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Con i partiti destrutturati il Presidente guardi all’Unione @DomaniGiornale

La formazione del governo Draghi è la più chiara smentita della tesi alquanto confusa relativa ad una crisi di sistema. Se il sistema è, come dovrebbe, la democrazia parlamentare, non solo ha tenuto, ma ha offerto per l’ennesima volta la prova che è in grado di risolvere le crisi di governo, anche quelle irresponsabilmente procurate dai leader dei partitini. Certo, se per sistema s’intende il sistema dei partiti, questo è da tempo in crisi. Sostanzialmente destrutturato, il sistema dei partiti barcolla e non è il luogo della soluzione dei problemi politici. Tuttavia, anche in un sistema vacillante possono prodursi fenomeni importanti che meritano di essere valutati con precisione. Il più importante dei fenomeni prodottisi ha influito in maniera molto significativa, quasi decisiva sulla formazione del governo Draghi.

   In seguito alla svolta europeista, il centro-destra si è profondamente diviso. Per quanto improvvisa, la svolta non è stata affatto improvvisata, ma preparata con calma e tenacia da Giancarlo Giorgetti, giustamente premiato con un ministero. Salvini ha dovuto convertirsi, a mio modo di vedere in maniera opportunistica più che per convinzione, forse anche avendo ricevuto il messaggio da parte dei ceti produttivi del Nord che in Europa bisogna stare, in Europa bisogna agire. Dunque, anche il sistema europeo ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere vivo e molto vitale. La lezione europea, spesso rifiutata da Berlusconi, era già penetrata nei ranghi di Forza Italia anche grazie alla sua appartenenza e frequentazione della famiglia dei popolari europei. Adamantina in larga misura per convinzione, ma anche per ruolo, da poco diventata Presidente del Gruppo che può a giusto titolo essere definito dei sovranisti, Giorgia Meloni si è deliberatamente collocata all’opposizione. Potrebbe anche riuscire a sfruttare quelle che ritengono siano definibili come “rendite di opposizione”, a scapito della Lega, ma, forse, anche di una parte dell’elettorato che è in allontanamento dal Movimento 5 Stelle. Quello che è sicuro è che le differenze di opinione nel centro-destra sono destinate a continuare.

Comprensibilmente, la situazione si presenta delicata sia per i Cinque Stelle nei loro rapporti con Berlusconi e il suo partito sia per il Partito Democratico che si trova al governo con la Lega. Affari loro, naturalmente, che, però, debbono essere tenuti in grande considerazione per evitare che si riflettano negativamente sull’azione del governo Draghi. Immagino che a Draghi sia stato comunicato che le coabitazioni promiscue contengono potenziali negativi per i procedimenti decisionali nel Consiglio dei Ministri e in Parlamento. Non sono soltanto le differenti idee intrattenute dai quattro inopinati alleati su quale Italia e quale Europa a dovere preoccupare. Sono soprattutto le ricette che hanno elaborato nel corso del tempo, a riprova non casuale che esistono ancora distanze fra la destra e la sinistra ovvero, se si preferisce, fra i conservatori e i progressisti.

Intravvedo due modalità possibili, peraltro non in grado di evitare che, di tanto in tanto, gli scontri si manifestino, ma per superarli in maniera efficace. Su quasi tutte le tematiche significative, a cominciare, comprensibilmente, da come assegnare e utilizzare gli ingenti fondi del Piano di Ripresa e di Rilancio, il Presidente del Consiglio Draghi dovrebbe “giocare” la carta europea. Sempre formulare soluzioni compatibili con una visione europeistica che lui è in grado di articolare meglio di altri, sempre richiamare tutti agli esempi europei, sempre argomentare con riferimento alle modalità sperimentate nei paesi europei. Il livello del confronto, in materia di giustizia come di scuola, di digitalizzazione come di infrastrutture, deve sempre essere ricondotto a quello che serve all’Italia per cambiare e crescere secondo le direttive europee. Sarà difficile. Richiederà un apprendimento accelerato per il capo del governo, ma, yes, Draghi can (o quantomeno dovrebbe tentare).

Pubblicato il 14 febbraio 2021 su Domani

Come mai adesso l'”ammucchiata” si chiama governo di unità nazionale? @HuffPostItalia

Caro Huffington,

sinceramente preoccupato dalla sorte del paese in cui nacqui, vorrei avere qualche informazione più precisa per farmi un’idea su quale governo potrebbe formarsi. Enuncerò alcune interrogativi semplici e largamente diffusi dai mass media, te Huffington compreso, e da non pochi politici. Primo, il governo Draghi sarà eletto dal popolo? Avrà una legittimazione dal voto? Almeno il capo del governo otterrà un mandato politico-elettorale? Oppure, tutta questa discussione va lasciata alle illusioni/delusioni di Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, che intitolava melanconicamente la sua rubrica Lettere al Direttore: “Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?” La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”)

Secondo, è vero che molto spesso nel passato qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Oggi, un eventuale governo che includa Cinque Stelle, Partito Democratico, Lega e i numerosi cespugli centristi (chiedo scusa, ma non troppo, e dirò: i volonterosi, responsabili et al.) diventa governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, ma soprattutto ottiene generose valutazioni positive. Terzo, con Draghi siamo, dunque, all’uomo della Provvidenza come fu definito da Papa Ratti, Pio XI il Mussolini che l’11 febbraio 1929 sottoscrisse i Patti lateranensi? Certo, non mi riferisco all’ideologia di Mario Draghi, sicuramente un sincero democratico, ma alle malposte iperboli dei commentatori, uomini e donne, dello stivale. Quarto, i politici e i loro giornalisti di riferimento si sono regolarmente riempiti la bocca con le parole: “prima i programmi poi i nomi”. Non mi pare che questo sia stato il punto di partenza delle varie dichiarazioni di sostegno al Presidente del Consiglio incaricato. Giusto ricordarne i molti meriti e decisivi nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, ma non sarebbe stato opportuno che i capi partiti e partitini dicessero: “Draghi ottima scelta, adesso vediamo i programmi” (o nel loro lessico “andiamo a vedere le carte”)? Ma almeno una carta dovrebbe essere chiara: “dentro l’Italia nell’Europa dentro l’Europa nell’Italia”. Ė lecito interrogarsi se Draghi ha posto questa condizione preliminare? Tu Huffington chiamala pure discriminante.

