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Per chi suona la fisarmonica del Capo dello Stato @formichenews

Partiti deboli e divisi saranno costretti a lasciare spazio al Presidente sia nella formazione del governo sia nello scioglimento o no del Parlamento. Partiti forti e compatti diranno al Presidente se e quando sciogliere il Parlamento e chi nominare presidente del Consiglio e ministri. Meloni non ha nessun titolo, oggi, per dire a Mattarella che deve nominarla. Il commento di Gianfranco Pasquino Accademico dei Lincei e autore di Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022)

La fisarmonica (del Presidente della Repubblica) non è affatto, come ha perentoriamente scritto Carlo Fusi (28 agosto), un “funambolismo tutto italiano e rappresentazione tra le più eclatanti della crisi di sistema in atto”. Al contrario, è una metafora delle modalità elastiche del funzionamento delle democrazie parlamentari che consentono di analizzare, capire, spiegare al meglio il ruolo del Presidente della Repubblica italiana ieri, oggi e, se non sarà travolto dal pasticciaccio brutto del presidenzialismo diversamente inteso dal trio Meloni-Salvini-Berlusconi, domani.

   In sintesi, definiti dalla Costituzione, dalla quale non è mai lecito prescindere, i poteri del Presidente della Repubblica italiana, l’esercizio di quei poteri dipende dai rapporti di forza fra i partiti in Parlamento e il Presidente, la sua storia, il suo prestigio, la sua competenza. Partiti deboli e divisi saranno costretti a lasciare spazio al Presidente sia nella formazione del governo sia nello scioglimento o no del Parlamento. Partiti forti e compatti diranno al Presidente se e quando sciogliere il Parlamento e chi nominare Presidente del Consiglio e ministro. Meloni non ha nessun titolo, oggi, per dire a Mattarella che deve nominarla. Se ci saranno i numeri, ovvero una maggioranza assoluta FdI, Lega e FI, dovranno essere Salvini e Berlusconi a fare il nome di Meloni a Mattarella, aggiungendo che non accetteranno nessuna alternativa.

   Certo, il Presidente chiederà qualche garanzia europeista, ma non potrà opporsi al nome. “Crisi di sistema in atto”? O, piuttosto, funzionamento da manuale di una democrazia parlamentare nella quale il governo nasce in Parlamento e viene riconosciuto e battezzato dal Presidente? Verrà anche sostenuto dalla .sua maggioranza parlamentare e sarò operativo quanto il suo programma e i suoi partiti vorranno e i suoi ministri sapranno. Quel che dovrebbe essere eclatante è la constatazione che nessun presidenzialismo di stampo (latino) americano offre flessibilità. Anzi, i rapporti Presidente/Congresso sono rigidi. Il Presidente non ha il potere di sciogliere il Congresso che, a sua volta, non può sfiduciare e sostituire il Presidente. Nel passato, spesso, l’uscita dallo stallo era un golpe militare.

    Nessuna legge elettorale, nemmeno l’apprezzatissima Legge Rosato, può rendere elastico il funzionamento del presidenzialismo che, come abbiamo visto con Trump, ha evidenziato molti degli elementi più eclatanti di una crisi di sistema. Altro sarebbe il discorso sul semipresidenzialismo, da fare appena i proponenti ne chiariranno i termini e accenneranno ad una legge elettorale appropriata. Nel frattempo, sono fiducioso che in vista del post-25 settembre il Presidente Mattarella stia diligentemente raccogliendo tutti gli spartiti disponibili e facendo con impegno e solerzia tutti i solfeggi indispensabili per suonare al meglio la sua fisarmonica. Altri saranno i cacofoni.

Pubblicato il 30 agosto 2022 su Formiche.net

Un sistema fragile appeso agli uomini della provvidenza @DomaniGiornale

Quando in un sistema politico due sole persone vengono ritenute capaci di svolgere i compiti più importanti: Presidente della Repubblica e capo del governo c’è un problema. Quando entrambi avevano annunciato di avere aspettative e prospettive diverse, Draghi il Quirinale, Mattarella la vita privata, e hanno dovuto rinunciarvi, il problema è ancora più grave. Da potenziale king, sembra che Draghi si sia sentito obbligato a trasformarsi in kingmaker convincendo Mattarella a lasciarsi incoronare per salvare il governo delle forse troppo larghe intese e consentirne l’essenziale prosecuzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non posso unirmi a lodi sperticate e talvolta ipocrite sul senso di responsabilità di entrambi. Valutazioni diverse e esiti diversi, nient’affatto peggiori, erano sicuramente possibili. Credo che adesso Draghi e Mattarella dovrebbero riflettere sulle loro azioni, forse errori, e sulle conseguenze prossime e future.

