo la strada aperta. Allora, Conte potrà, dovrebbe, persino vantarsi di un bicchiere diventato mezzo pieno.

Pubblicato AGL il 20 aprile 2020

Il confronto tra banco e Pd nel mare della sinistra #sardine #FormicheRivista @formichenews

In FORMICHE RIVISTA n. 156
Politica in movimento. Sardine, grillini e non solo. Una radiografia
pp. 15 16

 

I movimenti nascono quando una società è viva e quando l’insoddisfazione nei confronti del suo funzionamento e di quello della sfera politica è altrettanto viva e vivace. La fase di effervescenza vede il mobilitarsi di alcuni/molti settori di quella società intorno ad una tematica generale che non ha bisogno di essere né precisata né declinata. Ci si trova insieme, si sta insieme, si agisce insieme poiché esiste un idem sentire. In qualche situazione, il mobilitatore è un leader già noto, subito riconoscibile. È stato il caso di Beppe Grillo che poteva utilizzare/sfruttare non soltanto la sua notorietà, ma anche le sue doti di comico e attore. In altre situazioni, la mobilitazione può prendere le mosse dalla critica nei confronti di un “nemico”, lui sì molto noto e anche controverso: Matteo Salvini. Anche il Movimento 5 Stelle individuò/trovò rapidamente il suo nemico: la Casta (strada spianata da non pochi giornalisti italiani) e contro la Casta ha costruito gran parte della sua fortuna politica e elettorale.

Le Sardine hanno usato il (loro) nemico principalmente per connettersi, per espandersi, per frequentare le piazze, per lanciare messaggi di politica seria e sobria. Non “seria” (a volte scherzosa, più spesso sarcastica), non sobria, ma sopra le righe e gridata, anche volgare (talvolta consapevolmente, talaltra per incapacità di fare diversamente) è stata la politica di Grillo e dei Cinque Stelle. Indossato la cravatta, i Cinque Stelle “di governo”, hanno cambiato di pochissimo il lessico, togliersi la cravatta, per i Cinque Stelle “di lotta”, significa tornare al popolo proprio mentre questo “popolo” se ne sta andando, con la sua solo parzialmente diminuita irritazione, ferma restando la sua insoddisfazione.

In una certa misura, il Movimento 5 Stelle s’è fatto, proprio come indicato più di quarant’anni fa da Francesco Alberoni, istituzione. In maniera riluttante, dimenandosi fra contraddizioni, respingendo le responsabilità, sostenendo di volere mantenere un’impossibile purezza (di cosa? di comportamenti? si può; di solitudine? impossibile), i Cinque Stelle sono entrati nel vortice del governo, in qualche modo, “istituzionalizzandosi”. Non del tutto a loro insaputa, ma non sapendo come “difendersi” dagli imperativi delle scelte da fare e non fare. Nella loro fase di movimento, le Sardine stanno raccogliendo insoddisfazione che incanalano verso la sinistra mirando soprattutto a svegliarne i dormienti e a raggiungerne le sparse membra.

Se i Cinque Stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra (ma “confusi” nello schieramento sociopolitico), le Sardine nascono, stanno, nuotano, si muovono nella sinistra, quella non partitica non organizzata non ufficiale. La smuovono? In Emilia-Romagna in parte sì. Altrove lo si vedrà. Privi di un capo fanno affidamento sui quattro promotori. Nella misura in cui si estendono incontrano problemi di composizione di diversità, non di conformismo. Da più parti si chiede loro il passo dell’istituzionalizzazione. Difficile da compiere, ma qualche rafforzamento organizzativo è nelle cose/nelle corde, questo passo sembra prematuro. Il futuro è solo in parte nelle loro mani. Dipende dalle scadenze elettorali e, soprattutto, dipende dal campo della politica, del PD e delle sinistre. Debbono chiedere apertura e valutare le modalità e le possibilità di inclusione, senza farsi disgregare e/o fagocitare.

