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Il Premier supervisore e i fragili equilibri

In circa tre settimane la crisi del governo giallo-verde guidato dal Professor Giuseppe Conte si è dipanata ed è giunta a compimento senza troppe complicazioni. Eppure, il passaggio dal governo Cinque Stelle più Lega al Governo Cinque Stelle più Partito Democratico appariva tutt’altro che facile e scontato. Le tensioni e le accuse reciproche nel passato sono state intelligentemente superate non soltanto per la brama di “poltrone” (alle quali, indennità aggiuntive comprese, Salvini con gli altri ministri e sottosegretari della Lega è rimasto attaccato fino all’ultimo momento), ma per l’intento di cambiare linea su molte materie importanti. Credo che, nel male e nel bene, l’Europa sia stata la discriminante. Ringalluzzito dalla sua copiosa messe di voti sovranisti, Salvini ha tirato la corda del governo e l’ha rotta. Dopo avere votato Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, il gruppo dirigente delle Cinque Stelle e il loro garante Beppe Grillo hanno tirato le somme: l’Italia ha bisogno di un rapporto serio e collaborativo con l’Unione Europea che nessuna alleanza con la Lega potrebbe mai garantire. Al tempo stesso, sia chiaro, all’Unione Europea è utile che l’Italia abbia un governo europeista fatto da persone competenti e credibili, in grado anche di dire dei no, ma soprattutto capaci di assumere impegni e di rispettarli in cambio ovviamente di sostegno alle politiche, economiche e migratorie. Nel nuovo governo, che, giustamente, il Presidente del Consiglio desidera sia definito Conte 2 per marcare la discontinuità effettiva, sono cambiati sia il Ministro degli Esteri, oggi il ridimensionato capo politico delle Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sia il Ministro dell’Economia, oggi l’autorevole europarlamentare del Partito Democratico Roberto Gualtieri, molto stimato a Bruxelles. Ad entrambi, unitamente al Commissario che l’Italia designerà, probabilmente l’ex-capo del governo Paolo Gentiloni, è affidato il compito di ristabilire una collaborazione operosa.

Nel suo insieme la compagine ministeriale presenta alcuni elementi degni di nota. Insieme alla discontinuità, ovviamente prodotta dall’ingresso dei Ministri espressione del Partito Democratico, tutti debuttanti tranne Dario Franceschini che torna ai Beni Culturali dove aveva lasciato un’impronta molto positiva, si trova la continuità in settori che ne hanno grande bisogno con la permanenza dei pentastellati Alfonso Bonafede alla Giustizia e Sergio Costa all’Ambiente. È cresciuta la presenza delle donne, ora sette, con il compito più delicato al Ministero delle Infrastrutture attribuito alla vicesegretaria del Partito Democratico Paola De Micheli. Infine, notazione non marginale, entrano al governo anche due “renziani”, Teresa Bellanova e Lorenzo Guerini, segno promettente che l’ex-segretario del PD non farà il guastatore. Il Conte 2 ha tutte le caratteristiche di un governo che mira a durare fino al termine della legislatura, il lontano marzo 2023. Ne ha certamente le potenzialità.

Pubblicato AGL il 5 settembre 2019

Governo giallorosso? Il prof. Pasquino lo promuove (e “candida” Padoan…) @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo twitter@FDepalo

Il politologo a Formiche.net: “Il Conte bis è l’unica soluzione. Il commissario italiano? Padoan sarebbe perfetto”

I moderati italiani che vogliono un governo decente hanno solo un interlocutore: il Pd. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più prestigiosi del nostro Paese e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, che affida a Formiche.net le sue previsioni sulla crisi di governo, sul respiro dell’alleanza giallorossa e sul nuovo Commissario italiano in Ue.

Perché il Conte bis è l’unica soluzione al puzzle di Palazzo Chigi?

Qualsiasi altra soluzione produrrebbe sconquassi tra le fila del Pd. Inoltre la scelta di un premier alternativo a Conte sarebbe fonte di duri scontri interni al M5s. Per cui al momento nessuno ha titoli migliori di Giuseppe Conte.

Di Maio vicepremier è una condicio sine qua non o una velleità personale?

Non so se sia velleità personale, comunque so che sarebbe un errore: è inaccettabile. In un governo di coalizione è il secondo partito che indica il vicepremier non il primo, soprattutto quando ha già indicato il capo del governo.

Il pieno mandato della Direzione dem a Zingaretti per un governo di legislatura può essere per il Segretario un’arma a doppio taglio?

