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Le virtù della legge elettorale francese @HuffPostItalia

Una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Ridotti i parlamentari è imperativo intervenire ed è auspicabile si passi a un sistema uninominale a doppio turno

Ridotti i parlamentari è imperativo (ri)pensare la rappresentanza politica e le modalità di controllo del Parlamento sul governo. La rappresentanza politica non è mai solo, ma anche, questione di numeri. Dipende dalle modalità di selezione dei rappresentanti e dai premi e dalle punizioni che i rappresentanti si meritano e ricevono per i loro comportamenti.

Dunque, comprensibilmente, una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Non è necessariamente la legge proporzionale che, sembra, Nicola Zingaretti, tutt’altro che solo, desidera. Non è affatto vero che più proporzionalità consegue più rappresentatività. Anzi, aumentare il tasso di proporzionalità di una legge elettorale significa incentivare la frammentazione. In parte, mi pare di capire, questa è la preoccupazione di Zingaretti che lo spinge ad affermare che la clausola di esclusione del 5 per cento non è negoziabile.

Neanche per un momento mi pongo il problema lancinante della non-rappresentanza parlamentare di Italia Viva, Azione e Leu. Fra l’altro, da molti di loro ho spesso ascoltato una frase celebre (e impegnativa): “si può fare politica anche fuori del Parlamento”. La clausola del 5 per cento offre loro questa grande opportunità. Sarò lieto se vorranno e sapranno sfruttarla.

Che sia chiaro, però, che se la clausola pone un argine, non insormontabile, alla frammentazione partitica, non migliora in alcun modo la rappresentanza politica. Delega il compito di scegliere buoni rappresentanti, non agli elettori, che dovrebbero esserne i protagonisti in decisiva, istanza, ma ai partiti, ai capi dei partiti e ai capi delle correnti (ah, già, debbo scrivere “sensibilità”).

Stando così, non da oggi, le cose, esprimo il mio profondo dissenso. Potrei limitarmi a sostenere che, insieme a molti, alcuni un po’ tardivamente, è necessario che a elettori e elettrici sia consentito di esprimere un voto di preferenza [in altra occasione spiegherò perché un unico voto di preferenza e perché questo voto non è automaticamente qualcosa che sarà utilizzato dalla criminalità più o meno organizzata e dagli adepti della corruzione].

Continuo a ritenere che le primarie sono uno strumento utile e democratico per scegliere le candidature, ma non ho mai chiuso gli occhi di fronte alla manipolazione delle primarie, soprattutto a livello locale: Bologna insegna.

Credo che sia possibile offrire una sana alternativa complessiva: la legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali. Quanto alla selezione delle candidature il primo turno è ampiamente assimilabile ad un’elezione primaria. Gli elettori scelgono. Al secondo turno eleggono. Naturalmente, conta molto la clausola (o meno) con la quale si acquisisce la facoltà, non l’obbligo, di passare al secondo turno. Anche se pochi lo ricordano (o non lo sanno) il doppio turno, mai ballottaggio, può essere aperto, vale a dire consentire il passaggio al secondo turno a tutti coloro che si sono candidati/e al primo turno.

Il primo turno ha, comunque, la capacità di fornire informazioni: ai partiti, ai loro candidati/e oltre che, soprattutto, agli elettori. La clausola percentuale di passaggio al secondo turno può essere variamente definita. Nel 1958 in Francia fu fissata proprio al 5 per cento con l’intesa che nel corso del tempo sarebbe cresciuta. È arrivata fino al 12,5 per cento degli aventi diritto. A bocce ferme, con quella clausola entrerebbero alla Camera dei deputati i rappresentanti di quattro soli partiti.

Per evitare che i dirigenti di partito si oppongano al doppio turno sulla base di loro calcoli particolaristici si potrebbe, come suggerito tempo fa da Giovanni Sartori, consentire il passaggio in ciascun collegio ai primi quattro candidati. Poi decideranno loro e i loro partiti se “insistere” o desistere, certo anche dopo qualche accordo reciproco che, comunque, sarebbe visibile agli elettori.

Da ultimo, quali conseguenze sulla rappresentanza politica? Vox populi(sti) vuole che “il maggioritario” restringa la rappresentanza. Sbagliato. In qualsiasi collegio uninominale il rappresentante eletto/a sa che deve rappresentare il collegio, vale a dire, le preferenze, gli interessi, gli ideali dei loro elettori, ma anche spingersi fino a tenere in grande considerazione le preferenze degli elettori che quella volta non l’hanno votato/a. Aggiungo che nei collegi, proprio attraverso gli accordi e le desistenze, si pongono le basi delle coalizioni che andranno al governo o si metteranno all’opposizione.

Insomma, c’è davvero molto di buono nella legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali, compresa la flessibilità. Se ricordo bene, tempo fa nel Partito Democratico si votò a grande maggioranza per il doppio turno. O no?

Pubblicato il 2 ottobre 2020 su huffingtonpost.it

Separati in casa. Cinque Stelle e PD dopo il voto @Mov5Stelle @pdnetwork @domanigiornale

Sfide immaginarie e reali, alleanze più o meno organiche da costruire, personalismi di vario genere, consensi elettorali che vengono e più spesso vanno (via), elettori volubili e volatili. In attesa di nuove, indispensabili regole elettorali e istituzionali, questo è il panorama politico italiano. Lo si vede sia sul versante del centro-destra sia su quello del centro-sinistra e, se diamo ragione (una volta tanto…) a Di Maio, sull’evoluzione(-declino, ma non “disfatta storica”, come sentenzia Di Battista) dei Cinque Stelle, sulla persistenza di un terzo polo, piccolo, ma non irrilevante, talvolta potenzialmente decisivo. Quello che è sicuro è la ridefinizione dei rapporti di forza elettorali in entrambi gli schieramenti nonché per il polo del Movimento 5 Stelle. La ridefinizione continuerà fintantoché il sistema partitico rimarrà destrutturato, vale a dire per un periodo di tempo indefinito. Naturalmente, anche la scelta della nuova legge elettorale inciderà su una eventuale, difficile, ristrutturazione. Chi vuole “la proporzionale” deve essere avvisato. Qualsiasi variante di proporzionale ha poco da contribuire per configurare un sistema di partiti caratterizzato da coesione. Anzi, la proporzionale, mai punitiva nei confronti degli scissionisti, contribuisce alla frammentazione dei partiti. Scherzando, ma non troppo, potrei dire che la proporzionale faciliterà la comparsa di una lista Di Battista obbligando il pasionario dei pentastellati a contarsi.