Con energia e intelligenza, approfittando delle circostanze favorevoli, Grillo si creò un grande spazio, lo colmò, lo sfruttò. Parte della spazio a sinistra è occupato da un attore, il PD, tutt’altro che “movimentista” e che non si è mai neppure mostrato disponibile ad aperture. La sfida incombente riguarda entrambi: le Sardine e la piccola, ma astuta, casta dei dirigenti del PD. Contaminazione fu la disattesa parola chiave dei fondatori del Partito Democratico. Andare oltre è oggi indispensabile verso la “circolazione” di chi dirige, anche per garantire alle Sardine che verranno l’agibilità politica che serve a ridurre l’insoddisfazione e a incoraggiare l’azione. Se no, mare aperto.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica. Di recente ha pubblicato Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020) e Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020).

Politica, intervista a Gianfranco Pasquino @FuturoEuropa

Intervista raccolta da Maurizio Donini

Gianfranco Pasquino (1942), torinese, laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Ha insegnato cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, all’Università di California, Los Angeles. È stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente è Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo dal 1971 al 1977 e condirettore dal 2000 al 2003. È anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2016, 4a) di cui ha scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. Co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (2015) e autore di Italian Democracy. How It Works (2020) . Già Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, è socio dell’Accademia dei Lincei.

Le recenti elezioni regionali con la sconfitta di Salvini hanno al momento rafforzato il governo Conte, il pericolo è scampato o viste le tensioni con Itala Viva di Renzi il percorso sarà ancora irto di ostacoli?

Sono contento che “le elezioni del secolo” si siano svolte in Emilia-Romagna e del risultato che ne è conseguito, perché se avesse perso la sinistra di Bonaccini ci sarebbe stato un rimbalzo molto forte e sgradevole. Viceversa ha perso Salvini e il governo ha ripreso la sua dinamica, è un esecutivo sostenuto da due partiti più alcune componenti come LEU e Italia Viva, che non sono molto vicine in termini politici. Queste forze hanno aspettative diverse e le persone che ne fanno parte provengono da percorsi diversi, questo porta alla nascita di vari problemi. Purtroppo Renzi possiede una innata capacità di intralciare, danneggiare, sabotare, l’attività di governo; e lo fa perché ha bisogno di spazio e visibilità, ha necessità di interviste, è una vera e propria mina vagante, difficile capire se voglia fare cadere il governo o meno. Non credo sia nel suo interesse, ma già in passato ha commesso errori di questo tipo e non posso escludere che non li commetterà adesso. Farlo ora sarebbe molto grave, perché in caso di elezioni anticipate vorrebbe dire consegnare il paese a Salvini e al centro-destra, anche se in termini non così ampi come loro credono. Questo a meno che Salvini non commetta errori in campagna elettorale, come ha fatto anche recentemente. A maggior ragione bisogna evitare che vinca prima dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il governo dovrebbe quindi durare fino a gennaio 2022, e penso sia un obiettivo conseguibile.

Già in passato, in occasione degli incontri in Nomisma con il Cattaneo riguardo passate elezioni, lei sosteneva che l’Emilia-Romagna sia un caso particolare nel panorama italiano. Alla luce di questa considerazione possiamo presumere che ci sia una ripresa nazionale della sinistra o siamo di fronte a una vittoria limitata alla situazione particolare dell’Emilia-Romagna?

L’Emilia-Romagna continua a rimanere un caso a sé stante, così come Bologna, non mi pare ci siano i motivi per cambiare idea, ma si possono individuare alcuni elementi importanti. Il primo punto è che laddove il PD si apre ad apporti esterni, che possono convergere su una persona, in questo caso il Presidente Bonaccini aveva lavorato bene, gli si riconoscono doti di onestà e competenza. Ora bisogna trovare qualcuno a livello nazionale che sia capace di amministrare, in maniera onesta, rigorosa, vigorosa, posso citare il caso di Zingaretti che è segretario, ma non parlamentare. Quindi per le prossime elezioni bisognerebbe arrivare ad avere un partito aperto e inclusivo. Trasportare “semplicemente” il modello Emilia-Romagna a livello nazionale mi pare sbagliato. Bisogna agire a seconda delle elezioni, non esportare il modello.