Innanzitutto anche se tutti possono parlare di governo di legislatura, esso poi deve passare alla prova dei fatti: il governo naturalmente dura finché riesce a realizzare alcuni punti programmatici, ottenendo riscontri positivi dalla società e dall’Europa. Il Pd deve volere un lungo periodo per dimostrare di credere ad un esecutivo che duri di più rispetto a quello precedente. Inoltre ha bisogno di tempo, perché se dovesse ottenere i risultati auspicati allora potrà rivendicarli nelle prossime urne. Quindi vedo due condizioni basilari tra i democratici che parimenti si possono applicare al M5S.

Ovvero?

I grillini fino ad oggi hanno fatto abbastanza male, adesso devono cercare di recuperare e si sbagliano se si illudono di poterlo fare in quattro mesi. Devono augurarsi che funzionino i loro progetti, come un reddito di cittadinanza magari modificato, e ottenere qualcos’altro che sia utile in termini di visibilità del movimento. E dico con certezza che non penso alla riduzione del numero dei parlamentari.

Poco si è parlato nella crisi di governo di politica estera, tranne per il tweet trumpiano pro Conte. Ma il ruolo italiano nell’equilibrio atlantico quanto sta influendo nelle dinamiche di queste ore?

L’Italia, nonostante tutto, in Europa è un Paese importante. A livello mondiale certamente no, ma dipenderà dalla sua capacità di appoggiarsi ad un attore primario. In questo caso un appoggio con riserve a Trump è di gran lunga preferibile di uno a Putin. Se il M5s riuscirà a motivare adeguatamente cosa ha inteso ottenere con la Via della Seta, allora matureranno i buoni rapporti con la Cina, che ci occorrono dal punto di vista economico. Però è in Europa che dobbiamo fondamentalmente tornare a contare, perché in quel caso potremmo addirittura determinare che sia l’Europa a contare di più nel mondo.

Con Gentiloni commissario Ue?

Essendo stato già a capo di un governo, senza dubbio sarebbe all’altezza di quelli che immagino saranno i commissari espressi da altri paesi. Però ci sono altri nomi sul campo: chi designerà dovrebbe avere un identikit in mente. All’inizio sembrava che la Lega avesse puntato su un portafoglio economico di peso: credo che questa casella sarebbe comunque utile all’Italia, ma in quel caso non con Gentiloni. Potrebbe essere l’ex ministro dell’economia Padoan il nome perfetto.

Crede che un portafoglio economico sia più utile all’Italia rispetto a quello dell’agricoltura?

Anche l’agricoltura ci sarebbe utile, ma il portafoglio economico ci permetterebbe di contare molto di più. Se proseguiamo nel credere che l’Europa debba avere maggiore flessibilità, allora dovremmo mandare qualcuno in grado di argomentare questa tesi. Padoan ha la statura internazionale, l’esperienza ministeriale ed è noto a Bruxelles.

Calenda che dice di voler lasciare il Pd, darà vita al centro che non è riuscito a Renzi?

Renzi ha posto rimedio a quell’errore clamoroso commesso il 5 marzo del 2018, ma deve ancora giustificare la sua incoerenza. Ma da quell’errore viene fuori un qualcosa che mi pare sia positivo. Su Calenda non avrei nulla da dire, ha acquisito una posizione mediatica che mi sorprende, però sostiene tesi che non stanno né in cielo né in terra dal punto di vista della costruzione di un centro. Il Pd lo contiene già al suo interno, proprio quando nessun altro lo controlla. Forza Italia non è centro, come non lo sono Lega e Fdi. E allora dove andranno gli elettori moderati che vogliono un governo decente? Solo nel Pd.

Come rispondere a chi accusa il M5S di mettere in pratica la politica del doppio forno?

Quando un partito può permetterselo lo deve fare. In questo caso il doppio forno non c’era: il M5S ha avuto un’esperienza non positiva con la Lega e quest’ultima era anche disposta di tornare al governo. A quel punto però era chiaro che sarebbe stato imbarazzante per tutti. Per cui non c’è nulla di scandaloso nello scegliersi gli alleati: direi che è tutto normale.

