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L’ordine liberale è morto da anni. L’interregno genera mostri @DomaniGiornale

L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile. Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze USA e URSS non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi. Con il crollo dell’URSS prima, che per qualche tempo lasciò gli USA, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, “nascono i mostri”.

Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, USA e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra Fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.

C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina. C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli USA a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione Europea. C’è chi, last but not least, come il neo-primo ministro giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). C’è anche chi, come il Presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.

Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale. Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Unione Europea, e neppure, come rivendica Giorgia Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo. Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.

Pubblicato il 29 ottobre 2025 su Domani

L’Occidente on my mind – Orgogliosamente Occidente a cura di Gianfranco Pasquino Paradoxa Anno XVII – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2023

Ho imparato, non immediatamente, da Giovanni Sartori che bisogna sapere “scrivere contro”. Vale a dire che, molto di frequente, la tematica che riteniamo rilevante è stata affrontata da altri in maniera che non pare convincente, che le spiegazioni, ma talvolta la stessa impostazione, sono inadeguate e fuorvianti, che la conclusione, per quanto molto sbandierata e diventata popolare, è sostanzialmente sbagliata. Allora, per chi fa lavoro intellettuale corre l’obbligo scientifico di scrivere, non trascurando, ma prendendo le mosse dall’esistente, sfidandolo, andando oltre perseguendo una spiegazione migliore. Però, nessuna spiegazione sarà migliore se si riferisce ad un unico caso. Per quanto approfonditi, esaustivi, persino brillanti gli studi di un unico caso poco o nulla sono in grado di dire su quello che è “normale” e su quello che, al contrario, è “eccezionale”. Neppure quando quegli studi si accumulano potranno portare a conclusioni valide. Sapranno, certo, sollevare interrogativi e suggerire conseguenze. Problematizzeranno, ma nessuna spiegazione riuscirà ad emergere da descrizioni, anche numerose e eccellenti (sì, se ne trovano, anche se non sono numerose), ma “singolari”. Se, parole di Sartori, “chi conosce un solo caso non conosce neppure quel caso”, colgono il punto, a mio modo di vedere sicuramente sì, nelle scienze sociali diventa imperativo procedere a studi comparati con l’apposito metodo comparato. L’operazione è tutt’altro che facile, ma, se eseguita con impegno e applicazione, promette grandi ricompense conoscitive.

   Questa premessa, tanto indispensabile quanto comprensibilmente sintetica, deve concludersi con altre definitive, ma molto controverse parole di Sartori: “la politica si spiega con la politica”. Non sarà il capitalismo a spiegare le forme di governo, la loro esistenza, funzionamento, trasformazione. Non basterà la psicologia a chiarire i comportamenti delle leadership politiche. Non servirà mettere all’opera la demografia per individuare come cambia un sistema politico. Economia, psicologia, demografia hanno le loro innegabilmente utili specificità. Contribuiscono conoscenze anche di grande interesse, ma la politica, quello che è, come funziona, le modalità del suo cambiamento, dipende da elementi e fattori politici, da regole e da istituzioni. Naturalmente chi non condivide questa impostazione politica e comparata è invitato a criticarla “scrivendo contro”, proponendo le alternative praticabili punto per punto, evidenziando i loro costi e i loro vantaggi esplicativi, formulando una interpretazione più convincente. Sartori aggiungerebbe “capace di viaggiare” nello spazio e nel tempo. Dal canto mio, in questo breve scritto nella misura del possibile e delle mie capacità farò tesoro di e ricorso a ciascuno degli insegnamenti di Sartori.

Scrivere contro.

Da un lato, è impossibile procedere ad una ricognizione approfondita degli articoli e dei libri dedicati alla crisi dell’Occidente in particolare sotto forma di declino e di tramonto (non ho visto le parole tonfo e crollo, ma il senso è spesso anche quello); dall’altro, è persino inutile farlo poiché quasi nessuno di quegli scritti contiene elementi di originalità. Qui mi limito a due titoli recenti dello stesso quotidiano: “Paura e nostalgia. L’autunno dell’Occidente” e “Occidente in crisi”. Il primo, pubblicato il 13 novembre 2022 (pp. 36-37), è una intervista a Andrea Graziosi in occasione della pubblicazione di un suo libro L’Ucraina e Putin, nel quale forse la discussione avrebbe potuto opportunamente essere indirizzata anche sul possibile tramonto della Russia. Il secondo è il resoconto della Lettura del Mulino affidata allo stesso studioso e pubblicato il 27 novembre dal Corriere di Bologna (p. 13) nella quale si preannuncia l’uscita di un libro in materia. Non sintetizzo poiché intendo leggere il libro (e, eventualmente, recensirlo, forse addirittura per “Paradoxa”!). Al momento, due osservazioni mi paiono assolutamente necessarie. La prima è la mancanza di una definizione sufficientemente operativa di che cosa si intende quando si parla di Occidente. La seconda è l’incrocio latente e/o manifesto fra tre presunte crisi: quella, principale, dell’Occidente, quelle, non saprei se secondarie o derivate, della Unione Europea e quella, presunta, delle democrazie.

Quanto alla definizione di Occidente non sarei soddisfatto dalla soluzione talvolta “generosamente” proposta: “ognuno ha la sua definizione”, certamente tutto meno che scientifica e inadeguata a stabilire feconde interazioni intersoggettive. Concedete a ognuno la sua definizione e vi troverete nel caos lessicale e concettuale. Vero è che spesso le definizioni indirizzano l’analisi, ma sono anche per questo criticabili e migliorabili, pertanto utili. Personalmente, mi sono fatto l’opinione che la maggior parte degli autori ritenga che Occidente è Europa più USA, qualche volta dicendo America, quindi aggiungendovi anche il Canada e i paesi dell’America latina. I più colti non si dimenticano che, facendo uno strappo alla geografia, Australia e Nuova Zelanda debbono certamente trovare posto nell’Occidente. Questa è anche la tesi di Huntington: “L’Occidente comprende l’Europa, il Nord America, più altri paesi a forte colonizzazione europea quali l’Australia e la Nuova Zelanda”, mentre l’America latina è definita “una civiltà a sé stante strettamente associata all’Occidente e divisa in merito alla sua appartenenza o meno ad esso (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti, 1997, p. 53). Probabilmente, i molti latino-americani che sono anti-USA accetterebbero questa loro collocazione ambigua: un po’ democratico/occidentale e un po’ no, e ne farebbero un vanto. In sostanza, mi attesto su una definizione che ritengo elegante e parsimoniosa: Occidente è la combinazione giudiziosa di geografia e storia, politica democratica, valore della persona.

