Home » Posts tagged 'Orbàn'

Tag Archives: Orbàn

Sovranismo azzardato e rischioso

In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.

Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.

Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.

Pubblicato AGL il 15 luglio 2016

Un’estate calda per il governo sovranista

A saperli leggere e contare i numeri, soprattutto quelli dei voti, contengono informazioni limpide e importanti. La Lega di Salvini è senza nessuna riserva la vera vincitrice delle elezioni europee. Salvini è riuscito a farla diventare il più votato partito in Italia e il secondo partito più votato in Europa, in competizione con i socialisti portoghesi, ma chiaramente distaccato dal partito dell’ungherese Orbàn. Ha vinto anche Giorgia Meloni. I suoi Fratelli d’Italia, coerentemente sovranisti e saldamente collocati a destra, riescono quasi a raddoppiare i loro voti e si candidano a far parte di un eventuale governo guidato dalla Lega. Contrariamente a quello che hanno detto e scritto troppi frettolosi commentatori, il Partito Democratico, il più europeista dei contendenti, non è in ripresa, ma in stallo. Ha ottenuto circa 100 mila voti in meno del 4 marzo 2018. Ha ancora moltissima strada da fare. Deve trovare più di un alleato per costruire un’alternativa sia all’attuale governo giallo-verde sia a un possibile, ma non ancora probabile, governo di destra. Ha bisogno di elaborare le proposte giuste per riconquistare i troppi elettori che hanno perso fiducia nella sua classe dirigente e nella sua capacità di rappresentarne preferenze, interessi, bisogni.

Sono soprattutto le Cinque Stelle ad avere perso alla grande, quasi dimezzandosi, a causa sia della loro ambiguità nei confronti dell’EU sia per quella che è oramai la conclamata debolezza della leadership di Di Maio. Il Movimento non è destinato a sparire in tempi brevi anche se l’insoddisfazione degli italiani sulla quale ha costruito le sue fortune elettorali si dirige già verso la Lega, partito di governo e di protesta. Ha perso anche l’ormai superato Berlusconi il cui blando anti-europeismo non poteva essere mobilitante e le cui tematiche, come la riduzione delle tasse, accompagnate da anacronistiche critiche ai comunisti, fanno oramai parte del bagaglio leghista visto che Salvini non ha esitazioni nell’additare il PD come suo nemico principale.

In attesa degli esiti, molto importanti anch’essi, delle elezioni amministrative (con il Piemonte già passato al centro-destra), Salvini festeggia in maniera pacata sapendo che le sue richieste dovranno trovare accoglimento: le nuove autonomie, la tassa piatta e, naturalmente, la designazione del nuovo Commissario italiano. Non ha nessun interesse alla crisi del governo e, come ho ripetutamente scritto, sa di avere una posizione di ricaduta: una nuova coalizione di destra che includa il definitivamente ridimensionato Berlusconi. L’estate sarà calda poiché la Commissione Europea non esiterà a sanzionare le politiche economiche italiane che sfondano il deficit concordato e che non riducono il debito. Per evitare la probabile procedura d’infrazione, non basteranno al sovranista Salvini i molti voti guadagnati, ma le sofferenze più grandi attanaglieranno le Cinque Stelle alla ricerca di un nuovo copione e, forse, anche di un nuovo capocomico.