Pubblicato il 28 agosto 2019 si formiche.net

La propaganda sulla Costituzione

Leggo periodicamente le grida di (finto) dolore emesse da coloro che hanno sonoramente perso il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sono quasi tutti accompagnati da vere indignate invettive contro i professoroni e soprattutto contro Gustavo Zagrebelsky, il Presidente del Comitato nazionale per il NO. Avremmo, non rispondo a nome suo, ma mi prendo la mia parte, non so quanto grande, di responsabilità, aperto la strada a infinite (non ancora finite) nefandezze. Per di più, di fronte alle nefandezze staremmo tutti zitti mentre il governo Lega-Cinque Stelle è affaccendato nella distruzione della Costituzione “più bella del mondo” (copyright non mio). Sull’aggettivo “bella” ho già variamente e ripetutamente eccepito affermando, senza timore di smentite, che non esiste un concorso di bellezza per le Costituzioni e che, se ci fosse, vincerebbe la Costituzione mai scritta, quella del Regno un tempo Unito. Dopodiché, contrariamente agli scrittori di stupidaggini seriali sul referendum, sulla Costituzione e sul governo, fra i quali annovero da qualche tempo il Direttore del “Foglio” Claudio Cerasa (si veda la sua risposta Antiparlamentarismo e silenzio dei costituzionalisti, alla lettera di un assegnista, sic, di ricerca in Diritto Costituzionale, pubblicata in prima pagina il 19 luglio), entro nel merito. Metto subito le carte in tavola. Ho scritto su tutte le tematiche attinenti il referendum costituzionale: Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Milano, Università Bocconi Edizioni, 2015) . Ho anche criticato le, spesso davvero risibili, motivazioni dei sostenitori del sì in NO positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la vita e la politica, Novi Ligure, Edizioni Epoké, 2016 .

 

Credo di essermi abbondantemente conquistato il diritto di spazientirmi a fronte di critiche fondate sull’ignoranza e sulla ripetizione di errori monumentali, squalificanti.

Primo, davvero il governo giallo-verde è il prodotto certo e inevitabile della sconfitta di Matteo Renzi nel referendum da lui pervicacemente voluto? Dunque, molti cadono nella peraltro ben nota fallacia del post hoc ergo propter hoc: quel che viene dopo dipende sicuramente da quello che è avvenuto prima. Un evento del dicembre 2016 ha condizionato, addirittura determinato un evento del marzo 2018? In quindici mesi, il Partito Democratico e il suo segretario non sono riusciti a recuperare (qua il verbo è ballerino, forse ottenere, forse conquistare) abbastanza voti per rendere quella coalizione di governo numericamente impraticabile? Certo, se qualcuno, come il segretario Renzi, mai contraddetto da nessuno del suo cerchio non proprio magico, continua a sostenere che l’intero esercito dei 40 per cento che hanno votato Sì lo hanno fatto per lui e quindi che voti erano suoi, allora ha già deragliato. È diventato irrecuperabile, ancora di più quando paragona quella percentuale con il 24 percento dei voti ottenuti da Emmanuel Macron al primo turno delle elezioni presidenziali francesi nell’aprile 2017. Però, segnala uno, non l’unico, dei giganteschi errori di Renzi (più che dei suoi seguaci): rivelare di avere trasformato il referendum sul pacchetto di riforme costituzionali in un plebiscito sulla sua persona di ineguagliabile, inarrivabile, insuperabile riformatore. Incidentalmente, ai plebisciti su persone, tutti i “veri” democratici hanno l’obbligo politico e morale di rispondere sempre e senza esitazioni NO.

 

Secondo, i sostenitori della tesi che il NO ha reso inevitabile, anzi, praticamente fabbricato il governo giallo-verde, stanno dicendo anche un’altra cosa molto grave. La campagna elettorale del PD, maldestramente guidata dal suo segretario, che non voleva che crescesse il prestigio e l’apprezzamento per il capo del governo Paolo Gentiloni, non ha saputo recuperare neanche un voto. Anzi, se la comparazione viene fatta con Bersani 2013, ha perso il 7 per cento degli elettori, quantità sostanzialmente superiore a coloro che hanno votato per LeU. Inoltre, i renziani dimenticano, non sono neppure sicuro che ne abbiano acquisito piena consapevolezza, che la coalizione Cinque Stelle-Lega non era l’unica numericamente e politicamente possibile. Infatti, Cinque Stelle e Partito Democratico avevano (probabilmente, non si possono mai prevedere tutti gli spostamenti, ancora hanno) la maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera sia al Senato. La prematura e dissennata decisione di Renzi di buttare il suo partito all’opposizione ha reso possibile, sostanzialmente inevitabile, la formazione del governo Di Maio-Salvini. Il quesito continua a rimanere questo: il governo Cinque Stelle-Lega è preferibile ad un governo Cinque Stelle-PD? Un partito che dichiara di avere una missione nazionale (remember il Partito della Nazione?) accetta senza neppure un dibattito interno, senza andare a vedere le carte e senza verificare se esistano alternative esperibili di andare all’opposizione? Per starci, poi, alquanto male, senza sapere fare l’opposizione, rivelandosi totalmente irrilevante, paralizzato dal suo due volte ex-segretario e dai parlamentari da lui nominati grazie alla Legge Rosato e maggioritari nei gruppi PD sia alla Camera sia, ancor più, al Senato. Noto tristemente come nessuno che abbia fatto notare quanti governi nelle democrazie parlamentari europee sono fatti da coalizioni fra partiti nient’affatto omogenei.