  Nel prosieguo della maggior parte delle analisi, l’Unione Europea e gli Stati Uniti fanno la parte del leone. E anche degli USA, in effetti, si riscontrano gli elementi che ne segnalano il declino assoluto oppure relativo, facendo il confronto con la Cina. Dal Presidente francese François Mitterrand (1981-1995) ho imparato dove arrivava ovvero, meglio, finiva la sua Europa: (dall’Atlantico) agli Urali. Grazie al grande professore di Government a Harvard, Samuel P. Huntington so che le civiltà possono riguardare paesi contigui, ma anche no, e che “la sopravvivenza dell’Occidente dipende dalla volontà degli Stati Uniti di confermare la propria identità occidentale e dalla capacità degli occidentali di accettare la propria civiltà come qualcosa di peculiare, ma non di universale, e di unire le proprie forze per rinnovarla e proteggerla dalle sfide provenienti dalle società non occidentali” (Ibidem, p. 15 c.vi miei). Di protezione ha grande necessità e urgenza poiché “sono la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping a guidare l’assalto all’Occidente” sostiene senza mezzi termini Maurizio Molinari (Assedio all’Occidente, Milano, La nave di Teseo, 2019, p. 13). 

 Quanto agli incroci, gli acuti studiosi che vedono crisi dappertutto (curiosamente non nei regimi autoritari), in particolare nell’Unione Europea e nelle (liberal)democrazie, sono inevitabilmente costretti a denunciare l’impatto di queste crisi sull’Occidente. Altrove, spesso, ho criticato, rimanendo nel solco del “pensare contro”, gli analisti delle crisi e gli esiti delle loro riflessioni. Qui drasticamente affermo che non esiste nessuna crisi nel sistema politico dell’Unione Europea e che nessuna democrazia occidentale, ad eccezione, se si vuole, del Venezuela, è crollata negli ultimi trent’anni. Manteniamo pure le giuste e opportune riserve nei confronti del funzionamento dei regimi democratici in Polonia e, soprattutto, in Ungheria, ma nessun crollo è alle viste. Anzi, potrebbe presto manifestarsi quello che intendo chiamare “rimbalzo democratico”.

   Comunque, chi voglia parlare e scrivere di “crisi dell’Occidente/di Occidente in crisi” ha l’obbligo preliminare di definire con ragionevole precisione che cosa significa “crisi” e che cosa è l’Occidente. Del “mio” Occidente, che non è una semplice categoria geografica, ma attiene a una cultura/civiltà condivisa, ho già detto sopra. Per quanto riguarda la definizione di crisi, personalmente ritengo ci si debba riferire a una rottura profonda del modello esistente, rottura non rimediabile con qualche rammendo, ma che richiede una vera e proprio ristrutturazione. Sia il tipo di rottura sia le modalità della ristrutturazione appaiono fortemente problematiche tanto dal punto di vista concettuale quanto dal punto di vista dell’individuazione nella storia di rotture e ristrutturazioni. Il libro di Edward H. Carr, The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939 (1939), coglie l’elemento centrale e cruciale. In quel fatidico ventennio, crisi fu la rottura irrisolta e non ricomposta nel sistema di relazioni internazionali fra gli Stati europei. La seconda guerra mondiale produsse una ristrutturazione totale dei rapporti fra gli Stati che portò all’instaurazione di un ordine internazionale liberale da qualche tempo in visibili difficoltà (crisi?), ma senza che se ne intravveda un sostituto funzionale egualmente accettabile (sul punto Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale, Bologna, il Mulino, 2022). Ovvero, una ristrutturazione dell’occidente e dell’ordine internazionale dovrà fare seguito alla fine dell’aggressione russa all’Ucraina, ma le sue, al momento imprevedibili, modalità dipenderanno dagli esiti della guerra. 

Per chi accetta, com’ è il mio caso, questa accezione di crisi e il suo riferimento agli Stati e ai loro rapporti, riesce molto difficoltoso e nient’affatto utile attribuire la crisi dell’Occidente e il suo declino a fattori come la paura, la nostalgia, l’ansia collettiva, l’invecchiamento della popolazione. Citerò per esteso dall’articolo del “Corriere di Bologna”: “attese di crescita sfumate, disomogeneità culturale, religiosa e etnica, formazione di uno scontento livido e reazionario … rancore generato nei giovani dalla loro oggettiva emarginazione e da aspettative decrescenti, solitudine montante nella parte più anziana della popolazione, irritata contro mutamenti troppo veloci”. Su tutto si colloca, nelle parole di Graziosi riportate nell’articolo, “l’incapacità delle élite di garantire la realizzazione delle aspettative della popolazione, con conseguente sfiducia nei loro confronti”. Di tutte le élite? Di tutte le aspettative? Di quale popolazione? Con quanta sfiducia? Espressa con quali modalità? Non concluderò affermando che sembra fin troppo facile scrivere contro l’affermazione citata. Certamente, è doveroso chiederne le indispensabili precisazioni esplicitando anche alcune essenziali confutazioni. Magari confrontandosi anche con la tesi originale dell’Occidente come “una figura drammaticamente incompiuta” dove “incompiutezza … non vuol dire tramonto. Significa piuttosto sospensione e incertezza” (Aldo Schiavone, L’Occidente e la nascita di una civiltà planetaria, Bologna, il Mulino, 2022, p. 22 e p. 23). A suo tempo.

Comparazione.