L’esito elettorale-politico delle elezioni regionali contiene qualche insegnamento non banale per chi, come Zingaretti e, prima di lui, Dario Franceschini, desideri la costruzione di un’alleanza “organica” con il Movimento 5 Stelle. A livello locale aderenti e elettori dei pentastellati non hanno dimostrato grande propensione a favorire e premiare una simile alleanza. Anzi, i flussi elettorali suggeriscono che i pentaelettori si disperdono in una pluralità di direzioni, andando in misura limitata a sostenere i candidati del Partito Democratico. Più interessante e più rilevatore sarà il comportamento degli elettori del Movimento al ballottaggio in alcuni comuni, ma anche il comportamento degli elettori del PD quando al ballottaggio è passato un candidato dei Cinque Stelle.

Ė più che ragionevole pensare che prima di procedere dall’alto a dichiarare l’assoluta indispensabilità di un’alleanza organica fra Cinque Stelle e Partito Democratico, i proponenti, fra i quali sembra si collochi anche Di Maio, dovrebbero cominciare valutando il sentiment (è da tempo che volevo usare questa parola!) prevalente a livello locale. Dovrebbero incentivare incontri e forme di collaborazione, facendo leva sui temi propri a quei livelli e sulle persone giuste, quelle maggiormente in grado di rapportarsi fra loro e con l’elettorato.

Al momento, quello che si vede sul territorio è un insieme di “macchie” del più vario tipo, dovute in misura maggiore alla notevole diversificazione di opinioni, di aspettative, di preferenze dell’elettorato pentastellato. Per di più, a livello locale possono giocare negativamente molte animosità, sociali e politiche, pregresse, superabili soltanto con il tempo e con l’individuazione di obiettivi comuni. Sarebbe sicuramente sbagliato accelerare il processo di riavvicinamento che deve maturare e condurre a condividere elementi significativi di una cultura politica di governo. La fusione a freddo che diede vita al PD è l’esempio assolutamente da non ripetere.

Nella prospettiva che ritengo sia praticabile e produttiva, il governo Conte è un protagonista essenziale. La sua durata offre il tempo da utilizzare a livello locale. Le sue politiche condivise sono la garanzia che la collaborazione produce frutti, a cominciare da quanto già ottenuto a livello europeo che non sarebbe stato possibile per nessun governo Salvini/Meloni, e viceversa. Una legge elettorale proporzionale che entrambi gli alleati di governo hanno dichiarato di volere è disfunzionale rispetto all’obiettivo di una collaborazione più stretta. Infatti, porrebbe Cinque Stelle e Partito Democratico in inevitabile competizione. Un buon sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali come in Francia darebbe molti incentivi agli elettori di entrambi a convergere in particolare per sconfiggere i candidati/e del più socialmente e politicamente omogeneo centro-destra. Solo nuove modalità di competizione politico-elettorali promettono di cambiare in meglio la struttura delle opportunità. Vale la pena rifletterci.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su Domani

E adesso poveri parlamentari

Preso atto del voto, è opportuno rilevare che all’appello referendario è mancato circa il 45 degli aventi diritto e alle pur importanti elezioni regionali più 1/3 degli elettori ha deciso di non partecipare. Peccato. Hanno perso una buona occasione di fare conoscere le loro preferenze. Chi non vota non conta, ma in qualche modo rende molto più complicato il compito di coloro che debbono rappresentare i cittadini. I verdetti sono stati tutti molto chiari, limpidi. Più di 2/3 dei votanti hanno approvato la riduzione del numero dei parlamentari. Maggioranze più (De Luca in Campania e Zaia in Veneto) o meno (Emiliano in Puglia) ampie hanno confermato i Presidenti uscenti i quali partono, grazie alla loro visibilità e attività di governo, con un buon vantaggio iniziale. Laddove non c’era un Presidente uscente, il candidato di Fratelli d’Italia ha conquistato le Marche e il centro-sinistra ha sconfitto la candidata di Salvini in Toscana.

Alla fine della ballata, il sicuro vincitore è il governo guidato da Conte. Tanto il Movimento Cinque Stelle, che s’è intestato la revisione costituzionale, quanto il Partito Democratico di Zingaretti, che ha ottenuto un esito numerico e politico confortante, possono tirare un sospiro di sollievo e guardare avanti, molto avanti. Debbono assolutamente formulare i progetti necessari ad ottenere gli ingenti fondi del programma Next Generation EU stanziati per migliorare la vita e le condizioni di lavoro delle future generazioni. Molto correttamente il Presidente del Consiglio Conte ha affermato che gli italiani dovranno giudicare lui e il suo governo proprio da come utilizzeranno i fondi europei. In contemporanea, però, la maggioranza deve dare seguito alle sue promesse di ritocchi necessari dopo la riduzione drastica del numeri dei parlamentari. In ottica ancora molto populista i Cinque Stelle desiderano ridurre anche le indennità: una “casta” numericamente ridimensionata e messa a dieta con il rischio che da alcuni settori sociali, non ricchi, ma benestanti nessuno intenderà più candidarsi al Parlamento.

Il compito più complesso e delicato è quello di scrivere una legge elettorale che consenta di reclutare i migliori, i più competenti. Non c’è nessuna garanzia che “la proporzionale” abbia esiti virtuosi, come sostiene Di Maio (e, da tempo, anche Zingaretti). Dal canto suo, mentre Salvini si lecca le sue oramai molte ferite, Meloni rilancia un non meglio precisato presidenzialismo accompagnato da un altrettanto imprecisato “maggioritario”. È una discussione, non nuova, destinata a durare. I risultati delle elezioni regionali hanno certificato l’ascesa di Fratelli d’Italia che, però, non hanno ancora raggiunto la Lega, e una leggera, ma significativa, ripresa del Partito Democratico con conseguente rafforzamento del segretario Zingaretti. Il non buono stato di salute elettorale dei Cinque Stelle sembra essere una garanzia che l’alleanza di governo continuerà. Conte va. Il suo cammino, che dipende in notevole misura dalle sue capacità, può continuare.

