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Marsala, oggi. Gianfranco Pasquino: “Ricuciamo insieme i pezzi d’Europa, partendo da…”

Intervista raccolta da Marco Marino

Il nostro è un tempo di slogan, punti esclamativi e affermazioni che lasciano poco spazio al pensiero, al dubbio o anche solo al semplice dialogo. Sembrano davvero lontani i tempi in cui il filosofo Norberto Bobbio diceva che “il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non di raccogliere delle certezze”. La verità è che è molto più facile accomodarsi nelle formule più ricorrenti come “Prima gli italiani/ i siciliani/ i marsalesi/ i marsalesi di via…!” e vedere come va a finire il film. Tanto, a farla vinta, sono sempre loro. Gli uomini dei Palazzi della Politica. Quelle figure indefinite che muovono le nostre vite come se fossero delle pedine.

Ma la politica non può, non deve essere rappresentata in questo modo e chi s’è adagiato a pensarla così sbaglia di grosso. Forse, però, non risuonano più nemmeno le parole di uno dei nostri padri della nostra Repubblica, Piero Calamandrei: «La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai…».

Di questi argomenti e di molti altri parlerà oggi Gianfranco Pasquino, alle 18.30, alle Cantine Florio per il secondo appuntamento del festival 38° Parallelo – Tra libri e cantine, la rassegna di incontri che fino a domenica 19 animerà la città di Marsala con importanti dibattiti legati dal tema del “rammendi, tra visioni e paesaggi”.

Con Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale, da poco ritornato in libreria con il saggio Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi, 2019) anticipiamo alcuni dei temi di questo pomeriggio.

Lunedì s’è chiuso il Salone del Libro di Torino. Entrato nel dibattito fascismo-antifascismo, è sembrato che si riproponesse “il paradosso della tolleranza” di Popper: se la tolleranza prevede anche l’inclusione delle frange più intolleranti è fisiologico che queste cercheranno di farsi spazio ristabilendo i valori dell’intolleranza…

Popper avrebbe, anzitutto, chiesto a chi aveva accettato la domanda di partecipazione al Salone del libro di Torino dell’editore di Casa Pound in base a quali criteri lo aveva fatto. Principio fondamentale è l’assunzione di responsabilità personale e di giustificazione razionale dei propri comportamenti. Poi, avrebbe chiesto di potere (ri)presentare in pubblico il suo libro La società aperta e i suoi nemici nel quale si trovano i principi da osservare e attuare affinché gli uomini e le donne si scelgano le modalità con le quali vivere la loro vita e farsi governare. Popper avrebbe sicuramente suggerito e gradito che si facesse un vero e proprio bando relativo alla costruzione di una società aperta al quale partecipassero tutti coloro disposti a discuterne con lui, magari scrivendo una o due paginette di introduzione al suo testo, oggi, nelle condizioni date. La libertà di espressione del proprio pensiero è un valore irrinunciabile, ma non può mai essere puntellata dal ricorso alla violenza, facilmente constatabile. “È pensiero l’incitamento all’odio?, alla violenza? alla repressione autoritaria?” si sarebbe interrogato Popper. Mai impedire a chiunque l’espressione del pensiero, a voce o per iscritto. Sempre chiedere a tutti di rinunciare alla violenza e di rispettare le leggi vigenti. Sarei stato con Popper continuando a sollecitarlo ad approfondire le sue posizioni, a indicare le sue preferenze, a giudicare caso per caso, argomentando i suoi giudizi.

In un’Italia infettata da populismi, nazionalismi e sovranismi, è sempre più crescente la sfiducia nella possibilità che l’Europa possa ritornare a essere una vera comunità aggregante. Come ritornare a credere in un futuro possibile della nostra Unione? O forse bisogna rassegnarsi all’avanzata del Gruppo di Visegrad?