   Davvero in Italia, nella sua politica, non c’erano alternative? Non si trovava un altro capo del governo in sostituzione di Draghi? Non esisteva un altro uomo/donna delle istituzioni in grado di succedere a Mattarella? Sarebbe gravissimo. Non sono gli scontri, le inadeguatezze, le incapacità dei parlamentari e dei loro partiti a segnalare quello che troppi definiscono una crisi di sistema e invece è la fisiologia della democrazia parlamentare italiana. Tutti gli inconvenienti sono da tempo tanto noti quanto, con pazienza (virtù che i mass media non sanno praticare), faticosamente e almeno parzialmente, rimediabili. La crisi di sistema è clamorosa, ancora incombente, potenzialmente esplosiva specialmente quando il sistema è appeso all’esistenza di due e due sole personalità. Non basta, come ha detto a caldo il rieletto Presidente Mattarella, garantire “l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini”. “Vaste programme” sosterrebbe un altro grande Presidente, Charles de Gaulle, che, peraltro, ebbe e utilizzò notevoli poteri esecutivi. Bisogna capire in che modo interpretarle, sapendo che il Presidente della Repubblica difficilmente riesce ad andare oltre la classica moral suasion (lasciando il tempo che trova).

Uscito indebolito dalle elezioni presidenziali, le tensioni dentro la sua maggioranza essendo cresciute, Draghi avrà molti problemi a governare a maggior ragione se i partiti daranno inizio alla danza della fibrillazione elettorale. Frequente diventerà il ricorso ai decreti e pesante lo schiacciamento del Parlamento le cui decisioni (sic) Mattarella afferma di avere voluto rispettare. Vorrà/saprà il Presidente rieletto contribuire al ristabilimento di un equilibrio positivo fra governo e Parlamento? Oppure Draghi continuerà come uomo un po’ più solo , con diminuito consenso, approfittando dello stato di necessità e contando sul sostegno di Mattarella? La ripartenza di entrambi mi pare poco promettente e tutta in salita.

Pubblicato il 3 febbraio 2022 su Domani

Voto a distanza per il Quirinale, due richieste a Fico. Scrive Pasquino #Elezione #Quirinale

Non riesco a capire come in un Paese impegnato pancia a terra nella transizione digitale i tecnici del Parlamento (grazie dell’immediata smentita: problema non tecnico, ma partitico/politico) non siano in grado di garantire la segretezza del voto e il suo esercizio a distanza. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Ho sempre pensato e scritto che quando in Parlamento si vota su persone, ad esempio, nel caso delle autorizzazioni a procedere, il voto deve essere segreto. Nel caso della Presidenza della Repubblica, la segretezza è indispensabile per due ragioni. Da un lato, è imperativo proteggere il parlamentare dalle eventuali rappresaglie dei candidati, spesso potenti, non votati; dall’altro, quasi egualmente, se non più, importante, non si deve consentire a nessun parlamentare di trarre vantaggi dall’esibizione del suo voto. Semmai, sarà lui stesso a dichiarare, forse non solo a beneficio (sic) dei suoi elettori e dell’opinione pubblica, ma anche con l’obiettivo di ottenere ricompense più o meno improprie, per chi ha votato e perché. Meglio se potesse farlo in quanto rappresentante di un collegio uninominale dove gli elettori potrebbero premiarlo/punirlo.

   Chiederei al Presidente della Camera Fico, nella speranza che la Sen. Casellati sia d’accordo, di eliminare i catafalchi e di imporre a tutti i parlamentari senza eccezione alcuna di depositare nel guardaroba i loro cellulari, come si faceva nel West con le pistole per accedere al saloon, prima di ricevere la scheda per il voto. Una seconda richiesta mi pare assolutamente ineludibile: il voto si esprime unicamente scrivendo il solo cognome del candidato/della candidata. Nessuna operazione fantasiosa: nome prima del cognome; nome “puntato”; nome dopo il cognome et al., a beneficio di “coloro che sanno”. Debbono cadere tutte le possibilità di controllo da parte del segretario del partito, del capo corrente, degli amici dei candidati, dei loro sostenitori, non soltanto quelli impegnati nelle telefonate, immagino, non osando pensare che si tratti di voto di scambio, tutte di cortesia, ma anche di tutti gli iperzelanti.

