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Pd bloccato: resterà quello che è

Italia oggi

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

L’Italicum è passato ma «le elezioni politiche non sono vicine. Anche se le promesse del presidente del Consiglio sono spesso state disattese (per esempio nei confronti di Enrico Letta e riguardo alla necessità di un passaggio elettorale per andare a Palazzo Chigi), la legislatura durerà fino al 2018, o poco meno. Al momento, Renzi non ha molto da incassare».

Con Gianfranco Pasquino analizziamo il dopo-Italicus. Pasquino è tra i politologi più arguti, ha insegnato scienza della politica all’università di Bologna, ora è professore di European studies alla Johns Hopkins University. Ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica.

Per Enrico Letta la prova di forza di Renzi sull’Italicum lo accomuna a Berlusconi…

L’Italicum nasce dal Porcellum e dall’accordo fra Renzi e Berlusconi. Che poi Berlusconi abbia cambiato idea, pur rimanendo diversi elementi del suo Porcellum, dipende dal suo pressapochismo e dalla sua, in questo caso, malposta furbizia. Da molti punti di vista, Renzi è Berlusconi dopo Berlusconi, ma con quasi quarant’anni di meno, in un sistema politico tuttora deteriorato, senza un’opposizione decente. Sì, in parte Letta ha ragione. Renzi è la continuazione del berlusconismo con altri mezzi e più energia.

Che ne sarà del Pd dopo questa prova lacerante?

Il Pd rimarrà più o meno quello che è. Nato male, guidato mediocremente, prima da Veltroni, poi da Bersani, il Pd è diventato il partito di Renzi e e dei renziani di tutte le ore e di tutte le sfumature. La battaglia di idee e fra persone può essere condotta sia dentro sia fuori il Pd (fuori c’è spazio ma non tantissimo). Le difficoltà saranno, comunque, molto grandi.

Poi ci sono gli alleati di governo, quel Ncd-Udc guidato da Angelino Alfano e Pierferdinando Casini.

Il loro partito riuscirà magari persino a superare la soglie del 3 %. I leader si saranno così trovati luoghi sicuri per la candidatura e per il ritorno in parlamento. Ma la loro capacità di influire sul dibattito politico (e, parola grossa, culturale) è e sarà inesistente, pressoché nulla.

D. L’arco costituzionale termina col centrodestra. Come interpretare la sua crisi?

Sì, c’è crisi, le opposizioni di destra sono diverse, frammentate, debolissime. Gran parte della loro debolezza (e frammentazione) dipende dall’autunno del patriarca. Fu Berlusconi a rendere rilevante la Lega e a portarla al governo. Fu Berlusconi a sdoganare il Movimento sociale, a obbligarlo a diventare Alleanza nazionale e dare ad alcuni suoi esponenti cariche di governo. Adesso, da un lato, Berlusconi non controlla neppure più Forza Italia e, aggrappato ad un brandello di potere, non sa e non vuole trovare un successore. Anche se ritengo che Marina, portatrice del brand Berlusconi, sarebbe la candidata ideale. Dall’altro lato, anche per colpa dell’Italicum, l’ex-Cavaliere non potrà svolgere il ruolo di federatore del centro-destra dei moderati. In tale situazione se i moderati voteranno Renzi non sarà per suo merito, ma per demerito di Berlusconi.

Neppure Matteo Salvini riuscirà a proporsi leader del centrodestra?

La competizione fra Salvini e Berlusconi è limitata. Berlusconi sa che sta fuoriuscendo dalla scena politica. Nel 2018 avrà quasi ottantadue anni. Salvini sa che potrà anche conquistare più voti di Berlusconi, ma non riuscirà mai né a svolgere il ruolo di federatore né a vincere un’elezione nazionale. Tertium datur.

Allora rimane il partito della Nazione, evocato da Renzi. Pensa che le prossime elezioni regionali saranno una prova generale di questo nuovo soggetto politico?