Nessuno può credere che i problemi, immigrazione e economia, riduzione delle diseguaglianze e offerta di lavoro, che l’UE non riesce a risolvere possano essere risolti da Stati che si riappropriano della sovranità, consapevolmente ceduta, persa solo se incapaci, inadeguati e inaffidabili. I sovranisti, che sono più banalmente e pericolosamente nazionalisti di ritorno, entreranno inevitabilmente in conflitto fra di loro. Si faranno la guerra, proprio come nel passato. Gli europeisti/federalisti metteranno insieme ancora più risorse che avranno un effetto moltiplicatore. Una di questa insostituibili risorse è la democrazia, il potere del popolo esercitato nelle forme e nei limiti della Costituzione, nel caso dell’UE con riferimento al Trattato di Lisbona. Il populismo è una tremenda illusione, la credenza ingenua o furbesca che esista un leader svincolato dalle leggi, non responsabile attraverso regole e procedure, che trae legittimazione da un popolo che lui stesso definisce, contemporaneamente definendo nemici del popolo coloro che al suo potere sregolato si oppongono e che questo leader produca cambiamenti positivi, progresso. Nei paesi del gruppo di Visegrad, forse accolti prematuramente nell’UE, la cultura democratica non è robusta e vibrante, ma esiste un dissenso democratico che può legittimamente fare appello ai cittadini e rovesciare grazie a elezioni libere e non manipolate chi viola le regole. Le autorità europee ricorderanno a quei paesi che la loro prosperità dipende anche dall’osservanza dei principi democratici. Non sarà facile capovolgere alcune tendenze, ma è certamente possibile.

Idea fondativa dell’Unione è che l’Europa, più che un continente, sia un movimento di libertà dello spirito che spinge tutti noi europei alla ricerca della ragione e ci convince della predominanza del ruolo delle leggi su quello del potere. A poche settimane dalle elezioni, cosa resta di quell’idea?

L’Europa è un progetto politico che avanza, nonostante tutto, avendo conseguito la pace fra gli aderenti e la prosperità, nonostante la crisi esogena venuta dagli USA. Da più di settant’anni la guerra è sparita dai rapporti fra gli Stati dell’UE ed è diventata inimmaginabile. Tutti gli Stati-membri e i loro cittadini stanno meglio oggi, in qualche caso molto meglio, di quando hanno aderito all’UE. Altri Stati vogliono aderire (Albania, Kosovo, Montenegro, Serbia) per consolidare le loro traballanti democrazie e fare crescere le loro economie (e società). L’UE è il più grande spazio di libertà e di diritti civili e politici, anche sociali, mai esistito al mondo. L’UE ha abolito la pena di morte. L’UE garantisce la libertà di circolazione di persone e idee, capitali e merci. L’UE è pluralismo politico, sociale, economico, religioso, culturale come nessun altro luogo al mondo. Nell’UE si può ragionare e dissentire, lottare per le proprie idee e proposte, perdere, mai tutto, vincere mai tutto, continuare a perorare la propria causa, persuadere e essere persuasi. Siamo cittadini europei che possono vantarsi di potere chiedere e ottenere giustizia direttamente dalla Corte Europea di Giustizia. Abbiamo ancora molta strada da fare, molta ne abbiamo fatta, sappiamo come avanzare. Siamo anche consapevoli che esistono più indicazioni sui ritmi e sui tempi del futuro che disegneremo d’accordo con i cittadini e con i capi dei governi degli altri paesi. La Gran Bretagna con la sua pasticciata e sbagliata Brexit insegna a tutti quanto costoso sia andarsene, senza sapere dove e per fare che cosa.

Una parola da cui ripartire per ricostruire i valori, le speranze della nostra Europa.