Pubblicato AGL il 23 settembre 2020

Quanto peserà il doppio voto sul governo @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”.  Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale.

  • Il referendum riguarda semmai parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone”

  • Nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu.

 

Alla pletora di informazioni manipolate, di retroscena fantasiosi, di postscena immaginari che andranno rapidamente al macero consentendo ai loro pronosticatori di farla franca, vorrei contrapporre alcuni ragionamenti, realistici e lineari (sic).

No, il referendum costituzionale non riguarda il governo se non in minima e trascurabile parte. Le revisioni costituzionali le propongono i partiti e le analizzano e, eventualmente, le approvano i parlamentari. Ciascuno di loro in coscienza e, quando ce l’ha, in scienza, ha l’obbligo politico e etico di assumersene la responsabilità.

Quindi, semmai, il referendum riguarda parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone” (e dei poltroni). Ciascuno può, se vuole, misurare il tasso di opportunismo dei tre gruppi di protagonisti. Se vincesse il “sì”, gli unici che potranno effettivamente rallegrarsi, meglio se lo faranno senza ballare scompostamente su un balcone, saranno i Cinque Stelle.

No, il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”, Conte ha esercitato la facoltà che hanno tutti i cittadini di rendere noto il loro voto. Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale. Conte e il suo governo hanno il diritto costituzionale di rimanere in carica fintantoché godono della “fiducia delle due camere”. Toccherebbe alle opposizioni di andare a vedere le carte attraverso una mozione di sfiducia.

No, neppure significative vittorie del centro-destra nelle elezioni regionali possono essere brandite contro il governo. I cittadini italiani sanno per che cosa votano e, anche se il voto di un certo numero di loro è improntato anche all’insoddisfazione proprio per l’azione di governo, non può in nessun modo essere utilizzato per condurre automaticamente a una crisi del governo. Tuttavia sia i Cinque Stelle sia il Pd dovranno tenere conto del voto e delle sue proporzioni. Questo vale anche per le opposizioni.

No, né il referendum né le elezioni regionali, se i risultati fossero molto negativi, in nessun modo dovrebbero essere utilizzati contro Nicola Zingaretti per sostituirlo. Comunque, è imperativo che il Partito democratico funzioni secondi il suo statuto e le regole che richiedono la messa in moto della procedura che implica ricorso alle primarie e loro svolgimento.

No, nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu. Nessuno può credere che le autorità europee sarebbero disponibili a trattare con un Matteo Salvini amico del dittatore bielorusso Lukashenko, appena censurato dal parlamento europeo ma senza i voti della Lega. Neanche quelle autorità vorrebbero leggere le duemila (sic) proposte che la generosa Giorgia Meloni, evidentemente incapace di valutare le priorità, si vanta di avere già pronte e si duole che Conte e i suoi ministri non abbiano mostrato alcun interessamento. Dopo il referendum e le votazioni regionali sarà, dunque, tutto come prima?

Evidentemente, No. Conteranno i numeri e le interpretazioni, ma ancora una volta saranno da evitare terribili semplificazioni.

Pubblicato il 21 settembre 2020 su Domani

 

“Il Pd? A volte è un po’ banderuola. Elezioni Regionali: andrà a finire così” #intervista #Affaritaliani @affariroma

Parla con Affari il politologo Gianfranco Pasquino: “Alle Regionali? Do per probabile un 3 -3 e possibile un 4-2 per il centrosinistra”

Intervista raccolta da Paola Alagia

Bolla il pronostico del sette a zero del leader della Lega come “la solita sparata dello sbruffone Salvini” e lo definisce un risultato “improbabile”. Non solo, ma il professore emerito di Scienza politica, Gianfranco Pasquino, intervistato da Affaritaliani.it, si proietta già alla sera del 21 settembre e azzarda: “Do per scontato che il centrosinistra vinca in Campania e in Toscana, li considero risultati quasi sicuri. E non do affatto per perse né le Marche e né la Puglia. Sono contendibili. Almeno questo è ciò che mi dice la mia personale sfera di cristallo”.

Professore, quindi dando i numeri, è possibile un quattro a due per il centrosinistra?
Può benissimo finire 3 a 3, escludendo la Val d’Aosta che è sempre stata una realtà diversa dal resto del Paese. Diciamo che do per probabile un 3 a 3 e per possibile un 4 a 2 per il centrosinistra. Scenario, quest’ultimo, che si realizzerebbe in caso di vittoria, appunto, anche in Puglia e Marche.

In Liguria, dopo l’esperimento fallimentare in Umbria, riparte il laboratorio delle alleanze tra Pd ed M5s. Una sconfitta qui potrebbe causare una battuta d’arresto sul camino delle intese?

Ritengo che nessuna Regione sia un laboratorio perché ciascuna risponde a fattori personali e locali. Detto questo, la Liguria è una sfida difficilissima per il centrosinistra perché qui c’è un presidente, Toti, che è molto popolare e sostanzialmente ha fatto bene. Ecco perché considero l’intesa raggiunta un tentativo apprezzabile, ma non più di un tentativo. Quindi, se il centrosinistra perde, come è probabile, non significa affatto che non debbano più farsi accordi locali tra Pd e Movimento cinque stelle. Dovrebbero, questo sì, partire un po’ prima. Sempre con la consapevolezza che le intese non sono garanzia di vittoria, ma sono garanzia di competitività.

Fa bene quindi Luigi Di Maio che è già proiettato alle comunali del 2021?
Di Maio finalmente agisce in maniera razionale. Peccato però che il M5s abbia già deciso di ricandidare Virginia Raggi a Roma. Questa operazione andava fatta dopo avere raggiunto in qualche modo un accordo con il Pd e non ponendosi subito in posizione antagonista. Comunque, questa è la linea giusta, secondo me, ma senza esagerazioni: sono contrario alle alleanze organiche, bisogna raggiungere intese programmatiche sulle candidature a livello locale.