Non credo che le prossime elezioni regionali daranno impulso al partito della Nazione al quale né De Luca in Campania né Raffaella Paita in Liguria possono dire di appartenere. Quanto alle liste civiche, otterranno qualcosa, ma sicuramente non sono il nuovo che avanza, ma spesso il vecchio che si perpetua in altre forme. No, un conto sono gli slogan, un altro la loro praticità. Le prossime lezioni regionali saranno ancora una gara tra centrosinistra e centrodestra, pur con qualche trasformista collocato qui e là.

Azzardiamo una previsione. Chi vincerà le elezioni regionali? E quanto rimarrà in carica il parlamento?

Non sono un astrologo ma ci provo. La legislatura durerà fino al 2018 o giù di lì. Le elezioni regionali non le vincerà il centro-destra, ma neppure ne uscirà stritolato. Non credo che il Pd ne uscirà rafforzato. Vincerà il partito dell’astensione, ma stigmatizzo: chi non vota non raccoglie. Mi limito a sottolineare che il 68 % degli emiliano-romagnoli che non sono andati a votare nel novembre 2014 non hanno ottenuto un bel niente.

D. Altri fronti politici si stanno aprendo per il governo, a incominciare dalla scuola. Lei ritiene che quello dell’Italicum sia definitivamente chiuso?

Sono tra coloro che non dà per scontata la firma del Presidente della Repubblica. Il Presidente, memore della legge che porta il suo nome che, seppure con qualche inconveniente, è nettamente migliore di questa, potrebbe bocciare l’Italicum. Quantomeno, ricordando che fu tra i giudici costituzionali che fecero a pezzi il Porcellum, potrebbe e, secondo me, dovrebbe restituirla al parlamento affinché ponga rimedio ai punti più controversi, per lo meno eliminando i capilista bloccati e cancellando le candidature multiple.

Pubblicato su Italia oggi il 6 maggio 2015

Il signor quaranta per cento

Da “Treccani. Il Libro dell’anno 2014”, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2014, pp. 342-343.