La mia parola chiave dell’UE è opportunità. In una comunità grande, non solo per i numeri, ma per la cultura, la parola opportunità va declinata in diversi modi. È, anzitutto, la possibilità di trovare luoghi e sedi nelle quali esplicare al meglio le proprie capacità. La varietà delle situazioni in Europa è garanzia della molteplicità possibile di scelte. È la certezza che in molti luoghi dell’UE si sarà giudicati in base ai meriti, alle capacità di lavoro, ai contributi personali. Opportunità è quanto gli studenti del programma di enorme successo Erasmus, di scambio fra le migliori università dell’Europa (che sono tante), hanno conosciuto e apprezzato. Continueranno a farlo, a sfruttare questa straordinaria opportunità. Uomini e donne istruiti e professionalmente preparati hanno l’opportunità di migliorare ancora la qualità della loro vita liberamente circolando sul territorio europeo. Non saremo mai tutti eguali su tutto – né, immagino, vorremmo esserlo -, ma l’UE offre eguaglianze di opportunità come nessun singolo Stato-membro (tranne, forse, le avanzatissime Danimarca, Finlandia e Svezia), hanno offerto e stanno tuttora offrendo ai loro cittadini (e agli immigrati che desiderano, con lo studio e con il lavoro, integrarsi davvero). Infine, opportunità di opporsi a leggi ingiuste e a sentenze “sbagliate” grazie alla possibilità per ciascun singolo cittadino europeo di rivolgersi alla Corte Europea di Giustizia per tutelare i suoi interessi, i suoi valori, le sue idee ogniqualvolta si sentano e siano schiacciati da uno Stato nazionale e/o dalle stesse autorità europee.

Pubblicato il 17 maggio 2019 su tp24.it

Salvini prepara l’offensiva europea, ma dov’è l’opposizione?

Il commento di Pasquino

Attento lettore del Manifesto di Ventotene, libro di culto che portava regolarmente sui banchi del Parlamento Europeo (le poche volte che lo ha frequentato), Matteo Salvini ne ha tratto la lezione centrale: la nuova linea divisoria non passa più fra destra e sinistra (Spinelli non poteva sapere che la sinistra si sarebbe suicidata), ma fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica sovranazionale e coloro che difendono i nazionalismi. Il suo annuncio di Pontida che comincia la cavalcata che porterà i sovranisti di tutta Europa a conquistare la maggioranza nelle elezioni del maggio 2019 ne è la logica conseguenza, forse, almeno embrionalmente, anche la conseguenza politica.

La Lega delle Leghe è un progetto ambizioso. Troverà certamente delle sponde importanti nel gruppo di Visegrad fra coloro che, ma Salvini non sembra curarsene, non hanno nessuna intenzione di accettare la ricollocazione dei migranti arrivati in Italia. Governanti e maggioranze che, più in generale, sono interessati a trarre profitto dalla loro partecipazione all’Unione Europea senza pagarne i costi. Se, però, l’Unione Europea si disintegrasse nessuno di quei paesi riceverebbe più i fondi da loro ampiamente utilizzati nei più di dieci anni di appartenenza alla UE. Non sarebbero neppure da escludere conflitti fra sovranisti sull’eredità della UE.

Non è difficile prevedere che nazionalisti, sovranisti e protezionisti si scontrerebbero rapidamente. Questa è la loro storia. Questa fu anche la motivazione più forte a fondamento della nascita della CECA e poi via via di tutte le organizzazioni europee variamente denominate: porre fini alle guerre (anche commerciali). Se dall’altra parte (c’è, vero?, un’altra parte) qualcuno vuole costruire un fronte opposto, ma lo chiama pudicamente “repubblicano” e non, invece, europeo, allora il contrasto a Salvini e alle sue amiche leghe, sarà titubante, altalenante, non convincente. Eppure, dovrebbe essere chiaro che nessuno dei problemi nazionali può trovare una soluzione duratura nei sacri confini delle piccole patrie.

Gli antagonisti di Salvini non debbono, però, limitarsi a dire “non funziona”. Devono dire come la loro proposta alternativa può funzionare, trovare alleati (non rallegrandosi che anche altrove hanno simili problemi) e battersi di conseguenza. Rodi è ancora tutta qui. Non vedo i “saltatori”.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica

Pubblicato il 2 luglio 2018 su formiche.net

Riuscirà a raggiungere il record di Kohl?