   Non riesco a capire come in un paese impegnato pancia a terra nella transizione digitale i tecnici del Parlamento (grazie dell’immediata smentita: problema non tecnico, ma partitico/politico) non siano in grado di garantire la segretezza del voto e il suo esercizio a distanza. Al contrario, sono convinto che i deputati e i senatori-questori siano disponibili, unitamente ai parlamentari stessi, ad attivarsi, se non l’hanno ancora fatto, e a procedere immediatamente per dotarsi dell’apparato tecnologico che consenta il voto a distanza e salvaguardi la sua segretezza. Concludo brevemente con una considerazione cruciale.

    La rappresentanza politica si esprime anzitutto e soprattutto partecipando alle attività del Parlamento, in Commissione e in Aula, e votando. Favorevoli, contrari, astenuti. Non partecipare alle votazioni non è una scelta apprezzabile. Disprezzabile, invece, lo scrivo proprio con questo aggettivo, è il comportamento di uscire dall’aula, non in segno di indignazione e disapprovazione, ma per imposizione del proprio capo partito, per sfuggire alla” tentazione” di palesarsi come franca tiratrice (è il mio cedimento al politicamente corretto). Mi domando, però, se votando su persone, non su punti programmatici del proprio partito o del governo che si sostiene, sia accettabile che coloro che votano in maniera difforme rispetto ai dettami di partito vengano bollati e screditati. Senza esitazioni rispondo no. Questi dissenzienti esprimono, talvolta malamente, ma in assenza di meglio, un parere diverso. Non sono franchi tiratori (e neppure franche tiratrici).

Pubblicato il 17 gennaio 2022 su Formiche.net

“Lettera ai partiti che non sanno come funziona il Parlamento” Da #Draghi @DomaniGiornale

Cari partiti,

ho ricevuto la vostra letterina di fine anno e l’ho letta attentamente. Dalla qualità delle critiche ho subito capito che non è stata scritta dai vostri segretari, scarsi frequentatori del Parlamento, tranne quando c’è una television opportunity, e quindi poco conoscitori del suo funzionamento e della sua dinamica.

Avete ragione a lamentarvi della compressione del Parlamento, ma non dipende essenzialmente da me, ma dai vostri capigruppo e dai vostri stessi rappresentanti. L’ordine del giorno e i tempi dei lavori parlamentari vengono decisi da loro e dalle due assemblee. Il fatto è che nei vostri gruppi mancano le competenze (i parlamentari sono stati da voi selezionati in base al tasso di obbedienza, no, non fatemi scrivere di servilismo, al leader di turno, non con riferimento alle necessarie competenze) e le esperienze. Dunque, i capigruppo non conoscono i precedenti e fanno molti errori. Molti parlamentari hanno la tendenza a scrivere emendamenti che sono sostanzialmente messaggi ai gruppi esterni che hanno sponsorizzato la loro candidatura e spesso convogliato le indispensabili preferenze. Per lo più quegli emendamenti sono inutili e sbagliati, ma insieme agli errori risultano costosissimi in termini di tempo e qualche volta inevitabilmente richiedono l’apposizione del voto di fiducia per farli cadere tutti e in blocco.

Quanto ai tempi, è vero che la legge finanziaria ha, da qualche tempo, la tendenza ad “approdare” nelle commissioni apposite quasi in zona Cesarini, ma è altrettanto vero che talvolta sono i vostri parlamentari a fare mancare il numero legale per iniziare la discussione. Comunque, trovo curioso che, soprattutto i parlamentari di maggioranza, ovvero tutti meno i pochissimi deputati e senatori di Fratelli d’Italia, non vengano previamente informati dai loro ministri e sottosegretari e non ottengano da loro i giusti suggerimenti su quello che è controverso o che è ancora possibile cambiare e migliorare.

Purtroppo, siete un po’ tutti voi e i vostri giuristi di riferimento prigionieri di una falsa concezione del ruolo del Parlamento il cui compito principale non è fare le leggi, ma dare rappresentanza ai cittadini (non esattamente quello che fanno le vostre pessime leggi elettorali) e controllare il governo, che significa cogliere i punti deboli non solo delle leggi di origine governativa, valutare come e quanto sono attuate e con quali inconvenienti da risolvere il prima possibile. Anche a questo proposito esperienza e competenza sarebbero decisive. In quella che voi e i giornalistoni impropriamente chiamate Prima Repubblica esistevano entrambe. Non le creerete con i limiti ai mandati e con la riduzione del numero dei parlamentari.