   Da ultimo, almeno allo stato delle cose, “ricostruire la politica” (con la molto discutibile affermazione che “il sistema è fallito” quale “sistema” “che cosa è il fallimento, come lo si misura”?) è un compito che può essere credibilmente affidato a chi di esperienza politica (che non significa trattare con altri banchieri e con le cancellerie) non ne ha? Però, se davvero Draghi volesse/dovesse ricostruire la politica, non sarebbe lecito fin da subito chiedergli quali sarebbero le linee essenziali di questa ricostruzione? Caro Huffington, mi fermo qui, ma spero, anzi, sono certo che presto, molto presto tu mi chiederai di commentare il governo dei migliori, giusto?

Pubblicato il 6 febbraio 2021 su huffingtonpost.it

Una strada tutta in salita @LaStampa

Mario Draghi soddisfa certamente le esigenze da molti manifestate di fare parte della compagine dei migliori (cittadini italiani). La sua nomina da parte di Mattarella a Presidente del Consiglio incaricato deve essere interpretata non come una sconfitta della politica, ma come la critica senza nessuna attenuante dei comportamenti di troppi uomini politici, interessati alle loro cariche e ai loro privilegi invece che alle condizioni di vita dei loro concittadini, oggi e domani. Nella sua accezione fondante, politica significa proprio avere a cuore il funzionamento di una polis, di una comunità, attualmente in mezzo alla pandemia, con grandi difficoltà economiche, nel corso della formulazione dei progetti essenziali per ottenere i fondi europei. Il discorso di Mattarella va letto, interpretato e inteso come una nobile espressione di questa politica, alla quale troppi di coloro che si trovano in Parlamento non arriveranno mai. Le loro dichiarazioni successive al conferimento dell’incarico a Draghi sono deludenti e deprimenti. Suggeriscono ipocrisia, gravi fraintendimenti, manipolazioni.

Le consultazioni dei dirigenti di partito serviranno a Draghi per acquisire le indispensabili informazioni sulla disponibilità di partiti e parlamentari ad appoggiarlo e sulle loro preferenze programmatiche. Già sembra che il Movimento 5 Stelle rifiuti qualsiasi sostegno. Le dichiarazioni di Salvini sui punti che non ritiene negoziabili, ad esempio, quota cento per le pensioni e tasse da non toccare, rendono quasi improponibile un accordo. Anche se, molto responsabilmente, il Partito Democratico ha già annunciato il suo appoggio, senza i voti dei pentastellati e dei leghisti, non ci sarebbe nessuna maggioranza possibile per un governo Draghi. Pertanto, la sua strada appare già tutta in salita.

   Uomo di grande preparazione economica, con elevato prestigio non soltanto in sede europea, dotato di credibilità nell’assolvimento dei suoi impegni, Draghi è quasi totalmente privo di esperienza politica concreta. Costruire un governo non è un’operazione di pura individuazione delle persone giuste per gli almeno venti ministeri. Richiede conoscenze relative alla capacità di quegli uomini e di quelle donne di saper guidare e fare funzionare strutture complesse. Ė molto probabile che Draghi si sia accertato della disponibilità del Presidente Mattarella a segnalargli quali personalità meritano di essere coinvolte per meriti e competenza, ma anche perché sono in grado di svolgere l’indispensabile gioco di squadra.

   Non è utile andare a cercare paragoni nel passato con altri governi guidati da un non-politico, Ciampi (1993-1994), Dini (1995-1996), Monti (2011-2012). Ciascuno di questi tre casi è differente e, comunque, si presentò in una situazione caratterizzata da minore gravità e con partiti più affidabili. Senza un poderoso sostegno di Mattarella, Draghi rischia di non avere l’opportunità di sviluppare un’azione immediata e efficace. Le nuvole all’orizzonte sembrano molte e pesanti.

Pubblicato il 4 febbraio 2021 su AGL e La Stampa

La crisi si risolverà con un Conte ter. A sinistra sta nascendo un nuovo polo #intervista @Affaritaliani

Intervista raccolta da Carlo Patrignani

“Lo sbocco più realistico alla crisi di governo sulla quale sta lavorando il Presidente della Camera, Roberto Fico, è senz’altro un Conte-ter: e spero con il Ministero dell’Economia ancora nelle mani del ministro Roberto Gualtieri per le sue indubbie qualità e la buona reputazione di cui gode nell’Unione Europea: sarebbe un gravissimo errore sostituirlo”.

A parlare è Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, Accademico dei Lincei ed ex-senatore della Repubblica, per il quale l’ipotesi di un governo ‘tecnico’ affidato a Mario Draghi “non esiste nei fatti, il suo coinvolgimento è un fatto mai avvenuto”.

Dunque la via d’uscita possibile è un nuovo governo con Giuseppe Conte Premier, con “un nuovo programma in via di definizione e – osserva il politologo – possibilmente con Luigi Di Maio ministro degli Esteri e con Roberto Speranza alla Salute e naturalmente, dopo le tante bugie di Renzi di non tenere alle poltrone, con altri ministeri per Iv così da poter ricompensare i suoi”.

Certo il cammino del nuovo esecutivo, una volta definito il programma e la sua composizione ministeriale, non sarà facile, non sarà tutto rose e fiori: “l’affidabilità di Renzi è tutta da verificare – avverte Pasquino – fermo restando che dei voti di Iv non si può fare a meno. Del resto i governi di coalizione dipendono dalla lealtà dei contraenti”.

L’asse Pd-M5S-Leu tutto sommato pare aver retto bene all’onda d’urto di Renzi e potrebbe, da questa esperienza, anche configurarsi come polo per una alleanza futura. “Lo si vedrà, ma molto dipende dalla legge elettorale”. Ultima considerazione: il Governo Conte non è stato sfiduciato dalle Camere quindi secondo la Costituzione il Premier non era obbligato a dimettersi.