Pubblicato nella rivista Formiche, luglio 2017, pp. 44-45

 

È vero che gli uomini (e le donne) fanno la storia nei confini delle circostanze, degli incidenti, delle opportunità loro offerte, ma è altrettanto vero che, da soli/, né gli uomini né le donne sono in grado di fare molta strada e di uscire dai confini iniziali. Probabilmente, per le sue origini, sicuramente, per le modalità della sua carriera politica, Angela Merkel ha costantemente tenuto conto dei confini nei quali poteva agire, ma ha saputo sfruttare tutti, proprio tutti gli spazi interni. Cancelliera ininterrottamente dall’ottobre del 2005, se riuscirà a confermarsi nelle elezioni di fine settembre 2017, potrà arrivare in carica fino al 2021. Riuscirà così a eguagliare il record del Cancelliere Helmut Kohl (1982-1998), colui che le offrì il primo incarico ministeriale da lei svolto. Sicuramente, Angela Merkel sarà orgogliosa dell’eventuale conseguimento del record di durata, seppure a pari merito con il suo mentore, ma, altrettanto sicuramente, i suoi obiettivi sono stati altri, per lei preferibili alla durata e alla stabilità in carica mere precondizioni per l’efficacia della sua azione di governo. È anche vero che, in un modo o nell’altro, più o meno, tutti i tedeschi ritengono che la crescita economica, più in generale, il benessere complessivo dei connazionali, debba essere l’obiettivo prioritario di qualsiasi governo il cui conseguimento è il miglior segnale del successo complessivo di qualsiasi leadership politica.

Angela Merkel si è trovata nella condizione oggettiva di esercitare la sua, pur talvolta riluttante, leadership anche nel contesto dell’Unione Europea. Potremmo andare alla ricerca di sue affermazioni a favore di quello che soprattutto i commentatori critici e accigliati definiscono Ordoliberalismus, facendone la cultura politico-economica dominante della Germania merkeliana (ma anche dei democristiani suoi predecessori) che sembra essere imposta a tutti gli europei. Commetteremmo, però, due errori. Il primo errore consiste nel pensare che la Cancelliera Merkel abbia mai obbligato tutti i capi di governo dell’Unione Europea a rispettare una sua visione rigida dell’Ordoliberalismus. Al contrario, la combinazione di rigore-austerità-disciplina è ampiamente condivisa da molti Stati-membri dell’Unione che, di conseguenza, hanno appoggiato in maniera convinta la leadership di Angela Merkel, vera garanzia di stabilità e di prevedibilità dei comportamenti. Non siamo di fronte ad una donna che si fa guidare da un’ideologia, ma neppure oscilla perché priva di principi. La leadership politica di Angela Merkel è basata su convinzioni che sono poste a confronto con la realtà dell’Unione e della globalizzazione e con le quali i governanti degli Stati membri dell’Unione possono confrontarsi, sfidandole, meglio se sanno farlo dall’alto di loro comportamenti virtuosi e creando eventuali coalizioni alternative che sappiano, ad esempio, indicare come tenere insieme in maniera più efficace per tutti i due elementi del Patto: la Stabilità e la Crescita. Il secondo errore che sta alla base delle critiche a lei rivolte è pensare che non esistano, dentro e intorno alla Democrazia Cristiana tedesca, spinte molto più nazionaliste, posizioni molto più severe e punitive nei confronti di alcuni Stati membri poco credibili nelle loro politiche, nelle loro promesse, nelle loro prestazioni.

Il successo di Angela Merkel va, dunque, misurato anche con riferimento alla sua capacità di equilibrare, in Germania, nonché in Europa, spinte contrapposte che potrebbero risultare destabilizzanti. Probabilmente, la sua riconferma alla Cancelliera le offrirà l’occasione di spostare la sua azione di governo verso il polo della crescita, ma, fin d’ora, il criterio da utilizzare per valutare quanto ha fatto è chiedersi se l’alternativa “tedesca” alla Merkel sarebbe stata nel senso della crescita oppure della rigidità.