Pubblicato AGL il 28 maggio 2019

Orbán sfida l’Europa

La risoluzione Sargentini, dal cognome della parlamentare dei Verdi olandesi che l’ha presentata, costituisce un test rilevante per molti partiti e rappresentanti nel Parlamento Europeo. Chiede di condannare l’Ungheria per violazione dello Stato di diritto. Già approvata in Commissione, la sua approvazione nell’aula del Parlamento europeo appare più complicata per una molteplicità di ragioni e di implicazioni. Da sovranista integrale, che è la qualità che il Ministro degli Interni Matteo Salvini maggiormente apprezza in lui, Viktor Orbán è intervenuto direttamente, non per rispondere sulle violazioni addebitategli, ma per difendere l’Ungheria. In questione, però, è quanto il governo da lui guidato dal 2010 a oggi ha fatto limitando il potere dei giudici, cercando di imbavagliare mass media e università, rendendo difficile e pericolosa la vita dell’opposizione. Anche se approvata la risoluzione Sargentini non avrebbe effetti immediati poiché le sanzioni dovranno essere decise all’unanimità dal Consiglio dei capi di Stato e di governo nel quale è molto probabile Orbán potrà contare sul sostegno della Repubblica Ceca, della Slovacchia e, soprattutto, della Polonia che, quanto a violazione dei diritti, non è certamente seconda all’Ungheria. Tuttavia, il voto del Parlamento europeo conterrà più di un significato politico. Dirà quanti credono fino in fondo che l’Unione Europea deve rimanere un grande spazio di libertà e di diritti. Una non-sconfitta di Orbán soffierebbe nelle vele dei sovranisti e potrebbe fare aumentare il numero di coloro che non tollerano le direttive europee in materia di economia e di immigrazione. A livello delle delegazioni nazionali due sono gli osservati speciali, gli europarlamentari austriaci del Partito Popolare e quelli del Movimento Cinque Stelle. Il cancelliere austriaco Kurz, leader dei Popolari, ha già fatto sapere che i suoi colleghi di partito voteranno la censura al governo ungherese contrariamente agli esponenti alleati del Partito Liberale. In Commissione le Cinque Stelle hanno votato per stigmatizzare il governo ungherese. Invece, gli europarlamentari di Forza Italia voteranno per salvare Orbán con due implicazioni. La prima è che in questo modo sconfesseranno addirittura il Presidente del Parlamento europeo, loro collega di partito, Antonio Tajani. La seconda è che risulterà evidente la loro convergenza con la Lega di Salvini senza che il capo della Lega abbia dato né promesso nulla in cambio. L’ago della bilancia nella votazione è costituito dal Partito Popolare Europeo del quale fanno parte sia Fidesz, Unione Civica Ungherese, il partito del Primo ministro dell’Ungheria, sia Forza Italia. L’eventuale spostamento a destra dei Popolari Europei, guidati dal capogruppo, il democristiano bavarese Manfred Weber, che aspira a diventare il prossimo Presidente della Commissione, carica attribuita al più grande degli schieramenti dopo le elezioni del maggio 2019, sarebbe davvero una pessima notizia per l’Unione Europea.

Pubblicato AGL 12 settembre 2018

L’addio all’UE firmato dai sovranisti

Messo in ordine, o quasi, il Mediterraneo, il vice-Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini ha formulato il suo piano per la conquista dell’Unione Europea. In vista delle elezioni del Parlamento Europeo che si terranno nella seconda metà del maggio 2019, Salvini ha proposto di dare vita a una Lega delle Leghe. Tutte le formazioni politiche che, al governo, come Orbàn in Ungheria, o all’opposizione, a cominciare da Marine Le Pen in Francia (che, però, “leghista”proprio non sembra), dovrebbero giungere a un accordo complessiva per un’Europa diversa. Facile sarebbe quello sui migranti, contro l’accoglienza indiscriminata, a favore dei respingimenti e della redistribuzione, ma qui, Salvini non può non saperlo, i suoi potenziali alleati, in particolare i paesi del gruppo di Visegrad, di redistribuzione non vogliono sentire neppure parlare. Comunque, la proposta di Salvini non è soltanto pubblicitaria. È una sfida diretta e frontale all’Unione Europea com’è. Con tutta la sua, nota e criticabile, inadeguatezza, l’Unione Europea è stata fino ad oggi il luogo istituzionale e politico nel quale gli Stati-membri hanno affrontato e risolto problemi e crisi (da ultimo, quella economica originatasi negli USA nel 2207-2008) e hanno, in sostanza, non solo garantito la pace, ma prodotto prosperità. La Lega delle Leghe di Salvini vorrebbe che ciascuno Stato riacquisisse parti cospicue della sua sovranità, che non è stata, come sostengono i sovranisti, perduta o espropriata, ma consapevolmente ceduta alle istituzioni comunitarie. Per questo, lasciando da parte il troppo vago aggettivo populista, epiteto senza contenuti, è opportuno definire sovranisti coloro che intendono riprendersi poteri ceduti all’Unione (anche in materia di moneta unica). Nell’attuale profonda difficoltà dei partiti di sinistra europei, oggi nel gruppo parlamentare Alleanza dei Democratici e dei Progressisti, e nelle tensioni interne ai Popolari che, per esempio, non osano sanzionare né il partito di Orbàn per le costanti violazioni dei diritti dei suoi cittadini né i Popolari austriaci per avere fatto il governo con Liberali di credo leghista, perché perderebbero la maggioranza relativa nel Parlamento Europeo, la Lega delle Leghe è in condizione di aspirare a diventare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa. Acquisirebbe così la prerogativa di designare il prossimo Presidente della Commissione Europea. Alcuni commentatori minimizzano sostenendo che la Lega delle Leghe non distruggerebbe l’UE. La ridefinirebbe facendone un’Europa delle nazioni, come avrebbe voluto de Gaulle. Sarebbe certo una delle ironie della storia che proprio un’esponente della famiglia Le Pen, acerrimi nemici del Generale, ne attuasse la politica. Al contrario, l’esito di una vittoria della Lega delle Leghe sarebbe la disgregazione dell’Unione, con i sovranisti ciascuno alla ricerca del suo tornaconto immediato. Al momento non s’intravede minimamente la risposta degli europeisti.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2018

