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Fare lavoro intellettuale con competenza e responsabilità #NuovaInformazioneBibliografica

In “Nuova informazione bibliografica”, n. 2 Aprile-Giugno 2024, pp. 151-156
“Non ci sono più gli intellettuali di una volta”. Oltre ad una buona dose di nostalgia, da me ampiamente condivisa, questa frase solleva una pluralità di interrogativi importanti. Primo, a quale fase, in quale mondo, si riferisce “una volta”? Secondo, di quali intellettuali specificamente lamentiamo l’assenza e perché? Terzo, abbiamo ancora bisogno di intellettuali?
Con ogni probabilità, le lettrici si chiederanno come erano, e chi, gli intellettuali di un volta. A questa più che legittima domanda, il mio libro Il lavoro intellettuale non offre una risposta diretta e precisa. Fin dall’inizio ho deliberatamente scelto di non darla. Non dovremmo sentire il bisogno di nessun concorso per l’Oscar degli intellettuali. Pertanto, usando il linguaggio corrente in politica, non ho proceduto a paracadutare dall’alto nessun intellettuale, già bello formato, famoso, di successo, influente, da collocare al vertice di qualsiasi graduatoria. Al contrario, ho preferito lasciare emergere dal basso una pluralità di tipi di intellettuali, guardando alle modalità con cui lavorano e dovrebbero lavorare, alle loro fonti e ai loro esperimenti nel laboratorio costituito dal mondo in cui viviamo, agli obiettivi degni di essere perseguiti, al senso da attribuire al successo e alle conseguenze. Ho effettuato questa scelta strategicamente importante, ma difficilissima da mantenere integralmente senza eccezioni, non soltanto perché fin troppi libri sono dedicati ad alcuni, spesso i soliti (nomi) intellettuali, ma perché mi sono convinto che a contare è il modo con il quale gli intellettuali lavorano, soprattutto, ma non esclusivamente, per produrre idee, discutere in pubblico, plasmare le opinioni, parlare al, per, contro il potere politico e i potenti, influenzare le decisioni, dice molto sulle società e, via all’iperbole, sul mondo.
Naturalmente, ho in mente e nutro grande ammirazione per gli intellettuali che hanno pensato, scritto e agito in nome di alcuni valori: libertà, democrazia, giustizia sociale, eguaglianza, ma sono maggiormente interessato a capire perché lo hanno fatto, da dove veniva l’ispirazione, verso quali esiti intendevano/intesero orientare l’opinione pubblica e i potenti, con o senza l’appoggio di altri intellettuali, e perché tutto questo risulti oggi praticamente assente tanto nei sistemi politici democratici quanto nei molti regimi non-democratici diversamente oppressivi e repressivi.
Costruire conoscenze. Il lavoro intellettuale, come l’ho interpretato leggendo quanto scritto e fatto dagli intellettuali, non soltanto i professori, ad esempio, George Orwell e Albert Camus, e ho tentato di praticarlo, comincia con la lettura, con l’escursione a tutto campo e anche fuori confine, di quanto prodotto sull’argomento in oggetto. Contro ogni specialismo, comunque mai da valutare negativamente, il lavoro intellettuale prende le mosse da libri, documenti, film che gettino luce su quel che si vuole studiare. Anche attraverso la pratica delle recensioni, un modo, forse il migliore, per il confronto di approcci, prospettive, obiettivi, cause e conseguenze. Nel contesto italiano, invece, le recensioni sono spesso modi di esprimere l’appartenenza ad una scuola e di procedere al killeraggio di chi, da altra o da nessuna scuola, si permetta interpretazioni critiche. Peraltro, molte scuole e troppi accademici praticano il silenzio, l’oscuramento, il negletto. A mio modo di vedere, questo è un bruttissimo esempio di “tradimento dei chierici”. Invece, l’obiettivo nobile delle recensioni è quello di apportare anche solo una briciola in più a quanto già noto, magari correggendo alcuni elementi, evidenziandone altri, suggerendo percorsi, il tutto in consapevole umiltà.