Un test importante delle vostre capacità sarà l’elezione del Presidente della Repubblica. Non siate troppo preoccupati dalla mia eventuale elezione, che è tutta nelle vostre mani. Sappiate, però, che anche la nomina del prossimo capo di governo è nelle vostre mani. Toccherà solo voi decidere a chi darete la fiducia. Non mi pare siate politicamente e psicologicamente preparati. Buon anno.
Mario Draghi

Pubblicato il 4 gennaio 2022 su Domani

VIDEO Siamo in una Democrazia parlamentare! Il Parlamento non ha esaurito i suoi compiti, può tornare a essere centrale, purché …

No, non c’è nessuna eclisse del Parlamento, nessun suo tramonto, neppure preoccupante compressione ad opera del governo. C’è, invece, una cattiva organizzazione interna del suo lavoro. Ci sono parlamentari che intralciano, governanti frettolosi e commentatori inadeguati. Cominciamo da capo. Che cosa deve fare un Parlamento in una democrazia parlamentare?

Ora i partiti si ribellano al consenso per Draghi @DomaniGiornale

Caro Mario Draghi,

un po’ lo sapevamo che eri bravo, anzi, super, un po’ lo speravamo. Finora ci è andata bene e siamo soddisfatti. Tuttavia, ci sembra che nelle ultime tre/quattro settimane tu stia un po’ esagerando. Non soltanto ci hai messi molto in ombra con il tuo consenso sempre intorno al 60 per cento degli italiani, mentre noi siamo sostanzialmente bloccati, quasi congelati. Addirittura, nella conferenza stampa di fine anno ci hai molto e più volte ringraziato, facendo calorosi apprezzamenti anche al Parlamento, e ti sei sottilmente candidato alla Presidenza della Repubblica, rassicurandoci. Un “nonno al servizio delle istituzioni” non farà del male a nessuno. Coccolerà i cittadini e terrà in grande considerazione il Parlamento e i partiti. Cominciamo a temerti e pensiamo che non sarà così. Frettolosamente criticato, il Ministro Giorgetti aveva previsto, non è chiaro se con timore o con speranza, l’avvento di un semipresidenzialismo di fatto. Insomma che tu andassi al Quirinale subito pronto a nominare il tuo successore a Palazzo Chigi quasi fosse un semplice, affidabile esecutore delle politiche da te impostate da portare a compimento. Cinquantuno obiettivi già raggiunti sono un bilancio, per quanto provvisorio, davvero lusinghiero. Sì, è vero che hai detto di condividerlo “con le forze politiche e con il Parlamento”, ma non sembra che né i giornalisti né i cittadini la pensino come te. Il merito, anche sull’onda del profluvio di elogi che vengono dall’Europa (ma chi ha detto che “The Economist” ne sa più di noi e ha sempre ragione?), sembra andare quasi esclusivamente a te, alla tua enorme competenza, al tuo gradissimo prestigio, alla tua visione. In larga misura, la maggioranza di noi condivide questi apprezzamenti, che, purtroppo, non si riverberano sul nostro rispettivo consenso misurato dai sondaggi e dalle opinioni espresse dai commentatori dei giornaloni e giornalini italiani. Qualcuno sembra essersi finalmente accorto che il tuo modo di governare non è così nuovo: un governo che introduce molti decreti e chiede tanti voti di fiducia si pone in continuità con i suoi meno apprezzati predecessori. Altri, poi, magari in maniera non del tutto convincente, vedono e denunciano una forte compressione del ruolo del Parlamento, quel Parlamento che, certo già di suo potrebbe organizzarsi meglio, ma che tu lodi perché non ti intralcia. In quel Parlamento, nelle commissioni parlamentari stanno i nostri rappresentanti, debitamente, anche se malamente (per colpa di una pessima legge elettorale) eletti, i quali dovranno poi in qualche modo rispondere ai loro/nostri elettori. Dunque, per noi è venuto il momento di prendere qualche distanza da te e di mostrare agli elettori (e ai commentatori) che contiamo. Vogliamo chiamarlo il ritorno della democrazia che segna i confini dell’attività della tecnocrazia? L’etichetta c’interessa poco. Vorremmo più visibilità e più potere non necessariamente contro di te, ma dimostrando che anche noi sappiamo scegliere e decidere. Auguri. Firmato I partiti.