L’estrema semplificazione rende il populismo debole

Corriere della sera

Vedo un eccessivo e scriteriato (vale a dire, senza validi criteri) uso delle parole “populismo” e “populisti”. Quello che non (ci) piace, poiché noi saremmo tutti sinceri democratici, e che, per di più vince e , in qualche modo, ci minaccia, è populismo: dalla Svezia alla Grecia, dalla Finlandia alla Spagna, da Marine Le Pen a Beppe Grillo (Matteo Salvini lo metto fra parentesi). Così facendo, anneghiamo le differenze fra i vari partiti e partitini che criticano la politica tradizionale e attaccano le democrazie esistenti e precludiamo a noi e ai nostri concittadini “non populisti” una adeguata e differenziata comprensione del populismo (che, com’è noto, circola anche in America latina e fa sempre capolino nella politica degli USA).

In linea di principio, non è affatto chiaro perché coloro che sono preoccupati dall’immigrazione e che vorrebbero filtrarla, contenerla, ridurla debbano essere definiti populisti. Allo stesso modo, mi pare più che legittimo porre il problema delle modalità di, qui qualsiasi parola che userò è destinata ad essere controversa, assorbimento (?), integrazione (?), inclusione(?), accettazione (?) dell’Islam, ovvero dei migranti di religione musulmana, senza essere etichettati come populisti. Nessuno può davvero credere che qualsiasi critica all’Euro e all’Unione Europea sia impregnata di populismo. Anzi, molte critiche sono pienamente giustificate, addirittura utili, magari ricordandoci che l’Unione europea siamo noi e che, pur tenendo conto delle istituzioni dell’UE e di chi vi occupa cariche, la responsabilità di quello che non funziona e di quello che non viene riformato spetta, quasi tutta, ai capi di governo degli Stati-membri.

Chi critica il proprio governo, ma anche quello di altri paesi, per esempio, il Cameron della Brexit, l’ungherese Orbán alacre costruttore di muri, il non proprio affidabile greco Tsipras, non è necessariamente populista. Anzi, di solito è un democratico che vede errori, furbizie, inadeguatezze che si riflettono pesantemente sull’UE. Infine, abitualmente i movimenti e partiti definiti populisti “sfruttano” il disagio dei loro concittadini per le diseguaglianze crescenti e cresciute, per disagi economici effettivi, per la corruzione e la disonestà di non pochi ambienti della politica. Neppure questo, di per sé, mi pare populismo. Potrebbe, persino, segnalare l’esistenza di una opinione pubblica che ha deciso di essere vigile e di attivarsi, quando può, con il voto, costretta a scegliere fra le alternative che le vengono offerte.

Sono arrivato quasi a sostenere che il populismo non esiste? Nient’affatto. Ho voluto mettere in evidenza che a fondamento delle critiche ai partiti esistenti e alla loro inadeguatezza di governance nazionale e europea stanno corpose tematiche difficili da affrontare e destinate a durare. La debolezza del populismo, che è anche la caratteristica che ne consente una precisa individuazione, è l’estrema semplificazione delle soluzioni: un muro contro i migranti; sepoltura dell’Euro e ritorno alle monete nazionali; fuoruscita dall’Unione Europea; rottamazione (sic) della classe politica e ingresso trionfale dei cittadini in Parlamento. Di tanto in tanto, poi, arriva la verifica empirica, quella che Norberto Bobbio chiamava “la dura lezione della storia”. Quei terribili semplificatori dei populisti non hanno praticamente nessuna soluzione a nessuno dei problemi grazie alla denuncia dei quali hanno conquistato voti. Togliere il “popolo” ai populisti si può, non demonizzandolo, ma approntando risposte e costruendo canali di espressione e strutture di partecipazione per il popolo poiché la democrazia è “potere del popolo”. Se rimane solo il potere e il popolo sparisce, gli anglosassoni direbbero che fa la sua comparsa un entirely new ball game. E’ un gioco al quale i democratici non possono acconsentire.