Molto raramente sarà possibile giungere a scoperte tanto significative da essere definite “cambi di paradigma”. Questa ambiziosa ricerca dello scibile già acquisito è l’esercizio con il quale si concretizza il “salire sulle spalle dei giganti”. Accumulando le conoscenze, sottoponendole a numerosi vagli, cercando di capire come e perché i vari studiosi eccellenti che ci hanno preceduto sono pervenuti a generalizzazioni, spiegazioni, teorie. Qui mi limiterò ad un solo importantissimo esempio. Senza leggere i libri di Orwell, La fattoria degli animali e 1984, la comprensione di cosa è il totalitarismo rimarrebbe seriamente inadeguata. Sento di dovere aggiungere anche per provocazione appunto intellettuale che per capire cosa fu per molti intellettuali il comunismo continua ad essere utilissimo il libro di autori vari Il Dio che è fallito (Comunità 1957).
Lo scavo nelle fonti e il confronto debbono essere operazioni il più estese, a tutto raggio, e trasparenti possibili. Al proposito, sono deplorevoli non soltanto le mancanze attribuibili a ignoranza e settarismo, ma può comparire anche un altro fenomeno: il plagio. Lo ritengo senza ombra di dubbio la violazione più grave, a mio parere imperdonabile, dell’etica professionale degli intellettuali perpetrata ai danni dei lettori, ingannati, e dei colleghi plagiati, privati del riconoscimento della paternità di quanto da loro scritto. Prendere dagli scritti di chi ci ha preceduto, ma anche da quelli dei contemporanei idee, frasi, citazioni, indicazioni di ricerca senza attribuirle alla fonte è tecnicamente un furto assolutamente squalificante. Non può esserci nessuna accondiscendenza per comportamenti simili che dovrebbero essere sempre, appena scoperti, condannati nella maniera più assoluta e irrevocabile e i loro responsabili sanzionati.
Le comparazioni. Non basta accumulare conoscenze, è indispensabile saperle comparare. Non smetto di citare l’affermazione di Giovanni Sartori, quasi un’intimazione: “Chi conosce un solo sistema politico [ma potrebbe essere una sola forma di governo, un solo partito politico, un solo tipo dei leadership] non conosce neppure quel sistema politico”. La comparazione è, al tempo stesso, strumento per la valutazione delle ipotesi, delle generalizzazioni e delle eventuali teorie probabilistiche e modalità di formulazione di altre ipotesi di ricerca e di quel molto che segue. Farò l’esempio contemporaneo più significativo: la proposta di elezione popolare diretta del Primo ministro. Mi limito a pochi cenni: i) il cosiddetto premierato è mai esistito da qualche parte? se sì, con quali esiti?; se no ii) in che modo si propone di costruirlo? iii) quali obiettivi politici e istituzionali stanno a fondamento di questa nuova forma di governo? A ciascuna di queste domande le risposte soddisfacenti non possono che essere comparate. Tagliando molto corto un discorso già cominciato, abbastanza male, ma destinato a durare abbastanza a lungo, l’evidenza comparata dice che il premierato così come proposto non è mai esistito; le modalità di sua costruzione contengono elementi di incostituzionalità; gli obiettivi indicati sono probabilmente meglio conseguibili con altri e diversi interventi.
Applicare i frutti del lavoro intellettuale. Non ho mai capito che cosa facciano gli intellettuali confinatisi nella Torre d’Avorio. Qualche volta, in maniera del tutto anacronistica e assolutamente senza cercare nessuna rappresentatività, mi chiedo se Aristotele, Dante, Galileo avessero mai pensato a trovare albergo e rifugio nella più vicina Torre d’Avorio. Grazie a Wikipedia sono in grado di precisare che l’espressione Torre d’Avorio “dal XIX secolo è usata per indicare un mondo o un’atmosfera dove gli intellettuali si rinchiudono in attività slegate dagli affari pratici della vita di ogni giorno. Come tale, la locuzione ha solitamente la connotazione peggiorativa di una disconnessione volontaria dal mondo; una ricerca esoterica, troppo dettagliata, o anche inutile; un elitarismo accademico, se non aperto sussiego.” Coloro che, invece, fanno il lavoro intellettuale degno del mio apprezzamento hanno appreso due insegnamenti fondamentali. Primo, qualsiasi nuovo contributo o revisione intelligente e migliorativa di un precedente apprezzabile contributo discende in buona misura da quanto scoperto, scritto, discusso da altri, Secondo, la qualità dei contributi personali, la loro accettazione, la loro diffusione dipendono dalla valutazione degli altri. Questo duplice confronto è il modo più appropriato per fare progredire le conoscenze in tutti i settori dell’attività intellettuale.