“Certo le dimissioni non erano dovute: purtroppo al Senato aveva una maggioranza semplice assai friabile e precaria nei numeri per cui le dimissioni sono state un atto nobile dal momento che il Presidente della Repubblica voleva una maggioranza significativa, operativa”.

E proprio perché non è sfiduciato potrebbe essere il ‘governo-ponte’ fino al semestre bianco? “Con l’incarico al Presidente della Camera di esploratore siamo andati abbastanza avanti – conclude Pasquino – ed in prossimità, me lo auguro, dello sbocco più realistico: il Conte-ter”.

Pubblicato il 1° febbraio 2021 su affaritaliani.it

“Crisi provocata dall’ego di Renzi, megalomane tendente al ricatto. Mercato delle vacche? Quello è più trasparente, qui invece solo fregature” #intervista @LaVeritaWeb

Intervista raccolta da Federico Novella

“Vedo derive non autoritarie ma confusionarie. Si può votare anche in una pandemia.”

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e accademico dei Lincei: almeno lei ha compreso le ragioni autentiche di questa crisi di governo?

«La ragione fondamentale è una: Matteo Renzi, un megalomane che avendo un ego molto gonfio e una grande invidia nei confronti del premier, ha deciso di acquisire visibilità a qualsiasi prezzo. Evidentemente, rilasciare interviste a quattordici televisioni contemporaneamente lo rende felice».

Quindi è una crisi scaturita dall’ego del senatore fiorentino?

«Sì, poi possiamo condirla con il Mes sulle spese sanitarie, le correzioni al piano europeo, la gestione dei servizi segreti, ma la sostanza è questa: c’è un leader politico che, dopo essersi scisso dal Pd, indebolendolo, ha deciso di far esplodere la crisi».

Un parlamento ricattato da Renzi?

«Ecco, la parola giusta è esattamente questa: ricatto. Con i partiti si può intavolare una trattativa, ma non puoi dire: o si fa come dico io, o faccio cadere tutto » .

In realtà pare di capire che Renzi sarebbe pronto a rientrare in maggioranza. Una retromarcia?

«Si comporta così perché, pur avendo ottenuto alcune cose, ha capito di aver mancato l’obiettivo principale: scompaginare Pd e 5 stelle. E quindi adesso ha paura delle elezioni anticipate, perché se non trova accoglienza in altri partiti, scomparirà dalla scena».

Dunque?

«Dunque Renzi tentenna: teoricamente ha ancora in mano la soluzione della crisi. Ma al momento a Pd e 5 stelle vanno bene i suoi parlamentari: ma non va bene lui».

E quindi prosegue la triste ricerca di voti in parlamento, in cambio di seggiole governative.

«Ma io non criminalizzo le trattative politiche. Se dico a un parlamentare: ti do un ministero se mi porti i voti in aula, non c’è nulla di male. Però sarebbe preferibile trattare con persone capaci e competenti …».

Se in democrazia la forma è sostanza, oggi la forma è quella del mercato delle vacche.

«Ma guardi che il mercato delle vacche è un mercato fantastico e trasparente».

Trasparente?

«Sì, perché le vacche si vedono. Il mercato delle vacche è competitivo. Sono le vacche migliori quelle che si vorrebbero comprare. Se compro una vacca dal contadino Bepi, è perché so che mi vende delle vacche buone. Non la compro dal contadino Matteo, che mi rifila sempre la fregatura».

Parliamo sempre del solito Matteo?

«Il punto è che abbiamo parlamentari eletti con un sistema elettorale pessimo, che devono il loro scranno ai dirigenti di partito. I bolzanini sono contenti di aver eletto Maria Elena Boschi, che abita ad Arezzo? I modenesi e i ferraresi hanno eletto Piero Fassino, ma non lo vedono mai: perché non protestano?» .

Lei riprenderebbe Renzi a bordo della maggioranza, oppure, come dice Zingaretti, il capo di Italia Viva è inaffidabile?

(Profondo sospiro) «Renzi è un mentitore: fossi nel gruppo dirigente di Pd e 5 stelle direi di no».

Però?

«Se trangugiare Renzi fosse il prezzo da pagare per avere stabilità fino alla scadenza della legislatura, sarei disposto a discuterne. Ma dovrebbero fare un patto tra gentiluomini: e il soggetto in questione non garantisce che ci sia un gentiluomo contraente».

Comunque: se Conte si facesse da parte, non sarebbe tutto più semplice?

«Nel Partito democratico ci sarebbero pure delle persone all’altezza del ruolo di capo del governo. Ma Conte adesso è il punto di equilibrio di una coalizione delicata. Togliere Conte significa far esplodere una vera crisi, che finora formalmente non è ancora stata aperta».

Perché Conte non lascia?

«Perché è la sua occasione della vita. Lui stesso non si sarebbe mai aspettato di arrivare a Palazzo Chigi ed entrare in qualche modo nella storia repubblicana. È normale che combatta per rimanere lì. E poi ha un vantaggio politico: per l’Unione europea è lui quello credibile: è da lui che si aspettano un programma di rilancio».

Conte esaltava il sovranismo, adesso lo attacca. Era amico di Trump, e oggi di Biden.

«Per anni tutti hanno ripetuto che le ideologie erano dannose? E questo è risultato. Conte non ha cultura politica, ha imparato in fretta a maneggiare il potere e rappresenta bene la situazione odierna».

Quale situazione?

«Quella nella quale si vive di personalismi, di interviste, sui giornali e in tv. In linea, se vogliamo, con un carattere nazionale che viaggia verso un individualismo estremo. In politica oggi sono gli umori e i malumori personali che fanno la differenza, ma solo perché non abbiamo più culture politiche. Tranne forse una».

Quale?

«Il federalismo, coniugato con l’europeismo. Purtroppo non ci sono personalità politiche adeguate per rappresentarlo.

Oggi Altiero Spinelli non saprebbe da che parte voltarsi. E buona parte della colpa ce l’ha un Pd privo di sostanza politica».

Ci crede al partito personale di Conte? Può avere un futuro?

