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Riforme istituzionali, Pasquino: “È un sistema pasticciato, manca la visione d’insieme”

Il tempo

Non c’è il rischio di autoritarismo, ma potrebbe aprire varchi ai poteri forti”. Il politologo: “Renzi ha concepito la riforma come un suo trofeo, ma non è chiaro cosa voglia ottenere

Intervista di Giordano Locchi per IlTempo.it 8 agosto 2014

BOLOGNA Il clima è afoso, l’università è praticamente deserta. Ma il professor Gianfranco Pasquino siede nel suo studio al campus bolognese della Johns Hopkins, sede europea della Scuola di Studi internazionali avanzati della prestigiosa università americana e del suo Istituto di ricerca politica. La politica italiana, d’altronde, ancora non è andata in ferie. Palazzo Madama ha serrato i ranghi per arrivare al primo «sì» alla riforma del Senato in tempo per la pausa estiva. E il professore, politologo di fama internazionale, dopo 40 anni di attività accademica alle spalle, ancora si infervora, ancora si appassiona quando si tratta di commentare quello che succede a Roma, nei palazzi del potere. Non ha mai nascosto le sue simpatie a sinistra. Per il premier, però, ha altre parole. «L’insofferenza per le opinioni altrui è un bruttissimo segnale – dice – . Il tentativo di sfuggire al confronto è un sintomo di debolezza: se davvero si passasse a un esame condiviso delle idee, Renzi ne avrebbe poche da mettere sul tavolo. E non so fino a che punto saprebbe argomentarle. Va bene prendere decisioni, ma ci vuole una cultura politica di un certo peso per farlo in questo modo».

Attenzione Pasquino, così fa “il gufo-professore”…
«Guardi, ho tanti capelli ma non verrò relegato a recitare la parte del “parruccone”. Ho le mie opinioni, ma ho studiato e posso permettermi di dire che le mie idee si confrontano con la realtà. Cerco di vedere quello che succede negli altri Paesi, e di proporre qualche modesta soluzione per il nostro sistema politico».

Proprio per questo il presidente del Consiglio ce l’ha con gli opinionisti e i professori. Ha detto che bisogna smetterla col “discussionismo”…
«Mi piace il disprezzo per la cultura di Renzi perché mi ricorda il “culturame” di cui parlava Scelba. Il governo sostiene che il dibattito sulla riforma costituzionale è durato mesi. Considerando i ritmi con cui si riunisce la commissione Affari costituzionali e le elezioni nel mezzo, non mi pare che ci sia stata questa discussione estenuante. Ma il problema non è la fretta…»

E quale?
«Il problema è il contenuto della riforma. È un testo importante che punta a superare il bicameralismo paritario (non chiamiamolo “perfetto”, perché funziona malissimo): una scelta possibile, forse necessaria. Ma è sbagliato pensare che un risultato di questo tipo sia un trofeo per il governo. Renzi alzerà in alto la sua coppa, e poi dovremo chiedergli cosa fare di questo -0,2% di Pil…»

Non crede che il nuovo Senato potrà aiutare il sistema politico a funzionare meglio?
«È difficile dirlo. Da un punto di vista scientifico, delle riforme non possiamo mai prevedere in anticipo tutte le conseguenze. Prima di pensare al risultato, però, si doveva pensare con più esattezza a cosa si voleva ottenere. Non è affatto chiaro».

Renzi è sicuro del risultato perché ha i voti in Parlamento. Il nuovo incontro con Berlusconi a Palazzo Chigi non ha lasciato molti dubbi a questo proposito. Perché il Cavaliere è così generoso con il premier?
«Berlusconi ha bisogno di una legge elettorale che gli consenta di essere il secondo, se non il primo; di riunire sotto le sue braccia le membra sparse del centrodestra; di nominare i parlamentari perché possano dipendere da lui. C’è un problema di età: questa sfida la deve vincere adesso. E il doppio turno gli è congeniale. Non aspetta altro che gettarsi in una nuova campagna elettorale, dove è il più bravo. A differenza della sinistra, nel ballottaggio farebbe scintille».

E Renzi?
«Il suo vuole essere una sorta di atto di indipendenza e di anticonformismo, uno schiaffo a chi diceva “mai con Berlusconi”. È vero che FI offre i suoi voti, ma chissà se sarà sempre di parola. Renzi non deve dimenticarsi che lui dipende soprattutto da Alfano».

E non le sembra che l’asse Renzi-Berlusconi agisca proprio come forma di ricatto nei confronti dei piccoli partiti? In fondo se le soglie verranno abbassate, i “cespugli” lo dovranno ai due grandi leader…
«Io credo che Renzi avrebbe dovuto prima confrontarsi con la sua maggioranza, e solo dopo con Forza Italia. Il resto fa parte della tattica; appartiene all’audacia, ma anche alla superficialità del premier. La verità è che l’Italicum è stato ritagliato per garantire potere proprio ai leader dei due partiti maggiori dei due schieramenti».

L’Italicum, però, contiene il doppio turno. Una misura che voi politologi chiedete da anni.
«È la posizione ufficiale della Società italiana di Scienza politica e io la confermo. Il 90% dei docenti ha votato per il doppio turno. Questa legge però è figlia del professor D’Alimonte, che secondo me ha guardato più agli interessi di Renzi che alle indicazioni della comunità scientifica».

Cosa c’è che non va?
«Io critico il disegno complessivo. Un sistema politico è un insieme di elementi che si tengono insieme. Se si toglie da una parte (se si elimina il Senato elettivo), occorre riequilibrare dall’altra (la legge elettorale). I due passaggi dovevano andare di pari passo. La stessa cosa accade per l’elezione del Capo dello Stato, perché i nuovi 100 senatori cambiano la platea elettiva per il Quirinale. Quale Repubblica vogliono? Manca una visione d’insieme».