Treccani. Il libro dell'anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Treccani. Il libro dell’anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Il renzismo è tutto meno che una teoria o una ideologia politica. E’ una pratica, audace, ambiziosa e spesso spregiudicata, non dettata, ma ispirata dalle circostanze e in grado di sfruttarle con prontezza. Il renzismo non ha una visione di lungo periodo della politica italiana e neppure del governo del paese. Tenendo la barra sui desiderata del suo leader, il renzismo dà una linea e la persegue con tutti gli adattamenti del caso, ogni volta asserendone categoricamente la giustezza e l’opportunità. La persona del leader è quello che fa la differenza, con la sua dichiarazione di metterci la faccia per cambiare verso alle cose. Il renzismo è un prodotto, nient’affatto inevitabile, della politica italiana impregnata dal ventennio berlusconiano. E’ uno dei prodotti possibili, reso più significativo e più efficace dal suo inserimento nel mancato rinnovamento del centro-sinistra, ma anche dall’unica apprezzabile novità della politica del Partito Democratico: le primarie (e l’elezione del segretario del partito ad opera dei simpatizzanti e dei potenziali elettori). Il renzismo ha una componente di antipolitica e di anticasta curiosa poiché proviene da colui, Mattei Renzi, che è, a tutti gli effetti un politico di professione fin dalla sua giovane età. Presidente lottizzato, in quanto margheritino, della provincia di Firenze(agli ex-comunisti andava attribuita la carica di sindaco della città), poi, attraverso e grazie alle primarie, a sua volta sindaco di Firenze, Renzi ha goduto di una forte popolarità annunciando la necessità della rottamazione per il ceto politico al vertice del Partito Democratico. Facendo seguito alle sue parole, con audacia superiore all’incoscienza, ma anche avvantaggiato dai tempi che sembravano propizi, nel novembre-dicembre 2011 ( 2012 e precisamente: 1ºturno 25 novembre, 2ºturno 2 dicembre 2012) ha sfidato il segretario del PD Pierluigi Bersani per la candidatura alla Presidenza del Consiglio. La sua sconfitta con un’altissima percentuale di voti (quasi il 40) che segnalò il grande scontento dell’elettorato “democratico” nei confronti della leadership del PD. La pessima campagna elettorale di Bersani nell’inverno 2012-2013 e l’altrettanto deplorevole gestione della non-vittoria del PD aprirono nuovi spazi a Matteo Renzi che, dal canto suo, si era tenuto lontano da entrambi gli sviluppi. La nuova opportunità (la “fortuna” offertagli dalle circostanze) successiva alle inevitabili dimissioni di Bersani, hanno permesso a Renzi di conquistare la segreteria del partito con una percentuale di voti (68) inusuale nella quale si coagulava tutta l’insoddisfazione dei sostenitori del PD con la speranza di un cambiamento da tempo dovuto. Facendo leva proprio sulla necessità del cambiamento, il segretario Renzi, da un lato, proseguiva nell’esaltazione delle sue qualità personali, anatema per tutti coloro che continuavano, in parte, per convinzione politica e ideologica, in parte, probabilmente maggiore, per ragioni di carriera personale, a porre l’accento sulla “ditta”, sull’appartenenza a un progetto collettivo, per quanto obsoleto e sbiadito; dall’altro, si lanciava in un’operazione ugualmente iconoclastica: il ridisegno della Costituzione italiana a partire dalla legge elettorale e dalla trasformazione del Senato. Strada facendo, il renzismo si è definito non soltanto come innovazione, ma anche come modalità di comunicazione, secca, scarna e didascalica attraverso i tweet cari al suo adolescenziale protagonista. Inutile e fuorviante il paragone con Silvio Berlusconi, homo novus della politica italiana nel 1994, in relazione alle capacità di Renzi di sfruttare lo spazio politico spalancato dalla crisi della “ditta” e di soddisfare le attese di cambiamento a lungo represse in parte, peraltro, già confluite nell’enorme consenso elettorale ottenuto dal Movimento Cinque Stelle. All’insegna del pungolo ad un governo, quello guidato dal compagno di partito Enrico Letta, prima rassicurato #Enricostaisereno, poi disarcionato, la battaglia di Renzi per un cambio di passo trovava un’accelerazione insperata e inaspettata con le dimissioni di Letta. Pur senza avere mai nascosto le sue ambizioni di giungere a Palazzo Chigi, sebbene soltanto in seguito ad un passaggio di legittimazione elettorale, Renzi ha costruito, sfruttando le circostanze, la sua ascesa a capo del governo, succedendo a Letta il 22 febbraio 2014. La transizione dal renzismo di lotta al renzismo di governo è stata, come nelle intenzioni del leader, fulminea e diretta ad aggredire le radici dei problemi italiani. Tanto veloci quanto semplificatrici sono state le riforme elettorali e istituzionali proposte, delle quali tuttora sembra contare di più la loro approvazione a prescindere rispetto a qualsiasi valutazione della loro appropriatezza e qualità. Il renzismo non è una pratica orientata ad ascoltare e valorizzare il dissenso. Al contrario, l’esistenza di oppositori — professoroni, intellettuali, burocrati, variamente collocati in un calderone popolato da gufi e rosiconi– consente al leader di ergersi come paladino dell’ottimismo e dell’azione in confronto a coloro che si sarebbero limitati per trent’anni a parlare di riforme senza (sapere/volere) farle. Il renzismo ha nemici da sconfiggere anche nell’Unione Europea le cui regole rigorose critica con spirito garibaldino che, però, la maggioranza degli europei, passato il momento della sorpresa di fronte alla giovinezza/gioventù del Primo Ministro italiano, non ritiene adeguata allo sforzo riformatore (“i compiti a casa”) richiesto all’Italia. Se il riformismo si definisce con riferimento ad un programma relativamente organico di cambiamenti proiettati nel tempo, il renzismo non è riformismo, ma opportunismo occasionale, ovvero valutazione contingente di vantaggi da trarre da politiche che quei vantaggi (come gli 80 Euro in busta paga a partire dal maggio 2014) li producano in tempi brevi. Il tanto elevato (40,8%) quanto inaspettato successo alle elezioni europee del PD di Renzi –le ricerche indicano che il contributo personale del leader è stato pari all’incirca al 5% dei voti ottenuti– suggerisce che il renzismo pragmatico può, almeno nell’immediato, avere conseguenze positive. Costretto a correre dalle sue promesse, per reggere il renzismo ha bisogno di punteggiare e puntellare la sua corsa con riforme, una al mese, evidentemente non conseguibili. Persino troppo rapidamente conquistato il partito, anche grazie ai molti saltatori sul carro del vincitore, il renzismo è consapevole che il fattore personale non deve schiacciare il fattore organizzativo né può farne a meno. La sua attività di governo continua ad essere intessuta di riforme disorganiche alle quali è dato un orizzonte di mille giorni da raggiungere prudenzialmente “passo dopo passo”.L’istituzionalizzazione del renzismo, anche a fronte dei troppi elogiatori interessati e acritici, appare tutto meno che scontata.