«Al partito di Conte sono contrario: finirebbe soltanto per frammentare ancora di più il quadro politico. Allo stesso modo, non vedrei bene l’ipotesi di un pezzo di Forza Italia che si stacca per andare per conto suo » .

L’idea è quella di ritrovarsi tutti, in qualche modo, al centro…

«Me ne infischio del centro. Il centro è il luogo degli scambi più sordidi, quelli che inquinano la vita politica. Renzi dice di voler rifondare il centro, ma il suo gruppo parlamentare si chiama “Italia Viva-Socialisti”. Lui e Conte si odiano perché ambiscono allo stesso territorio politico. In più mettiamoci anche Calenda, aggressivo e pronto a tutto. Se non correrà per il Campidoglio, cercherà sicuramente di arrivare a Palazzo Chigi».

E, quindi, il centro le fa così paura?

«Io sogno un quadro bipolare, con sistema maggioritario a doppio turno. E ricorderei al capo dello Stato che quel “Mattarellum” che porta il suo nome non era affatto male …».

Conte invece rilancia il vecchio proporzionale …

«Sì, che produce frammentazione senza una soglia di sbarramento adeguata, ma che pure in molti paesi funziona benissimo. In linea di massima dobbiamo sempre ricordare che non è il sistema elettorale che produce instabilità, ma la sua classe politica » .

Problemi che lasciano il tempo che trovano, visto che quasi nessuno accetta di andare al voto. Non si può andare alle elezioni per paura del Covid, o per paura che vinca il centrodestra?

«Mi fanno sorridere i politici che dicono “non abbiamo paura delle elezioni”, quando alcuni di loro dovrebbero averne eccome. Detto questo, si può tranquillamente votare anche durante una pandemia».

Ma?

«Ma rischieremmo di buttare via il tempo per ritrovarci comunque, dopo il voto, senza una maggioranza solida».

Come mai il capo dello Stato sta concedendo a Conte ciò che negò al centrodestra nel 2018?

«È un po’ diverso. Il centrodestra nel 2018 avrebbe dovuto andarsi a cercare in parlamento qualcosa come cinquanta voti. E comunque Mattarella non ha ancora dato il via libera a nulla: oggi sta alla finestra e aspetta preoccupato. Se Conte non riesce a crearsi un gruppo parlamentare che lo sostenga, sicuramente il Colle punterà su altre soluzioni».

Appunto, se escludiamo davvero le elezioni, quali sono le altri soluzioni sul campo? Tra due giorni si vota sulla giustizia, e il destino di Conte è ancora una volta appeso a un filo.

«Non sono ancora il presidente della Repubblica, e dunque parlo ancora a titolo personale. Mi aspetto però un colpo di intelligenza politica da parte di Sergio Mattarella».

Cioè ?

«Un governo del Presidente, che vada in parlamento e dica: brutti balordi, siamo in un momento cruciale, dovete sostenere un governo che ottenga il massimo dall’Europa, con un programma di lungo respiro, e un premier e ministri capaci. Lo può fare, la Costituzione lo consente».

È un po’ diverso dal governo di unità nazionale…

«Sì, perché con il governo di unità nazionale sono i partiti che decidono di mettersi insieme, e a me non piacciono i contenitori in cui trovi dentro di tutto. No, io immagino che l’impulso arrivi dal Capo dello Stato: sarebbe lui a dettare la linea di fondo e a decidere le poltrone chiave. E sarebbe ovviamente una parentesi straordinaria».

Insomma, a giudicare dallo spettacolo cui stiamo assistendo, possiamo dire che la repubblica parlamentare si sta trasformando in oligarchia?

«Più che derive autoritarie, vedo soltanto derive confusionarie: non sappiamo cosa fare, lo facciamo male, e scarichiamo la responsabilità sugli altri».

Pubblicato il 25 gennaio 2021 su La Verità

A GESTIRE IL RECOVERY FUND DEVE ESSERE IL GOVERNO CONTE @stati_generali #intervista

Intervista raccolta da Valentina Saini

Professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna e Accademico dei Lincei, tra i politologi italiani più ascoltati, Gianfranco Pasquino è un attento osservatore della complessa (quando non convulsa) politica nostrana. Lo abbiamo intervistato per tirare le fila sugli equilibri politici del post-fiducia al Conte bis, e sulle certezze e le incognite dello scenario delicatissimo che a tutto questo fa da cornice: la pandemia da sconfiggere, il Recovery Plan da inviare a Bruxelles, il populismo, i rapporti con l’Unione Europea.

Professore, questo governo Conte è davvero un governo di minoranza come dicono alcuni?

I governi di minoranza sono i famosi “governi balneari”, e ce ne sono stati molti, fanno parte della storia italiana. Poco prima delle elezioni e poco dopo le elezioni c’erano governi che non avevano la maggioranza, ma che sapevano di poter contare sulla benevolenza degli alleati che prima o poi sarebbero entrati nella coalizione di governo.

Ma in merito a questo governo si tratta di una discussione fuori luogo, l’espressione fa parte di un lessico giornalistico che trovo assai fuorviante. Parlare di governo di minoranza significa che si potrebbe anche parlare di governo di maggioranza, il che è una stupidaggine: un governo è tale quando può contare sulla fiducia delle due camere, come sancisce l’articolo 94 della Costituzione. Ciò detto, basta guardare i numeri per accorgersi che attualmente non esiste una maggioranza superiore a quella ottenuta dal governo al Senato.

C’è chi ha fatto notare che “governo di minoranza” è un’espressione che rischia di delegittimare un governo già oggetto di forti attacchi populisti, anche sui social media; è così?

Sì, e infatti la usano tutti gli oppositori del governo. Cercano di delegittimarlo presentandolo come un governo che non rappresenta la maggior parte degli italiani. È un epiteto di cui si può fare decisamente a meno. Vorrei che i commentatori politici facessero un po’ più attenzione alle parole che usano e alle definizioni che affibbiano. Praticamente trovo le stesse parole su giornali diversi, il Corriere non ha parole diverse da Repubblica e qualche volta Repubblica non ha parole diverse da quelle del Giornale. Questo non va bene. Anche perché sono parole sbagliate, tutte incentrate sull’idea che questo non sia un governo eletto dalla gente. Ma non c’è nessun governo che esce dalle urne nelle democrazie parlamentari: i governi sono quelli di coalizione, si formano in Parlamento.

