Home » Posts tagged 'Partito Democratico' (Pagina 27)
Tag Archives: Partito Democratico
The Disappearance of Political Cultures in Italy @sesp_j South European Society and Politics
Is there any future for new political cultures in the Italian political system?
Read “The Disappearance of Political Cultures in Italy”
By Gianfranco Pasquino
Abstract
Following the collapse of the Italian party system in 1994, post-war Italian political cultures have all but exhausted themselves, if not disappeared completely. First, the Ulivo (Olive Tree) in 1996–1998, then, the Partito Democratico in 2007–2008, attempted without much conviction to formulate a new political culture combining several traditions and heritages. This article will explore how and why the PD failed in its attempts. It will also look at the status of other political cultures, especially the federalist and the liberal, supposedly relaunched by Berlusconi in 1994. It will conclude with some reflections on the appearance of personalist parties and leaders’ narratives and provide an assessment of the present situation with specific reference to the attempt by the PD leader, Matteo Renzi, to give birth to a so-called ‘Partito della Nazione’. Is there any future for new political cultures in the Italian political system? Will the Italian party system ever be revived?
Perchè stare a guardare è roba da irresponsabili
La Direzione del Partito Democratico aveva un sacco bello di domande politicamente rilevanti alle quali rispondere. Ha deciso, quasi all’unanimità, sette astenuti soltanto, di evaderle. Però, è riuscita, nuovamente quasi all’unanimità, a rispondere a una domanda che nessuno ha ancora fatto. In assenza del segretario Renzi che, per correttezza politica, avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni al più importante organismo del suo partito, spiegando perché erano necessarie e doverose, la Direzione le ha accettate senza batter ciglio. L’accettazione è stata sanzionata da un inutile tweet di Gentiloni che ha lodato “lo stile e la coerenza politica” di Renzi, facendo finta di non avere letto l’intervista di Renzi al “Corriere della Sera” nella quale figuravano in maniera prominente le critiche al Presidente del Consiglio, il cui governo non avrebbe neppure dovuto nascere dopo la batosta referendaria, e al Presidente della Repubblica.
In altri tempi in altri partiti, dopo una pesante sconfitta elettorale, due milioni e mezzo di voti persi dal 2013 al 2018, più di sette milioni se Renzi continua a intestarsi il perdente bottino del “sì” al referendum costituzionale del dicembre 2016, la Direzione si sarebbe chiesta dove sono finiti quei voti, se si poteva/doveva fare una campagna elettorale meno personalizzata, se, invece, di parlare di squadra a due punte, in realtà relegando Gentiloni al ruolo di “spalla”, non fosse stato preferibile valorizzare quanto fatto dal governo. Avrebbe cercato di capire che tipo di partito è diventato il PD: forte nelle città medio-grandi debolissimo nei comuni relativamente piccoli; molto votato dalle fasce medio-alte per reddito e istruzione, abbandonato dai settori popolari; evanescente fra gli elettori al di sotto dei 40 anni, presente in maniera cospicua fra gli ultrasessantenni. Il vice-segretario Martina ha accuratamente evitato di discutere di tutto questo che implicherebbe anche una critica severa a un partito divenuto personalista e una ricerca vera di un modello di partito diverso, con qualche radicamento territoriale. Che siano state le candidature paracadutate almeno in parte responsabili dell’emorragia di voti? No, la Direzione di questo tema mondano non si è occupata anche perché avrebbe portato con sé una qualche riflessione sulle modalità di scelta delle candidature e quindi sulla responsabilità non solo del segretario dimissionario, ma anche dei suoi collaboratori, tutti rieletti, seduti nelle prime fila. Nulla dirò sulla legge Rosato per non sentire come replica un sospiro e il lamento: “ah, avessimo avuto l’Italicum…” che non discuto in quanto ad esito, quasi sicuramente non favorevole al PD, ma in quanto alla qualità: cattiva legge elettorale. La Direzione non si è neanche interrogata sui più che mediocri risultati delle piccole liste coalizzate: Civica Popolare del ministro Lorenzin, Insieme dei prodiani, +Europa di Emma Bonino.