Riforme istituzionali, Pasquino: “È un sistema pasticciato, manca la visione d’insieme”

Il tempo

Non c’è il rischio di autoritarismo, ma potrebbe aprire varchi ai poteri forti”. Il politologo: “Renzi ha concepito la riforma come un suo trofeo, ma non è chiaro cosa voglia ottenere

Intervista di Giordano Locchi per IlTempo.it 8 agosto 2014

BOLOGNA Il clima è afoso, l’università è praticamente deserta. Ma il professor Gianfranco Pasquino siede nel suo studio al campus bolognese della Johns Hopkins, sede europea della Scuola di Studi internazionali avanzati della prestigiosa università americana e del suo Istituto di ricerca politica. La politica italiana, d’altronde, ancora non è andata in ferie. Palazzo Madama ha serrato i ranghi per arrivare al primo «sì» alla riforma del Senato in tempo per la pausa estiva. E il professore, politologo di fama internazionale, dopo 40 anni di attività accademica alle spalle, ancora si infervora, ancora si appassiona quando si tratta di commentare quello che succede a Roma, nei palazzi del potere. Non ha mai nascosto le sue simpatie a sinistra. Per il premier, però, ha altre parole. «L’insofferenza per le opinioni altrui è un bruttissimo segnale – dice – . Il tentativo di sfuggire al confronto è un sintomo di debolezza: se davvero si passasse a un esame condiviso delle idee, Renzi ne avrebbe poche da mettere sul tavolo. E non so fino a che punto saprebbe argomentarle. Va bene prendere decisioni, ma ci vuole una cultura politica di un certo peso per farlo in questo modo».

Attenzione Pasquino, così fa “il gufo-professore”…
«Guardi, ho tanti capelli ma non verrò relegato a recitare la parte del “parruccone”. Ho le mie opinioni, ma ho studiato e posso permettermi di dire che le mie idee si confrontano con la realtà. Cerco di vedere quello che succede negli altri Paesi, e di proporre qualche modesta soluzione per il nostro sistema politico».

Proprio per questo il presidente del Consiglio ce l’ha con gli opinionisti e i professori. Ha detto che bisogna smetterla col “discussionismo”…
«Mi piace il disprezzo per la cultura di Renzi perché mi ricorda il “culturame” di cui parlava Scelba. Il governo sostiene che il dibattito sulla riforma costituzionale è durato mesi. Considerando i ritmi con cui si riunisce la commissione Affari costituzionali e le elezioni nel mezzo, non mi pare che ci sia stata questa discussione estenuante. Ma il problema non è la fretta…»

E quale?
«Il problema è il contenuto della riforma. È un testo importante che punta a superare il bicameralismo paritario (non chiamiamolo “perfetto”, perché funziona malissimo): una scelta possibile, forse necessaria. Ma è sbagliato pensare che un risultato di questo tipo sia un trofeo per il governo. Renzi alzerà in alto la sua coppa, e poi dovremo chiedergli cosa fare di questo -0,2% di Pil…»

Non crede che il nuovo Senato potrà aiutare il sistema politico a funzionare meglio?
«È difficile dirlo. Da un punto di vista scientifico, delle riforme non possiamo mai prevedere in anticipo tutte le conseguenze. Prima di pensare al risultato, però, si doveva pensare con più esattezza a cosa si voleva ottenere. Non è affatto chiaro».