“Chi conosce un solo Occidente non conosce neppure quell’Occidente”. Epperò, qualcuno sosterrebbe che non siamo in grado di moltiplicare gli Occidente al puro scopo di procedere a comparazioni che amplino e/o rafforzino le nostre conoscenze. Quel qualcuno, come scriverò più avanti, sbaglierebbe. Per lo più, sembrerebbero avere partita vinta fin troppo facilmente coloro che affermano che se si vuole procedere ad una comparazione significativa e istruttiva, essa va fatta, ad esempio, con l’Oriente. Però, se si è già rivelato molto problematico individuare l’Occidente e dargli unitarietà, lo sarebbe ancora di più per l’Oriente, a sua volta notevolmente diversificato. Come mettere e tenere insieme la Cina e l’India, il Giappone e l’Indonesia? Dunque, la comparazione Occidente/Oriente è, salvo una molteplicità di accorgimenti e di note di cautela, improponibile, a troppo alto livello di genericità. Fortunatamente esiste una strategia altamente raccomandabile al fine di effettuare una comparazione feconda di apprendimenti. Si traduce in due modalità di comparazione. La pima, comparazione intrasistemica, consiste nell’individuare aggregazioni di sistemi politici, ad esempio, gli Stati scandinavi, i paesi anglosassoni, l’Europa meridionale e paragonarli con riferimento alla variabile desiderata: durata della democrazia, stabilità dei governi, partecipazione elettorale, natura dei sistemi di partiti. L’altra strategia, preferibile per i miei obiettivi in questo sintetico articolo, consiste nel comparare l’Occidente stesso (sì, lo so, con comunque inevitabili variazioni che sono proprio il sale di questa modalità) in tempi diversi. La comparazione intertemporale consente di acquisire numerose importanti conoscenze sull’oggetto di studio. L’Occidente com’era prima della guerra 1914-1918 paragonato all’Occidente del dopoguerra. L’Occidente nel 1945 paragonato con l’Occidente dopo il 1989. Infine, l’Occidente del secondo immediato dopoguerra con l’Occidente del 2022.

Le comparazioni intertemporali al tempo stesso più semplici e più rivelatrici riguardano il numero dei regimi democratici. Grazie a Huntington tutti hanno preso contezza del fenomeno da lui definito democratic wave, che tradurrò con ondate di democrazia. Rimando al suo bel libro La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo (Bologna, il Mulino, 1995) per le prime due ondate limitandomi a segnalare che hanno riguardato essenzialmente i sistemi politici occidentali e mi soffermo brevemente sulla terza ondata.  Si tratta di un’ondata particolarmente importante culminata nella caduta del muro Berlino 8/9 novembre 1989 che travolse i regimi comunisti dell’Europa orientale aprendo lo spazio alla loro, peraltro molto complicata e differenziata, democratizzazione

 La maggior parte di quei sistemi politici già comunisti tentò di coronare l’instaurazione della democrazia (occidentale) con l’accesso all’Unione Europea, concesso soltanto ai sistemi politici che danno la garanzia di promuovere e proteggere i diritti civili e politici dei cittadini e di operare secondo i criteri della rule of law. Nella prospettiva che qui interessa, il crollo del Muro di Berlino pose fine ad un doloroso distanziamento storico e politico, di mondi vitali, durato quarantacinque anni, fra le democrazie dell’Europa occidentale e i sistemi politici dell’Europa centro-orientale.

    In questo importantissimo caso, quel che era Occidente rivelò di avere una enorme capacità di attrazione, mentre i cittadini dei sistemi politici delle cosiddette democrazie popolari espressero limpidamente il loro desiderio di (ri)congiungimento politico e ideale a una storia e a un ambito che sentivano anche loro. Forse, come ha acutamente sottolineato Milan Kundera, Un’Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale (Milano, Adelphi, 2022) gli europei occidentali e i dirigenti dell’Unione Europea, pur aprendo le porte alla adesione, non compresero appieno le aspirazioni degli europei centro-orientali, da non trattare come parvenus, come cittadini di seconda classe, e non si posero il compito di come soddisfarle. L’Occidente rimaneva attraente, ma non si rivelò sempre e per tutti accogliente. Molti europei centro-occidentali nutrivano aspettative troppo elevate; molti non erano preparati; molti divennero prigionieri della nostalgia di regimi che avevano comunque garantito sicurezza senza ansi di competizione, acquisizione, prestazione. ,

In maniera che oscilla tra scetticismo e pessimismo, Huntington si interrogò molto problematicamente anche sull’eventualità di un riflusso non-democratico nei sistemi politici dell’Europa centro-orientale (pp. 303-308), che facesse seguito alla comparsa di una sorta di dittatura elettronica legittimata e resa possibile dalla manipolazione dell’informazione, dei media e di altri sofisticati mezzi di comunicazione (pp. 307-308). Oggi sappiamo che qualcosa di più essenziale è in ballo: la rule of law e i diritti dei cittadini. Non dovremmo, peraltro, parlare di crisi conclamata, ma di sfide da affrontare. Non mi pare questione di lana caprina.

Le possibilità di comparazione intertemporale si moltiplicano a seconda degli interessi e degli obiettivi di ricerca degli studiosi. Ma, qual è il problema, l’interrogativo di ricerca al quale prestare maggiore attenzione: il declino/la crisi dell’Occidente? In quali termini dovremmo declinare, il bisticcio di parole è del tutto voluto, la crisi e le sue componenti? Escludo fin dall’inizio qualsiasi riferimento esclusivo e decisivo alle variabili economiche. D’altronde, fermo restando che studi di questo genere sarebbero utilissimi, anche, soprattutto per i “declinisti”, è semplicissimo rilevare come la maggioranza dei paesi occidentali siano in cima a tutte le classifiche degli indicatori economici e come nessuno, neppure quelli dalle prestazioni peggiori, si trovi nella seconda metà delle classifiche disponibili. Naturalmente, i “declinisti” buttano subito la palla in tribuna e si dirigono verso l’elementi che, quando non sono impalpabili o quasi, risultano di difficilissima, per quanto non del tutto trascurabile, misurazione: paura, nostalgia, ansia et al., esistenti, ma fluttuanti. Tuttavia, possono essere manipolati e mobilitati a favore di politiche populiste. Non c’è dubbio che esistono relazioni anche abbastanza strette fra declinismo e populismo. Infatti, alcuni degli studi migliori del populismo in Occidente guardano proprio a elementi culturali: Pippa Norris e Ronald Inglehart, Cultural Backlash. Trump, Brexit, and Authoritarian Populism (Cambridge, Cambridge University Press, 2019).