Pubblicato il 25 settembre 2016

I siriani e la svolta tedesca

Giustamente, la foto di Aylan, il bimbo siriano morto su una spiaggia turca, ha fatto passare in secondo piano molte immagini successive, alcune delle quali davvero significative, sui migranti, sulle loro mete, sull’accoglienza ad opera di moltissimi europei. Asserragliati nella stazione ferroviaria di Budapest, i profughi siriani, difficile distinguere chi scappa da una guerra civile e può essere considerato perseguitato politico in cerca d’asilo da chi fugge la fame, esponevano cartelli e cantavano “We want Germany”. Certo, l’Ungheria di Orbàn non è la terra promessa, per nessuno, neppure per almeno metà degli ungheresi. Ma, perché la Germania della, fino ad allora, severissima ed esigentissima Frau Merkel, accusata di essere inflessibile con il, già martoriato, popolo greco, alla guida di un governo al quale alcuni, per fortuna, pochi, quasi rimproveravano comportamenti similnazisti? Quali giornali hanno letto quei siriani, quali informazioni hanno ricevuto tali da spingerli verso la Germania, proprio quella della cattiva Merkel? E perché, poi, giunti a Monaco di Baviera, quei tedeschi li hanno accolti, certo con viveri e coperte, con alloggiamenti, ma soprattutto, eh, sì, i simboli contano, con le bandiere azzurre e le stelle dell’Unione Europea e con l’Inno alla gioia, parole del tedesco Schiller e musica del tedesco Beethoven e, non poca cosa, con un milione di Euro donato dalla, certo ricca, squadra di calcio Bayern Monaco nella quale hanno giocato e giocano “immigrati” e figli di immigrati?

Gradualmente, ma irresistibilmente, nel secondo dopoguerra e ancora di più dopo la riunificazione (1990), la Germania è diventata un paese sicuro di sé, capace, soprattutto grazie al suo sistema politico e alla sua Costituzione, non soltanto di crescere economicamente, ma di accettare grandi responsabilità. Agli occhi dell’80 per cento dei cittadini dell’Unione, rivelano i dati dell’Eurobarometro, i tedeschi sono meritevoli di fiducia. Non è stata soltanto la benevolenza “protestante” di Frau Merkel a cambiare, meno improvvisamente di quel che è parso, la politica nei confronti dei migranti. Non è neppure il semplice bisogno di manodopera da parte degli imprenditori tedeschi (quanto ingenerosa è questa critica), a fare aprire le porte ad un’immigrazione di massa. Molti siriani e, presumibilmente, molti altri migranti hanno già parenti e amici in Germania, dove vivono e lavorano stabilmente più di tre milioni di turchi, anche curdi. Convinti che le regole si applicano, come nel caso della Grecia, prima di cambiarle, meglio se nel consenso di grandi maggioranze, sono i cittadini tedeschi che hanno indicato la loro disponibilità alla Cancelliera, la quale, da intelligente leader politica, ha capito l’opinione pubblica e l’ha guidata dimostrando che cosa significa dare “rappresentanza” a un, con un po’ di retorica, “popolo”.

Non sembrano avere paura i tedeschi di perdere la loro identità che, comunque, ha detto, scritto, ribadito il filosofo politico tedesco Jürgen Habermas, deve costruirsi intorno al patriottismo costituzionale da estendersi anche all’Unione Europea. Non è questione di radici; è questione di regole,di procedure, di istituzioni. Sicuramente sono pochissimi, ancorché istruiti, i profughi siriani e di altri paesi che conoscono queste tematiche. Tuttavia, a chi fugge da una guerra civile,non solo quella siriana, ma anche quelle in Iraq, Yemen, Sudan, un paese come la Germania offre ordine politico democratico, prevedibilità di comportamenti, regole rispettate. Epidermicamente, quei migranti lo hanno capito e catturato nella loro richiesta “We want Germany”. L’Unione Europea è da decenni luogo di pace, come riconosciuto dal Premio Nobel assegnatole nel 2012 e, nonostante le difficoltà economiche di molti paesi, meno di altri, anche della Germania, luogo di prosperità. Anche questo sviluppo è conforme all’elaborazione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant: la pace eterna, duratura, si stabilisce fra le democrazie. Nell’omaggio che i siriani e altri hanno fatto alla Germania, sta forse, anche la richiesta che l’Unione Europea s’impegni a portare non una pace qualunque, ma una pace giusta in tutto il Medio-Oriente.