Terzo, adesso, Cinque Stelle e Lega stanno, sempre secondo i sostenitori del Sì, manomettendo la Costituzione e né Zagrebelsky né i professoroni entrano in campo per difenderla, quella democrazia rappresentativa che, secondo Cerasa, rischia di essere travolta “dalla deriva antiparlamentarista che hanno contributo a generare votando NO al referendum del 2016. Quei “professoroni “, il Chiarissimo, Altissimo, Prestigiosissimo” (sono tutti aggettivi del Dottor Cerasa) Gustavo Zagrebelsky incluso, erano stati opportunamente e immediatamente schedati da due politologi renziani della prima ora: Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo in un indimenticabile articolo: Cari Professori del NO…, pubblicato ne “l’Unità”, 27 aprile 2016, inteso a screditarli non sul merito delle riforme e delle obiezioni, ma facendo riferimento alla loro età, spesso “avanzata” e alle cariche ed onori, perfetta esemplificazione di character assassination , che è la men che positiva definizione inglese di questo modo di procedere. Vale la pena di documentarsi leggendo il commento devastante di Marco Damilano, Cari professori uscite dalla curva, tempestivamente pubblicato sul blog dell’Espresso. Non discuto delle autonomie regionali differenziate, peraltro, richieste anche dal Presidente Pd della Regione Emilia-Romagna, ma ricordo che la sinistra non ha mai capito in quale direzione stava andando rincorrendo il cosiddetto federalismo della Lega. Era un pasticcio allora, lo rimane adesso. Chi è causa del suo mal pianga se stesso (et voilà: la rima). Vado, piuttosto, sulle due riforme costituzionali già iniziate: referendum propositivo e riduzione del numero dei parlamentari. Sul primo, argomento di sicura importanza, ricordo che la riforma costituzionale renziana andava nella direzione di dare maggiore potere ai referendari. Certo, esistono notevoli differenze, ma il punto riguarda le modalità di legiferare. Le Cinque Stelle vogliono trasferire grande potere ai cittadini a scapito del Parlamento. Noto che manca la riflessione più appropriata, quella riguardante i rapporti Governo/Parlamento. In realtà, potrebbe benissimo risultare che il referendum propositivo toglie potere al governo piuttosto che al Parlamento e che parlamentari capaci e competenti saprebbero come ridefinire i compiti delle loro rispettive Camere e riconquistare il ruolo che i Parlamenti sanno essere il loro, quello che non soltanto possono, ma debbono svolgere: controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, comunicazione con la cittadinanza e, non da ultimo, last but tutt’altro che least, rappresentanza politica.

Quarto, questo sembra essere diventato il vero (o presunto) punctum dolens. Le Cinque Stelle mirano a ridurre il numero dei parlamentari con le più classiche delle motivazioni populiste: tagliare le “poltrone” per ridurre i costi (incidentalmente, espressione molto simile allo slogan della campagna renziana: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”). Dunque, scendere da 630 deputati a 400 e da 315 senatori eletti a 200. In tutto si passerebbe e da 945 eletti a 600. Ricordo che la trasformazione del Senato secondo la riforma costituzionale fatta approvare da Renzi totalmente eliminava i Senatori eletti dai cittadini (ci sarebbe qualche technicality aggiuntiva qui, ma il ragionamento tiene lo stesso), recuperandone 95 provenienti dai Consigli regionali più i cinque senatori a vita, davvero “cavoli a merenda”. In tutto da 945 parlamentari eletti si sarebbe scesi a 630 più 100, con la classica motivazione populista (e un di più di decisionismo accattone): meno poltrone, meno costi, i senatori di provenienza regionale non avrebbero avuto nessuna indennità, ma solo il rimborso delle spese. Quanto alla rappresentanza è subito opportuno ricordare che non è mai solo faccenda di numeri. La più potente assemblea legislativa e rappresentativa al mondo è senza dubbio alcuno il Senato degli USA. La rappresentanza dipende in misura sostanziale dalla legge elettorale, dalle modalità con le quali i rappresentanti sono eletti e possono essere rieletti. Da questo punto di vista, il vero vulnus, anzi, il colpo mortale alla rappresentanza politica viene, da un lato, dall’eventuale, ancorché fondamentalmente impossibile da praticare, vincolo di mandato, dall’altro, dai limiti ai mandati elettivi.