Il Movimento delle Sardine forse non ha portato voti nuovi, ma ha riportato alle urne elettori che si erano disaffezionati e non votavano più. Anche questo è un fenomeno limitato all’Emilia-Romagna o può avere una valenza nazionale in futuro?

Nella misura in cui le Sardine capiranno che devono operare di volta in volta laddove si aprono opportunità, possono essere importanti e a volte anche decisive. Nel caso dell’Emilia-Romagna hanno certamente portato ai seggi persone che altrimenti non sarebbero andate a votare. Questo può succedere anche altrove, che poi possano risultare decisive a livello nazionale è complicato dirlo. Bisognerà vedere come si arriverà alle elezioni, come si presenteranno, che tipo di organizzazione riusciranno a darsi, se con una loro lista e un simbolo specifico. Oppure se vogliono limitarsi a dare indicazioni di voto zona per zona, identificando candidati del centro-sinistra da sostenere. Questo è tutto da verificare. Sarebbe sicuramente utile che la legge elettorale consentisse di dare almeno una preferenza, in questo caso si potrebbe indicare di volta in volta la persona giusta da votare. Votando questa persona automaticamente si voterebbe il partito della sinistra che rappresenta.

Lei pensa che il Movimento delle Sardine possa avere un futuro e non sia destinato a spegnersi in breve tempo?

La possibilità di un futuro esiste, ma il futuro va creato, e quindi devono capire come vogliono organizzarsi, perché una struttura se la devono dare. In altri contesti direi che si deve iniziare dalle elezioni locali. Ci sono quattro elezioni regionali che stanno arrivando, potrebbero provare a rimettersi alla prova. Cercare di capire se possono trovare le persone giuste, puntando a quello che tecnicamente viene chiamato processo di istituzionalizzazione. Andare subito alle elezioni nazionali mi pare complicato, ma tutto questo è ovviamente affidato alla loro capacità di mettere insieme le sparse membra della sinistra.

Le Sardine potrebbero ipoteticamente raccogliere l’eredità del primo Movimento 5 Stelle che si sta disfacendo?

Potrebbero sì, ma in realtà il Movimento 5 Stelle non è partito come le Sardine. Nacque grazie a e con un leader che era Beppe Grillo. I loro quattro coordinatori sono indubbiamente persone con delle capacità, ma mentre il Movimento 5 Stelle è partito dall’alto, loro hanno preso il via dal basso. Riuscire quindi anche a darsi una leadership visibile è un problema, Grillo raccoglieva insoddisfazione a tutto campo, da sinistra a destra. Le Sardine raccolgono i malesseri della sinistra, per cui il loro bacino è più contenuto. Sarei quindi molto cauto nel paragone, anche se hanno certamente dei margini di crescita, mentre il Movimento 5 Stelle è in chiara discesa.

Lei è stato uno dei propugnatori della legge sul conflitto di interessi che non ha mai visto la luce, alla luce del caso Berlusconi a suo tempo, ma anche Casaleggio recentemente, ne vedremo mai la nascita?

Temo di no, perché i conflitti di interesse sono moltissimi, e quindi se si va a una regolamentazione vera troppe persone dovrebbero privarsi di cariche, mi pare molto complicato. Si potrebbe cercare di impedire che chi ha palesi conflitti di interesse vada a ricoprire incarichi di governo. Bisognerebbe riuscire a comprendere cosa è la democrazia nei partiti, e quindi riuscire a disciplinare come i partiti scelgono le candidature, come formano i programmi, le coalizioni in cui si mettono, tutte cose delicatissime.

Il governo Conte ora dovrà mettere in campo provvedimenti per durare, quali?

Il primo problema del governo Conte sarà riuscire a rilanciare l’economia, e non sarà facile, oltretutto il corona-virus sta operando contro l’Italia, paese che esporta molto verso la Cina. Se non si cresce non si producono posti di lavoro, e quindi il malcontento aumenta. Bisogna dare atto al Presidente Conte di avere una grande capacità di raccontarsi, di stare sulla cresta dell’onda spiegando le cose in maniera chiara e semplice. Ma l’onda è molto bassa, a meno che non scatti qualcosa a livello europeo tipo la green economy.