Ciò detto, va subito aggiunto che i frutti del lavoro intellettuale sono spesso comunque destinati a fuoriuscire dai confini della comunità intellettuale. Anzi, gli sconfinamenti, il trespassing, come scrisse uno dei grandi intellettuali tedeschi Albert O. Hirschman (1915-2012), deve addirittura essere deliberatamente perseguito. Arditamente, sosterrò che lo sconfinamento avviene non soltanto fra i diversi campi di studio degli intellettuali, le loro discipline, i loro interessi, le loro metodologie, ma anche fra la comunità accademica e l’opinione pubblica. Sento di dovere aggiungere “colta”, ma ho l’impressione che lo sconfinamento diventi a sua volta strumento efficace per influenzare e educare l’opinione pubblica. Per molti intellettuali il loro lavoro si esplica soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica nazionale, i concittadini, e nella misura del possibile internazionale, i cittadini del mondo. Al proposito menziono due casi di lavoro intellettuale di enorme duratura popolarità e influenza: Francis Fukuyama e La fine della storia(1992) e Samuel P. Huntington e Lo scontro delle civiltà (1996). Non aggiungo nulla, a un dibattitto che tuttora si dipana intorno a molte delle idee contenute in quei due saggi, ma sottolineo che si tratta di due casi del secolo scorso.
Dire la verità al potere. Quasi soltanto nelle democrazie, l’opinione pubblica svolge il suo compito fondamentale, ma non esclusivo, di controllare il potere politico, il potere dei decisori. Quindi, indirettamente, talvolta senza la minima intenzione, chi fa lavoro intellettuale acquisisce la consapevolezza che attraverso l’opinione pubblica le due idee, le sue critiche (l’intellettuale come “critico sociale” è la versione delineata da Michael Walzer), le sue proposte, chi fa lavoro intellettuale si troverà proiettato della sfera del potere politico, della produzione di scelte e decisioni che riguardano una collettività.
Circolante nella comunità accademica, diffuso nell’ambito dell’opinione pubblica, il frutto del lavoro intellettuale, specialmente di alcune categorie di studiosi: economisti, sociologi, scienziati della politica, demografi, scrittori, in qualche modo erratico raggiunge i detentori del potere politico e decisionale. Sì, anche i consiglieri del Principe talora fanno lavoro intellettuale. Più probabile che proprio perché lo hanno fatto nel passato siano stati reclutati dal Principe. Legittimo è chiedersi quanto effettivamente nella formula spesso usata negli Stati Uniti d’America, quei consiglieri interpretino il loro lavoro intellettuale come “dire la verità al potere”. Senza cedimenti, senza abbellimenti, senza opportunismi. Qui si apre un intero campo per ricerche: quali intellettuali in quali circostanze in quali sistemi politici e con quali conseguenze hanno saputo concretamente “dire la verità al potere”? Anche la ricezione da parte del potere di quelle parole di verità merita la massima attenzione. Another time another place.
Invece, questo è il momento e il luogo per interrogarsi sulla assenza di intellettuali pubblici di fama mondiale comparabile a quelli della seconda metà del XX secolo. La responsabilità/colpa deve essere attribuita alle mutate forme della ricerca intellettuale oppure alle trasformazioni della comunicazione, non solo politica, ma in senso più lato sociale oppure, infine, ai cambiamenti nella vita politica, sociale, culturale? Tutto questo richiederebbe, comunque, ricerche comparate molto complesse e approfondite. Non ho finora trovato risposte soddisfacenti.
Andare oltre. Concludo con due considerazioni. La prima riguarda quegli intellettuali che hanno saputo dire parole di verità al potere. In ordine alfabetico, ma non è un elenco esaustivo: Hannah Arendt, Raymond Aron, Norberto Bobbio, Albert Camus, Piero Gobetti, George Orwell, Karl Popper. Sono pochissimi e riflettono le mie preferenze. La seconda considerazione è che lo spirito dei tempi non sembra più andare nella direzione di differenze di opinioni tali da suscitare dibattiti importanti fra intellettuali che prendano le mosse da lavoro intellettuale già svolto e/o da intraprendere. Troppo facile rispondere facendo riferimento al binomio “guerra/pace”, che finora non ha prodotto nulla di particolarmente significativo e originale. Meglio confrontarsi con la tematica della società giusta a partire dal pensiero e dagli scritti del filosofo politico John Rawls (1921-2002). Nel frattempo, ma tutt’altro che a scopo consolatorio, ricorro alla parafrasi di una giustamente famosa esclamazione del grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (a proposito di Galileo Galilei): “sventurati quei paesi che non hanno intellettuali pubblici”.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. I suoi libri più recenti sono Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021); Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022) e Nuovo corso di scienza politica (il Mulino 2024).