Pubblicato AGL 8 settembre 2015

I migranti lo sanno l’Europa c’è

Troppo bistrattata, l’Unione Europea non può in alcun modo essere considerata responsabile della migrazione di centinaia di migliaia di persone. Al contrario, per quei migranti, tecnicamente quasi tutti clandestini, ad eccezione di coloro che hanno diritto allo status di rifugiato politico, l’Unione Europea è, in buonissima misura, la soluzione almeno temporanea. Molti, se e quando potranno, rientrerebbero nelle loro patrie, cessassero mai le guerre civili, a cominciare da quella in corso in Siria e quella, non finita, in Sudan. Finora, contrariamente ai troppi e male informati critici, pure in assenza, questa sì criticabile, di una politica comune dell’Unione Europea, non pochi Stati-membri, soprattutto a cominciare dall’Italia a continuare con la spesso accusata Germania e con la silenziosa Svezia, hanno accolto moltissimi emigranti, magari non sapendo delineare criteri da condividere con Stati più riluttanti.

L’Unione Europea non ha creato il problema della migrazione. Non è responsabile né del disastro libico, anche se poteva interrogarsi prima su come gestire le conseguenze dall’intervento contro un dittatore sanguinario come Gheddafi. L’Unione Europea non porta nessuna responsabilità neppure delle guerre civili in Siria e nel meno noto caso dello Yemen. Piuttosto bisognerebbe ricordare agli americani, non principalmente a Obama, ma anche agli inglesi, i Conservatori votarono a favore, che furono loro ad appiccare l’incendio con la guerra in Iraq. Non “causa” delle immigrazioni, l’Unione Europea deve, tuttavia, trovare una o più soluzioni. Lo deve fare non per paura, infondata, dei migranti terroristi, ma per rimanere fedele ai suoi valori e ideali di protezione e di promozione dei diritti umani.

La paura che, in troppi luoghi dell’Europa, viene manipolata da alcuni leader, l’ungherese Orbàn, l’inglese Cameron, la francese Le Pen e, nel suo piccolo, dal leghista Salvini, è infondata. Con i migranti non arrivano i terroristi, i quali, dovremmo averlo imparato da tre brutti avvenimenti: gli attentati alla stazione di Madrid, alla metropolitana di Londra e al settimanale francese Charlie Ebdo, erano già qua, nati, vissuti male e decisi in nome di un qualche più o meno distorto precetto religioso a colpire gli europei. I migranti sono tutti alla ricerca di luoghi dove sopravvivere con le loro famiglie. Il loro arrivo in Europa costituisce, senza esagerare, un omaggio al cosiddetto vecchio continente. Un giorno, probabilmente, qualcuno scoprirà che i migranti hanno rivitalizzato, non soltanto demograficamente, l’Europa.

Che il problema non abbia, però, una soluzione soltanto europea, non significa affatto che non debba essere cercata anche nell’ambito dell’Unione. Il conservatore Cameron e la sua Ministra May, annunciando politiche di blocco degli ingressi e delle permanenze sul territorio inglese, denunciano la loro mancanza di volontà e la loro incapacità a trovare soluzioni. Bloccare gli immigrati prima che siano messi sui barconi da scafisti che perseguono il loro personale arricchimento, spesso tollerati qualche volta incoraggiati da governanti, come quelli libici e di alcuni paesi dell’Africa sub sahariana, che non controllano il loro territorio, è operazione difficilissima. Aiutare, anche con denaro, risorse, intelligence, qualche governante del Maghreb e del Medio-Oriente, a riportare un ordine decente e non repressivo nei loro paesi sembra politica più saggia e più produttiva, soprattutto nel medio periodo. Molto potrebbe farsi, come da tempo già succede soprattutto in Germania e in Svezia, con politiche nazionali di integrazione linguistica e lavorativa. Forse l’Unione Europea dovrebbe partire proprio da queste esperienze e tentarne la generalizzazione fra tutti gli Stati-membri. Il resto sono chiacchiere, più o meno politicizzate, particolaristiche, a vanvera.

