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Banchieri incostituzionali. Non mettete la Costituzione nelle mani dei banchieri!

La terza Repubblica

L’avv. Giovanni Bazoli, presumo laureato in Giurisprudenza, che cita come suo maestro il giuspubblicista Feliciano Benvenuti, riesce a definire per tre volte “perfetto” il bicameralismo italiano (Al referendum meglio votare Sì. O dovremo dire addio alle riforme, Corriere della Sera, 14 luglio, p. 15). L’intervistatore, Aldo Cazzullo, non lo può correggere dato che anche lui usa il termine perfetto in una domanda. Naturalmente, la Costituzione non si riferisce mai al bicameralismo con l’aggettivo perfetto che potrebbe essere correttamente utilizzato per definire il funzionamento di una struttura (ma allora sarebbe davvero da stupidi riformare una struttura che funziona in maniera “perfetta”). Se non si vuole confondere il funzionamento con la struttura, allora, strutturalmente, il bicameralismo italiano è paritario, indifferenziato, simmetrico. Comunque, non solo il Bazoli si dice favorevole alle riforme, ma cita solo quella del bicameralismo senza spiegare perché sarebbe buona, utile, in grado di fare funzionare meglio il sistema politico.

Come altri che ne sapevano/sanno poco quanto lui, non è convinto dalla bontà della legge elettorale rispetto alla quale inanella una serie di strafalcioni da fare invidia a molti degli stessi proponenti e difensori dell’Italicum. Sostiene che il premio di maggioranza sarebbe del 15 per cento (e lo considera non “ragionevole”) con riferimento ad un 40 per cento (nella versione iniziale un cervellotico 37,5 non, come dice Bazoli, 37) che nessun partito, da solo, riuscirà a conseguire. Il premio va parametrato sul voto sincero al primo turno cosicché, se chi vince al ballottaggio aveva ottenuto il 30 per cento al primo turno, il suo premio in seggi sarà del 25 per cento, un premio ancora meno ragionevole. Afferma, come altri prima di lui, per esempio, Eugenio Scalfari, che persino la legge truffa sarebbe preferibile poiché attribuiva un premio di 5 punti alla coalizione che avesse “conquistato la maggioranza assoluta dei voti”. Giusto il premio alla coalizione giunta alla maggioranza assoluta, ma quel premio non era affatto di 5 punti bensì consegnava a quella coalizione i due terzi dei seggi, quindi con un premio variabile, fino al 16 per cento circa.
Anche Bazoli si dice favorevole al doppio turno francese in collegi uninominali, sostenendo che fu “escogitato” in una non meglio definita “fase di transizione dal proporzionale al maggioritario”. Non so che cosa significhi “fase di transizione”, ma dà l’idea di un periodo di tempo non breve. So che il sistema maggioritario, fortemente voluto da de Gaulle, accompagnò l’instaurazione della Quinta Repubblica, e fu immediatamente utilizzato senza nessuna transizione. Infine, Bazoli si esibisce anche su uno scenario controverso fatto balenare da Renzi e dai renziani di tutte le ore.

Perso il referendum che il giovane Premier ha un “pochino” personalizzato, non si potrebbe neanche andare alle urne (a parte che non è chiaro perché si “dovrebbe” andare alle urne: la legislatura finisce nel febbraio 2018). “Il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale. Il Presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere”. Il Presidente della Repubblica non ha nessuna necessità di sciogliere le Camere a meno che, in maniera proterva e dissennata, il Partito democratico non impedisca la formazione di un nuovo governo. Il resto anche Bazoli potrebbe affidarlo ai parlamentari e alla loro coscienza e scienza (sic). Potrebbero fare rivivere con due tratti di penna il Mattarellum (che tanto caro fu al Presidente Mattarella, o no? ) oppure intervenire sull ‘Italicum dalle molte magagne tardivamente scoperte oppure impiegare il loro tempo ad importare il doppio turno francese senza introdurvi clausolette furbacchiotte. Politici decenti non creano e non approfondiscono “drammatiche crisi istituzionali”. Offrono soluzioni praticabili.

Pubblicato il 14 luglio 2016

Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei Parlamenti democratici

viaBorgogna3

È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.

La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.

Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.

tabella

Gianfranco Pasquino e Riccardo Pelizzo

Pubblicato i 3 giugno 2016

#RadioRadicale Intervista Gianfranco Pasquino sul Referendum costituzionale

L’intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo è stata registrata in collegamento telefonico da Chicago domenica 8 maggio 2016 alle ore 10:48. La registrazione audio ha una durata di 7 minuti.

“Siamo in collegamento con il professor Gianfranco Pasquino dagli Stati Uniti per parlare delle delle riforme in particolare della proposta radicale di sottoporre i referendum confermativo a diversi diversi quesiti referendari perché il corpo elettorale probabilmente potrebbe giudicare diversamente diversi passaggi della riforma costituzionale in un referendum confermativo diviso per parti …”

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