La salute della Repubblica #recensione #NuovaInformazioneBibliografica @edizionimulino
In “Nuova informazione bibliografica”, n. 3, Luglio-Settembre 2019, pp. 598-605
Guzzetta, G., La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pp. 237.
Teodori, M., Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 223.
Interrogarsi su che cosa è andato storto nella storia italiana del secondo dopoguerra è del tutto legittimo. Rileggere quella storia, vale a dire le “storie” variamente scritte su un periodo lungo, caratterizzato tanto da stabilità e crescita quanto da alcune svolte/rotture particolarmente significative (l’irruzione politica di Berlusconi nel 1994, l’avvento di un governo “populista” –ma c’è di più- nel 2018) e da vent’anni di difficoltà economiche può essere utile ad una migliore comprensione. Riscriverla, quella storia, senza mai archiviarne gli avvenimenti più sgradevoli, è possibile soprattutto quando l’autore si propone ed è in grado di darne una interpretazione originale, fuori dal coro, suffragata da documenti, avvenimenti, altre interpretazioni convergenti con la sua, ma non ancora sfociate in una coerente visione complessiva che possa servire anche a prefigurare il futuro possibile oppure, quantomeno, individuare le condizioni di futuri possibili. Naturalmente e inevitabilmente operazioni di questo genere approdano ad una valutazione complessiva di quella che ho scelto di chiamare “la salute della Repubblica”.
Quella salute non è buona, ha già risposto Andrea Capussela intitolando Declino. Una storia italiana (Roma, LUISS University Press, 2019) il suo denso, solido, importante percorso analitico concentrato soprattutto sugli aspetti economici. Però, in un’intervista (Declino? L’antidoto c’è, “Corriere della Sera”, 28 aprile 2019, p. 28) ha poi preferito lasciare la porta aperta alla “possibilità di migliorare le cose” (p. 29). Da molti autori quel declino è stato variamente addossato a due macrofattori: da un lato, la cultura politica e i partiti; dall’altro, l’assetto istituzionale e la Costituzione. Naturalmente, frequente e complessa, quasi inestricabile, è stata (e continua a essere) l’interazione fra i due insiemi di macrofattori, ma analiticamente li si può distinguere anche al fine di valutarne l’impatto specifico sulla Repubblica e il suo declino.
Con il suo saggio, già a partire dal titolo, Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Massimo Teodori segnala la sua intenzione prevalente: andare contro la storia della Repubblica raccontata come il prodotto degli incontri/scontri fra democristiani e comunisti, fra cultura cattolica e cultura social-comunista, recuperando quanto la cultura laica, in senso lato liberale, ha dato e quanto avrebbe potuto dare se i suoi dirigenti fossero stati più capaci e se DC e PCI non avessero deliberatamente tolto spazio ai “liberali”. La post-fazione di Giuliano Ferrara, che è facile e appropriato definire dissacrante, rimprovera ai laici e, di conseguenza va contro l’interpretazione di Teodori, il loro opportunismo, i loro adattamenti compromissori, la loro scarsa o nulla attitudine a combattere per le loro idee, i loro valori. “I laici hanno voluto essere quel che erano, avanguardie o mosche cocchiere, non hanno mai aspirato alla manovra di società e di Stato imperniata sul consenso democratico, preferendo l’intercapedine liberale … senza vere contaminazioni, senza affrontare i weberiani paradossi etici” (p.255, che personalmente interpreto come il conflitto fra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità). Ben scritto, ma, in buona sostanza, la ricostruzione di Teodori oscilla tra la storia che è effettivamente stata e quella che lui avrebbe desiderato per andare contro una egemonia e mezza, rispettivamente, dei democristiani e dei comunisti, e sconfiggerla. In corso d’opera, attraverso alcune originali e brillanti digressioni e approfondimenti, da lui definite “cronache”, Teodori disvela e travolge alla radice le teorie complottistiche sulla P2 e mette fine, a mio parere convincentemente, alla leggenda che il sequestro di Moro non sia stato totalmente ideato, effettuato e portato alla sua tragica conclusione dalle Brigate Rosse. Ottima anche, fin dal titolo: Perché i grillini sono tanto ignoranti e presuntuosi, la digressione conclusiva che, in buona sostanza, comunica che la salute della Repubblica in mano a quei governanti non soltanto non è affatto buona, ma rischia di peggiorare sensibilmente.