Non c’è dubbio però che il governo esca cambiato da questa crisi. È un governo debole a suo avviso?

Non dimentichiamo che [il vice-presidente della Commissione europea] Dombrovskis, notoriamente un falco, in pratica ha detto: fate attenzione, è questo il governo che deve fare le cose, cioè preparare il piano di ripresa e combattere la pandemia. E siccome Conte è quello che ha ottenuto i fondi, quei fondi li deve gestire un governo guidato appunto da Conte, non da qualcuno che non è in grado di avere dei buoni rapporti con l’Unione Europea.

Si parla moltissimo del tema delle commissioni parlamentari, del fatto che il governo potrebbe trovarsi in difficoltà. In realtà avrà delle difficoltà nelle commissioni solo se Italia Viva voterà con l’opposizione, o no?

Esattamente. Bisogna osservare bene gli elenchi dei componenti delle commissioni e vedere dove Italia Viva può essere decisiva. Stiamo poi parlando solo delle commissioni del Senato, perché alla Camera non dovrebbero esserci problemi. Inoltre io domando: in commissione Italia Viva è disposta a votare regolarmente con il centrodestra? Francamente mi parrebbe esiziale, e comunque inconciliabile con le loro dichiarazioni. Pertanto è un’ipotesi di scuola, come si suol dire, quella per cui il governo avrà dei problemi nelle commissioni, perché 98 volte su 100 Italia Viva o non voterà contro il governo oppure voterà a favore.

A suo avviso qual era l’obiettivo di Matteo Renzi? Perché ha fatto tutto ciò?

Prima di tutto perché pur essendo stato ridotto a più miti consigli non vuole rassegnarsi. Del resto è stato a capo di un partito che ha avuto il 40% dei voti alle elezioni europee del 2014, mentre ora si ritrova con il 2,8%, immagino che ne soffra e che il suo ego megalomaniaco sia in grande difficoltà.

Inoltre tutti o quasi i sondaggi danno Conte al di sopra del 50% del livello di approvazione, cosa che Renzi non ha mai avuto. L’attacco perciò era diretto al presidente del Consiglio, che per di più ricambiava snobbandolo, considerandolo poco più di una puntura di spillo. Questo riguarda i rapporti personali, è vero, ma dobbiamo ricordare a tutti che la politica è un fatto tra persone, per cui il modo in cui le persone si comportano e si valutano è importante.

E a livello politico?

Un primo intento era senz’altro cambiare presidente del Consiglio. Se fosse accaduto Renzi ne sarebbe stato molto soddisfatto. Ma Renzi aveva un obiettivo molto più significativo: scompaginare il PD, la cui maggioranza dei parlamentari, lo sottolineo, sono stati scelti da lui per le elezioni del 2018, quando era ancora segretario del PD. Voleva richiamarli all’ordine, ricordando loro chi li ha candidati e quindi a chi devono essere ancora riconoscenti in qualche modo. E voleva anche scompaginare il Movimento 5 Stelle, non a caso continua a tornare sul Mes sanitario. I 5 Stelle hanno risposto di no al Mes, ma al loro interno qualcuno è disponibile, perché il M5S si sta muovendo verso una piena accettazione dell’Europa. Renzi voleva scompaginare queste due forze e acquisire automaticamente una posizione più rilevante. Un obiettivo che mi pare non abbia conseguito.

Aggiungerei che forse, se lui remasse davvero contro anche nelle commissioni, una parte dei suoi parlamentari non lo seguirebbe più.

Che idea si è fatto di Giuseppe Conte?

Ha dimostrato di essere capace di tenere insieme due coalizioni molto diverse, un pregio non marginale, ed è stato piuttosto vigoroso nel contrastare Salvini, un altro pregio. Nel corso del tempo ha anche dimostrato di avere imparato molto e di continuare a imparare, il che mi pare un ulteriore grande pregio. Siamo in una situazione in cui difficilmente sarei in grado di suggerire un nome diverso, migliore di lui, nel Parlamento italiano o anche nei dintorni.

Il nome di Draghi circola parecchio.

Mario Draghi è certamente una persona di grande intelligenza e grandi capacità, ma di politica, a mio avviso, sa molto poco. Quindi avrebbe la necessità di un periodo di apprendistato, un anno, un anno e mezzo, e non ce lo possiamo permettere. Draghi potrebbe invece essere il commissario alla ricostruzione, potrebbe essere un gande presidente della Repubblica, perché darebbe un’immagine europeista dell’Italia all’estero, ma non è un capo di governo.

L’azione di governo esce ostacolata da questa crisi?

Io credo che i partiti che sostengono il governo sanno che adesso devono essere ancora più attivi, ancora più vigili, incisivi e dinamici. La lezione è questa: dovete saper andare avanti con maggior rapidità. A quel punto anche i parlamentari europeisti di Forza Italia e gli altri sparsi, probabilmente, appoggeranno il governo. Se pensano alle sorti dell’Italia, ma qualche volta anche legittimamente alle loro sorti, è meglio che appoggino questo governo e che dimostrino il loro europeismo anche con il voto. Devo dire che mi ha preoccupato molto il no di Emma Bonino [al voto di martedì sulla fiducia al governo].

Secondo lei in tutto questo quanto conta che a fine luglio inizia il semestre bianco?

Il semestre bianco impedisce di sciogliere il Parlamento, ma se il governo entra in una fase di caos può comunque essere sostituito, anche nel semestre bianco. Peraltro, non vedo l’alternativa, per quanto Giorgetti dica a Salvini che deve essere meno antieuropeista. Questo non basta certo a far cambiare idea a Salvini, e credo che non basterebbe a far cambiare idea neanche alla maggior parte dei leghisti. Che, non dobbiamo dimenticarlo, nascono come indipendentisti, quindi non riusciranno mai a diventare europeisti.

Certo, l’elezione del capo di Stato è una partita cruciale.