Non volendo evitare del tutto una valutazione comparata sono costretto a fare riferimento a un unico indice composito e assolutamente affidabile: l’Indice di Sviluppo Umano elaborato dalle Nazioni Unite. I tre elementi sui quali si basa sono: il reddito pro capite, il livello di istruzione e le aspettative di vita. Quali sistemi politici hanno garantito ai loro cittadini maggiore benessere economico, migliori scuole e sanità più efficiente? Nei primi trenta posti della graduatoria si trovano soltanto sistemi politici occidentali con sei eccezioni: Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Israele, Emirati Arabi. Noto che soltanto due delle eccezioni sono regimi non-democratici anche se la Cina ha forse già posto fine alla democrazia in Hong Kong.

   Poiché conosciamo l’obiezione che il benessere non rende necessariamente felici, ho fatto una escursione proprio nel campo della felicità. Grazie al World Happiness Report 2022 sono in grado di comunicare ai lettori che nei primi trenta paesi della graduatoria compaiono praticamente gli stessi paesi occidentali. Gli intrusi, per così dire, nella posizioni oltre la ventesima sono Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Taiwan e Singapore (l’Italia è 31esima; la Francia 20esima). Sono paesi nei quali, evidentemente, il tenore di vita, la ricchezza, anche se molto irregolarmente distribuita, fa una differenza per la felicità. Non c’è niente da aggiungere tranne qualche doverosa riserva sulla distribuzione interna della felicità per i paesi grandi produttori di petrolio.

   A questo punto, anche per ragioni disciplinari, ritengo importante affermare che qualsiasi analista dovrebbe porsi il compito di connettere il benessere socio-economico con le regole e le procedure di funzionamento del sistema politico. In special modo, questo compito è imperativo per i declinisti: il cosiddetto Occidente non garantisce più il benessere economico anche perché nel suo seno si manifesta la crisi della democrazia liberale che viene rimpiazzata da altri regimi illiberali e non democratici? Purtroppo, nonostante il gran parlare di crisi, riferita all’Occidente, e della superiorità decisionale dei regimi non-democratici, non esiste nessuna analisi comparata che metta in relazione lo sviluppo economico con il tipo di regime. L’interessante analisi pionieristica del commentatore politico Fareed Zakaria (The rise of illiberal democracy, in “Foreign Affairs”, November/December 1997, pp. 22-43) coglie il manifestarsi del fenomeno delle democrazie illiberali nel loro nascere, ma le sue implicazioni e conseguenze sono appena accennate. Gli studi successivi non hanno finora fatto meglio. A mio modo di vedere rimane anche aperto il problema definitorio vale a dire se si possa appropriatamente parlare di democrazia quando mancano gli elementi liberali. Quasi sicuramente, Sartori sosterebbe di no. Sto agiatamente dalla sua parte.

Più spesso che no, con l’eccezione dell’Ungheria e di alcune tendenze in Polonia, le tendenze illiberali si sono manifestate in sistemi politici (l’elenco è di Zakaria) che sarebbe molto ingiustificatamente generoso definire democrazie: Peru, l’Autorità Palestinese, la Sierra Leone, il Pakistan, le Filippine, tanto è vero altri studiosi hanno ricorso piuttosto alla categoria altrettanto scivolosa “autoritarismi competitivi” (Steven Levitsky e Lucan A. Way, Competitive Authoritarianism. Hybrid Regimes After the Cold War, Cambridge, Cambridge University Press, 2010). Prima, meglio che poi, sarà necessario fare chiarezza, ma il punto rimane. Peraltro, tutte queste etichette, più o meno azzeccate, e le relative esemplificazioni non riguardano che molto marginalmente l’Occidente ovvero due o tre sistemi politici nei quali, per di più, i giochi sono tutt’altro che fatti.

Spiegare (con) la politica. Anche per capire meglio e spiegare le varietà di esperienze e regimi autoritari, appare indispensabile tenere conto del terzo insegnamento di Sartori: fare ricorso fondamentalmente alle variabili politiche. Per quanto implicita, la premessa non potrebbe essere meno importante. Nessun obiettivo esplicativo potrà essere conseguito da chi non sa, non riesce, non vuole separare la politica dalla religione. Non soltanto quanto proposto e effettuato da Machiavelli è assolutamente decisivo per chi fa e per chi analizza la politica. Oserei dire che è il precetto analitico e politico occidentale per eccellenza: l’autonomia della politica. Sappiamo che questo precetto è negato in radice e respinto da tutti i fondamentalismi, in modo particolarmente brutale dall’Islam, come prova ad abundantiam la teocrazia al potere in Iran.

Se la politica nella sua essenziale autonomia va spiegata con la politica, allora tre insiemi di elementi meritano di essere presi in considerazione e analizzati: le idee/ideali; le regole e le procedure; le istituzioni. Non è questa la sede nella quale andare alla ricerca delle modalità con le quali si sono affermate le tre grandi idee “occidentali” vessillo della Rivoluzione francese: libertà, eguaglianza, solidarietà (che è la mia traduzione di fraternité). Pur senza svolgere una ricognizione approfondita, credo si possa dire che queste idee/ideali occidentali non hanno trovato accoglienza unanime né elaborazioni ulteriori nel mondo non occidentale. Naturalmente, dobbiamo, da un lato, preoccuparci tutte le volte che quelle idee/ideali vengono trascurate e tradite nello stesso Occidente, ma, dall’altro, rallegrarci, non sono gli unici esempi, quando a Hong Kong gli studenti e a Teheran le donne manifestano a loro sicuro rischio e pericolo esponendo striscioni inneggianti alla libertà, più precisamente, poiché il messaggio è inteso per il mondo, freedom. Il riferimento è alla libertà politica, ma anche alla libertà dalla paura, alla libertà nella scelta degli stili di vita non, come spesso sostengono pensatori e politici occidentali, alla deregolamentazione.

   Le regole e le procedure, vale a dire la famosa/famigerata democrazia “formale” senza la quale non riuscirebbe mai ad emergere, a affermarsi, a persistere nessuna democrazia “sostanziale”, stanno nelle Carte costituzionali, altro grande prodotto politico-culturale dell’Occidente. Incidentalmente, il costituzionalismo è inseparabile dal liberalismo e viceversa. Infatti, nel mondo non democratico, non occidentale le Costituzioni non danno nessuno spazio ai precetti liberali e sono, per lo più, carta straccia.