Ciò detto, dovrebbe essere evidente a tutti che la Legge Rosato con le sue liste bloccate è fatta apposta per rendere impossibile la buona rappresentanza politica. Altre erano le sue priorità. Gli eletti sapranno di dovere la loro carica (chiedo scusa, poltrona) a chi li ha candidati/e e messi in lista nelle posizioni più eleggibili, certamente, non agli elettori di fronte ai quali non avranno nessun interesse e nessun incentivo a tornare per parlare di politica (della vita reale), spiegando quel che hanno fatto, non fatto, fatto male. Eravamo addirittura arrivati al punto di ascoltare dalla voce del Ministro Boschi che i capilista bloccati (più spesso che no paracadutati, come lei stessa sarebbe stata a Bolzano nel 2018), nominati dal segretario del partito, acquisivano il ruolo di “rappresentanti del collegio”. Fin da subito sostenni che erano, invece, i commissari del (segretario del) partito. Insomma, il combinato disposto della profonda trasformazione del Senato, con i nuovi senatori che avrebbero rappresentato non i cittadini delle rispettive regioni, ma i partiti di quelle regioni, vale a dire del suo sostanziale depotenziamento in termini di rappresentanza e di capacità di controllo sull’operato del governo e sulle leggi dal governo proposte/imposte, con la legge elettorale, fosse l’Italicum sia la Legge Rosato, incideva gravemente sulla rappresentanza politica. Con qualche sospiro e un’alzata di spalle i renziani, ma anche un numero impressionante di commentatori politici, giornalisti e professori anche di scienza politica, raccontavano la favola del trade-off: bisogna rinunciare a un po’ di rappresentanza per avere un tot di governabilità (garantita anche da un cospicuo premio di seggi). Alla faccia di coloro che pensano, con notevoli pezze d’appoggio, che la buona, ampia, diversificata rappresentanza politica è la premessa, il fondamento irrinunciabile della governabilità, di qualsiasi governabilità.

No, la riduzione del numero dei parlamentari, magari giustificata con la necessità di maggiore e migliore efficienza, da un lato, non è di per sé un attentato alla democrazia, dall’altro, però, esige una apposita legge elettorale di cui non v’è traccia nel disegno (esagero complimentosamente) riformatore delle Cinque Stelle, del governo giallo-verde. Certo è che le critiche dei renziani e di tutti coloro che hanno sostenuto le riforme del loro capo sono semplicemente opportunistiche e inaccettabili. Le riforme delle Cinque Stelle si muovono sullo stesso terreno. Possono essere contrastate, e lo saranno, con le argomentazioni usate dai sostenitori del NO. Questo è esattamente quanto, se diventerà necessario, cercherò di fare, insieme ai moltissimi “partigiani buoni”, nello spazio che riuscirò a conquistarmi. Nel frattempo, mi auguro, senza farmi illusioni, che i produttori seriali di stupidaggini costituzionali imparino qualcosa e cerchino di essere un po’ più originali e attenti alla realtà effettuale (Machiavelli).

Pubblicato il 25 luglio 2019

È possibile immaginare un altro PD

Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.

Pubblicato AGL 10 luglio 2018

Perchè stare a guardare è roba da irresponsabili

La Direzione del Partito Democratico aveva un sacco bello di domande politicamente rilevanti alle quali rispondere. Ha deciso, quasi all’unanimità, sette astenuti soltanto, di evaderle. Però, è riuscita, nuovamente quasi all’unanimità, a rispondere a una domanda che nessuno ha ancora fatto. In assenza del segretario Renzi che, per correttezza politica, avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni al più importante organismo del suo partito, spiegando perché erano necessarie e doverose, la Direzione le ha accettate senza batter ciglio. L’accettazione è stata sanzionata da un inutile tweet di Gentiloni che ha lodato “lo stile e la coerenza politica” di Renzi, facendo finta di non avere letto l’intervista di Renzi al “Corriere della Sera” nella quale figuravano in maniera prominente le critiche al Presidente del Consiglio, il cui governo non avrebbe neppure dovuto nascere dopo la batosta referendaria, e al Presidente della Repubblica.