In effetti, Teodori ritiene molto preoccupanti le pratiche dei movimenti populisti italiani che (cito dalla quarta di copertina) “preannunciano il deterioramento della democrazia rappresentativa e l’avvio di una democrazia illiberale”. Però, è piuttosto sorprendente che l’analisi delle tematiche elettorali e istituzionali che hanno segnato momenti importanti nella storia della Repubblica trovino pochissimo spazio nella Controstoria della Repubblica. Una paginetta e mezza per la legge elettorale del 1953, che truffa sarebbe certamente stata nelle sue prevedibili conseguenze se fosse scattata, e praticamente nulla sul cruciale referendum per la preferenza unica 1991 e poche righe sui referendum antipartitocratici radicali e per la legge elettorale tre quarti maggioritaria nel 1993 sono assolutamente insufficienti a rendere conto dell’importanza e dell’asprezza dello scontro fra posizioni alternative spesso divaricatissime. Teodori non fa meglio fa nella ultrasintetica contrapposizione fra il “partito costituzionale immobilista” che, secondo lui, aveva tra i suoi maggiori sostenitori i comunisti, e quella che definisce, in maniera per me sorprendente e non condivisibile, mossa “intraprendente e lungimirante” di Renzi, peraltro “digiuno di una visione matura della riforma costituzionale e privo di sensibilità su questioni come il bilanciamento dei poteri istituzionali per prevenire gli abusi” (p. 199). Teodori ne conclude che la personale sconfitta di Renzi al referendum (da lui erroneamente definito “confermativo” e che, infatti, si dimostrò, “avversativo”), segnò “un’altra tappa nel deterioramento della democrazia rappresentativa” (p. 199). Purtroppo, la Controstoria di Teodori non risponde all’interrogativo cruciale su che cosa avrebbero dovuto e dovrebbero fare gli esponenti della cultura liberale a fronte della “questione istituzionale”.
Anche se non disponiamo di nessuna analisi complessiva e approfondita, il cui spazio è prevalentemente occupato da un misto di più o meno pii desideri e certamente non pii anatemi, sappiamo, però, come l’hanno pensata e la pensano i cosiddetti –qualcuno potrebbe preferire l’aggettivo sedicenti– riformatori costituzionali. Non è un gruppo omogeneo. Anzi, per capirne di più, potrebbe essere rivelatore risalire alle origini del loro pensiero costituzionale, soffermandosi su quello che hanno poi scritto, sulle riforme che hanno sostenuto/osteggiato, sulle motivazioni, spesso collegate e dipendenti dai loro rapporti con i loro leader “di riferimento” . Da quel che ho letto e so per molti la coerenza non è mai stata la stella polare, mentre per pochissimi è valso il principio che le riforme, qualsiasi riforma costituzionale deve essere proposta e valutata con riferimento al suo probabile impatto sul sistema politico, facendo essenziale ricorso alla comparazione (per tutto questo l’irrinunciabile testo di riferimento è Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, Il Mulino, 2005, 5a edizione).
Quel che non ha fatto lo storico Teodori è, invece, oggetto esclusivo della ricostruzione del giurista Giovanni Guzzetta, La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti. Obietto fin dal titolo e dall’interpretazione che lo sottende e che viene argomentata nel corso della esposizione. No, la Repubblica italiana non è affatto transitoria. No, non è affatto esistita una “fondamentale anomalia di sistema”. No, i Costituenti, pur perfettamente consapevoli dei tempi e dei luoghi, non fecero per niente scelte contingenti, legate a “condizionamenti della situazione storica congiunturale” (p. 9). Tutt’al contrario. Ebbero un mandato popolare, che, comunque, rifletteva le loro preferenze, per la costruzione di una democrazia parlamentare e quel tipo di assetto istituzionale disegnarono tenendo in grandissima considerazione i principi classici del liberal-costituzionalismo: separazione dei poteri, freni e contrappesi, rappresentanza, responsabilizzazione dei governanti e dei rappresentanti. Né provvisoria né precaria la Repubblica democratica e parlamentare italiana è stata talmente forte e, con l’auspicabile approvazione dei lettori, scrivo anche resiliente, da obbligare gli sfidanti, comunisti e neo-fascisti, aventi dosi diverse di atteggiamenti anti-democratici e anti-sistema ad accettare il quadro, le regole e le procedure del sistema. Qualcuno potrebbe aggiungere che anche l’ascesa al governo dell’imprenditore Silvio Berlusconi, con il suo conflitto d’interessi, e della sua maggioranza dal centro alla destra estrema fu una sfida che la Costituzione ha puramente e semplicemente, vinto.