Assolutamente sì perché il capo dello Stato viene eletto per sette anni, quindi è la persona che sovrintenderà all’ultimo anno della legislatura in corso, e che darà l’incarico al prossimo Presidente del Consiglio. È davvero uno snodo fondamentale. Fra l’altro perché è necessaria la maggioranza assoluta per eleggere il capo dello Stato e in queste condizioni, visto che contano anche i delegati delle regioni, la maggioranza assoluta non sarà affatto facile da raggiungere.

La posizione sull’Europa dei vari partiti sarà una variabile importante?

Io ho l’impressione che stia per arrivare il momento che Alfiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni indicarono nel Manifesto di Ventotene. Che la linea divisiva non sarà più fra progressisti e reazionari bensì fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica dell’Europa e coloro che sono contrari. Non sono sicuro che gli europeisti nel Parlamento italiano ne siano consapevoli, ma se lo sono o lo diventano, allora dovrebbero intraprendere una battaglia vera per spiegare che cos’è l’Europa, quali compiti ha già svolto e quali può ancora svolgere, anche con un’attiva partecipazione italiana. Vorrei che si sviluppasse un’azione culturale intensa, mi piacerebbe anche sentire dagli intellettuali italiani cosa pensano dell’Europa. Vorrei capire se hanno imparato la vera lezione: che fuori dall’Europa non c’è salvezza. Extra Europam nulla salus.

Pubblicato il 22 gennaio 2021 su glistatigenerali.com

Insufficienti i 156 voti del Senato. Legittimo rafforzare la maggioranza #intervista @Affaritaliani

Intervista raccolta da Carlo Patrignani

Se dovesse formarsi un gruppo soprattutto al Senato a sostegno dell’attuale governo giallorosa presieduto da Giuseppe Conte, che ha operato relativamente bene, sarei certamente favorevole.” A questo approda l’analisi del politologo Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna e Accademico dei Lincei, all’indomani del voto sulla fiducia per la crisi provocata da Matteo Renzi e Italia viva, in un momento particolarmente difficile per il Paese dato il combinato pandemia da Covid 19 e crisi economico-sociale.

Dal voto sulla fiducia, non tanto alla Camera dove l’esecutivo ha la maggioranza assoluta (361), quanto al Senato dove l’asticella si è fermata a 156 (maggioranza relativa), il governo Conte, chiosa Pasquino, “è uscito piu’ debole, svigorito, per cui trovo le offerte di rafforzarlo rivolte ad altre forze politiche del tutto legittime“.

Aver raggiunto al Senato solo la maggioranza relativa è del tutto “insufficiente” alla sua prosecuzione minata com’è dalla “non fiducia” di Italia viva.

L’analisi politica di Pasquino, le cui preferenze – rimarca – sono per “una coalizione europeista convinta“, parte anzitutto dalla necessità imprescindibile di “una coalizione sufficientemente coesa e il centro-sinistra potrebbe diventarlo“, mettendosi però al riparo da Iv “attesa alla prova nelle commissioni“.

L’acuto politologo, in passato senatore della Repubblica, non vede quindi “alternative” all’attuale esecutivo: “il centro-destra è diviso tra chi, Forza Italia, è europeista e favorevole al Mes e chi, Lega e Fdl, sono contrarie al Mes e all’Ue“.

Restano sullo sfondo le elezioni anticipate, un rischio che non si può correre per la drammatica situazione sanitaria ed economica.

Spero che si trovi presto una adeguata soluzione alla precaria situazione di stallo – osserva Pasquino – che si passi a contrastare efficacemente da una parte la pandemia e che dall’altra si faccia presto e bene con il Recovery Plan per la ripartenza del Paese“.

Ultima considerazione: molti hanno messo in risalto la crisi dei partiti politici, a volte la loro stessa mancanza.

Si scopre l’acqua calda – conclude Pasquino – la crisi dei partiti politici, per come li abbiamo conosciuti, risale al 1992-1994. Oggi di partito ce ne è solo uno: il Pd fermo al 20% che pur avendo una sua struttura e delle sue regole non genera entusiasmo nelle persone. Tutti gli altri non sono partiti politici ma organizzazioni personalistiche e fluttuanti“.

Pubblicato il 21 gennaio 2021 su affaritaliani.it

Renzi è stato sconfitto La maggioranza Ursula ora è possibile #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, che sta per pubblicare il suo ultimo libro, Libertà Inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, definisce come «un ritorno a casa» l’eventuale sostegno al governo di alcuni parlamentari di Italia Viva ma dice che «prima di dare un giudizio sul Recovery Plan occorre leggere il testo che andrà alle Camere».

Professor Pasquino, quanto può durare un governo indebolito dall’uscita di Italia viva dalla maggioranza?

Può durare fin che ci riesce. Vale a dire che può tentare ogni volta di avere la maggioranza necessaria: nello scostamento di bilancio e per la finanziaria serve quella assoluta ma nella maggioranza dei casi basta quella semplice. Possono esserci delle maggioranze leggermente diverse di volta in volta con pochi parlamentari che decidono su specifici provvedimenti ma la definerei una dialettica parlamentare quasi normale.

Ci sono vincitori e vinti in questa crisi?

Renzi ne esce sicuramente sconfitto, Conte ne esce piuttosto vittorioso, ma sottolineerei il piuttosto perché potrebbe diventare ancora più vittorioso se altri parlamentari, vedendo che il governo funziona, decidessero di sostenerlo.

Come potrebbe allargarsi questa maggioranza, per ora relativa?

Il gruppo misto è abbastanza ampio e fatto di persone che vengono anche da partiti di maggioranza come ex cinque stelle espulsi o fuoriusciti. Alcuni centristi non dovrebbero avere difficoltà ad appoggiare un governo Conte e non posso escludere che qualche esponente di Italia viva possa tornare a sostenere il governo che loro stessi hanno contribuito a far nascere. Per loro sarebbe un ritorno a casa.

È corretto definire questo esecutivo un “governo di minoranza”?

Non è tecnicamente un governo di minoranza. L’articolo 94 della costituzione dice che il governo deve avere la fiducia di entrambe le Camere. Se questo governo ce l’ha, punto. Un governo di minoranza è uno che non ha abbastanza numeri e che potrebbe essere sconfitto in Aula.

