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Per un’opposizione credibile servono proposte e persone @DomaniGiornale

C’è qualcosa di antico, anzi di nuovo nella imminente (immanente) campagna elettorale italiana. Nuovo, da record, non da sminuire, è il governo che una donna politica è riuscita a guidare per l’intera legislatura. Nascondendo le differenze, i litigi, le contraddizioni, quella donna e la sua coalizione esalteranno le loro prestazioni, quanto hanno fatto di positivo per la nazione in patria e nel mondo. Di antico, ci sono le opposizioni che hanno finora per lo più preferito marciare divise, poi non sempre mostrandosi capaci di colpire unite. Molto male farebbero queste opposizioni se scegliessero come priorità quella di criticare quanto il governo Meloni, Salvini, Tajani, ha fatto, non fatto, fatto male. Non basteranno le promesse di più e meglio. Sarà indispensabile che quelle promesse siano credibili e appaiano traducibili con competenza e efficienza in politiche pubbliche.

Per le opposizioni non si tratta, come troppo spesso stancamente viene affermato, di stilare un programma ampio, esauriente, elegantemente confezionato, sostanzialmente ad uso e consumo degli addetti ai lavori, già alacremente pronti a farvi le pulci. Si tratterebbe semmai di individuare alcune poche priorità e, soprattutto, di formulare soluzioni precise, praticabili, meglio se altrove già messe in pratica con successo. Senza dubbio i temi importanti sono chiaramente visibili: salari, salute, sicurezza. Sono strettamente collegati al necessario sviluppo economico e meglio conseguibili con politiche solidali a livello europeo.

Le idee e le priorità cammineranno sulle gambe dei candidati. Appena saranno definiti i collegi del nuovo pasticcio elettorale, le opposizioni hanno l’obbligo di procedere alla individuazione delle candidature più adeguate. Se, come fermamente credo, la disaffezione degli italiani segnala non una imprecisabile crisi di governabilità quanto, piuttosto, una enorme crisi di rappresentanza politica: gli elettori non vengono neppure cercati dai candidati che, più o meno paracadutati, risponderanno ai loro dirigenti e non al collegio nel quale non vivono e non torneranno, allora la selezione delle candidature è compito di decisiva, assoluta rilevanza. Esistono un po’ dovunque nel Bel Paese uomini e donne, con una storia professionale, sociale, anche politica, che li rende candidati quasi naturali per quel collegio. I candidabili non dovranno ipocritamente dire di essere al servizio di tutti. Al contrario, dovranno spiegare che hanno preferenze politiche, quelle della loro coalizione, conoscenze tecniche, capacità personali atte a guidare motivatamente gli elettori che vogliono cambiare il governo senza correre due rischi. Nessun salto nel buio nessuno sprofondo in incessanti contrattazioni e prese di distanza all’interno della coalizione. Esistono alcuni clamorosi esempi di elezioni nelle quali la vittoria è stata negata allo schieramento chiaramente in testa nei sondaggi da poche percentuali di elettori fortemente preoccupati da un possibile esito di non governo.

Le priorità programmatiche entreranno in parlamento con i rappresentanti eletti che meglio di chiunque altro si troveranno in condizioni di scegliere le modalità con le quali garantire la sicurezza sul territorio: agenti di quartiere?; la salute, medici di base?; persino, il sistema scolastico. Quei rappresentanti sapranno poi spiegare agli elettori le sintesi effettuate dai loro governanti e, eventualmente, emendarle nei punti dolenti. Ridare centralità al Parlamento, cioè alla sovranità popolare, è una promessa più che apprezzabile.

Nessuna nazione, neppure quelle della tuttora prospera, libera e democratica Europa, può affrontare con successo le sfide che la storia pone di volta in volta, da ultimo quella dell’Intelligenza Artificiale. Oggi e domani, in special modo in Italia, di fronte all’opportunismo peloso del governo Meloni, l’europeismo, con tutte le sue implicazioni anche militari, deve essere con coerenza, impegno, convinzione il progetto politico, la proposta di governo delle opposizioni. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 16 giugno 2026 su Domani

Il salario minimo e la dialettica che serve tra governo e opposizione @formichenews

Un governo buono incontra le opposizioni che, unite, stimolano e sfidano l’esecutivo. Ecco cosa insegna il dialogo che si è aperto sul salario minimo, in cui è stato chiamato in causa il Cnel guidato da Renato Brunetta. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica. Recentemente ha pubblicato “Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve” (UTET 2023)

C’è del merito nel confronto fra Giorgia Meloni e le opposizioni sul salario minimo e c’è anche del metodo. Non sufficientemente sottolineato, il merito, vale a dire, stabilire per legge che tutti coloro che (circa 4 milioni di persone) svolgono un lavoro dipendente debbono ricevere come minimo 9 euro l’ora è molto importante. Non significa affatto che nella contrattazione collettiva i sindacati non potranno chiedere di più né, meno che mai, coloro che già ottengono di più verranno retrocessi. Certo, 9 euro l’ora non è quel salario ricco che chiede Tajani sventolando il cedolino (ricco) della sua indennità, ma porrebbe i lavoratori italiani più vicini ai lavoratori di 22 su 27 Stati membri dell’Unione Europea. Sul punto mi affido alla creatività del CNEL e del suo presidente Renato Brunetta che ricordo apprezzato docente di Diritto del Lavoro. Sarà utile operare nei dintorni e nei contorni del salario minimo senza perdere di vista il bersaglio rosso: migliorare le condizionidi vita di milioni di persone e delle loro famiglie.