Lasciate inevase le domande politiche che segneranno comunque i problemi che il PD in quanto partito dovrà affrontare per non scomparire, la Direzione ha dato una risposta secca e sommaria ad una domanda che non è ancora stata rivolta agli organi statutari: “staremo all’opposizione”. A prescindere momentaneamente da qualsiasi altra considerazione, il verbo è sbagliato. Poiché attualmente il PD è al governo con Gentiloni e con un pacchetto di ministri importanti, il verbo giusto è “andremo” all’opposizione. La giustificazione di questo comportamento a futura memoria è semplicemente stupida: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Sicuramente, non sono stati gli elettori che hanno votato Partito Democratico a mandarlo all’opposizione. Anzi, votandolo speravano riuscisse a rimanere al governo. È tuttora probabile che gli elettori del PD desiderino che il partito protegga e promuova le loro preferenze, i loro interessi, addirittura i loro ideali con impegno, con “umiltà e coesione politica” (seconda parte del tweet di Gentiloni che, evidentemente, sta già sognando un altro partito .
In una democrazia parlamentare multipartitica chiamarsi pregiudizialmente fuori dalle procedure, consultazioni e confronti programmatici, che conducono alla formazione di un governo, rifiutare il proprio apporto, annunciare un’opposizione preconcetta è un atteggiamento che ho definito “eversivo”. Nel frattempo, già più di una volta, il Presidente Mattarella ha richiamato tutti al senso di responsabilità. Esiste una responsabilità nei confronti dei propri elettori, ma c’è anche una responsabilità superiore, quella nei confronti della democrazia parlamentare: responsabilità nazionale. Chi si rifiuta di contribuire alla soluzione del rebus prodotto dai partiti e dai loro dirigenti agevolati da una pessima legge elettorale che ha dato loro troppo potere a scapito di quello degli elettori è irresponsabile. Se rende impossibile qualsiasi soluzione il suo comportamento merita di essere definito eversivo.
Pubblicato il 14 marzo 2018
Sì a proposte senza più preconcetti #direzionePd
Le premesse della riunione della Direzione del Partito Democratico di oggi non sembrano buone. Sarebbe stato opportuno che Renzi presentasse di persona le sue dimissioni ai componenti della Direzione spiegando perché sono andati perduti 2 milioni e mezzo di voti dal 2013 ad oggi, chiarendo anche quali sono i motivi per i quali il PD dovrebbe andare e rimanere all’opposizione. Invece, la lettera di dimissioni sarà letta dal Presidente del partito, Matteo Orfini e la relazione la farà il vicesegretario Martina. I problemi aperti, a cominciare dai numeri della sconfitta logica conseguenza dei comportamenti del segretario e dei suoi troppo ossequienti collaboratori, meritano una discussione approfondita e senza reticenze. La Direzione dovrebbe chiedersi perché il partito non ha saputo sfruttare al meglio gli esiti positivi, ancorché migliorabili, conseguiti dal governo Gentiloni. Sarà stata l’ambiguità della formula a “due punte”, troppo spesso utilizzata dal sovraesposto segretario e che a molti ha probabilmente segnalato la volontà di Renzi di tornare a Palazzo Chigi? Anche se l’esito elettorale della lista Liberi e Uguali è stato assolutamente deludente, chiunque voglia guidare un partito di centro-sinistra deve sapere prevenire scissioni sulla sua sinistra. Un bravo segretario tiene all’unità del suo partito, accetta il dissenso interno, vi si confronta, non lo schiaccia, anzi, mira a valorizzarlo. Comunque, qualsiasi rilancio del Partito Democratico passa attraverso il recupero sicuramente degli elettori, probabilmente anche di molti dirigenti di Liberi e Uguali. Una qualche sperimentazione di accordi potrebbe già cominciare sulla valutazione delle proposte programmatiche del Movimento Cinque Stelle per una molto eventuale formazione del prossimo governo. La Direzione non dovrebbe partire da una posizione preconcetta “stare [più precisamente “andare”, poiché il governo Gentiloni è tuttora costituzionalmente in carica] all’opposizione”. Un partito che