Lungo tutto l’arco della sua analisi, il costituzionalista Guzzetta sostiene che la Costituzione, frutto di più o meno occasionali compromessi, ha prodotto “una Repubblica transitoria e incompiuta” (p. 16) che fornisce alibi a chi governa il paese. La tesi dell’autore è che addirittura i Costituenti stessi furono consapevoli che l’eccezionalità italiana richiedeva la transitorietà della Repubblica: un progetto da sviluppare “sia sul piano sostanziale (le politiche da mettere in campo) che sul piano istituzionale (il modo di funzionare della politica” (p. 17). Questa affermazione, drastica e impegnativa, meriterebbe di essere suffragata con riferimenti a situazioni e paesi nei quali non siano (più o mai) in discussione né le politiche da mettere in campo né il modo di funzionare della politica. Purtroppo, l’analisi comparata non è fra gli strumenti a disposizione di Guzzetta che ripiega sulle chiavi narrative della Repubblica transitoria definendole retoriche della transizione (c.vo dell’autore, p. 20).L’autore elabora un certo numero di “retoriche”: dell’eccezione, della provvisorietà, dell’emergenza, paternalistica, unanimistica, palingenetica a sostegno della sua tesi dell’incompiutezza della Repubblica italiana. Qualche citazione di qualche uomo politico viene selettivamente utilizzata per “dimostrare” che, sì, i Costituenti e i leader erano, da un lato, consapevoli dei problemi del sistema politico italiano, dell’assetto istituzionale, dei partiti; dall’altro, che li sfruttavano come alibi per le proprie incapacità di risolvere i problemi e/o di fare dell’Italia una democrazia compiuta, identificata con una democrazia dell’alternanza. Qui viene ovviamente citato Moro, ma anche il moroteo Roberto Ruffilli, purtroppo erroneamente definito professore dell’Università di Ferrara p. 100 e non di Bologna.
Neppure in un momento di distrazione fa capolino nell’analisi di Guzzetta una qualche comparazione, per esempio con la Francia. La Quarta Repubblica francese (1946-1958) non ebbe alternanza alcuna; nella Quinta Repubblica, fondata nel 1958,la prima alternanza avvenne 23 anni dopo, nel 1981. Sembra che in Italia il male assoluto, peraltro non credibilmente attribuibile alla Costituzione, sia l’esistenza di governi di coalizione: “che il problema italiano sia storicamente quello dei governi di coalizione è noto fin dalle origini” (p. 118). Forse Guzzetta non sa, sicuramente non scrive mai, che tutte le democrazie dell’Europa occidentale sono state governate praticamente da sempre e continuamente da coalizioni di due, tre, quattro, persino cinque partiti. Una sbirciatina comparata consente di vedere in un attimo tutti i governi di coalizione e, naturalmente, anche di capire che gli accordi e i compromessi sono elemento essenziale della democrazie contemporanee. Sostanzialmente, Guzzetta auspica una democrazia maggioritaria che meriterebbe una approfondita discussione per evitare che si identifichi con la vittoria elettorale di un solo partito al quale viene consegnata una maggioranza più che assoluta di seggi grazie ad un qualche furbesco meccanismo elettorale.
La sua rassegna delle leggi elettorali italiane perde di vista l’obiettivo da conseguire che in nessuna democrazia (ahi, ancora la mancanza di prospettiva comparata) è l’elezione del governo, ma l’elezione di un’assemblea rappresentativa e il cui criterio di valutazione è il potere degli elettori, quanto e come. La sua preferenza va ai “governi di legislatura” e, certo, la stabilità e la durata sono elementi positivi purché accompagnati dall’efficienza e efficacia decisionale sulle quali Guzzetta non ha nulla da dire. Invece, dice qualcosa di ambiguo sui checks (plurale) and balances il cui richiamo “esprime spesso il riflesso condizionato di una cultura consociativa e assemblearistica” poiché “non sono interpretati come meccanismi di controllo costituzionale e politico, in vista di una della ‘competizione’, ma come strumenti di blocco e paralisi che alludono a una nostalgia della codecisione” (p.115). Questa critica severa ad una delle componenti fondative delle democrazie liberal-costituzionali non è purtroppo accompagnata da nessun esempio concreto e preciso.