La Toscana, invece, vede insieme Pd e Italia viva. Una vittoria del centrosinistra potrebbe ringalluzzire Renzi e spingerlo ad alzare la posta di richieste sul governo?
Bisognerà innanzitutto contare i voti di Italia viva e vedere intanto se risulteranno decisivi per la vittoria del candidato di centrosinistra. La Toscana, poi, è la Regione di Renzi, ma anche di Maria Elena Boschi. Dunque, lì devono dimostrare di essere forti. Casomai una lezione arriverebbe se risultassero deboli e si attestassero su percentuali tristi, ad esempio al di sotto del 5 per cento.

Nella prima ipotesi cosa accadrebbe?
Non credo che ci sia da ringalluzzirsi. Magari ci sarà da deprimersi, dipenderà dal risultato. Dopodiché Iv è imprevedibile, come il suo leader. Credo che ci sarà una continuazione della guerriglia. Renzi è in questo momento un guerrigliero che cerca di operare all’interno delle linee amiche, ma non può portare la guerra fino alla sconfitta perché la sconfitta sarebbe anche la sua.

Ma l’esito del voto può minare la stabilità del governo?
Le ripercussioni sul governo si potrebbero avere, ovviamente, se il centrodestra vincesse nelle sette Regioni. Significherebbe che l’esecutivo non è più in sintonia con il Paese. Il governo, allora, dovrebbe elaborare il risultato, ammettere che un problema esiste, ma sottolineare anche che si tratta di elezioni comunque regionali e che in Parlamento ci sono numeri per andare avanti.

Si affaccerebbe con maggiore forza l’ipotesi di un rimpasto?
Forse il governo potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi. Ma attenzione, rimpastare Azzolina mi pare una lezione che il ministro non merita. Rimpastare dovrebbe significare scegliere persone più brave di quelle che già ci sono. Una cosa è sicura.

Quale?
Discuterei di tutto meno che di Mario Draghi che mi pare una specie di briscola chiamata in causa probabilmente anche contro il suo volere e le sue aspettative.

Non sarà che il governo rischia di più proprio con la prova scuola?
La gestione della scuola è una cosa complicatissima. Parliamo di 8 milione di studenti, quasi 2 milioni tra personale scolastico e professori, più i genitori, insomma un esercito di oltre 10 milioni di persone che si muovono. Si tratta di una mobilitazione di massa per cui gli inconvenienti possono sempre presentarsi.

Apriamo il capitolo referendum. Lei si è schierato per il no al taglio dei parlamentari, è così?
Ritengo che il meno non sia sinonimo di meglio. Penso inoltre che non basti tagliare. Bisogna sapere dove poter cucire. Il problema nel nostro Paese risiede nel rapporto tra governo e Parlamento, ma ridurre il numero di parlamentari non lo migliora affatto. Anzi, rischia di rafforzare indebitamente il governo: meno parlamentari significa meno persone in grado di controllare quello che il governo fa, non fa o fa male.

Il 21 settembre si scopriranno le carte. Sapremo se avrà vinto il sì o il no al referendum. Che accadrà l’indomani?
Se vince sì i Cinque stelle esulteranno, mi auguro che eviteranno di ballare sui balconi. Avranno ragione di esultare. Non so, invece, se il Pd potrà permetterselo.

Per quale ragione visto che Zingaretti ha portato il partito sulla linea del sì al taglio?
Perché il sì del Pd si mi pare abbastanza sofferto e opportunistico.

Cosa intende per opportunistico?
Che alcuni nel Partito democratico si comportano in maniera opportunistica. Un opportunismo e un’opportunità che comprendo perché i democratici devono tenere in piedi questo governo, anche alla luce delle sfide che attendono il Paese, con i 209 miliardi da investire. Concordo che non sarebbe il momento più opportuno per una campagna elettorale.

E se vincesse il no?
Sarebbe la sconfitta di una deriva populista del M5s. I Cinque stelle dovranno interrogarsi su questo. Allo stesso modo il Pd dovrà chiedersi cosa non ha funzionato e quanta attenzione ha prestato ai suoi elettori e al dibattito pubblico in generale.

Al di là delle ripercussioni in casa Pd e in casa M5s, il governo Conte potrebbe subirne i contraccolpi?
Non ritengo una eventuale vittoria del no al referendum una delegittimazione del governo. Sarebbe una sconfitta dei parlamentari che hanno votato questa riforma costituzionale. Terrei molto distinto il destino dell’esecutivo dal no e dal sì al taglio del numero dei parlamentari.

Forse l’esecutivo no, ma Zingaretti rischierebbe di salire sul banco degli imputati.
Zingaretti dovrebbe certamente interrogarsi sulla sua capacità di convincere non solo i suoi iscritti, ma anche i suoi elettori, chiedersi se davvero il Pd ha fatto una campagna elettorale seria – non vedo i manifesti del partito per il sì – e con quanto impegno ha sostenuto davvero questa riforma.

E’ probabile un assalto alla sua segreteria?
Aprire questa partita sarebbe fuori luogo. Zingaretti è stato scelto con primarie e deve andare avanti fino alla fine del mandato. E, poi, gli sfidanti sarebbero esponenti come Bonaccini perché ha vinto le elezioni in Emilia Romagna? Ricordiamo che era presidente uscente e poi anche che l’Emilia Romagna è la Regione rossa per eccellenza. Insomma, non mi sembra un titolo sufficiente per aspirare alla segreteria. Quanto agli altri eventuali aspiranti, aspettino il loro turno e chiedano le primarie.

Da Roberto Saviano sono arrivate parole pesanti contro il Pd. Secondo lo scrittore è privo di identità politica, è “vapore acqueo”. Lei cosa ne pensa?
Su alcune tematiche il Pd sembra una banderuola. Detto questo, un po’ Saviano esagera sempre, ma io lo capisco. La sua è una questione di stile e forse anche una scelta e cioè quella di voler acutizzare le situazioni. Una cosa però va detta.

Quale?
Il Pd, dal 2007 a oggi, non ha elaborato una cultura politica di riferimento degna di questo nome. E quindi è vagamente democratico, vagamente progressista e vagamente riformista. Un male generale nel contesto italiano. L’unica che può dire di avere una cultura politica, infatti, è Giorgia Meloni. Persino i leghisti hanno attenuato la loro visione della Padania. Trenta anni fa c’era Gianfranco Miglio che aveva idee forti, oggi chi sono gli intellettuali di riferimento? Borghi e Bagnai?