dalla segreteria di Veltroni (2007) in poi si definisce “a vocazione maggioritaria” viola uno dei suoi precetti fondanti se si colloca pregiudizialmente fuori del gioco di formazione del governo. Potrebbe essere chiamato ad un atto di grande responsabilità politica nei confronti del paese che ha bisogno di un governo (relativamente, sic) stabile, effettivamente operativo. La Direzione dovrebbe evitare di disperdere il suo tempo a discutere delle date e delle modalità per l’elezione del prossimo segretario a scapito dei più importanti temi politici. Sono giuste le ambizioni personali, persino benvenute, se accompagnate da elaborazioni relative a che tipo di partito dovrà diventare il Partito Democratico e di quale cultura politica dovrà dotarsi. Con Renzi non c’è praticamente stata nessuna attenzione alle strutture del Partito che dovessero sostenerne le politiche, creare e mantenere rapporti e legami con l’elettorato, divulgare quanto fatto e, eventualmente, cambiare linea. Una riflessione autocritica dei molti che hanno assecondato Renzi nella trascuratezza dell’organizzazione del partito è assolutamente raccomandabile. All’inizio del 2017 le minoranze interne del PD, compresi i due candidati alternativi a Renzi alla segreteria del partito, vale a dire Orlando e Emiliano, chiesero una conferenza programmatica, che è un modo per discutere non soltanto le politiche, ma anche il veicolo grazie al quale farle camminare. Quella conferenza appare oggi ancora più necessaria, forse prioritaria. Infine, c’è il problema dei problemi vale a dire come dotare il Partito Democratico di una cultura politica convintamente e efficacemente riformista. Criticando i “professoroni”, Renzi e la sua più stretta collaboratrice mandavano anche il messaggio che della fusione del meglio delle culture riformiste italiane a loro non importava nulla. Però, senza una cultura politica riformista (che si traduce anche nel migliorare le proposte di altri) il Partito Democratico non soltanto è destinato a continuare a perdere voti, ma perderà il senso della sua stessa esistenza.
Pubblicato AGL il 12 marzo 2018
ALDO GRASSO, IL DIVERSIVO #comeunmanipolatorequalunque @Corriere
Nel suo Padiglione Italia (Corriere della Sera 11 marzo 2018) Aldo Grasso mi maltratta e mi manipola (non ho mai usato la parola “terroristi” per il PD e per Renzi). Pensavo che, data la comune “fede granata”, avrei avuto un trattamento di favore (ma, Grasso sarà mica diventato juventino?). Il mio tweet, che ha ricevuto consensi e critiche è chiaro.
Contati i voti, poiché nelle democrazie parlamentari, come quella italiana, i governi si fanno in parlamento, tutti, a cominciare dai capi di partito, vanno a vedere i programmi. Chi si nega al confronto imponendo a priori ai parlamentari da lui nominati di non parteciparvi compie un atto sicuramente eversivo delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare (in maniera non dissimile da quanto fece il M5S all’inizio della scorsa legislatura).
Non ho mai scritto che, come recita il titolo davvero manipolatorio di Padiglione Italia, “Stare all’opposizione è eversivo”. Ritengo che sbaglino i dirigenti del PD e il loro ex-segretario quando sostengono che “gli elettori ci hanno voluto all’opposizione”. Gli elettori degli altri partiti ovviamente sì; con tutta probabilità coloro che hanno votato PD avrebbero voluto che il loro partito mantenesse/riassumesse la guida del governo. Mi avventuro a sostenere che molti di quegli elettori ritengono utile e importante che il PD (con il suo prossimo segretario) faccia valere le sue proposte sia in sede di negoziato per formare un governo, atto di responsabilità nei confronti del paese prima ancora che dei suoi elettori, sia, eventualmente, dall’opposizione.
La sgradevole chiusa di Grasso tenta di essere offensiva accomunandomi ad “un D’Alema qualunque”. Ho stima di D’Alema, che non è certamente un “politico qualunque”, e sono convinto che lui la ricambi. Né lui né il sottoscritto parleremo di “un Grasso qualunque”. È proprio questo Aldo Grasso a sembrarci superficiale e diversivo.
