Home » Posts tagged 'mozione di sfiducia'

Tag Archives: mozione di sfiducia

Dopo fake news e gossip, Conte (ora) è più forte

Limpidamente bocciata nell’aula del Senato la sfiducia delle destre e della radicale Bonino contro il Ministro della Giustizia Bonafede, è venuto il tempo di fare chiarezza sullo stato di salute del governo, del Parlamento, della democrazia italiana. Forse, solo momentaneamente zittiti, i retroscenisti ricominceranno fra qualche tempo a dire che sentono spifferi e scricchioli, tensioni e conflitti, che si moltiplicano le voci di crisi del Governo Conte e di sostituzione del Presidente del Consiglio (ad opera del solito noto che immagino, conoscendolo, sorridente e preoccupato). Sono tutte fake news e gossip sostanzialmente irrilevanti. Quand’anche Renzi ottenesse qualche Presidenza di Commissione chi conosce i governi di coalizione sa che sono richieste fisiologiche e non scandalose che potrebbero persino rafforzare il governo. Lascerei alle sedicenti anime belle, ma certo non brave dal punto di visto delle conoscenze del funzionamento delle democrazie parlamentari, di stracciarsi le vesti. Poi, magari, potrebbero gettare uno sguardo oltre le Alpi e, non dico che apprenderebbero, ma almeno vedrebbero la normalità di pratiche nient’affatto eversive.

Conte ne esce effettivamente rafforzato anche perché, come nei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ha messo la faccia. Si è assunto responsabilità politiche e personali. Talvolta commette errori, ma ha dimostrato di sapersi correggere e di non attribuirli ad altri. Appena smetto di ridere vorrei anche aggiungere che non ho mai letto di derive autoritarie effettuate attraverso la decretazione d’urgenza. Né mi pare che il Presidente del Consiglio abbia chiesto “pieni poteri”. Assolutamente fuori luogo proporre un paragone fra Conte e Orbán che s’era già deliberatamente incamminato su un percorso poco democratico.

Avendo, sicuramente, più a cuore di molti di noi la democrazia, le anime belle si sono ripetutamente lamentate poiché il Parlamento italiano era chiuso non per ragioni legate al contagio, ma perché “qualcuno” voleva evitare che controllasse le pericolosissime attività sovversive del governo Conte. Con la riunione d’aula di mercoledì 20 maggio, il Senato ha già tenuto sei sessioni in maggio. Furono sei in marzo e nove in aprile. Per la Camera i dati sono otto in marzo, dodici in aprile, sei, finora, in maggio. Negli stessi mesi, la Camera dei Comuni inglese, la madre di tutte le Camere basse, si è riunita dieci volte in marzo, quattro in aprile, cinque in maggio; il Bundestag tre volte in marzo, due in aprile, cinque in maggio; il Congreso de los diputados spagnolo nove volte in marzo, sette in aprile, due in maggio; la Camera bassa austriaca (Nationalrat) quattro volte in marzo, quattro in aprile, due in maggio..

Sono ancora esterrefatto che, a suo tempo, nessuno abbia replicato a Salvini, giunto fino all’occupazione per poche ore del Senato, a Meloni e ai commentatori piangenti che: “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti” (art. 62 della Costituzione). Al Senato il centro-destra ha 142 seggi su 320, alla Camera 265 su 630, quindi, in entrambi i casi ben più di un terzo (Senato 107; Camera 210). Una semplice e veloce raccolta di firme telematiche, smart collection, e le Camere si sarebbero dovute riunire. No, non è stato il governo a tenere chiuso il Parlamento, ma l’ignoranza e il disinteresse di chi strepitava e non agiva. Infine, la democrazia italiana, appena scossa delle differenze d’opinione e politiche fra le regioni e il governo, non esce in nessun modo indebolita da questa difficile, non finita, prova. Ha inevitabilmente manifestato inadeguatezze che sono strutturali (quelle della burocrazia), ma nessun cedimento nelle sue strutture portanti: Parlamento, governo, Presidente della Repubblica. In attesa del prossimo voto in aula e del prossimo dottissimo retroscena.

Pubblicato il 22 maggio 2020 su Il fatto Quotidiano

 

Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews

«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».

Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?

L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.

Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?

Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.

La mozione di Bonino non era centrata?

Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?

Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.

Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.

E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?

Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.

Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?

Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.

Una scelta lungimirante?

Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.

Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?

Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.

Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?

Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.

Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net

Una democrazia parlamentare, se saprete conservarla

Finita l’ubriacatura nociva delle finestre elettorali che si aprivano e si chiudevano senza nessun senso, nessuna logica, nessun aggancio alla Costituzione, già circolano altre affermazioni senza fondamento.

Propongo come punto di partenza analitico che tutti si ricordino che uno dei grandi pregi delle democrazie parlamentari (non dirò “repubbliche” poiché in Europa ci sono fior fiori di re e regine capi di Stato di monarchie parlamentari), probabilmente il più grande, è la loro flessibilità.

Non significa che tutto è negoziabile, ma che esistono importanti spazi per trovare gli accordi e, naturalmente, per esprimere i disaccordi. Sento l’immediato bisogno di affermare per l’ennesima volta che nelle democrazie parlamentari gli elettorati non eleggono mai il loro governo.

Eleggono più o meno bene, grazie al tipo di legge elettorale, un Parlamento nel quale si formerà il governo, si potranno cambiare i ministri: rimpasto, non “roba da Prima Repubblica”, ma strumento che tutti i governi parlamentari, monopartitici e di coalizione usano per ridare slancio alla loro azione, per sostituire chi non ha fatto bene, per rimettersi in sintonia con il loro elettorato e con l’opinione pubblica.

Si potrà persino cambiare la composizione partitica di quel governo, al limite con un quasi ribaltone. In secondo luogo, i lavori parlamentari, tempi e contenuti, sono decisi dalla conferenza dei capigruppo e da nessun altro.

In ultima istanza tocca all’aula, vale a dire a tutti i parlamentari, esprimersi a dimostrazione che non è vero che il governo opprime e sopprime il ruolo del Parlamento. Repressi saranno quei parlamentari che abdicano alla loro autonomia decisionale.

Terzo, quando un partito al governo stila una mozione di sfiducia contro il suo governo correttezza (e coerenza) istituzionale vuole che tutti i ministri e i sottosegretari di quel partito si dimettano dal governo. Non facciano le quinte colonne rendendosi anche ridicoli (aggettivo parlamentare? no, ma è azzeccato).

Quarto, parlamentarizzata la crisi, toccherà al Parlamento con un dibattito ampio, aperto e trasparente comunicare le diverse posizioni all’opinione pubblica che ha il diritto di essere accuratamente informata e che, nella mia esigente concezione di democrazia, ha il dovere di informarsi.

Se si potrà fare un nuovo governo emergerà dal dibattito, ma spetterà al Presidente della Repubblica valutare se la nuova coalizione è soltanto un’operazione numerica oppure se gode di una maggioranza politicamente operativa. Non potrà essere nessun partito singolo a decidere che la crisi di governo ha come unica soluzione lo scioglimento del Parlamento ed elezioni anticipate.

Nessun’altra considerazione può essere costituzionalmente fatta valere. Tuttavia, nel caso italiano attuale, è assolutamente legittimo che il Movimento 5 Stelle chieda con forza e con urgenza che si tenga comunque l’ultima votazione sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Contrariamente a quello che alcuni dicono, una volta approvato in via definitiva quel disegno di legge costituzionale, non è affatto vero che il Parlamento non potrà venire sciolto. Semmai, un po’ di tempo sarà richiesto dall’obbligatorio ridisegno dei collegi. Anche a Parlamento sciolto, un quinto dei parlamentari uscenti oppure cinque Consigli regionali oppure cinquecentomila elettori potranno attivarsi nei tre mesi successivi per chiedere un referendum contro quella riforma costituzionale, dunque, non un referendum confermativo, ma, se si vuole un aggettivo pregnante, oppositivo.

Anche se si svolgeranno le elezioni politiche, saranno due binari separati non destinati a incontrarsi né a scontrarsi. Poi il referendum si terrà nella primavera del 2020. Nessuno si nasconda dietro quella riforma costituzionale. Soprattutto, tutti operino dentro il quadro costituzionale, le sue “forme”, i suoi “limiti”.

Pubblicato il 12 agosto 2019 su huffingtonpost.it