Il discorso sulle istituzioni dell’Occidente richiede un più ampio respiro. Deve partire dalla pietra miliare della separazione delle istituzioni e dei loro rispettivi poteri come delineata da Montesquieu nel saggio De l’esprit des lois (1748). Strappare potere all’esecutivo assegnandolo oculatamente al legislativo e al giudiziario nella consapevolezza che i confini saranno sempre oggetto di conflitti, ma anche che quei conflitti non dovranno mai terminare con la vittoria assoluta, irreversibile di un potere sugli altri. L’Occidente come è evoluto da allora e come lo conosciamo è caratterizzato da una notevole varietà di forme di Stato (monarchie/repubbliche; stati accentrati/stati federali, l’Unione Europea essendo uno Stato federale in the making) e di forme di governo (parlamentari, presidenziali, direttoriali, semipresidenziali) il cui cardine è la democraticità, vale a dire il rapporto di accountability fra rappresentanti e elettori. Il termine migliore per designare questa peculiarità occidentale non è il troppo vago “varietà”, ma pluralismo, anzitutto, weberianamente inteso, come autonomia delle diverse sfere di attività degli uomini e delle donne: cultura, economia, religione, scienze sociali, ciascuna con i suoi specifici criteri razionalità. In Occidente l’autonomia di queste sfere, ciascuna e tutte, è garantita. In secondo luogo, il pluralismo va compreso e riferito alla molteplicità dinamica di esperienze in competizione che nascono, si trasformano, muoiono, si ripresentano sotto mutata forma, ma dentro i canoni democratici. Proprio dentro quei canoni si sviluppa la competizione che, anche se viene esposta al rischio di una conquista egemonica, grazie al pluralismo strutturale e sociale risulta in grado di farvi fronte con successo. La sfida “monista” di Donald Trump, “Make America Great Again”, che mirava a concentrare tutto il potere politico nelle sue mani in quanto vincitore delle elezioni presidenziali, ha costituito il momento della verità per la democrazia USA. La sua sconfitta, anche se non è ancora scontato che sia definitiva, parla di anticorpi democratici diffusi e sufficientemente solidi.

Nel quadro di questo rassicurante pluralismo, non è, però, da sottovalutare il pericolo evidenziato da Vera Zamagni (Occidente, Bologna, il Mulino, 2020, pp. 102-107) consistente nella mancanza nelle democrazie di un principio trascendente. In società caratterizzate da pluralità di credenze religiose e non religiose, probabilmente confortate dalla convinzione che nessuno tenterà di imporre a tutti gli altri la propria credenza, il proprio principio trascendente e esclusivo, non sembra che vi sia spazio per procedere in questo senso. In verità, la battaglia è in corso, in maniera molto esacerbata da qualche decennio negli USA. In Europa, neppure la presenza già vistosa e imponente dell’Islam ha finora suscitato richieste di un fronte comune a sostegno di un unico principio trascendente in grado di contrapporsi all’Islamismo. Questa reductio ad unum non sarebbe comunque coerente con la evoluzione e l’essenza dell’Occidente. Piuttosto dovremmo attenderci conflitti fra ideali, società più coese, individualismi più marcati, tensioni fra spazi di libertà e esigenze di eguaglianza. Il pluralismo dell’Occidente è spesso più che semplicemente competitivo; è anche conflittuale, sanamente tale.

Non finisce qui.

Pretendere di offrire una sintesi alla visione di Occidente che ho qui delineato sarebbe altrettanto incongruente con il mio tentativo svolto all’insegna del pluralismo e della competizione. Questo Occidente è apparentemente permeabile poiché in effetti è una “società aperta”, proprio come voleva il filosofo e epistemologo austriaco Karl Popper (1902-1994), ma non è conquistabile. Al contrario, l’Occidente dilaga con le sue idee e il suo esempio e le società chiuse reagiscono con risentimento e rancore, con repressione. L’Occidente risulta spesso capace di adattamenti nei limiti che di volta in volta stabilisce lui stesso. Gli occidentali hanno imparato a scegliere fra ragione e coscienza, a combinare, proprio come desidererebbe Max Weber, l’etica della convinzione con l’etica della responsabilità. Più problematicamente, le loro democrazie sono approdate alla consapevolezza che la pax kantiana, quella fra Repubbliche che sanno federarsi, è possibile e duratura, perpetua (che è l’aggettivo usato da Immanuel Kant). Lo hanno imparato a caro prezzo le democrazie del cuore dell’Europa costruendo l’Unione Europea. La lezione è giunta ai sistemi politici dei Balcani che faticosamente agiscono di conseguenza per ottenere di aderirvi. Non è finita.

   D’altro canto, più in generale, che tuttora vi siano problemi e sfide, nell’Occidente e contro l’Occidente, non autorizza e non consente a nessuno, meno che mai ai non occidentali, di parlare di crisi dell’Occidente. Al contrario, rifiutando nei fatti e nei comportamenti le tesi dei declinisti, ogni giorno milioni di donne e uomini riconoscono che l’Occidente, si chiami Europa o USA, Svezia o Germania, Texas o California, Australia o Canada, è innegabilmente luogo agognato e preferito di diritti umani, di opportunità e di istituzioni, di pluralismo e di competizione nel quale vivere e fare vivere le proprie famiglie. Anche per chi la pensa così e tutt’altro che soltanto nella mia mente, questo è l’Occidente.

Tratto da Orgogliosamente Occidente a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XVII – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2023

Le (sottovalutate) virtù dell’Europa “presbite” @Testimonianze

in “Testimonianze”, Settembre-Ottobre 2022, n. 545 “Dove va la «Terra del tramonto»? Riflessioni sull’Occidente”, pp. 61-66

Le (sottovalutate) virtù dell’Europa “presbite”

Gianfranco Pasquino*

in “Testimonianze”, Settembre-Ottobre 2022, n. 545, pp. 61-66

Mi sono sempre fatto una certa idea di Europa. De Gaulle sarebbe molto contento della parafrasi della sua idea di Francia: la grandeur. La prima pietra l’ha posta Dante mettendo in bocca a Ulisse, sicuramente consapevole dell’esistenza dell’Europa (termine greco), le famose parole:

Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza

Da allora mi sono interrogato sulle modalità con le quali gli europei hanno (per)seguito la virtù e la conoscenza e come virtù e conoscenza hanno plasmato la storia dell’idea d’Europa tanto brillantemente descritta da Federico Chabod, e la storia dell’Europa reale, realizzabile, realizzata. Consapevoli che la virtù deve essere costantemente messa alla prova e che, a loro volta, è opportuno che le conoscenze siano regolarmente sottoposte a verifica, eventualmente falsificate, talvolta rinfrescate, talaltra aggiornate, gli europei si sono incontrati n e scontrati in nome di alcuni valori e hanno dato vita alla scienza come la conosciamo. Hanno anche sempre lasciato spazio ai conflitti su quei valori e ai confronti sulle conoscenze. Una ricognizione esaustiva di tutto questo va al di là delle mie competenze e delle mie forze. Probabilmente, non è fattibile, ma molti storici di valore hanno prodotto analisi eccellenti delle quali, soprattutto coloro che altezzosamente criticano l’Unione Europea che c’è e quella che non c’è, in nome di una loro Europa che non sanno delineare, dovrebbero tenere conto. Qui mi propongo di contrastare i ricorrenti annunci del declino e del tramonto dell’Occidente di cui l’Europa è parte costitutiva essenziale. Lo farò elaborando la mia idea di Europa intorno a tre principi/valori che complessivamente ne hanno (in)formato la storia e che sono le stelle polari del suo/nostro futuro: l’Europa è pluralista, progressista, presbite.

Europa pluralista

Il pluralismo in Europa è stato una conquista faticosa e dolorosa, ma importantissima e non più cancellabile. Spesso penso che uno dei punti di forza dei greci antichi sia stato il pluralismo delle loro divinità. Il cristianesimo fu, al contrario, l’imposizione del monismo religioso che venne sfidato con successo da Martin Lutero che aprì un periodo difficile, ma importante di diversificazione dei credi religiosi. L’accettazione del pluralismo religioso, a cominciare da tutti coloro che per praticare la loro fede furono costretti a emigrare negli USA, aprì la strada al pluralismo politico, la premessa fondante delle pratiche della democrazia. Laddove, come nel mondo islamico, nessun pluralismo religioso è neppure lontanamente pensabile, ne consegue una pressione pesantissima, coronata da successo, al monismo politico, quindi a forme di dominazione autoritaria, di controllo sociale e culturale, di repressione con modalità caratterizzate dalla crudeltà (la più illiberale dei vizi come ha scritto memorabilmente Judith Shklar (1928-1992), grande filosofa politica: Vizi comuni, il Mulino, 1986).

    Il pluralismo politico si è accompagnato al pluralismo istituzionale, anche grazie a Montesquieu (1689-1755), L’esprit des lois (1748), variamente declinato nelle forme di parlamentarismo e presidenzialismo, esportate, imitate, emulate un po’ dappertutto nel mondo con la drammatica eccezione delle teocrazie islamiche, con al vertice la Repubblica islamica dell’Iran. Altrove, come in troppi casi africani, riscontriamo frammentazione oppure pluralità, che non è pluralismo, di etnie. Certamente, il contrario lampante del pluralismo politico è il totalitarismo del partito unico della Cina e, in misura inferiore, ma non per questo meno deplorevole e criticabile, il regime dispotico di Vladimir Putin in Russia.

    Il pluralismo politico e quello istituzionale sono conquiste sperabilmente e sostanzialmente irreversibili dell’Occidente e dell’Europa, qualche volta esportate con successo in diverse parti del mondo, meglio se popolate da Europei di prima, seconda, … quinta generazione. Entrambi i pluralismi stanno anche a tutela del tema dei diritti che sembra appassionare un po’ tutti, in special modo coloro che non sanno che istituzioni, associazioni e diritti stanno insieme e che il liberalismo è la cornice nella quale da circa tre secoli si incontrano e si scontrano le idee dei liberali e dei non liberali. Peraltro, gli illiberali sono facilmente riconoscibili in quanto non intendono sottoporre a nessun dibattito le loro poche, mal formulate, rozze asserzioni.

Ho già accennato al contributo che il pluralismo religioso ha dato al pluralismo politico. Nel corso del tempo abbiamo variamente imparato che esistono altri pluralismi di grande importanza e significato: pluralismo economico, pluralismo sociale, pluralismo culturale.

Sono tutti pluralismi che merita mettere in evidenza, difendere e promuovere e che trovano poco o punto riscontro fuori dell’Occidente tranne che fra gli oppositori, uomini e donne, dei regimi variamente autoritari. Intendiamoci sugli aspetti più rilevanti. Pluralismo economico significa che, da un lato, uomini e donne hanno il diritto di godere delle proprietà che spesso costituiscono il baluardo della loro autonomia e indipendenza. Dall’altro, che situazioni monopolistiche e oligopolistiche sono una sfida e talvolta uno sfregio al liberalismo. Altrettanto grande e forse persino più pericolosa è la sfida del liberismo che si oppone alla regolamentazione del mercato. Infatti, un mercato sregolato si trasforma rapidamente in un luogo di straordinaria produzione di posizioni dominanti e di distribuzione di privilegi che vanno ad impattare negativamente sul pluralismo politico e sulla competizione democratica. La regolamentazione del mercato è continuamente e continuativamente esposta alla valutazione dell’efficienza e dell’equità (fairness) nonché costantemente suscettibile di variazioni, adattamenti, aggiornamenti derivanti dalla mutazione delle preferenze dei cittadini. Keynes era un liberale; Hayek un liberista. Nell’Occidente hanno entrambi la loro cittadinanza scientifica, culturale, politica. Entrambi hanno argomentato da par loro che il capitalismo può essere coniugato con la democrazia liberal-costituzionale, ma Hayek sembra volerci dire che soltanto il liberismo può dare ospitalità alla democrazia capitalistica, mentre Keynes coglie tutti gli squilibri di quel rapporto e li raddrizza attraverso il ruolo e l’intervento dello Stato democratico. Da nessuna altra parte al mondo è stato sviluppato un pensiero democratico e economico altrettanto articolato quanto quello prodotto in Europa, applicato, raffinato e riveduto. In progress, tuttora.