Rimanendo nel vago, Guzzetta attribuisce buona parte della responsabilità di avere mantenuto transitoria la Repubblica e di non avere proceduto a dare vita ad una democrazia maggioritaria, bipolare, compiuta, dell’alternanza (sono tutte specificazioni che ricorrono nel libro e fanno parte del dibattito pubblico, ma dovrebbero essere sottoposti ad un vaglio severo) alla “persistenza di una cultura dei partiti mediamente ancora arretrata” (p. 116). Immagino che il giudizio riguardi la cultura istituzionale dei partiti poiché oramai di cultura politica i partiti italiani sono privi da una ventina d’anni, ma anche in questo caso riferimenti più puntuali, riguardanti anche quello che hanno detto e scritto gli intellettuali fiancheggiatori di quei partiti, renderebbero la critica più incisiva e più feconda. Quanto ai partiti stessi, Guzzetta sembra preoccuparsi della loro, certamente problematica (è un eufemismo) democrazia interna piuttosto che del sistema dei partiti, del suo formato, della sua meccanica (per usare la appropriata terminologia di Sartori), degli esiti della loro competizione.
È da tempo accertato che le democrazie nascono con e grazie ai partiti e che i partiti nascono con e grazie alle democrazie. Il quesito contemporaneo è duplice: 1. Possono esistere democrazie senza partiti?; 2. Se muoiono i partiti moriranno anche le democrazie? (chiaro è che la morte di una democrazia implica la morte dei suoi partiti). Se i partiti sono così importanti, allora la loro evoluzione/trasformazione può essere molto importante, talvolta decisiva per la periodizzazione della dinamica di qualsiasi sistema politico. Guzzetta fa spesso riferimento alla numerazione delle Repubbliche. La Prima Repubblica (1948-1994) è stata superata da una Seconda Repubblica (1994-2018) e, in seguito alla estromissione di alcuni partiti, in particolare, il Partito Democratico e Forza Italia, e alla formazione del governo giallo-verde (Cinque Stelle-Lega), saremmo entrati, trionfantemente a sentire parole pronunciate dal noto costituzionalista, capo del Movimento 5 Stelle e vice-presidente del governo, Luigi Di Maio, nella Terza Repubblica. Credo che la terminologia in corso, in parte accettata e usata da Guzzetta e da molti altri, sia, in assenza di criteri che consentano di capire quando si passa da una Repubblica ad un’altra, sostanzialmente sbagliata e fuorviante.
Per passare (transitare…) da una Repubblica a un’altra è necessario quello che definisco un cambiamento di regime, vale a dire delle istituzioni, delle norme e delle procedure, se si preferisce della Costituzione. In Italia, non è affatto avvenuto questo passaggio. In Francia, sì: dalla Quarta alla Quinta Repubblica si passa da una democrazia parlamentare classica/tradizionale ad una democrazia semi-presidenziale sostanzialmente nuova (qualcuno sostiene, con prove abbastanza convincenti che la Repubblica di Weimar configurò una democrazia semi-presidenziale) e moderna. Invece, la riunificazione tedesca nel 1990, pure fenomeno di enorme importanza e significato, non ha portato a nessuna nuova Repubblica. La Costituzione tedesca del 1949, definita Legge Fondamentale (Grundgesetz), ha brillantemente accolto e assorbito quell’evento epocale senza nessun mutamento di rilievo nelle istituzioni, nelle regole e nelle procedure, neppure quelle elettorali. Per quanto riguarda l’Italia, la Repubblica rimane quella “vecchia”, magari, secondo sia molti critici sia i suoi sostenitori, traballante e barcollante (tutto da provare), certamente scossa, forse squilibrata da attacchi e aggressioni di varia portata . Personalmente, non utilizzerei nessuno dei vari aggettivi per la Costituzione italiana vigente che mi pare, al contrario, meritare di essere definita: flessibile, adattabile e lungimirante (presbite nelle parole di Piero Calamandrei). Potrei aggiungere anche riformabile, ma non nel senso che deve essere riformata, ma che, a determinate condizioni, sapendolo fare, può essere riformata.