Renzi è sicuro del risultato perché ha i voti in Parlamento. Il nuovo incontro con Berlusconi a Palazzo Chigi non ha lasciato molti dubbi a questo proposito. Perché il Cavaliere è così generoso con il premier?
«Berlusconi ha bisogno di una legge elettorale che gli consenta di essere il secondo, se non il primo; di riunire sotto le sue braccia le membra sparse del centrodestra; di nominare i parlamentari perché possano dipendere da lui. C’è un problema di età: questa sfida la deve vincere adesso. E il doppio turno gli è congeniale. Non aspetta altro che gettarsi in una nuova campagna elettorale, dove è il più bravo. A differenza della sinistra, nel ballottaggio farebbe scintille».

E Renzi?
«Il suo vuole essere una sorta di atto di indipendenza e di anticonformismo, uno schiaffo a chi diceva “mai con Berlusconi”. È vero che FI offre i suoi voti, ma chissà se sarà sempre di parola. Renzi non deve dimenticarsi che lui dipende soprattutto da Alfano».

E non le sembra che l’asse Renzi-Berlusconi agisca proprio come forma di ricatto nei confronti dei piccoli partiti? In fondo se le soglie verranno abbassate, i “cespugli” lo dovranno ai due grandi leader…
«Io credo che Renzi avrebbe dovuto prima confrontarsi con la sua maggioranza, e solo dopo con Forza Italia. Il resto fa parte della tattica; appartiene all’audacia, ma anche alla superficialità del premier. La verità è che l’Italicum è stato ritagliato per garantire potere proprio ai leader dei due partiti maggiori dei due schieramenti».

L’Italicum, però, contiene il doppio turno. Una misura che voi politologi chiedete da anni.
«È la posizione ufficiale della Società italiana di Scienza politica e io la confermo. Il 90% dei docenti ha votato per il doppio turno. Questa legge però è figlia del professor D’Alimonte, che secondo me ha guardato più agli interessi di Renzi che alle indicazioni della comunità scientifica».

Cosa c’è che non va?
«Io critico il disegno complessivo. Un sistema politico è un insieme di elementi che si tengono insieme. Se si toglie da una parte (se si elimina il Senato elettivo), occorre riequilibrare dall’altra (la legge elettorale). I due passaggi dovevano andare di pari passo. La stessa cosa accade per l’elezione del Capo dello Stato, perché i nuovi 100 senatori cambiano la platea elettiva per il Quirinale. Quale Repubblica vogliono? Manca una visione d’insieme».

Esiste un pericolo di autoritarismo?
«No, non credo. È solo un sistema pasticciato, non autoritario. Ma proprio perché la riforma istituzionale manca di una logica complessiva, potrebbe aprire varchi ai poteri forti».

E Grillo, invece, non le pare in difficoltà?
«Forse la riforma del Senato lo ha messo un po’ in difficoltà nel contestare il dato indiscutibile che numerosi senatori lasceranno la poltrona. Anche dal punto di vista della comunicazione, ci sono molte espressioni renziane che vanno a pescare nell’immaginario grillino. Ma il Movimento 5 Stelle è un partito antisistema. E in Italia c’è una fetta di elettorato che è di per sé antisistema. Se i 5 Stelle continuano a contestare la casta, manterranno un 21-22% di consensi. Sul territorio hanno tutte le possibilità di radicarsi. E a quel punto, nel nuovo Senato “delle Autonomie”, potranno contare su una buona rappresentanza».

Giordano Locchi

Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula

Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.

Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta  dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.

La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.

Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.