Non è il caso di questo governo.

Crede che il Recovery Plan sia migliorato?

Abbiamo discusso molto dei progetti per il piano di ripresa e di volta in volta il presidente del Consiglio ha detto che ci sono stati dei cambiamenti. Voglio prima leggere il documento che arriverà in Parlamento e su quella base discuteremo.

Alcuni esponenti del Pd ritengono che Renzi abbia ragione, mentre Zingaretti mantiene l’appoggio a Conte. Cosa ne pensa?

Non so cosa voglia dire che Renzi ha ragione. Se semplicemente vuol dire che ha fatto controproposte accettabili per rimodulare il Recovery Plan allora il Pd può farle proprie e convincere Conte ad accettarle. Ma Renzi ha torto su un punto fondamentale: non puoi far cadere il governo per negoziare, si negozia dall’interno e il ricatto non è accettabile. Zingaretti è solido ed equilibrato. In politica non servono fulmini ma qualcuno capace di tenere insieme un governo che funzioni fino a fine legislatura.

Nelle discussioni si sta parlando anche della futura elezione del capo dello Stato?

Mi auguro proprio che sia così. È importante che questa maggioranza arrivi a eleggere il Presidente della Repubblica magari allargando il perimetro, perché lì sì che serve una maggioranza più ampia. Occorre eleggere una persona affidabile, europeista e che conosca il Parlamento per guidare il paese nella direzione giusta.

E il centrodestra che ruolo ha in questa fase?

Non vedo nessuna novità nel centrodestra. Non riescono a ottenere quasi nulla di quello che desiderano e ognuno sta impersonando un ruolo: Meloni fa la dura, Salvini non sa bene che strada percorrere e Berlusconi ha deciso di diventare responsabile ma sa che deve rimanere nell’alleanza. Tuttavia per lui il rischio era quello di essere risucchiato e non è stato così. Sono ripetitivi, manca il guizzo.

A proposito di guizzi, come potrebbe ripartire questo governo dopo la crisi?

Potrebbe avere due momenti di gloria. Il primo quando la Commissione europea riceverà il Recovery Plan tra fine febbraio e inizio marzo e il secondo quando lo analizzerà verso fine aprile e scoprirà che tutto sommato è fatto bene. Il giudizio sarà positivo ma suggerirà cambiamenti e il governo occuperà la scena politica arrivando felicemente a giugno. A quel punto potrebbe persino aver funzionato il piano di vaccinazione degli italiani, con una pandemia contenuta.

Il Conte due è molto diverso dal Conte uno. Come giudica il cambiamento in senso europeista del presidente del Consiglio e del Movimento?

Lo vedo come un processo di apprendimento. Conte ha imparato molto in questi due anni, ha ottenuto 209 miliardi di euro e ora sta “insegnando” anche al Movimento. C’è un processo di razionalità in corso molto positivo. È positivo anche che l’intera coalizione si dimostri europeista perché, come diceva Spinelli nel manifesto di Ventotene, la divisione non sarà più tra conservatori e progressisti ma tra chi ha cuore l’unificazione dell’Europa e chi no.

Vede possibile una maggioranza “Ursula” con Forza Italia in maggioranza come quella che ha eletto von der Leyen in Europa?

È possibile. Berlusconi è ingombrante per via del suo passato e per la condanna per frode fiscale però quella coalizione è teoricamente possibile, anche senza essere formalizzata. Dipende da cosa voterà Forza Italia di volta in volta. Ma chiariamoci: il profilo di Ursula von der Leyen è molto superiore a quello di Giuseppe Conte.

Pubblicato il 20 gennaio 2021 su Il Dubbio

Renzi ha quattro obiettivi (personali). Pasquino svela quali @formichenews

Renzi è convinto che, causa pandemia, non si andrà a elezioni in nessun caso e che quindi non dovrà confrontarsi con la certificazione del suo irrilevante 3 per cento e conseguente scomparsa (fermo restando che contratterà con qualcuno per tornare in Parlamento). I suoi obiettivi sembrano essere quattro, e c’è in mezzo anche la presidenza della Repubblica… Il commento di Gianfranco Pasquino

Trovo piuttosto offensivo rimproverare agli italiani di non capire la crisi, mentre sono gli stessi politici che si interrogano sulle ragioni vere che abbiano spinto Matteo Renzi a un comportamento di assoluta irresponsabilità. Lascerò ad altri commentatori di “Formiche” affermare che c’è anche qualcosa di buono nelle motivazioni di Renzi. Nella fin troppo lunga lettera di dimissioni inviata al Presidente del Consiglio (ma non sarebbe opportuno e soprattutto conforme alla Costituzione comunicare le dimissioni al Presidente della Repubblica che quelle ministre ha nominato?) firmata anche dal sottosegretario Scalfarotto, si trovano motivazioni dei più vari tipi a ciascuna delle quali è relativamente facile porre rimedio e, anzi, a molte è già stato fatto. Dunque, pretesti, ma, naturalmente, ciascuno fa politica come può. Cito dalla lettera, per i firmatari “la parola potere è un verbo non un sostantivo”. Sorrisi, cenni di approvazione, applausi, la crisi è confermata.

   Qui non intendo discutere né come si svilupperà né come si concluderà. Desidero esclusivamente esplorare quelli che possono (è un verbo) essere gli obiettivi perseguiti da Renzi. Il primo è plateale: esaltare l’esistenza e il potere (è un sostantivo) di chi è capo di un partitino al quale i sondaggi attribuiscono meno del 3 per cento dei voti. “Metto in crisi un governo approvato da quasi il 50 per cento degli italiani, con il capo del governo costantemente al disopra di quel 50 per cento. Ergo sum”. Ma, come mi ha suggerito una cittadina consapevole, c’è una premessa al comportamento di Renzi e ci sono alcuni obiettivi molto corposi, quasi una “visione”.

La premessa è che Renzi è convinto che, causa pandemia, non si andrà a elezioni in nessun caso e che quindi non dovrà confrontarsi con la certificazione del suo irrilevante 3 per cento e conseguente scomparsa (fermo restando che contratterà con qualcuno per tornare in Parlamento). I suoi obiettivi sembrano essere quattro.