Politologia e politica del renzismo
Sostiene il noto politologo Lorenzo Guerini, membro della segreteria del Partito Democratico: “il ruolo che ci hanno assegnato gli elettori è quello dell’opposizione”. Attendiamo un rapido endorsement di Romano Prodi. Con qualche sorpresa, rileviamo che, a sua insaputa, l’on. Guerini, debitamente rieletto grazie alla generosa legge Rosato, resuscita il vincolo di mandato, quello, curiosamente, che vorrebbero i pentastellati. Ovvero, addirittura sa, dopo un’intensa campagna elettorale di ascolto sul territorio, che gli elettori lo votavano poiché volevano mandarlo all’opposizione. Sì, visti gli esiti elettorali, è probabilissimo che l’ottanta per cento degli elettori italiani abbia voluto proprio questo, ma anche gli elettori del Partito Democratico lo hanno votato per mandarlo (e tenerlo) all’opposizione? Non ci posso credere, però, capisco che con queste rudimentali conoscenze il Guerini fosse entusiasta delle riforme costituzionali bocciate solo dal 60 per cento degli elettori. E se quegli elettori che, certo tormentatamente, hanno alla fine deciso di votare PD volessero, invece, cercare di mantenerlo in una coalizione di governo, persino farne il partito che desse le carte del prossimo governo? No, il Guerini ne sa di più ed esclude che questo fosse l’obiettivo degli elettori del PD. Tuttavia, un problema lui e il suo segretario dimissionario autosospeso potenziale sciatore dovrebbero porselo: e se quegli elettori del PD volessero, comunque, essere rappresentati?
Andarsene sull’Aventino, ahi, errore: sto sondando le conoscenze storiche di Guerini, Renzi e chi sa quant’altri, sarebbe una buona accettabile modalità di rappresentanza politica da offrire, mantenere, garantire per quei 6 milioni e 135 mila elettori ed elettrici che, nonostante tutto, hanno tentato disperatamente di salvare il PD? Eh, no, afferma il Guerini, noi quella rappresentanza gliela daremo stando all’opposizione. Starete all’opposizione anche, si chiedono gli elettori, se si verificasse una situazione nella quale i vostri voti risultassero non solo necessari, ma decisivi per dare vita a un governo, per renderlo operativo e credibile sulla scena e nelle istituzioni europee (quei voti che, fra l’altro, lo scrivo per il Guerini, non per il Renzi che toglieva la bandiera dell’Unione prima di una sua conferenza stampa, sono l’ultimo nucleo forte di europeisti)? Lascerete così campo libero agli euroscettici, se non, addirittura, ai sovranisti Meloni-Salvini? Qui, con grande perplessità del Guerini (e di Renzi, Lotti, Boschi, Richetti e compagnia forse non più tanto danzante), fa la sua ricomparsa il dettato costituzionale relativo alla rappresentanza della Nazione “senza vincolo di mandato”.
Esiste, sicuramente, un vincolo di lealtà e persino di disciplina nei confronti del partito che candida e fa eleggere per il quale, in primo luogo, hanno votato gli elettori che, ancora più sicuramente, non gradiscono i trasformisti, e hanno ragione. Però, esistono anche una teoria e una best practice della rappresentanza che si traduce nella acuta consapevolezza che bisogna mettersi a disposizione per servire i superiori interessi della nazione. Hai visto mai che fra questi interessi ci sia un governo capace di durare e di agire, operativo (che è il termine che ho già variamente usato), che tale non potrebbe né esistere né produrre effetti senza una convinta partecipazione dei parlamentari del PD? Questa si chiama rappresentanza politica più responsabilità. No, la sinistra, che non è affatto la stessa cosa del PD, non si ricostruisce andando a collocarsi sterilmente all’opposizione e “gufando” (ho già sentito questo verbo, ma non ricordo più chi lo ha utilizzato spesso, senza successo). Si ricostruisce sui punti programmatici che saprà imporre a una coalizione di governo nata con il suo appoggio, efficace grazie al suo sostegno, riformista grazie alle sue proposte.
I dirigenti di un Partito Democratico (vorrei che la “p” e la “d” potessero essere al tempo stesso maiuscole e minuscole) consentirebbero ai loro iscritti di scegliere democraticamente la strada che desiderano che i loro parlamentari imbocchino e percorrano, magari facendo loro (agli iscritti) ascoltare qualche voce diversa dai renziani che sono tutti parte del problema e che non hanno finora saputo elaborare neanche un brandello di soluzione. Anche per questo hanno perso più di quattro milioni di voti.