In altri tempi in altri partiti, dopo una pesante sconfitta elettorale, due milioni e mezzo di voti persi dal 2013 al 2018, più di sette milioni se Renzi continua a intestarsi il perdente bottino del “sì” al referendum costituzionale del dicembre 2016, la Direzione si sarebbe chiesta dove sono finiti quei voti, se si poteva/doveva fare una campagna elettorale meno personalizzata, se, invece, di parlare di squadra a due punte, in realtà relegando Gentiloni al ruolo di “spalla”, non fosse stato preferibile valorizzare quanto fatto dal governo. Avrebbe cercato di capire che tipo di partito è diventato il PD: forte nelle città medio-grandi debolissimo nei comuni relativamente piccoli; molto votato dalle fasce medio-alte per reddito e istruzione, abbandonato dai settori popolari; evanescente fra gli elettori al di sotto dei 40 anni, presente in maniera cospicua fra gli ultrasessantenni. Il vice-segretario Martina ha accuratamente evitato di discutere di tutto questo che implicherebbe anche una critica severa a un partito divenuto personalista e una ricerca vera di un modello di partito diverso, con qualche radicamento territoriale. Che siano state le candidature paracadutate almeno in parte responsabili dell’emorragia di voti? No, la Direzione di questo tema mondano non si è occupata anche perché avrebbe portato con sé una qualche riflessione sulle modalità di scelta delle candidature e quindi sulla responsabilità non solo del segretario dimissionario, ma anche dei suoi collaboratori, tutti rieletti, seduti nelle prime fila. Nulla dirò sulla legge Rosato per non sentire come replica un sospiro e il lamento: “ah, avessimo avuto l’Italicum…” che non discuto in quanto ad esito, quasi sicuramente non favorevole al PD, ma in quanto alla qualità: cattiva legge elettorale. La Direzione non si è neanche interrogata sui più che mediocri risultati delle piccole liste coalizzate: Civica Popolare del ministro Lorenzin, Insieme dei prodiani, +Europa di Emma Bonino.

Lasciate inevase le domande politiche che segneranno comunque i problemi che il PD in quanto partito dovrà affrontare per non scomparire, la Direzione ha dato una risposta secca e sommaria ad una domanda che non è ancora stata rivolta agli organi statutari: “staremo all’opposizione”. A prescindere momentaneamente da qualsiasi altra considerazione, il verbo è sbagliato. Poiché attualmente il PD è al governo con Gentiloni e con un pacchetto di ministri importanti, il verbo giusto è “andremo” all’opposizione. La giustificazione di questo comportamento a futura memoria è semplicemente stupida: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Sicuramente, non sono stati gli elettori che hanno votato Partito Democratico a mandarlo all’opposizione. Anzi, votandolo speravano riuscisse a rimanere al governo. È tuttora probabile che gli elettori del PD desiderino che il partito protegga e promuova le loro preferenze, i loro interessi, addirittura i loro ideali con impegno, con “umiltà e coesione politica” (seconda parte del tweet di Gentiloni che, evidentemente, sta già sognando un altro partito .

In una democrazia parlamentare multipartitica chiamarsi pregiudizialmente fuori dalle procedure, consultazioni e confronti programmatici, che conducono alla formazione di un governo, rifiutare il proprio apporto, annunciare un’opposizione preconcetta è un atteggiamento che ho definito “eversivo”. Nel frattempo, già più di una volta, il Presidente Mattarella ha richiamato tutti al senso di responsabilità. Esiste una responsabilità nei confronti dei propri elettori, ma c’è anche una responsabilità superiore, quella nei confronti della democrazia parlamentare: responsabilità nazionale. Chi si rifiuta di contribuire alla soluzione del rebus prodotto dai partiti e dai loro dirigenti agevolati da una pessima legge elettorale che ha dato loro troppo potere a scapito di quello degli elettori è irresponsabile. Se rende impossibile qualsiasi soluzione il suo comportamento merita di essere definito eversivo.

Pubblicato il 14 marzo 2018

La modesta calidad de la democracia italiana #elindependiente

Sergio Mattarella, el Presidente de la República italiana

Como ha sucedido en muchas elecciones de los últimos dos o tres años en países importantes, como en el referéndum del Brexit en el Reino Unido, las presidenciales en Estados Unidos, las francesas en las que venció Emmanuel Macron, o las celebradas en Alemania, también las elecciones italianas del 4 de marzo 2018 presentan oportunidades y riesgos.

Los riesgos superan a las oportunidades, si hacemos caso de una mayoría de comentaristas italianos. Personalmente creo que las instituciones de la democracia italiana y los responsables institucionales, en particular el Presidente de la República y el Tribunal Constitucional, podrán hacer frente a los riesgos y optimizar las oportunidades.

El primer riesgo, y el más probable, es que ninguna de las tres coaliciones -según el orden en el que están situadas en los sondeos: el centro derecha; el Movimiento 5 Estrellas; y el Partido Democrático y sus pequeños aliados- obtendrá la mayoría absoluta en escaños en el próximo Parlamento. Añado que ninguno se merece esta mayoría absoluta.

El presidente de la República, Sergio Mattarella, tendrá entonces que elegir a quien considere capaz de formar una coalición de gobierno. Sería la oportunidad de dejar de lado a Matteo Renzi, otra vez derrotado, y a Silvio Berlusconi, que lleva demasiado tiempo en la escena política y que además no podrá optar a ningún cargo debido a una condena por fraude fiscal.