Pubblicato il 29 dicembre 2021 su Domani

Orgoglio e resilienza. Con Draghi dopo Draghi?

Completamente a suo agio, sobrio nella presentazione e stringato nelle risposte, talvolta ironico, il Presidente del Consiglio non è riuscito a nascondere l’orgoglio per due grandi risultati. Sono stati perfezionati tutti e cinquantuno i progetti per ottenere i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nel 2021 l’economia italiana è cresciuta più del 6 per cento, meglio di qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Tuttavia, ripetutamente ha sottolineato che i successi non sono opera di una singola persona e neppure del solo governo, ma sono stati possibili grazie alle forze politiche e al Parlamento. Un governo parlamentare funziona al meglio proprio quando esiste e si mantiene la collaborazione fra governo, Parlamento e partiti. Anche se nessuno dei giornalisti ha colto l’occasione per farsi portatore delle critiche di coloro che sostengono che il Presidente del Consiglio ha svilito il ruolo del Parlamento, Draghi ha affermato che tutti i provvedimenti, compresa la legge finanziaria, sono stati discussi a fondo e più volte con gli esponenti dei partiti, con i parlamentari e nelle apposite commissioni parlamentari. Il metodo del confronto e della discussione è stato applicato anche con i sindacati. Dello sciopero Draghi non ha parlato mettendo in evidenza, invece, come si sia già tornati a discutere della revisione della legge sulle pensioni. L’unico elemento di reale preoccupazione per il futuro è rappresentato dalla circolazione della variante Omicron. Soltanto le vaccinazioni possono difenderci dal virus e, di nuovo con legittimo orgoglio, Draghi ha rilevato come la percentuale di italiani vaccinati e rivaccinati sia la più alta in Europa. Tutta la politica sanitaria in materia viene determinata non da preferenze politiche, ma dei dati dei contagi. Quindi, non è prevedibile quali saranno le future scelte del governo. Naturalmente, per molti giornalisti (e anche per molti italiani) il quesito al quale desiderano una risposta riguarda chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Draghi ha cercato di disinnescare le domande, e c’è riuscito. Appena tre giornalisti sui più di venti che hanno fatto domande hanno osato provocarlo sull’argomento. Fatto un omaggio affettuoso alla sensibilità politica e alla dolcezza del Presidente Mattarella, la risposta di Draghi è stata chiarissima su un punto molto importante. Se sarà una maggioranza diversa da quella che attualmente sostiene il suo governo a eleggere il Presidente, la prosecuzione del governo diventerà impossibile. Per Draghi la fine del governo colpirà molto negativamente la stabilità politica che è stata e rimane uno dei prerequisiti per il successo nell’opera di ripresa e di rilancio dell’Italia. Questa risposta lascia aperta la possibilità per Draghi di salire al Quirinale a condizione, però, che la sua maggioranza sia in grado di rimanere compatta e di scegliere un successore all’altezza (che, evidentemente, dovrà essere politicamente e istituzionalmente concordato con lui e di sua fiducia e gradimento). Auguri.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2021

Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA

“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.

I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.

Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.

Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.

Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.

Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.

Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.

Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.

Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.

Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.

Compiti essenziali delle assemblee elettive

Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.

Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.

Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.

Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.

Declino e destrutturazione

Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?

Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.

Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.

Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.

Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali. 

Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.

Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.

Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.

Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.

Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.

Nessuna soluzione facile

Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.

Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.

Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.

Another time another place.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz

INVITO Tagliare la rappresentanza? Incontro su Referendum, Parlamento, Costituzione #10settembre #Roma @Anpinazionale

10 settembre ore 16:30
Sala della Promoteca
Piazza del Campidoglio
Roma

Gaetano Azzariti
Gianfranco Pasquino
Carlo Smuraglia

coordina Daniela Preziosi

Le ragioni del NO #Referendum2020 #tagliodeiparlamentari #intervista @RadioRadicale #IoVotoNO

“Referendum sul taglio dei parlamentari, le ragioni del NO. Intervista al professor Gianfranco Pasquino” realizzata da Giovanna Reanda con Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).
L’intervista è stata registrata giovedì 27 agosto 2020 alle 09:37.
La registrazione audio ha una durata di 13 minuti.

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