La qualità del metodo è sbucata imprevista e imprevedibile dalla esigenza di Giorgia Meloni di uscire dall’angolo nel quale alcuni suoi troppo zelanti collaboratori l’avevano cacciata con i loro intransigenti mal motivati “no” al salario minimo (“e perché? Perché no”). La premier ha deciso di andare a vedere meglio le carte delle opposizioni e ha scoperto che c’è qualcuno che carte non ne ha e pensa che lo si nota di più se non lo si vede. Ma ha anche scoperto una inaspettata “granitica” (aggettivo di antico sapore) convergenza, quasi una coesione, fra gli oppositi politico-parlamentari con il sostegno perfino della CGIL (agli altri sindacati, soprattutto alla CISL, si deve chiedere il perché della loro assenza).

La convergenza si è manifestata nel disegno di legge presentato dalle opposizioni senza che nessuno procedesse ad una presa di distanza per piantare le sue bandierine. La convergenza “senza se senza ma” delle opposizioni non è venuta meno neanche nella fase successiva. Delusione solo parziale per avere tecnicamente ottenuto poco: un rinvio e un transfert al CNEL il cui parere servirò anche a Giorgia Meloni per ammorbidire e fare ragionare i suoi di fronte a dati inoppugnabili. Lungi da me parlare della necessità di una “cabina di regia” delle opposizioni affinché “stiano sul pezzo”. Però, forse, molti hanno imparato che su buone precise proposte condivise (la pratica dell’obiettivo) si può fare molto strada insieme. Che lo schieramento governativo ha qualche crepa e non poche differenze d’opinione e di preparazione. Che solo uno schieramento alternativo che si mostri convinto delle sue proposte riesce a diventare convincente. Che anche se non si vince subito e mai tutto l’incontro è quasi sempre preferibile allo scontro. Il resto è massimalismo, non meno nocivo quando lo praticano i governanti, ma improduttivo se esercitato saccentemente dalle opposizioni. Il resto a settembre, ma con la consapevolezza che in democrazia esiste costantemente la possibilità di imparare

Territori e Europa, alla sinistra serve visione @DomaniGiornale

Le opposizioni del centro, trattino, sinistra non sembrano avere ancora capito che le probabilità che il governo Meloni 1 duri tutta la legislatura sono molto elevate. Certo, il governo non cadrà per qualche voto parlamentare più o meno casualmente perduto. Questo non significa che le vittorie parlamentari delle opposizioni siano irrilevanti se obbligano il governo a confrontarsi con le loro idee, le loro preferenze, le loro proposte. All’università ho regolarmente insegnato che la qualità del governo dipende, spesso, anche dalla qualità dell’opposizione. Purtroppo, in questi sei mesi di governo Meloni, le opposizioni hanno preferito combattersi fra di loro, da un lato, con l’obiettivo di strapparsi qualche voto, dall’altro, di dimostrare di essere più intelligenti e più progressisti dei competitors, definiti come quelli che agiscono nello stretto asfittico recinto dei votanti del 25 settembre 2022. Vale a dire che non si sono neanche posti il compito prioritario di cercare, trovare, motivare almeno parte degli astensionisti, circa il 40 per cento dell’elettorato. Per riuscirvi non sarà mai sufficiente gonfiare e esibire pubblicitariamente i propri ego e neppure vantare qualche piccola particolaristica vittoria parlamentare. Come asseriscono alcuni politici senza grande fantasia, sarà indispensabile avere lo sguardo lungo, dal canto mio direi una visione. Per ciascuna battaglia parlamentare importante: lavoro, scuola, diritti, immigrazione, Europa, invece di rincorrersi e scavalcarsi più o meno furbescamente, le opposizioni dovrebbero procedere ad un coordinamento di emendamenti, di mozioni, di voto. Ciascuna, poi, con i suoi parlamentari e dirigenti spiegherà agli elettori le sue motivazioni contrapponendole non a quelle delle altre opposizioni, ma a quelle dei governanti approfondendone le differenze di opinione (che sappiamo essere molte e di non poco conto). Una buona opposizione parlamentare è consapevole che deve andare sul territorio e rimanervi operativa per interloquire il più frequentemente e il più visibilmente possibile con le associazioni economiche e culturali attive nei diversi territori e con le istituzioni locali. Spesso, è proprio a livello locale che è più facile, anche grazie a rapporti personali e a migliore conoscenza dell’ambiente, maturare condivisioni e giungere a proposte comuni. Dal basso può effettivamente venire la spinta, non all’impossibile e neppure utile unità, ma alla convergenza politica e culturale. Per vincere e poi governare senza tensioni interne, le opposizioni debbono mirare a formulare una cultura politica ampiamente condivisa che, inevitabilmente, va costruita intorno al rapporto imprescindibile fra Italia e Unione Europea. In cinque anni ben spesi è possibile fare molta strada in questa direzione, cambiando profondamente in meglio la politica della “nazione” e tornando al governo.

Pubblicato il 3 maggio 2023 su Domani