Un giorno, temo non molto vicino, potremo anche chiederci qual è stato l’impatto della dichiarazione di disponibilità della Cancelliera Merkel ad accogliere in Germania fino a un milione di rifugiati siriani. Vedremo che la Cancelliera di ferro reagì in parte con motivazioni anche economiche (sì, la Germania ha bisogno di manodopera anche non qualificata alla quale insegnerà tecniche, la lingua, lo stare insieme) in parte con motivazioni altissime di natura culturale ed etica: l’accoglienza è un valore in sé; ma è anche in grado di mettere in moto altre energie (sfidando nazionalismi tanto malposti quanto pericolosi). Lo so: “ai posteri l’ardua sentenza”, ma è proprio ai posteri, molti dei quali già vivono fra noi, che per stilare un bilancio dei governi guidati da Angela Merkel suggerisco di tenere in grande conto questa sua politica per i migranti.

 

Le visioni aperte necessarie

Corriere di Bologna

Nella commemorazione di Dossetti, il Presidente Mattarella avrebbe potuto ricordare che neanche il consigliere comunale Giuseppe Dossetti fu soddisfatto dalla sua esperienza a Palazzo d’Accursio dove, pure, era il capo di un’opposizione “anti-sistema” al governo del PCI. Nella campagna elettorale e nelle proposte programmatiche, Dossetti e la sua squadra lasciarono un segno profondo in parte attuato dall’intelligenza politica del sindaco Dozza e da quello che, allora, era un vero partito politico. Certo, Dossetti merita di essere ricordato soprattutto per il suo percorso vita complessivo, per la sua testimonianza religiosa e per la sua visione ecumenica. Il Dossetti costituente, rallegratosi dal sonoro NO nel referendum di dicembre, che ha evitato modifiche peggiorative alla Costituzione, alla cui scrittura lui aveva contribuito, era un giurista di grandi qualità. Avrebbe apprezzato il richiamo elogiativo che Mattarella ha fatto di Irnerio e della sua importante scuola. L’ascesi dossettiana non impedì mai al monaco Dossetti di seguire in maniera vigilante, come la sentinella biblica da lui spesso richiamata, gli avvenimenti politici, non giorno dopo giorno, ma nella loro trama profonda. A Dossetti sarebbe specialmente piaciuto interloquire con Mattarella su due aspetti molto inquietanti della politica contemporanea.

Il Presidente ha opportunamente sottolineato, con chiaro riferimento a Dossetti, che le esperienze passate arricchiscono la storia presente e futura quando sono state lungimiranti, quando hanno avuto visione, quando hanno guardato, non il contingente, ma le prospettive della comunità di vita. Oggi, la comunità di vita riguarda, da un lato, l’accoglimento dei migranti, dall’altro, le modalità con le quali gli italiani sentano di rapportarsi all’Europa. L’art. 11 della Costituzione italiana è limpidissimo nel garantire asilo politico a tutti coloro costretti a lasciare paesi schiacciati da autoritarismi e guerre civili, ma come non interpretarlo estensivamente anche a favore di coloro che non hanno più possibilità di garantire una vita decente alle loro famiglie? Quanto ai risorgenti, in verità, mai scomparsi nazionalismi, il problema non consiste nel superarli, meno che mai cancellarli. Consiste nel combinare insieme la cittadinanza, le identità, i valori nazionali, degni di essere preservati, con la cittadinanza europea e i valori del progetto di unità politica che ha garantito decenni di pace e di prosperità. Tutto questo stava nel pensiero lungimirante di Dossetti e accompagna la visione che Mattarella espone con coerenza e affida fiducioso ai giovani che, nelle loro scelte di stare o di emigrare, meritano rispetto e sostegno. Parole di Presidente.

Pubblicato il 13 gennaio 2017