Pubblicato 11 settembre su affaritaliani.it

 

 

Bettini o grillini, la democrazia nei partiti sarebbe utile. Sostiene Pasquino @formichenews

Dipendiamo dal pensiero di Goffredo Bettini per apprendere dove va e dove deve andare il Pd e dove andrà il sistema politico italiano. Qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità

Non mi sono noti i processi decisionali dei partiti/corsari protagonisti della politica italiana di cui discorre da par suo Sabino Cassese sulle pagine del “Corriere della Sera” (21 agosto 2020). So, però, che soltanto i corsari che avevano successo continuavano nella loro leadership, ma spesso c’erano ammutinamenti, ammirevoli richieste di democrazia (sic) partecipata e deliberativa. Non sono un grande estimatore di piattaforme decisionali le cui procedure non sono proprio trasparenti e i cui esiti non sono verificabili. Prendo, però, positivamente atto che il numero di aderenti al Movimento 5 Stelle che votano è regolarmente calcolabile in parecchie migliaia. Sono cifre che il Corsaro Nero, il mio preferito, non ha mai conseguito. Sono cifre che nessuno degli attuali partiti corsari è in grado di ottenere tranne il Partito Democratico quando organizza in maniera decente le primarie. Poi, succede che a un segretario così eletto, Nicola Zingaretti, venga contrapposto come potenziale successore un Presidente di regione, Stefano Bonaccini, che ha fatto poco più del suo dovere politico (e istituzionale): vincere da incumbent la rielezione nella regione Emilia-Romagna.

Primum vincere, sono d’accordo, ma talvolta persino i corsari si davano qualche obiettivo mobilitante aggiuntivo. Leggo che le scelte qualificanti del Partito Democratico sono state prese in maniera, lo scriverò pudicamente, irrituale. L’alleanza di governo con le Cinque Stelle è il prodotto della fervida immaginifica azione dell’ex-segretario Renzi, colui che il 4 marzo 2018, senza nessuna consultazione degli organismi dirigenti, buttò il suo partito all’opposizione. Se la memoria mi assiste, non pare ci sia stata un’insurrezione di dissenzienti. Un giorno dell’agosto 2019, lo stesso Renzi, senza nessuna spiegazione, mai il suo forte, dichiarò la fattibilità, anzi, la necessità di un governo con le Cinque Stelle: eroico. Poi, collocati alcuni seguaci al governo fece una scissione, strategica. Epperò, lo stratega vero del Partito Democratico, dicono gli intervistatori dei giornaloni, ma, ieri, anche il bravo Francesco De Paolo e l’autorevolissimo studioso della comunicazione politica Massimiliano Panarari, si sono esercitati nelle esegesi, è l’imponente Goffredo Bettini. Dal suo fervido pensiero variamente esternato dipendiamo per apprendere dove va e dove deve andare il PD e dove andrà il sistema politico italiano.

Ipocritamente elogiato da tutti tranne Marco Travaglio, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi non ha detto nulla sulla politica italiana. Perché non vuole bruciare sue chances oppure perché non ne sa abbastanza? Almeno l’interrogativo andrebbe/andava posto. Invece, Bettini, commentano De Palo e Panarari, detta la linea al PD. Allora, sì, mi sono preoccupato, comunque, molto meno di quanto mi renda tristemente preoccupato il Covid-19. Il Partito Democratico e il suo segretario si fanno dettare la linea da Bettini, gliela hanno affidata in base a meriti pregressi? Sulla base di successi epocali? Con riferimento a mandati congressuali?

Alcuni “antichi” studiosi di scienza politica si sono regolarmente posti il problema della democrazia nei partiti. Deve esserci eticamente. Deve esserci programmaticamente. Deve esserci perché serve. Affari del PD, direbbe qualcuno. In parte, sì; ma né un partito eterodiretto da strateghi né, anche se meglio, quello pilotato da Rousseau, sono da considerare soluzioni ideali. Sappiamo che il problema dei partiti più o meno corsari è che non capiscono e non riescono a rappresentare la complessità, spesso positiva, del loro elettorato. Allora, Bettini rilasci tutte le interviste che vuole. A corto di riflessioni, “Repubblica”, “Corriere” et al. le pubblichino, ma dal PD qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità. Non oso dire quale la visione del mondo… È il minimo per un Partito sedicente Democratico. Lo dovrebbe desiderare anche Bettini. Renderebbe più salaci le sue interviste e, chi sa, farebbe avanzare un dibattito politico da tempo dolorosamente asfittico.

Pubblicato il 22 agosto 2020 su formiche.net

Legge sui #bonus fatta male #LeggeElettorale Dico sì al proporzionale o al doppio turno francese @ildubbionews

Negli Stati Uniti già 80 milioni di persone utilizzano il voto per posta. Farlo anche in Italia, con le giuste garanzie, in molti casi agevolerebbe i cittadini nella pratica del voto

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Ha da sempre le idee molto chiare, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Le più recenti sono state messe nero su bianco in “Minima Politica”, sua ultima fatica letteraria.

Professor Pasquino, come giudica la vicenda dei tre parlamentari che hanno chiesto e ottenuto il bonus?

Credo sia giusto sottolineare che non c’è un reato, perché le modalità con le quali percepire questi bonus erano state indicate senza sufficiente precisione e questo dovrebbe spingere governo e parlamento a essere più precisi. Tuttavia è vero che c’è una legge ma poi esiste anche quello che non si può e non si deve fare. Ciò che è accaduto non è illegale ma è certamente illecito, e i deputati coinvolti non dovrebbero trincerarsi dietro affermazioni del tipo «è stato il mio commercialista». Si pone poi il problema della differenza tra le indennità dei parlamentari e quella di consiglieri comunali e sindaci di piccoli comuni e ha fatto benissimo la consigliera comunale Pirovano a denunciarla. Resta il fatto che la legge è stata scritta in maniera inadeguata.

Crede anche lei che sia stata una mossa orchestrata per favorire il “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari?

La tempistica non la conosco, non so se Tridico o qualcun altro ha deciso di far filtrare questi dati alla stampa adesso quando poteva farlo anche prima. Certamente nell’opinione pubblica può avere come effetto quello di pensare che i parlamentari rubano e dunque debbano essere tagliati. Mi auguro che la campagna elettorale si svolga in altro modo, ma non sono convinto che sia stata una manovra ad arte per influenzare il risultato del referendum.