Pubblicato AGL il 1°settembre 2015

Una letale spirale di sfiducia

Una volta avuta la prova che quella di Tsipras in un referendum che non avrebbe mai dovuto indire (altro che prova di democrazia) è stata una vittoria di Pirro, le diciotto democrazie dell’Eurozona hanno concesso al Primo ministro greco una nuova possibilità. Cancellando, alla faccia del “popolo” greco, ovvero di quel terzo che aveva votato “No” alle condizioni del negoziato, i suoi impegni, Tsipras è stato obbligato a fare nuove proposte. In sostanza, ha guadagnato, o perduto, a seconda dei punti di vista (il secondo mi pare più convincente), tempo. Crescono i problemi in Grecia, le banche rimangono chiuse, i debiti accumulano altri interessi. Tuttavia, la proposta greca, non più appesantita dall’ingombrante figura di Varoufakis, va, almeno nelle riforme interne che Tsipras tardivamente promette, nella direzione giusta. Anzi, si pone nel solco dei sacrifici già fatti, con lacrime e sangue, ma anche con successo, da Irlanda, Portogallo, Spagna.

Purtroppo, per Tsipras, per la Grecia e, ahinoi, per tutti paesi dell’Eurozona, ha fatto la sua inevitabile comparsa un altro fattore, finora solo strisciante: la fiducia. Nelle democrazie, come sono tutti i sistemi politici dell’Unione Europea (anche se il capo del governo ungherese Orbàn fa del suo peggio in materia), contano le opinioni pubbliche. I politici più avvertiti tengono grande conto delle loro opinioni pubbliche. Non le insultano; non le ingannano. Se sono capi di organizzazioni partitiche vere, radicate, come si dice nell’italiano politichese, “nel territorio” hanno antenne sensibili che riportano quanto si sente, quanto si muove, quanto si preferisce. Non soltanto i tedeschi, ma molti capi di governo hanno ricevuto dalle loro opinioni pubbliche un’informazione sgradevole, ma, sicuramente, degna di attenzione.

La maggioranza degli europei non si fidano dei greci. Pensa che fanno promesse che non manterranno. Non li ritengono credibili neppure, come scrisse Virgilio nell’Eneide, quando “portano doni”. E Tsipras non ha proprio nessun dono da portare. Al contrario, vorrebbe esenzioni, proroghe, addirittura regali. Per di più con le sue dichiarazioni, da ultimo, con il suo discorso al Parlamento Europeo, ha cercato, in maniera davvero troppo orgogliosa, di scaricare buona parte della responsabilità delle condizioni del suo sventurato paese sulle spalle dei creditori, definendoli “terroristi”, delle banche e dei banchieri e, indirettamente, dei paesi più solidi dell’Unione Europea, di quelli che rispettano le regole e pretendono che tutti lo facciano. Soltanto coloro che rispettano le regole sono poi legittimati a chiedere che siano cambiate, magari spostando le politiche comuni dall’austerità alla crescita.

Se, come sembra, il negoziato all’Eurogruppo scivola dai numeri, dalle riforme, dalle promesse alla fiducia, allora un suo esito positivo appare sempre più difficile, molto improbabile. Non è chiaro se la Germania, non priva di sostenitori fra gli altri stati, desidera davvero escludere la Grecia dall’Eurozona, dandole cinque anni nei quali rimettere in sesto le sue finanze, con una sua moneta e con il pieno controllo della sua economia –per quanto “piena” possa essere l’autonomia economica di un paese piccolo e molto impoverito. Quello che, invece, è lampante è che la mancanza di fiducia reciproca distrugge qualsiasi possibilità di tenere insieme un progetto, quello dell’unificazione europea, nato proprio intorno alla volontà di sei, dieci, quindici, infine ventotto paesi, di credersi parte di uno stesso mondo. Come l’Eurogruppo riesca a uscire dalla spirale letale della mancanza di fiducia è impossibile prevederlo.

Pubblicato AGL il 12 luglio 2015