   Qualsiasi discorso sul pluralismo deve inevitabilmente e giustamente fare i conti con la/le società. Troppo spesso i teorici del terzomondismo contrappongono alle società occidentali, caratterizzate da differenze e solcate da conflitti, l’esistenza di leggendarie comunità di villaggi e di stili di vita con uomini (le donne sono quasi sempre esclusi) che in conversazioni pubbliche raggiungono decisioni collettive soddisfacenti per tutti. In verità, quel che sappiamo è che quei villaggi e quelle comunità sono spesso oppressive, bocciano le diversità, impongono uniformità raramente condivise. Paradossalmente, le loro esperienze maggiormente “comunitarie” fanno parte della storia del mondo occidentale: la democrazia diretta a Atene, i town hall meetings delle cittadine USA delle origini a cavallo fra il 1700 e la metà dell’Ottocento. Però a Salem, Massachusetts, sicuramente i Puritani (come scritto da Arthur Miller, Il crogiuolo; Jean-Paul Sartre, Hius clos; Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta) imponevano cupo conformismo e assoluta ortodossia non pluralismo competitivo, non democrazia.

Nelle comunità si nasce. Per molti è difficile uscirne. Chi ci riesce racconta della fine di un senso di soffocamento, di acquisita libertà, non solo di scelta. Le società sono costruzioni variegate e mutevoli di uomini e donne che sono liberi nello scegliere i loro comportamenti. Sono l’esito delle decisioni individuali di mettersi insieme e di collaborare più o meno continuativamente, con un minimo di obbligazioni reciproche. Nelle democrazie europee l’associazionismo è diffusissimo, consustanziale. Costituisce anche un effettivo contrappeso al potere politico. Nel mondo non occidentale, si nasce, si vive, si muore in comunità di sangue, di etnia, di credi religiosi spesso non in competizione, ma in conflitto fino a vere e proprie guerre civili: Nigeria, Congo, Ruanda, Kenya, Sri Lanka.

Lo status delle donne non appartiene propriamente al discorso sul pluralismo, ma certo fa parte integrale di qualsiasi analisi che sappia, come dovrebbe, combinare diversità con equità (al limite, eguaglianza che preferisco coniugare al plurale). Se un paese non consente, anzi, impedisce alla metà circa della sua popolazione di acquisire e esercitare le sue capacità e conoscenze e di partecipare alla vita economica, sociale e politica, l’effetto negativo si abbatterà sull’intero sistema socio-economico e politico. Ruolo e status delle donne sono un potente indicatore del grado di civiltà conseguita in qualsiasi sistema politico.

Sappiamo che sono i talebani che negano qualsiasi diritto alle donne. Esistono talebani un po’ dappertutto e tuttora combattono violente battaglie di retroguardia, ma con il passare del tempo sono stati ampiamente ridimensionati in Europa tanto che possiamo dire con fiducia che i talebani non abitano più qui.

Europa progressista

Nel corso della storia l’Europa si è venuta caratterizzando, ovviamente con alti e bassi e con differenze fra i vari paesi, come continente del cambiamento, del miglioramento, del, oso ricorrere ad una parola oggi quasi bandita, progresso. Tutti i dati disponibili lo manifestano e lo dimostrano senza possibilità di smentite. Farò riferimento unicamente all’Indice dello Sviluppo Umano elaborato dalle Nazioni Unite e utilizzato a partire dall’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo. Si basa su tre indicatori compositi: aspettativa di vita, istruzione, reddito pro capite. Nei primi venti posti della graduatori fanno la loro comparsa soltanto sei paesi non europei: Hong Kong, Singapore, Australia, USA, Giappone, Israele, uno solo dei quali, Singapore, non è una democrazia.  

   In termini di progresso, l’Europa si caratterizza per avere costruito deliberatamente e gradualmente il più grande esperimento di efficace supporto alla vita delle donne e degli uomini: lo stato del benessere, il Welfare state, e per continuare a estenderlo, migliorarlo e perfezionarlo a fronte delle frequenti sfide economiche e sociali come demografia e immigrazione. Da nessuna altra parte al mondo come nell’Unione Europea le persone si sentono e sono altrettanto protette, come nell’espressione delle socialdemocrazie scandinave, “dalla culla alla tomba”. I cittadini degli USA, almeno quelli che guardano fuori dai loro confini, invidiano quanto in termini di protezione della salute e delle condizioni dei lavoratori è un’acquisizione sostanzialmente irreversibile in praticamente tutti gli Stati-membri dell’Unione.

L’Unione Europea è anche il migliore esempio della validità dell’affermazione: “le democrazie non si fanno la guerra”. Nasce per porre termine al conflitto fra Francia e Germania. Si espande aggregando paesi che la ritengono uno spazio di pace e prosperità. Continua la sua azione pacificatrice come i conflittuali Stati dei Balcani possono confermare con la loro adesione e con le domande in corso. Pur consapevole del giudizio che può sembrare tranchant, la Russia di Putin non avrebbe aggredito l’Ucraina se questo paese avesse fatto parte dell’Unione Europea.

Considerando la pace giusta, non quella imposta con le armi, ma quella che fa seguito alla concordanza di vedute e alla composizione dei dissidi, l’Unione Europea è certamente un ottimo esempio delle modalità con le quali si può e potrà giungere alla pace perpetua nella concezione di Immanuel Kant: attraverso la formazione di una Federazione di Repubbliche democratiche. Il processo cominciato nel fatidico 18 aprile 1951 con la formazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) non ha affatto esaurito la sua spinta propulsiva. Qualcuno potrebbe anche volere ricordare la risposta del Presidente della Francia François Mitterrand (1981-1995) a chi gli chiedeva quale estensione dovesse/potesse avere l’Europa politica: “dall’Atlantico agli Urali”. Non è affatto da escludere che questo sia un obiettivo da perseguire. Di tanto in tanto anche i Latinoamericani si interrogano sulla possibilità di fare sì che il Mercosur vada oltre la sua attuale configurazione di area di libero scambio economico. Il progresso conseguito dall’Europa rimane oggetto di emulazione.