A proposito di referendum, come giudica il quesito?

Ci sono due discorsi da fare: uno riguarda il rapporto tra elettori ed eletti: meno sono gli eletti meno è probabile che riescano a entrare in rapporto vero con gli elettori. Ci sono i social, è vero, ma la politica continua a essere qualcosa che esige la presenza fisica, il parlare in pubblico, l’incontrarsi di persona. Ridurre di un terzo il numero dei parlamentari significa ridurre l’interazione tra elettori ed eletti. L’altra questione riguarda il compito dei parlamentari: possono bastare 400 deputati e 200 senatori a far funzionare in maniera adeguata il parlamento e in particolare a stabilire la possibilità che i parlamentari controllino il governo e che facciano bene il loro lavoro all’interno delle commissioni? Io credo di no, perché gli strumenti tecnologici non possono far risparmiare il tempo necessario al parlamentare per ragionare su come l’esecutivo sta lavorando. Già oggi i parlamentari dotati di coscienza del lavoro sono fortemente oberati, ridurli significa diminuire la possibilità di controllare il governo.

A prescindere dal risultato del referendum sembra che la legge elettorale verrà cambiata. A cosa andremo incontro?

Se questi ultimi parlamenti, diciamo gli ultimi tre, sono stati “non buoni”, per non dire pessimi, dipende dal modo in cui sono stati eletti. Il Rosatellum e il Porcellum erano leggi elettorali pessime. Bisogna sapere in anticipo quanti sono i parlamentari e poi scrivere la legge elettorale, non il contrario come dice Zingaretti. In caso di vittoria del “sì” al referendum il risparmio non lo butterei via ma in cambio avremmo una rappresentanza ancora peggiore dal punto di vista funzionale rispetto a quella attuale. Una nuova legge elettorale è una scelta politica, in linea di massima ricorderei a tutti che le democrazie europee, a parte la Gran Bretagna, hanno delle leggi elettorali proporzionali da più di cent’anni e questo significa che si possono fare buone leggi elettorali proporzionali, magari con una piccola clausola di esclusione per evitare la frammentazione partitica. Oppure, come in Francia, si potrebbe adottare il maggioritario a doppio turno, anch’essa una buona legge elettorale, magari innovandola con delle modalità precise tra prima e seconda tornata. Sono quindi favorevole sia a una legge proporzionale con piccole circoscrizioni, sia a una legge maggioritaria con circoscrizioni necessariamente più ampie ma, stavolta sì, favorendo la rappresentanza grazie alla tecnologia. Il tutto senza fare gli “italiani”, cioè senza moltiplicare le clausolette per favorire o sfavorire qualcuno. Di certo bisogna evitare due cose: le pluricandidature, perché si deve vincere o perdere in un posto solo; le liste bloccate, perché il sistema delle preferenze garantirebbe maggiore visibilità ai parlamentari e maggiore possibilità di scelta agli elettori.

Cosa pensa della scelta di unire elezioni regionali e referendum in un’unica tornata elettorale?

Risparmiare è un bene in generale, ma in questo caso il risparmio produce conseguenze negative dal punto di vista dell’esito del referendum e per gli stessi elettori. È vero che nei referendum costituzionali non c’è quorum ma in questo caso si crea un grave squilibrio tra chi vota anche per le regionali e chi no. Soprattutto se si ritiene che il referendum sia importante in sé, allora doveva avere una giornata dedicata. Il risparmio vero sarebbe quello di votare in un giorno solo e non in un giorno e un po’. Questa sì che sarebbe una riforma da farsi, come quella del voto per posta, che negli Stati Uniti è utilizzato da 80 milioni di persone. Sarebbe il caso di chiedersi come agevolare gli elettori italiani e con le giuste garanzie il voto per posta potrebbe essere una buona scelta.

C’è stata un’aspra polemica sui verbali secretati del CTS. Vista l’emergenza è stato giusto non divulgarli?

Quello che ha fatto, scritto e detto il CTS dovrebbe essere conosciuto dagli italiani, e quindi in questo caso sarei per la trasparenza. Dopodiché le decisioni politiche spettavano al governo, ma qui non entrano in campo delle preoccupazioni di carattere internazionale, non stiamo abolendo nessun segreto di stato su terrorismo o cose del genere. Credo che dovremmo sapere cosa i tecnici hanno detto e sapere anche perché il governo ha deciso in un modo o nell’altro, anche in maniera diversa rispetto ai consigli dei tecnici. Ancor di più in questi casi, la democrazia è trasparenza.

Pubblicata il 13 agosto 2020 si Il Dubbio

Caro Zingaretti, di legge elettorale parla quando saprai quanti saranno i parlamentari da eleggere @HuffPostItalia @nzingaretti

Scrivere una qualsiasi legge elettorale senza conoscere con precisione il numero dei rappresentanti da eleggere è un’operazione azzardata. Due punti, però, possono essere decisi subito in prospettiva di una buona rappresentanza politica: nessuna candidatura bloccata, nessuna possibilità di candidature multiple. L’elettore deve potere scegliere il/la suo/a rappresentante. Quindi, o collegi uninominali o almeno un voto di preferenza.

Non impossibili, i collegi uninominali se i deputati e i senatori da eleggere saranno rispettivamente 400 e 200 avranno come minimo, rispettivamente, circa 125 e circa 250 mila elettori. Lieviteranno i costi delle campagne elettorali, conteranno anche altre risorse, sarà molto difficile per gli eletti “conoscere” i loro elettori, preferenze e esigenze. Sarebbe auspicabile che una legge elettorale proporzionale avesse circoscrizioni relativamente piccole: 40 per la Camera e 20 per il Senato con dieci eletti per circoscrizione. La soglia implicita è poco meno del 10 per cento dei voti. Premierebbe quei candidati che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto molti voti e dunque rappresentano una parte di elettori/trici anche se il loro partito non avesse superato un’eventuale soglia percentuale nazionale.