Esiste un pericolo di autoritarismo?
«No, non credo. È solo un sistema pasticciato, non autoritario. Ma proprio perché la riforma istituzionale manca di una logica complessiva, potrebbe aprire varchi ai poteri forti».

E Grillo, invece, non le pare in difficoltà?
«Forse la riforma del Senato lo ha messo un po’ in difficoltà nel contestare il dato indiscutibile che numerosi senatori lasceranno la poltrona. Anche dal punto di vista della comunicazione, ci sono molte espressioni renziane che vanno a pescare nell’immaginario grillino. Ma il Movimento 5 Stelle è un partito antisistema. E in Italia c’è una fetta di elettorato che è di per sé antisistema. Se i 5 Stelle continuano a contestare la casta, manterranno un 21-22% di consensi. Sul territorio hanno tutte le possibilità di radicarsi. E a quel punto, nel nuovo Senato “delle Autonomie”, potranno contare su una buona rappresentanza».

Giordano Locchi

Vi spiego perché il Pd di Renzi non può essere il Partito della nazione. Parla Gianfranco Pasquino

formiche

Intervista raccolta da Edoardo Petto per Formiche.net 30 luglio 2014

Spiazzante e dirompente. Matteo Renzi non conosce ostacoli nell’attingere per le proprie iniziative dal patrimonio culturale progressista o liberal-conservatore. Grazie al suo modo di agire spregiudicato e post-ideologico, il premier è riuscito a neutralizzare la propaganda e le argomentazioni degli avversari di destra e di sinistra.

La centralità di un “Renzi pigliatutto” potrebbe trasformare il PD in un “partito della nazione” capace di prosciugare il bacino di consensi di un centro-destra lacerato? E quali sono i rischi di tale scenario? Formiche.net lo ha chiesto al politologo Gianfranco Pasquino.

Matteo Renzi vuole creare un grande “partito della nazione” perno dell’assetto politico-istituzionale?

Faccio fatica a utilizzare il termine “partito della nazione”, un’invenzione giornalistica italiana. Altrove o in altri contesti temporali si parla di “partito del popolo” per indicare grandi forze politiche interclassiste come la Democrazia cristiana in Italia e la CDU in Germania.

Il premier vuole ricostituire una DC in forme rinnovate?

Se la sua aspirazione è questa, ritengo sia fuori tempo massimo di oltre vent’anni. Altro ragionamento vale se per “partito della nazione” si intende una formazione vasta capace di conquistare spazio in buona parte nella sinistra e in una parte del centro. La sua prospettiva originaria forse era differente. Ma all’indomani del voto europeo lo scenario politico è mutato. E il leader del PD si è adeguato. Vi è tuttavia una divergenza rispetto all’epoca della Democrazia cristiana.

Quale?

La DC utilizzava con saggezza ed elasticità il consenso e l’appoggio dei piccoli partiti laici. Allo stesso modo Renzi dovrebbe capire che forse in Sinistra e Libertà vi sono buone idee, che il Movimento Cinque Stelle è anche portatore di proposte significative, e che Scelta Civica può offrire più di quanto ha dato finora.

Con il PD di Renzi l’Italia rischia di riprodurre la “democrazia bloccata” della prima Repubblica?

Non posso dirlo ora. Lo scenario è legato a una lunga stagione di vittorie elettorali e di governo da parte dello stesso partito. Ma il premier finora ha prevalso soltanto in un voto europeo. Vedremo se e con quale percentuale – peraltro falsata dal premio di maggioranza – riuscirà a farlo nelle prossime tornate politiche.

Giocando di sponda tra destra e sinistra, Renzi potrebbe annacquare le riforme strutturali come sta accadendo nel terreno istituzionale?

Per il percorso di revisione costituzionale e della legge elettorale suggerisco di attendere il termine della “ballata estiva”. Rilevo come il nuovo Senato e il meccanismo di voto giunto all’esame di Palazzo Madama rappresentino una soluzione pasticciata, lontana dalla versione originaria concordata nel Patto del Nazareno. Accordo che sembra essere stato siglato su un pezzo di carta neanche firmato.

E per gli interventi di tipo economico-sociale?

Sinceramente non li ho visti. E faccio fatica a pensare a iniziative in tempi brevi, visto che il Presidente del Consiglio dedica il suo tempo ad altri temi. Vi è un problema di tempo e di intelligenza politica. Tengo a precisare però che la riforma del lavoro dovrebbe essere realizzata tenendo a mente le indicazioni argomentate e persuasive di Pietro Ichino. Una miscela sapiente di proposte liberali e di visione di sinistra orientata alla ricerca del lavoro dignitoso nell’equità.

Cosa devono fare le forze di centro-destra per rilanciare il loro protagonismo e rendere aperta la competizione politico-elettorale?

Nelle democrazie occidentali il governo è tanto migliore quanto più credibilmente viene sfidato da un’opposizione ricca di proposte. Nel nostro paese l’opposizione di centro-destra è profondamente divisa. Una parte sta al governo, mentre la componente maggioritaria è “posseduta” da un imprenditore vecchio nell’età e nelle idee. L’unico marchingegno per risorgere è che Silvio Berlusconi dica “Basta, adesso arrangiatevi voi”.

Elezioni primarie di coalizione potrebbero essere il punto di partenza?

Forse. La legittimazione popolare del capo del centro-destra tramite una competizione aperta rappresenterebbe lo strumento migliore per ricomporre le sue “sparse membra”