Anche i nodi come i decreti immigrazione ora verranno al pettine, e non sarà facile districarli.

Sì, ma anche il problema immigrazione al momento ha perso la sua presa, non è più il problema maggiormente saliente, al primo posto metterei il lavoro e l’economia, magari rivalutando anche il reddito di cittadinanza. Salvini ha cavalcato il problema immigrazione, ma oggi mi pare che questo abbia meno peso sulle opinioni degli elettori. La competizione rimane apertissima.

Pubblicato il 28 febbraio su FuturoEuropa.it

Si può anche andare oltre la destra e la sinistra ma sapendo come andarci e cosa fare @Mov5Stelle

Né di destra né di sinistra né, immagino, di centro, ma certo sottosopra. Da qualche tempo, i Cinque Stelle meritano di sentirsi così. Sono post-ideologici perché non riescono a trovarli quei principi e valori che sono essenziali per qualsiasi ideologia. Poi, inevitabilmente, si collocano un po’ dappertutto e un po’ dappertutto perdono voti. Che arrivino ai loro Stati Generali di metà marzo con un minimo di preparazione, dopo avere letto almeno un libro sui movimenti e sulla politica nelle democrazie parlamentari.

 

Prescrizione? Le priorità degli elettori sono altre. I consigli di Pasquino al M5S #intervista @formichenews

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

Secondo il professore emerito di Scienza Politica in libreria in questi giorni con “Minima politica – Sei lezioni di democrazia” (Utet), Conte riuscirà a mettere ordine nel caos prescrizione, “è la cosa che gli riesce meglio”. Il governo non rischia, ma “questa brutta storia ricorda a tutti quanto difficile è governare”

“Conte medierà con successo, è la cosa che gli riesce meglio”. Gianfranco Pasquino non ha dubbi, il presidente del Consiglio riuscirà a pacificare gli animi infuocati dentro la maggioranza (e non solo) sul tema della prescrizione. Secondo il professore emerito di Scienza Politica intervistato da Formiche.net “l’Avvocato dell’Italia” Conte sarà capace di spegnere l’incendio sulla riforma Bonafede di cui, nel merito, si sa poco, malgrado il dibattito vada avanti da settimane. Inoltre, spiega Pasquino, sarà pur vero che quello della giustizia è un tema caldo per i 5 Stelle, ma è altrettanto vero che “altre sono le priorità degli elettori, a cominciare dai posti di lavoro e dai salari”.

Professore, sulla prescrizione è davvero in gioco il governo?

No, non è in gioco il governo, ma, certo, questa brutta storia ricorda a tutti quanto difficile è governare, soprattutto per chi, Movimento 5 Stelle, da un lato, si mette sopra la destra e la sinistra e si attesta su una rigida posizione ideologica, e chi, Italia Viva, cerca di misurare la sua forza facendo ricatti. Non è nell’interesse di nessuno fare cadere il governo. Magari qualche retroscenista scriverà che blah blah blah.

Sembra che ci sia un’estremizzazione delle posizioni. A cosa è dovuta?

Non so se si tratta di estremizzazione, ma, certo, i Cinque Stelle vogliono fare vedere che tengono fede al loro programma contro i poteri forti: magistrati e avvocati, invece di dimostrare che hanno imparato a cambiare a fronte di obiezioni sensate. Dovrebbero insistere che la riforma già c’è proprio come l’hanno voluta e formulata loro. Che comunque in pratica non comincerà a dare effetti prima di un paio d’anni. Che la si potrà cambiare, anzi, migliorare, mentre si mette mano alla più importante riforma del codice penale, e così via.

C’è il rischio che l’attenzione si sposti dal merito della riforma – e delle sue eventuali modifiche – a dinamiche di consenso?