Questi relativamente semplici calcoli non dicono nulla sulla qualità della rappresentanza. La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere giustificata soltanto con un risparmio modesto di soldi, quando poi si avrebbero spese potenzialmente “folli” nelle campagne elettorali e negli uffici da mantenere fra una campagna e l’altra. Un buon parlamento e buoni parlamentari debbono svolgere due compiti di assoluta importanza in un democrazia parlamentare: dare rappresentanza ai cittadini, controllare le attività del governo, criticarlo, stimolarlo, eventualmente sostituirlo. I parlamentari saranno tanto più liberi e efficaci in entrambi i compiti se sono debitori della elezione alle loro capacità di ottenere il consenso degli elettori e non alla cooptazione ad opera dei dirigenti dei partiti e delle correnti. È anche probabile che per svolgere soddisfacentemente quei compiti, ad esempio, valutando le leggi e i decreti legge del governo e il loro impatto e l’operato dei ministri e della burocrazia, i parlamentari debbano distribuirsi i compiti.

Un numero ridotto di parlamentari avrebbe molto probabilmente conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento spostando potere nelle mani dei governanti. Qui, l’azzardo è palese: meno (parlamentari) non significa meglio (migliore rappresentanza politica e miglior funzionamento del Parlamento e dei rapporti Parlamento/Governo). Anzi, è più probabile che meno significhi peggio, un peggio al quale nessuna legge elettorale potrebbe ovviare, anche se alcune potrebbero ridurre rischi e danni.

Post Scriptum Un minimo di prudenza politica suggerirebbe (anche al segretario del PD Nicola Zingaretti e agli strateghi di riferimento) il silenzio, strategico, sulle indicazioni di fondo relative alla prossima (la legge Rosato è, comunque, da cancellare) legge fintantoché non si sa quanti saranno i parlamentari da eleggere.

Pubblicato il 4 agosto 2020 su huffingtonpost.it

Sposiamoci così senza rancore. Pasquino spiega perché Zingaretti blinda Conte @formichenews

“Questo matrimonio s’ha da fare” intimò don Nicola Zingaretti. Gongolante divenne il Conte di ritorno da un faticoso viaggi fra i frugali olandesi che di tutti luoghi lo avevano portato a pranzo in un ristorante italiano all’Aia. Per il conto, naturalmente, annunciò Mark (Rutte), we go Dutch (alla romana). Rattristatissimi, invece, i retroscenisti oramai raggiunti dai commentatori politici che, avendo dato per finito il governo a maggio, poi a giugno, poi a fine luglio, settembre e oggi stesso, con Massimo Franco sul “Corriere”, a ottobre, non sapevano più dove sbattere la testa –fino alla prossima indiscrezione di Giorgetti e di un, comprensibilmente, Innominato più o meno dem. No, non è Calenda la gola profonda, lui se parla vuole assolutamente essere menzionato. Lo stabilizzatore Zingaretti, che molti danno a sua volta per sfidato da quel Bonaccini emiliano che ha strabattutto la Lega di Salvini, ha, semplicemente, “blindato” il Conte e il suo governo, nel quale sembra ci siano molti ministri del Partito Democratico, alcuni anche Bravi.

Se andiamo oltre l’inutile chiacchiericcio (ce lo chiedono gli italiani, sic), Zingaretti sa due cose importantissime. La prima è che chi non vuole destabilizzare un governo di cui fa (grande)parte deve evitare inutili critiche al capo del governo meno che mai quando sono i corso alcune battaglie epocali: in Italia la (non)concessione ad Aspi; in Europa i Recovery Funds da decidersi il 17 e 18 luglio. È imperativo che Conte arrivi sostenuto da tutti gli alleati della coalizione. Se poi ci sarà anche il sostegno del noto europeista Berlusconi e dell’ancor più noto europarlamentare Calenda, allora l’esito positivo arriverà su un piatto d’argento (o quasi). La seconda cosa che Zingaretti sa è stata comunicata a tutti da molto tempo. La differenza è che Zingaretti ha buona memoria, mentre molti commentatori si ingarbugliano nelle loro previsioni e nei loro pregiudizi.

Questo governo giallo-rosa deve durare per due buonissimi motivi. Da un lato, perché nel gennaio-febbraio 2022 toccherà a questo Parlamento il compito di eleggere il successore di Mattarella ed è preferibile che non ci sia una neo-maggioranza di centrodestra a farlo. Comunque, rimaniamo in attesa della rosa dei nomi (Casellati in testa, poi Calderoli) del centro-destra. È un gioco di società al quale non possiamo rinunciare. Dall’altro, perché, ebbene sì, nelle democrazie parlamentari spesso chi governa lo fa anche, con buona pace di Paolo Mieli, per tenere lontani dalla stanza dei bottoni e dei pulsanti alcuni oppositori che li azionerebbero a tutto discapito non solo dei governanti in carica, ma soprattutto e visibilmente della influenza italiana nell’Unione Europea. La carta sovranista ha perso quasi tutto il suo valore durante il Covid-19. È diventata un due di picche. Zingaretti preferisce qualcosa che assomigli al settebello (insieme a lui spero che questa carta si trovi nella manica della giacca di Paolo Gentiloni ).

Impedire che i sovranisti italiani, mascherati e mascarati, si assembrino a Bruxelles è un obiettivo nobile. Forse non c’è bisogno di un vero e proprio matrimonio fra PD e Cinque Stelle, con il rischio che irrompa il Dibba furioso. Basterebbe fare funzionare meglio la convivenza che in politica si chiama coalizione. Yes, they can.

Pubblicato il 11 luglio 2020 su formiche.net

Colao è stato ingenuo, si è illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione tecnica #intervista @ildubbionews

Per convincere un politico bisogna spiegargli le cose privatamente, in modo che poi lui possa usarle in pubblico. I documenti scritti difficilmente hanno peso, anche quando i contenuti sono condivisibili

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

 

Accoglienza fredda, qualche naso storto e poi un contenitore pubblico – gli Stati Generali dell’Economia voluti dal premier Giuseppe Conte che la hanno diluita: così è finita la relazione tecnica per il rilancio del Paese redatta dalla task force del supermanager Vittorio Colao. Un cortocircuito frutto dell’incomunicabilità tra tecnici e politici, secondo il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino: «Se Colao si era illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione scritta è stato ingenuo, dovrebbe saperlo che i politici sono quello che sono…».