Guzzetta è stato uno dei sostenitori pancia a terra delle riforme Renzi-Boschi. Qui dedica poche righe a quelle riforme e praticamente nessuna riflessione sulla loro sconfitta nel fatidico referendum costituzionale tenutosi il 4 dicembre 2016 (che, dunque,ripeto, l’aggettivo “confermativo” non è proprio riuscito a meritarselo). Purtroppo, continuano in maniera alquanto insipiente le recriminazioni, i rimpianti, i rancori e le critiche tanto severe quanto sommarie nei confronti di coloro che quelle riforme con buoni motivi e molte argomentazioni criticarono, combatterono, sconfissero. Non si può che rimanere non solo sconcertati, ma anche irritati, leggendo una frase come questa (in un articolo che si occupa di tutt’altro): “i grandi giuristi che si schierarono per il ‘no’ al referendum, i difensori della Costituzione più bella del mondo minacciata non si sa da chi e per come, dove diavolo si sono cacciati? Hanno perso la voce? O prendersela ieri con Renzi era più eccitante che contestare oggi Salvini e Di Maio? L’attendismo prudente degli intellettuali: ecco un’altra costante della nostra storia plurisecolare” (Guido Melis, Come nasce una classe dirigente, in “il Mulino”, LXVIII, n. 501, 1/19, pp. 109-110).
Vinsero i professoroni e i gufi (molti dei quali sono, non proprio incidentalmente, ma coerentemente, limpidi e assidui critici delle politiche del governo giallo-verde), che si rivelarono inaspettatamente capaci di mobilitare un elettorato le cui caratteristiche sembravano farne un improbabile ascoltatore di raffinate argomentazioni. Secondo il padre gesuita Francesco Occhetta, “gli elettori del No sono stati quelli del ceto medio impoverito dalla crisi mentre tra i giovani digital democratici [in questa citazione manca qualcosa, forse un’aggiunta di questo tenore: “si manifestò una maggioranza per il ‘Sì’”], l’identikit dell’elettore del No è soprattutto una donna, mediamente colta, con un lavoro precario, e non impegnata direttamente in politica. A loro è mancato un ‘perché’ condiviso che diventasse un orizzonte e un nuovo sogno politico” (Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pp. 120-121). Non so quale fosse il “nuovo sogno politico” di quei giovani, ma le ricognizioni post-voto dicono che anche i giovani digitali fra i 18 e i 34 anni hanno dato alte percentuali al No e che gli uomini votarono No in percentuali superiori a quelle delle donne: A. Pritoni, M. Valbruzzi, R. Vignati (a cura di), La prova del NO. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, p. 133.
Non sono neppure sicuro di avere capito come Guzzetta vorrebbe chiudere l’imprecisata transizione italiana dando vita a quale regime, a quale Repubblica –nella quale, credo, interpretandolo in maniera corretta, Teodori desidererebbe un elevato tasso di liberalismo soprattutto politico, ma anche culturale e sociale. I suggerimenti formulati da Guzzetta, peraltro complessivamente piuttosto vaghi, sotto forma di analisi di “vicende paradigmatiche della Costituzione parallela”, non riguardano direttamente l’assetto istituzionale tranne quello contenuto nel capitoletto sul presidenzialismo strisciante che conclude che l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato sarebbe “l’unico possibile antidoto” alle “possibili degenerazioni autoritarie” (p. 151). Senza attribuzione di poteri di governo, vale a dire, senza una effettiva transizione a una Repubblica presidenziale oppure semi-presidenziale, con l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato avremmo sì un elemento di grande novità, ma non ancora una nuova Repubblica. Comunque, chi vuole il presidenzialismo stile USA oppure il semi-presidenzialismo alla francese ha l’obbligo di ridisegnare l’intero circuito istituzionale e di indicare quale legge elettorale. Peccato che Guzzetta non eserciti la sua fantasia in questa commendevole direzione.
Concludo. Qualsiasi controstoria della Repubblica è chiamata e obbligata a dare grande spazio alle tematiche istituzionali. Alcune sono già (ri)comparse, in maniera disordinata, nell’agenda del governo Di Maio- Salvini: referendum propositivi, riduzione numero dei parlamentari, autonomie regionali differenziate. Non è affatto detto che, quand’anche le riforme annunciate fossero approvate, porterebbero ad un’altra Repubblica, a una Repubblica migliore. Appare molto probabile, invece, che inciderebbero negativamente, squilibrandola, sulla democrazia parlamentare e, quindi, inevitabilmente sullo stato di salute, attualmente non buono, della Repubblica, quella congegnata e riflessa nella Costituzione del 1948, quella che, nient’affatto transitoria, ha, comunque, accompagnato, non ostacolato, nell’arco di più di settant’anni, quanto l’Italia è riuscita finora a conseguire e che gli ultimi vent’anni non hanno cancellato del tutto. Del doman non v’è certezza.
