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“Berlusconi sa fare il coalition-maker”

Leader politici e alleanze sotto la lente in vista delle legislative italiane del 2018

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Elettori passivi: secondo il politologo Pasquino il nuovo sistema elettorale lascia ben poche scelte agli elettori. quasi tutto viene deciso dai partiti.

In vista delle legislative della prossima primavera i partiti italiani affilano le armi. Il nuovo sistema elettorale imporrà il gioco delle coalizioni. Il politologo e professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino analizza per il CdT le strategie in atto.

In Sicilia il centrodestra è riuscito a fare coalizione dietro un unico candidato. Un successo che sarà di buon auspicio per le legislative del 2018?
Di buon auspicio non lo so. Certo si tratta di una lezione che il centrodestra ha imparato. Del resto il centrodestra è sempre stato più intelligente del centrosinistra; secondo me il centrodestra complessivamente ha una coscienza di classe, mentre il centrosinistra ha scarsa coscienza di tutto, ed ognuno dei suoi leader ha un’altissima opinione di se stesso; e questo impedisce di giungere a coalizioni decenti.

Berlusconi in passato è riuscito ad unire dietro un progetto di Governo esponenti politici molto diversi tra loro. Potrebbe ripetere il miracolo?
Sì, però non è un miracolo, è semplicemente la sua capacità di fare, come si dice, il coalition-maker. Berlusconi riesce a convincere i potenziali alleati offrendo loro qualcosa in cambio, quindi darà molti seggi sicuri, e poi riesce anche a convincerli che insieme si può vincere. E quando c’è qualcosa che lo disturba, come ad esempio la candidatura di Musumeci in Sicilia, che non era stata scelta da Berlusconi ma dalla Meloni, alla fine accetta e vince.

Potrebbe anche accettare di non essere lui il capo banda del centrodestra?
Lui non sarà il capo banda. Primo perché probabilmente non potrà esserlo giuridicamente, e poi perché secondo me ha capito che deve in qualche modo lasciare il posto a un successore. Ma certamente vorrà influenzare la scelta del successore e poi ne influenzerà le politiche. E non lo farà da dietro le quinte. Sarà colui che in televisione si intesterà i successi ottenuti dal suo eventuale Esecutivo; Governo della persona che lui avrà contribuito a scegliere.

Il sistema elettorale Rosatellum bis potrebbe favorire ampie alleanze, ma poi una volta insediato il Governo non ci si ritroverebbe con le divergenze già viste nelle legislature passate?
Innanzitutto preferirei che non si usasse il latino, scriva per cortesia ‘legge Rosato’. Trovo stupido usare il latino, perché quando Sartori usò il termine Mattarellum, non era solo uno scherzo con il latino, ma era anche uno scherzo con ‘matto’, nel senso che si trattava di un sistema elettorale mattocchio. Detto questo, il difetto maggiore di questo sistema elettorale è che non dà nessun potere all’elettore, tranne quello di consentire di mettere una crocetta da qualche parte. Tutto quello che succede prima e dopo dipende dai partiti: scelgono le coalizioni, i candidati ed eventualmente sanno chi verrà eletto, perché ci sono dei collegi dove sicuramente saranno eletti alcuni candidati. L’elettore non ha alcuna influenza in tutto questo. Che poi i politici eletti riescano a governare lo dubito. Le coalizioni si divideranno, perché se il centrosinistra, come è certo, non avrà la maggioranza assoluta dei seggi e neppure il centrodestra, cosa accadrà? O una parte di uno di questi due schieramenti si stacca per formare un Governo con l’altra coalizione, nella fattispecie Forza Italia fa il Governo con il centrosinistra, oppure il Governo potrebbe essere formato dal Movimento 5 Stelle. Ad ogni modo le due coalizioni non saranno autosufficienti e quindi dovranno trovarsi dei voti o dei parlamentari. E lo sappiamo, i parlamentari italiani sono trasformisti, quindi andranno dove si formerà il Governo.

Il centrosinistra è diviso e ha un ex leader, Renzi, che a tutto sembra disposto, tranne che a fare concessioni agli altri partiti di una possibile alleanza di sinistra. È un suicidio politico?
Qui vediamo la grande differenza tra centrosinistra e centrodestra. Il centrodestra ha un leader federatore, Berlusconi, mentre il centrosinistra ha un leader divisore, Renzi. Non so se è un suicidio. Se è un suicidio è un suicidio collettivo. Io però ho l’impressione che si tratti di un omicidio quasi preterintenzionale, se Renzi insiste nel voler essere lui quello che dà le carte. Se Renzi dà le carte alcuni dei potenziali giocatori risponderanno che quelle carte non le vogliono e poi perderanno tutti insieme.

Il Movimento 5 Stelle si dichiara unitario, ma ha un’anima di destra e una di sinistra.Vedute diverse che potrebbero venire a galla proprio nel caso di un eventuale successo elettorale?
Il Movimento 5 Stelle, secondo quello che sappiamo da sondaggi e altre fonti, è composto per tre quinti da elettori che altrimenti voterebbero a sinistra, per un quinto da elettori che altrimenti voterebbero a destra e per un quinto da elettori che se non ci fosse l’M5S non voterebbero per niente. Il problema è che se per caso il Movimento 5 Stelle arrivasse in testa dovrebbe negoziare per formare un Governo. Potrebbe negoziare con pezzi della sinistra. Naturalmente ci sono delle differenze programmatiche, però non vorranno certamente perdere l’occasione di riuscire a governare.