A proposito di politica, si è detto che la relazione di Colao fosse troppo “di destra”. È un’etichetta che ha senso?

La destra la sinistra certamente esistono: la destra è la parte che tende a garantire chi ha già delle posizioni di relativo privilegio; la sinistra invece punta a una riduzione delle diseguaglianze. Ecco: le soluzioni ai problemi possono essere di destra o di sinistra, i problemi invece no. E mi sembra che la relazione di Colao individui i problemi e sia invece molto cauta nel dare soluzioni.

Quindi la task force ha svolto solo una parte del compito?

Io credo che la consegna fosse proprio quella di individuare i problemi, perché le soluzioni spettano alla politica. Però le priorità con cui si elencano i problemi non sono mai neutre. Colao ha indicato in cima alla lista il basso livello di automazione e il basso livello di laureati. Sono d’accordo con lui e tra i problemi aggiungo anche la carenza infrastrutturale: se investissimo in infrastrutture produrremmo occupazione, miglioreremmo il Paese e faremmo circolare denaro. In questo senso, forse sono più keynesiano di Colao. I problema non mi sembra ciò che è scritto nella relazione, ma il fatto che questi temi creino tensione dentro la maggioranza.

Anche gli Stati Generali hanno creato ulteriore tensione. Ha avuto senso un evento del genere?

Sbaglia chi li ha definiti una “passerella”, perché è mancata la presenza ossessiva dei media. Invece, mi sembra che sia stato un confronto tutto sommato positivo: anche il conflitto va bene, perché fa emergere nuove soluzioni. Mi è spiaciuto, però, che il documento di Colao non sia stato analizzato come meritava e che l’opposizione non si sia fatta vedere. Se dovessi fare un bilancio, gli Stati Generali sono stata un’operazione abbastanza utile, ma non sfruttata in pieno. Conosco personalmente alcuni componenti della commissione e nutro grande stima nei loro confronti: le idee della relazione avrebbero meritato una discussione approfondita.

La sensazione, invece, è stata di grande freddezza tra lo stesso Conte e Colao, come se ci fosse fretta di chiudere.

Non so quali siano stati gli umori tra i due, ma capisco meglio Colao di Conte. Il premier forse voleva scaricare la responsabilità sui tecnici, sperando che dicessero ciò che voleva lui. Colao, invece, è stato criticato ancora prima di leggere le sue proposte e deve aver percepito il rischio di diventare il parafulmine della politica, che poi avrebbe comunque fatto di testa sua. Fossi stato nei suoi panni non sarei stato solo freddo, ma fortemente irritato. Eppure, questa incomunicabilità non mi stupisce.

Insomma, politica e tecnici parlano ancora due linguaggi diversi?

I politici non prestano attenzione a ciò che dicono o scrivono i tecnici. Per convincere un politico di qualche cosa, bisogna prenderlo sotto braccio e spiegargli privatamente alcuni punti, che poi lui possa usare in pubblico. Colao, invece, si era illuso che Conte prestasse attenzione alle cinquanta pagine di relazione, ma avrebbe dovuto saperlo in anticipo che i politici non funzionano così.

Tra i politici, ormai, viene annoverato anche Conte.

Ma è vero solo in parte. Conte sfrutta la sua natura atipica e il fatto di non presentarsi come un vero politico gli giova nei sondaggi. Dalla sua ha il pregio del fatto di non avere posizioni ideologicamente preconcette, ma nello stesso tempo è cresciuto molto nel suo ruolo: ha imparato come interagire, è diventato disinvolto e anche disincantato, ma non è mai ingessato come i politici di mestiere. Il suo vantaggio sugli altri è uno: tutti noi sappiamo già in anticipo cosa diranno Salvini o Zingaretti, ma non ciò che dirà Conte.

Le critiche al governo sono piovute da più parti, lei invece non dà un giudizio negativo di questo Conte II.

Le critiche di cui lei parla sono arrivate soprattutto dai grandi giornali e questo fatto mi ha portato a chiedermi se l’informazione stia davvero svolgendo il suo compito. In altre parole, mi sembra che ci sia stata più la ricerca del retroscena che l’analisi dei fatti: il problema non è se Conte dura o no, ma che cosa fa. Ecco, a me sembra che il governo, pur con una coalizione di attori molto diversi, abbia fatto piuttosto bene e che, ad oggi, non esista una alternativa migliore.

E allora veniamo ai fatti: cosa dovrebbe fare il governo, ora che la relazione di Colao è pronta e va tradotta, in tutto o in parte, in iniziativa politica?

Dovrebbe definire alcune priorità e su quelle procedere in modo rapido. Per individuarle esiste un criterio semplice: quelle su cui l’Ue è pronta a stanziare fondi. La prima priorità è l’accettazione del Mes per le spese sanitarie, con 37 miliardi pronti da usare subito. La seconda sono le infrastrutture, a cui applicare il modello della ricostruzione del Ponte Morandi: individuare persone affidabili e dare loro le chiavi di alcuni cantieri strategici. C’è chi pensa che sia una tecnica elitista, ma è sicuramente efficace.

Anche Ursula von der Leyen era presente a Villa Pamphilj e ha detto che bisogna individuare al più presto i progetti da farsi finanziare.

In Europa tutti sanno che gli italiani non sono mai del tutto affidabili e la presidente della Commissione Ue fa bene a ricordarci che un cronoprogramma è indispensabile. Noi, purtroppo, siamo una banda di provinciali e preferiamo il lamento contro l’Europa, illudendoci che crei consenso. Invece, bisognerebbe valorizzare il fatto che l’Europa ha dimostrato di credere in noi, con una enorme apertura di credito nei nostri confronti.

Tutto, però, dovrà comunque passare per il Parlamento: sarà un porto delle nebbie in cui la ripartenza rischia di arenarsi?

No, ma solo se la maggioranza sarà capace di sfidare il Parlamento a discutere su temi precisi: soldi, tempi e benefici di ogni misura. L’operazione è difficile e richiede grandi competenze, ma penso che in queste Camere ci sia un buon numero di persone capaci. La sfida per il Parlamento, oggi, è quella di trasformarsi in un “intellettuale collettivo”.

Pubblicato il 17 giugno 2020 su ildubbio.news