El segundo riesgo para el sistema político es que el Movimiento 5 Estrellas sea el más votado y obtenga el mayor número de escaños, si bien no sean suficientes para llegar a la mayoría absoluta. Sería la oportunidad de ver a los 5 Estrellas obligados a reconocer la necesidad de encontrar aliados con los que tejer una coalición, basada en un programa compartido, por ende pactado, que no podrá reflejar integralmente su ideario.

El tercer riesgo es que gane el centro derecha liderado por Berlusconi -que increíblemente cuenta con el apoyo de los populares europeos- sin que él tampoco tenga la mayoría absoluta de los escaños. Obligado a buscar apoyos en el Parlamento, y si los votos que necesita son pocos, Berlusconi podría encontrar apoyos entre los diputados de los partidos más pequeños, entre los desencantados de los 5 Estrellas o, en menor medida, en el Partido Democrático, cuyos diputados ya ha definido como “apuntaladores”.

Con tal de no volver a votar en breve, lo que pondría en riesgo su recién ganado escaño, un buen número de diputados podría dejarse seducir por las sirenas de Berlusconi. Como alternativa, Berlusconi podría apostar por una gran coalición de “amplios acuerdos” (aunque los números parecen indicar que estos acuerdos podrían no ser suficientemente amplios) con el Partido Democrático de Renzi.

En virtud de la nueva ley electoral, tanto Berlusconi como Renzi han podido elegir a todos sus diputados y senadores. Ellos saben a quién le deben su escaño actual, a quién tendrán que pedirlo mañana para volver a ser reelegidos, y podrían acabar aceptando una coalición Berlusconi-Renzi, pero ¿quiénes se sumarían?

Las oportunidades de esta potencial tercera solución son difíciles de evaluar. Los anteriores gobiernos de Berlusconi no fueron en absoluto satisfactorios y terminaron en 2011 de forma dramática y repentina. El senador Mario Monti se hizo cargo de un gobierno independiente de los partidos.

Ni siquiera el mandato agresivo y antagónico de Matteo Renzi puede ser juzgado de forma positiva. Al contrario, en virtud de sus defectos y límites, ha podido beneficiar a su sucesor, Paolo Gentiloni, que no ha hecho nada nuevo o relevante, pero ha tenido un estilo de gobierno para nada irritante o urticante, más bien tranquilizador.

De este modo, la oportunidad podría presentarse con la continuación de la experiencia de gobierno de Gentiloni, un ex democristiano. Sería el garante, para los europeos y en particular para el descuidado presidente de la Comisión Jean-Claude Juncker, de que habrá -por lo menos durante un tiempo- un gobierno de continuidad y “operativo”. Esta última opción es la más difícil de poner en práctica pero a su vez podría aglutinar el consenso de casi todos los partidos y de una consistente mayoría de los diputados.

Desde hace más de 20 años, todos los presidentes de la República italiana han ejercido un papel político e institucional decisivo. Lo han hecho de manera sabia frente a un sistema político sustancialmente desestructurado, con partidos personalistas, mal dirigidos e incapaces de proponer programas de largo recorrido.

Aunque el presidente Mattarella no querrá admitirlo y seguirá insistiendo que todos los gobiernos son “políticos”, desde su autoridad podría llegar a indicar a los partidos qué gobierno deben apoyar, nombraría al presidente del Gobierno e inspiraría los nombres de ministros valedores de áreas culturales y no tanto de partidos específicos. Serían personalidades competentes, capaces de tener las riendas de la economía y de formular una verdadera política europea/europeísta. Un “gobierno del presidente”, al fin y al cabo.

De nuevo, este “gobierno del presidente” tendrá que enfrentarse a la tremenda asignatura pendiente: una reforma de la pésima ley electoral en vigor que es parte del problema y no ha sabido ofrecer una solución aceptable para las coaliciones, los candidatos al Parlamento o la formación de un gobierno.

Los escenarios aquí dibujados son todos plausibles y factibles. Ninguno contempla un descarrilamiento populista, autoritario ni el colapso de la democracia en Italia. De todas formas, la política italiana continuará siendo fea y la calidad de la democracia seguirá siendo modesta. Ambas reflejan una sociedad que, en su conjunto, no consigue expresar nada mejor.

Gianfranco Pasquino es profesor emérito de Ciencia Política en la Universidad de Bolonia. Autor de Final de partida El ocaso de una república (2013), Partidos, instituciones y democracia (2014) y Deficit democratici (2018). Junto a Norberto Bobbio y Nicola Matteucci es codirector del Diccionario de Política.