Sul “merito” della riforma non sappiamo abbastanza. Quanti processi finiscono davvero in prescrizione sul totale dei processi? Quali sono realmente le cause della troppo lunga durata dei processi? Quali procure sono più efficienti e quali meno? E perché? Quanto al consenso faccio molta fatica a credere che ci saranno elettori che voteranno i Cinque Stelle perché hanno tenuto duro sulla prescrizione e che molti elettori li lasceranno perché hanno accettato modifiche ragionevoli. Non sono affatto prescritte le condizioni di fondo che hanno fatto precipitare il consenso elettorale delle Cinque Stelle. D’altronde, non sarà la sua critica in nome di Beccaria e della (straordinaria?) civiltà giuridica italiana, sulla quale un supplemento di riflessione parrebbe molto gradito, che farà lievitare il consenso del partitino di Renzi. Altre sono le priorità degli elettori, a cominciare dai posti di lavoro e dai salari.

Crede che Conte riuscirà a mediare tra le forze in campo?

Conte medierà con successo, è la cosa che gli riesce meglio. Si direbbe persino che gli piace dimostrare e poi spiegare che è in grado di tenere in piedi il governo grazie alle sue conoscenze giuridiche e alle doti di mediazione che ha affinato, naturalmente, perseguendo gli interessi degli italiani e di questo straordinario Paese, ricchissimo di potenzialità, che si chiama Italia. L’Avvocato dell’Italia.

Quanto pesa sulla maggioranza la crisi che stanno attraversando i 5 Stelle? La riforma Bonafede è uno dei cavalli di battaglia dei 5 Stelle, cedere potrebbe avere un impatto sul corpo elettorale…

Il declino dei Cinque Stelle non dipende da presunti cavalli di battaglia. Dipende dall’avere dato troppo potere a un cavallino chiamato Di Maio e dal non avere cavalli di razza (come, ad esempio, furono Fanfani e Moro). Debbono risolvere molti problemi di tipo politico, certo, ma anche organizzativo. Ne parleranno agli Stati Generali di metà marzo. Farebbero meglio ad arrivarci preparati, magari avendo fatto qualche lettura e ascoltato (e recuperato) alcuni dissenzienti invece di espellerli. Più in generale dirò che di motivi di insoddisfazione ce ne sono e ne rimarranno tanti in grado di spingere gli elettori a votare per le liste del movimento, magari composte da persone connesse ai loro concittadini. Poi, in campagna elettorale potranno rivendicare alcune riforme, come il reddito di cittadinanza per chiedere il rinnovo di almeno una parte dell’ingente consenso ottenuto il 4 marzo 2018. Il futuro se lo possono ancora costruire.

Quanto hanno pesato i risultati dell’Emilia-Romagna sul dialogo interno alla maggioranza su temi caldi come quello della riforma della prescrizione?

L’elezione più importante del secolo, quella dell’Emilia-Romagna, non pesa sulle Cinque Stelle che, pure, hanno fatto errori, derivanti soprattutto dalle incertezze di Di Maio, ma anche dalle divisioni delle Cinque Stelle regionali. Pesa, invece, molto sulla sregolatezza di Salvini. Pesa anche, positivamente, sul PD che ha avuto una boccata di ossigeno. Quanto ossigeno non so. So che Bonaccini ha vinto le elezioni a Presidente, non la candidatura a segretario prossimo-venturo del PD. Another office another time.

Pubblicato il 5 febbraio 2020 su Formiche.net

 

Dopo l’Emilia Romagna, cosa deve fare ora il Governo? #intervista @radiopopmilano

MALOS martedì 28 gennaio 2020

Davide Facchini e Luigi Ambrosio intervistano Gianfranco Pasquino

ASCOLTA

Legge elettorale, Pd e Sardine. A lezione dal prof. Pasquino #intervista @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo

“Il nuovo Pd non dovrebbe inglobare nulla, ma solo essere aperto nelle sue strutture decisionali, attento a cosa si muove e disponibile al dialogo”. Conversazione con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica, in libreria con il pamphlet “Minima politica” (Utet)

Ha scritto un pamphlet uscito in questi giorni dal titolo “Minima politica” (Utet), in cui dedica il primo capitolo proprio alla legge elettorale. Il politologo di fama internazionale e professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino, prende spunto proprio dalle ultime leggi elettorali per affrontare con Formiche.net il tema delle visioni politiche all’indomani del voto in Emilia-Romagna e in Calabria.

Come giudica il “dopo Emilia”?