Europa presbite

Prendo l’aggettivo presbite a prestito dal grande costituzionalista e costituente Piero Calamandrei (1889-1956) il quale così definiva la Costituzione italiana. Oggi sappiamo, a fronte di maldestri (sic) tentativi di riformarla a pezzi che, in effetti, la Costituzione ha saputo guardare lontano, e continua ad avere uno sguardo apprezzabilmente lungo. Anche l’Unione Europea, fin dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli (ex-comunista poi azionista), Ernesto Rossi (radicale) e Eugenio Colorni (socialista) si caratterizza per una prospettiva proiettata nel futuro che vuole costruire. Gli alti (vedere molto lontano: il Trattato di Maastricht 1992) si combinano con i bassi (sguardo corto: la celebrazione sottotono nel 2017 del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, ma pur sempre orientato in avanti). Non è ancora possibile valutare quanto la Conferenza sul Futuro dell’Europa abbia indicato nuove vie da percorrere. Personalmente, sono rimasto affezionato alla triade: allargare, approfondire, accelerare. Gli allargamenti si sono succeduti e non sono affatto cessati. Gli approfondimenti risultano più difficili da delineare e da attuare anche se ricorrente è la suggestione di un’Europa a più velocità che, a mio modo di vedere, solleciterebbe molti governi a cercare davvero di correre dietro coloro che sappiano indicare strade e traguardi di ulteriore più stretta integrazione politica, sociale, di difesa, di intervento umanitario. Accelerare è quanto è stato imposto ad alcuni processi decisionali fin dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina. Ne valuteremo la persistenza ad alta velocità e i frutti al termine dell’aggressione. 

   Un’Europa che sa guardare lontano, che sa fare progetti, che s’impegna a camminare su strade anche impervie (quella della difesa e quella dell’energia) può essere criticata, motivatamente. Non può, e non deve, essere criticata per mancanza di progettualità. La vecchiaia, mi disse Norberto Bobbio alla soglia dei suoi novant’anni, è non potere più fare progetti. L’Unione Europea fa progetti. Non cessa di esplorare le alternative. Di interrogarsi e di chiamare in causa e coinvolgere gli europei. Di essere un polo di attrazione dall’Atlantico agli Urali e dall’Artico a Gerusalemme (si parla anche dell’adesione di Israele). Dipingerla come un insieme di istituzioni inadeguate e inefficaci, ripiegate su se stesse, affermare che l’Europa è in declino mi pare semplicemente sbagliato.

Chiudo. Ho elaborato molto sinteticamente alcuni punti. Sono consapevole che si può fare di più e di meglio. Ciascuno di quei punti, isolatamente e in un quadro d’insieme, può essere approfondito e ampliato. Il quadro ne risulterebbe persino più convincente. Another time another place. Nel frattempo, ai declinisti lascio l’onere della confutazione, sui fatti.

Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e socio dell’Accademia dei Lincei. Il suo libro più recente è Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).

Non cediamo ai portatori d’odio

“Siamo tutti americani” fu il memorabile titolo dell’editoriale del 12 settembre 2001 del Corriere della Sera firmato da Ferruccio De Boritoli. “Je suis Charlie” gridarono subito dopo l’attentato alla redazione del giornale satirico parigino del 7 gennaio 2015. Dopo la strage delle Ramblas la frase che circola è “SomTotsdeBarcelona”. È evidente e importante il messaggio di solidarietà e di condivisione del dolore e dello sdegno per efferate azioni di terrorismo di chiara e rivendicata matrice islamica. Tuttavia, in sé, nessuno di quei messaggi è soddisfacente; anzi, rischia di essere considerato una molto magra, imbelle, inadeguata e ripetitiva consolazione dai molti che hanno comprensibile paura degli attentati terroristici. Neanche affermare che non abbiamo paura è una reazione verbale dotata di significato. Al contrario, il messaggio dev’essere che abbiamo effettivamente paura di quello che i terroristi vogliono distruggere: le nostre vite, i nostri stili di vita, la nostra società aperta. Dovremo, senza dannosissime esitazioni, fare passare altri messaggi, duri e espliciti, incondizionati. Braccheremo e scopriremo i terroristi ovunque siano e ovunque si rifugino. Colpiremo i loro ispiratori, i loro predicatori, i loro finanziatori, i loro complici. Sappiamo che sono molti, ma abbiamo i mezzi tecnologici per perseguirli e la volontà politica per non cedere a nessuno dei portatori di odio e di morte.

Non crediamo neanche per un momento che il disagio sociale sia la giustificazione del loro agire barbarico. “Integrarli” dando loro un lavoro, trovando una compagna (oops, moglie) che si radicalizzerebbe con loro? Sappiamo che le azioni di Al-Qaeda e dell’ISIS fanno parte di un progetto politico che trae e cerca legittimazione in una lettura del Corano che non viene sconfessata dagli interpreti di quel Corano se non saltuariamente, tardivamente, goffamente, mai “senza se e senza ma”. I lupi solitari raramente sono tali; sempre sono ispirati da quanto le organizzazioni che ricorrono al terrorismo hanno già fatto e sempre cercano approvazione e lode, spesso anche denaro e carriera che qualche capo militare, ma anche qualche imam, è in grado di offrire loro. Diciamo alto e forte che quei terroristi non hanno come obiettivo nessun riscatto di persone e di popoli oppressi. Spesso vengono da situazioni di oppressione nei loro paesi d’origine alle quali non hanno mai tentato di porre rimedio. Mirano piuttosto a entrare essi stessi nei ranghi degli oppressori dei dissenzienti, delle donne, dei diversi.

È vero che noi, purtroppo, non tutti, riteniamo che quello che l’Occidente ha conseguito in materia di diritti è infinitamente superiore a quanto esiste negli Stati e nelle organizzazioni nelle quali l’Islam è assurto a principio regolatore della società, della cultura, della vita. Quei popoli e quelle persone saranno ancora più repressi e maltrattati se il terrorismo vincesse. La nostra società aperta garantisce a tutti prospettive di libertà, compresa quella di culto, e eguaglianza di opportunità impensabili in qualsiasi luogo nel quale Al Qaeda e ISIS sono dominanti, incommensurabili con quanto il mondo islamico è e sarà mai, a meno di profondi cambiamenti culturali e politici, in grado di offrire. Le società aperte dell’Occidente non solo sanno cambiare, ma sanno imparare e correggere i loro errori. Non sono il migliore dei mondi possibili, ma sono il più elevato punto di partenza per chi voglia impegnarsi nella costruzione del suo mondo preferito. Questo dovremmo volere e sapere dire ai terroristi, ai loro capi, ai loro fiancheggiatori e a coloro fra noi che temono che i terroristi non saranno sconfitti, ma addirittura potranno vincere. Prima lo diciamo anche con accentuazioni e sensibilità diverse –l’Occidente non è una caserma totalitaria– meglio sarà.

Pubblicato AGL il 25 agosto 2017