Publicado el 3 de Marzo de 2018 EL INDEPENDIENTE

 

Italiani, eccolo il Governo che vi state meritando

Quando conteremo i voti scopriremo che il 40 per cento di voi che avete votato hanno scelto l’usato sicuro (sicuro di cosa: delle bugie, delle inadempienze, della crescita del debito pubblico?) e l’ex-rottamatore (rottamatore di idee, di competenze, di culture politiche, mai dei suoi imbarazzanti collaboratori). Scopriremo anche che il 25/30 per cento di voi hanno delegato, colpevolmente, la scelta dei nuovi parlamentari a chi è andato votare. Pur comprendendo la loro insoddisfazione, irritazione, delusione per la politica com’è praticata in Italia, quegli astensionisti cronici o occasionali debbono essere severamente rimproverati. Hanno comunque perso il diritto di continuare nella critica, spesso qualunquistica, a politica e politici. Sono anche loro con il non-voto responsabili di quello che va male in Italia. Insomma, in un sistema politico nessuno può chiamarsi fuori, fare l’anima bella e dire che è colpa degli altri -meno che mai, naturalmente, che è colpa dell’Europa alla quale, anzi, dobbiamo riconoscere il diritto di criticarci e di auspicare, come ha fatto, persino troppo timidamente, Jean-Claude Juncker, “un governo operativo”. Ha ragione. Anche molti di noi vorremmo un governo, non solo operativo, ma fatto di persone decenti, in grado di dare rappresentanza alle preferenze dei cittadini e persino ai loro interessi (una scuola davvero buona, un mercato del lavoro flessibile e accogliente, una politica dell’immigrazione con filtri e controlli, la sicurezza nella legge), in grado di governare non a colpi di arroganza e di “teatro”, ma con una visione orientata dalla consapevolezza che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia non andrebbe da nessuna parte tranne che a fondo nel Mediterraneo.

Rosi dalle loro differenze interne sia la coalizione di centro-destra sia il PD e i suoi alleati cespugli non offrono granché come stabilità e progettualità. Né si può pensare ad un governo pentastellato con Di Maio (insieme a Grillo e Casaleggio) costretto a dedicare tutto il suo tempo a verificare gli scontrini delle spese e delle restituzioni e a comminare espulsioni a destra e a manca, ma anche al centro. Insomma, la palla passa al Presidente della Repubblica Mattarella che, felpato almeno quanto Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio che, seppur necessariamente dimissionario, rimarrà in carica (proprio come Angela Merkel) fino alla formazione del prossimo governo, s’inventerà una soluzione politica secondo il dettato costituzionale: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio” (che, dunque, lo scrivo per chi ancora non lo sa, non è “eletto dal popolo”). No, non è vero che il paese reale starà meglio senza governo. No, non è vero che governare gli italiani è impossibile. Non è neanche inutile. È doveroso. Senza governo si ha soltanto galleggiamento, mentre è opportuno che qualcuno sia al timone. La barca non va mai avanti da sola, finisce per girare su se stessa.

Dovremo attenderci un “governo del Presidente”? e di quale Presidente? Del Presidente della Repubblica? Non sembra questa la propensione di Mattarella che, invece, cercherà la persona (non necessariamente un uomo) che sappia costruire e tenere insieme una coalizione in grado di durare e di governare, anche viceversa: governare e durare. I numeri (dei seggi in Parlamento) contano, ma bisogna avere anche i “numeri”politici, quelli che solo l’esperienza e la competenza garantiscono. Sarà il Presidente della Corte Costituzionale, come in nessuna, ma proprio nessuna democrazia parlamentare, è mai avvenuto? Oppure tornerà fra di noi, il figliol prodigo Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, le cui competenze politiche sono ignote ai più, a tutti? Credo che se ne guarderebbe bene. Avremo bisogno del neo-Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Taiani, facendo la classica figuraccia italiana: preferire una carica nel proprio paese a un ruolo importante nelle istituzioni europee? Sono convinto che, alla fine, Mattarella ci consegnerà un governo politico dopo avere escluso i più divisivi degli ambiziosissimi leader in campo e avere esercitato la sua fantasia e, mi auguro, anche la sua moral suasion. Sarà, comunque, un governo che noi italiani, certo con responsabilità differenziate, ci siamo meritato. Purtroppo, anche con la pessima legge elettorale firmata dal piddino Rosato, non adeguatamente contrastata dai grandi opinionisti dei grandi quotidiani e dai conduttori/trici dei meno grandi talk show, il Parlamento lo abbiamo eletto noi e, seppure indirettamente, è sui nostri voti che si costruirà un governo.

Pubblicato il 1 marzo 2018 su ITALIANItaliani