Mi è parsa una campagna elettorale coinvolgente in cui si è parlato anche di alcune interessanti tematiche. Ritengo che tutto sommato l’Emilia sia stata un buon esempio di confronto, naturalmente con da un lato un aumento di toni da parte di Salvini e dall’altro con la capacità di replicare di Bonaccini. Nel mezzo la presenza sul territorio di un movimento, le Sardine. Non male, direi.

Il bipolarismo Conte-Salvini post regionali è destinato a durare, oppure in entrambi gli schieramenti c’è chi spinge per altri due frontman?

Tanto per cominciare non era solo bipolarismo, perché il M5S correva da solo: un fattore che conta sia quando prende voti che quando li perde. Non siamo in un bipolarismo, c’era solo un confronto bipolare tra due candidati, perché correvano per la presidenza, ma se i partiti si contano, come diceva Sartori, quando hanno potere di coalizione e potenziale di ricatto, allora il M5S continua ad essere qualcosa che conta.

L’ultra personalizzazione salviniana è un modello che sta mostrando i suoi limiti?

Salvini ha scelto di personalizzare al massimo qualsiasi tipo di attività politica e in un certo senso fa bene, perché appare come un leader capace di guidare. Detto questo a volte esagera e sbaglia. Ma il suo è il massimo grado di personalizzazione a cui abbiamo assistito fino ad oggi, con l’eccezione di Berlusconi.

Il popolo del M5S è già progressista? Come pesare i trecentomila voti in uscita dal Movimento?

Buona parte di quei voti sono andati su liste che appoggiavano Bonaccini, ormai è certo: da questo punto di vista sono più vicini al Pd. Probabilmente lo sono davvero, anche a causa della crisi di governo agostana causata da Salvini. Le loro tematiche erano già potenzialmente di sinistra, mentre altri due elementi no, anche se bisognerebbe verificarlo: la critica all’establishment, senza se e senza ma; e l’antiparlamentarismo molto pronunciato contro poltrone e vitalizi, che però è un dato che la sinistra non può permettersi.

La prescrizione come si sposa con il riformismo dem?

La legge sulla prescrizione è un’interpretazione sbagliata che fa il M5S, ma non è il solo, ritenendo che la legge italiana sia troppo blanda e abbia fatto sfuggire dalle sue maglie alcuni condannabili che invece la prescrizione ha salvato. Uno di questi è notoriamente Berlusconi.

Il nuovo Pd teorizzato da Zingaretti come potrà inglobare sardine e civici?

Il nuovo Pd non dovrebbe inglobare nulla, ma solo essere aperto nelle sue strutture decisionali, attento a cosa si muove e disponibile al dialogo. Se dovesse inglobare ad esempio le Sardine, si distruggeranno perché alcuni vi aderiranno e altri no, perdendo dei pezzi. Devono fare solo ciò che hanno a lungo promesso: essere aperti grazie ad una struttura reticolare.

Legge elettorale, verso quale modello il Parlamento si sta orientando? Perché solleva dei dubbi su alcune espressioni che stanno circolando in queste settimane?

Nel pamhplet “Minima politica” (Utet) dedico il primo capitolo alla legge elettorale dicendo che è ora di smetterla con un latinorum che non ha senso. Aveva senso il latino di Sartori: Mattarellum voleva dire che la legge era un po’ mattocchia, Porcellum derivava dalla famosa “porcata” definita tale dal senatore Calderoli, Rosatellum è una stupidata, Germanicum non ha nulla a che fare con il sistema tedesco se non la soglia di sbarramento, che peraltro verrà abolita se Renzi si renderà conto di non riuscire a superare il 5%. Insomma, meglio evitare il latino e attribuire le leggi elettorale al primo firmatario.

E quella Brescia, allora, prossimamente in Aula?

Sono tutte leggi fondamentalmente mediocri perché non aumentano il potere degli elettori, ma proteggono i partiti e i privilegiati. Qualcuna è addirittura pessima. Due elementi non dovrebbero esserci mai più: le liste bloccate e le candidature multiple, perché vera violazione del principio di eguaglianza garantito dal’art. 3 della Costituzione.

Pubblicato il 28 gennaio 2020 su Formiche.net