A Ostia domenica si andrà al ballottaggio per le municipali. CasaPound ha registrato un inatteso successo, quale significato dà a questa ascesa dell’estrema destra?
CasaPound è il fascismo italiano che non muore mai. Anche se è un fascismo limitato, non è morto. Gli italiani hanno fatto meno i conti con il fascismo di quanto i tedeschi lo abbiano fatto con il nazismo; questa è la cosa grave. Di CasaPound c’è una parte ludico-folcloristica, ma c’è anche una parte politica. Il Paese è stato governato da vent’anni da un fascista e i fascisti ci sono ancora, anche se sono pochi. I democratici dovrebbero però preoccuparsi che in 70 anni di Repubblica non hanno convinto tutti gli italiani che l’esperimento fascista è stato un disastro.

Cinque lezioni dal voto in Sicilia

Il dopo elezioni regionali siciliane è stato segnato da manipolazioni e errori interpretativi. Primo, no, la Sicilia non è un laboratorio, né nel bene né nel male, per partiti e coalizioni. In un paese molto differenziato, laboratorio non è nessuna regione, per fare due esempi, né la Liguria né il Veneto. Tuttavia, qualche lezione “individuale” e precisa può essere tratta. Se il centro-destra si presenta unito dietro un candidato è molto competitivo e può risultare vincente, ma questo non basterà né in Emilia-Romagna né in Toscana. Invece, lezione vera, se il PD di Renzi raccoglie soltanto frattaglie di alleati, competitivo non sarà né in Sicilia né in Veneto né in Lombardia. Se non vince molti seggi in queste regioni, quasi sicuramente perderà le elezioni politiche. Se il PD non cerca e non trova nessun accordo con il Movimento Democratico e Progressista non farà molta strada. Non è vero che le elezioni si vincono al centro. Si possono vincere anche a sinistra purché la coalizione sia equilibrata e delicatamente guidata. Seconda grande lezione: dal maggio 2014 il PD di Renzi e Renzi stesso non hanno fatto che collezionare sconfitte elettorali più o meno brucianti.

“Blindare” il segretario che, proprio in quanto tale, è responsabile dell’andamento del suo partito farà anche bene al segretario, che si commuoverà per tanto affetto (o non è piuttosto la speranza di essere da lui ricandidati?), ma fa piuttosto male al partito. Fanno molto male al PD coloro che confrontano i suoi risultati, altrove e in Sicilia, con quelli del PCI. Infatti, il Partito Democratico dovrebbe essere PCI più DC (incidentalmente, Alternativa Popolare di Alfano è andata abbastanza male). Buttare la palla in tribuna sostenendo che la sconfitta era “annunciata” e lodare il segretario perché l’ha “ammessa” sono giochi da bambini alle scuole elementari. Per chi ha fatto almeno tutta la scuola dell’obbligo s’impone la riflessione accompagnata da suggerimenti operativi che solo un partito nel quale la maggioranza non si autoblinda è in grado di formulare. Terzo, no, in Sicilia non hanno vinto i “moderati”, come stancamente ripete Berlusconi. Non è mai chiaro chi siano i moderati, mentre molto chiaro è che Nello Musumeci viene dalla tradizione missina che mai moderata fu e non è il candidato voluto da Berlusconi, ma identificato e sostenuto con vigore e coerenza da Giorgia Meloni. No, la Sicilia non ha affatto risolto il problema della leadership nel centro-destra. Quarto, raramente in politica si assiste a vittorie morali, dei puri e dei duri ai quali sono mancati i voti per la vittoria che conta: quella del seggio o della carica. Prima il Movimento Cinque Stelle prende atto di una realtà inoppugnabile meglio sarà per lui (e per i suoi elettori).

Chi non trova alleati quand’anche risulti il partito più votato, e le Cinque Stelle lo sono stato alla grande, potrà anche arrivare in testa alle elezioni politiche, ma, per colpa della legge Rosato (su questo punto e non solo formulata appositamente contro i pentastellati) non arriverà al governo del paese. Nelle democrazie parlamentari europee che offrono tutti i casi rilevanti, i governi sono, tranne rare eccezioni, composti, sostenuti e fatti funzionare da coalizioni di partito. Gli intransigenti rimarranno puri, duri e all’opposizione forse provocando dopo il voto la delusione in molti loro elettori, ma, peggio, scoraggiando alcuni potenziali elettori che giungono alla conclusione che il voto dato a chi non andrà al governo è un voto inutile, ovvero sprecato. Ultima lezione: poco meno del 54 per cento di siciliani hanno deciso di non sprecare la loro domenica andando a votare. Invece di fare finta di comprendere il loro “malessere”, il loro stato di disagio, le loro difficili condizioni di vita, politici e commentatori farebbe meglio a affermare chiaramente che chi non vota rinuncia colpevolmente a parte della sua sovranità senza ottenere nulla. Il suo è davvero un non-voto inutile.

Pubblicato AGL l’8 novembre 2017