    Primo, al di là dell’antipatia fisica e dell’invidia che nutre per Conte, la necessità di abbatterlo è essenziale per andare a colpire due bersagli grossi: PD e M5S. Sa che entrambi sono diversamente divisi al loro interno su come far fronte alla crisi che ha pretestuosamente aperto (nel PD le quinte colonne renziane non si contano, a partire dal capogruppo al Senato Marcucci) e pensa di creare fratture tali da risucchiare nella sua orbita parte dei parlamentari piddini e da spingere parte dei pentastellati nell’orbita della Lega. Il ridimensionamento di PD e M5S per lui è vitale.

Secondo, separare le sue sorti da quelle del Governo Conte (Rimpastato o Reincaricato che sia) gli consentirà di sparare bordate e di fare comunicazione di opposizione a mani libere in modo da poter cavalcare a fronte alta l’onda del malcontento che inevitabilmente crescerà nel Paese col proseguire della crisi e rifarsi una verginità facendo un bagno purificatore lontano dalle responsabilità di governo.

Terzo, un eventuale governo di unità nazionale guidato da un nome di peso gli consentirebbe di perseguire lo stesso obiettivo: ridimensionamento delle attuali forze al governo, diluizione delle responsabilità in modo che i meriti potrebbe ascriverli a se stesso (vedi Recovery plan migliorato) e il demerito agli altri così da risalire nel consenso in previsione delle nuove elezioni.

Quarto, è anche molto probabile che stia già trattando con la destra l’elezione del nuovo presidente della Repubblica in cambio del “favore” che sta loro facendo. Insomma, il guastatore di Rignano, manipolatore e bluffatore, in questa crisi gioca win win. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato il 14 gennaio 2021 su formiche.net

Quando le sorti del governo dipendono da un megalomane al 2% #intervista #SputnikItalia

L’Italia si è svegliata di punto in bianco nel mezzo di una crisi di governo. A fare il primo passo in questa assurda danza è Matteo Renzi, malato di protagonismo, che con solo il 2% dei voti potrà però influenzare le sorti del governo. Un Paese schiacciato dall’emergenza sanitaria ed economica si ritrova senza un governo.

Intervista raccolta da Tatiana Santi

Dopo l’annuncio da parte del leader di Italia Viva Matteo Renzi delle dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti si attendono ora le mosse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quali sono i possibili scenari di questa crisi? Sputnik Italia per destreggiarsi nei meandri della politica italiana e del suo nuovo stallo ha raggiunto Gianfranco Pasquinopolitologo, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

— Professore Pasquino, perché Renzi ha provocato una crisi di governo in piena pandemia?

— La pandemia non c’entra niente. Renzi innanzitutto è un megalomane, quindi vuole essere sempre al centro dell’attenzione degli italiani, in questo caso evidentemente anche degli europei. Ha colto un’occasione sfruttando questo momento di difficoltà anche perché qualcuno sostiene che Conte non stia lavorando abbastanza bene. È un momento per così dire “opportuno”. Renzi inoltre pensa di riuscire a scompaginare il sistema partitico italiano, questo sfruttando un po’ il malcontento che si trova nel Movimento 5 stelle, qualche presa di posizione di insoddisfazione all’interno del Partito Democratico, e forse anche trovando sostegno da Forza Italia. Matteo Renzi sta cercando di ristrutturare il sistema partitico italiano nel quale uno come lui, che se è fortunato arriva al 3% dei voti, avrà però una grande influenza nella formazione dei governi.

— Quali sono i possibili scenari secondo lei adesso? Conte può resistere?

— Si tratta di semplici speculazioni. Posso dirle quello che si può fare.

  • Innanzitutto bisogna tenere conto che la crisi in qualche modo viene anche controllata dal Presidente della Repubblica. Non si può avere nessuno scioglimento del Parlamento se il Presidente della Repubblica non è d’accordo.
  • Non si può quindi andare ad elezioni immediatamente.
  • Il presidente della Repubblica ha anche la possibilità di incaricare un nuovo governo.
  • Conte inoltre può decidere di continuare fino ad un possibile voto di sfiducia esplicito nei suoi confronti.
  • Infine Conte può andare in Parlamento e chiedere un voto di fiducia, che non è la soluzione preferita da Mattarella. Se venisse sfiduciato non può essere reincaricato, qualora non venisse sfiduciato potremmo benissimo avere delle dimissioni “tattiche” di Conte e poi un reincarico immediato da parte del Presidente della Repubblica.

— Le elezioni non sono da escludere?

— No, non sono da escludere, sono una delle possibilità. Non mi pare però la variante più probabile, può succedere, ma al momento non credo.

— Com’è vista questa crisi dall’estero e da Bruxelles in particolare?

— L’Europa ci ha sempre guardato con una certa diffidenza e un certo sospetto. Gli italiani assumono degli impegni e poi non li portano a compimento. L’Europa si era rassicurata, perché Conte era credibile a livello europeo, a Bruxelles pensavano che gli italiani finalmente avrebbero fatto ciò che debbono a prescindere dalla pandemia. L’Europa ha attribuito all’Italia un sacco di soldi, si aspettano che in Italia arrivino i progetti fatti in maniera adeguata, compresi gli obiettivi e la tempistica.

Se c’è una crisi di governo tutto questo diventa molto più difficile, quindi gli europei sono molto preoccupati e ci guardano dicendo che stiamo sciupando una grande occasione, la quale probabilmente non ci si presenterà più.

— L’attenzione di questi giorni sarà tutta puntata sulla crisi politica, la grave situazione economica degli italiani verrà messa in secondo piano? Quanto durerà questa crisi?

— Penso che questa crisi duri poco, si andrà rapidamente ad una conclusione, il tutto verrà concordato fra Mattarella, Conte e immagino il Partito Democratico. È una crisi che si può svolgere seconda una serie di tappe in cui alcuni passaggi sono possibili e altri immediatamente impossibili.

Pubblicato il 14 gennaio 2021 su Sputniknews