Pubblicato 8 marzo 2018 su PARDOXAforum
Le dimissioni sospese e il ricatto
Nelle democrazie parlamentari si contano i seggi in Parlamento. Si valutano le convergenze programmatiche, si mette insieme una maggioranza in grado di durare e di fare e s’individua la personalità giusta per guidarla. I gruppi parlamentari hanno, tutti, nessuno escluso, il compito di rappresentare almeno i loro elettori e, nella misura in cui lo desiderano e lo sanno fare, di rappresentare la nazione. Chiamarsi fuori, per di più preventivamente, è un sicuro atto di codardia politica, in qualche caso anche di arroganza egoistica. Le dimissioni annunciate, ma non date, da Renzi configurano esattamente la fattispecie della sua rinuncia trasferita anche sul suo, non sappiamo ancora per quanto, partito a “concorrere a determinare la politica nazionale” (sono le parole dell’art. 49 della Costituzione).
Dopo una sconfitta politica, è dissennato pensare che il PD potrà contare e meno che “governare” dall’opposizione. Non ci riuscirono i comunisti, molto più compatti e disciplinati e molto meglio preparati dei parlamentari del Partito Democratico. Renzi ha annunciato di volere rimanere in carica non per dare un contributo, per lui sicuramente quasi impossibile, alla ricostruzione del partito, al quale non ha mai, in verità, dato significativa attenzione, ma per impedire qualsiasi partecipazione dei gruppi parlamentari del PD alla formazione di una maggioranza di governo. Tenendo conto di tutte le differenze, che sono grandi, fra i due casi: Renzi non è Schulz, Luigi Di Maio non è Angela Merkel, il PD non è minimamente la SPD e il Movimento Cinque Stelle non è la CDU/CSU, anche se ha ottenuto un consenso elettorale comparabile, preso atto che nel Bundestag non c’era maggioranza operativa diversa da quella della (un po’ meno) Grande Coalizione, socialdemocratici e democristiani hanno negoziato tutti i punti programmatici e, in parte, persino, tanto inevitabilmente quanto correttamente, le cariche, vale a dire i Ministri responsabili di tradurre quei punti in politiche pubbliche. Poi gli iscritti alla SPD sono stati chiamati a decidere. Nessuno dei socialdemocratici si oppose ai negoziati. Un terzo degli iscritti ha poi espresso un voto negativo finendo, però, accettare disciplinatamente la sconfitta e, poi, collaborare affinché la Grande Coalizione governi la Germania nel miglior modo possibile.
Con le sue dimissioni a futura memoria Renzi sta praticamente ricattando il suo partito. Si mette di traverso persino al tentativo di aprire un negoziato, di andare a vedere le carte degli altri, in questo caso delle Cinque Stelle che sono quelli che hanno le carte in mano e le daranno. Per dirla con le sue metafore, Renzi agisce come quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone. Renzi ha perso alla grande, ma il pallone non è suo. Decideranno i parlamentari del PD se continuare a giocare oppure no. Potrebbero decidere di andare a vedere le carte, di negoziare i punti programmatici, di portare l’esito agli iscritti. Nutro una notevole perplessità su una consultazione aperta, molto impropriamente definibile come primaria, poiché credo che debbano assolutamente essere gli iscritti a decidere i comportamenti e il futuro del “loro” partito. Come Renzi lo ha preannunciato, il suo comportamento si configura, da un lato, come integralmente partitocratico: il segretario del partito detta e impone la linea ai gruppi parlamentari. Dall’altro lato, è deprecabilmente antiparlamentare negando qualsiasi autonomia di discussione, di valutazione, di decisione a deputati e senatori eletti dal popolo (questa è la parola giusta). Vero è che, a causa della legge Rosato, quegli eletti li ha praticamente scelti tutti lui, ma, una volta entrati in parlamento, tutti loro hanno il dovere costituzionale di rappresentare la nazione e di farlo “senza vincolo di mandato”. Qualsiasi altro comportamento, a partire dal ricatto delle dimissioni a orologeria, è nocivo al parlamento, all’Italia e allo stesso PD.
Pubblicato AGL il 7 marzo 2018
Ora bisogna fare politica #ElezioniPolitiche2018
Sarà anche stata brutta, come hanno sostenuto, senza troppa fantasia, la quasi totalità dei giornalisti e commentatori italiani (e stranieri), ma, fermo restando che le campagne elettorali non debbono essere valutate in base a criteri estetici, molti elementi suggeriscono che è stata una campagna elettorale molto utile. Ha comunicato un sacco di informazioni agli elettori, in materia di immigrazione e del suo eventuale, difficile controllo; di tasse, con una pluralità di proposte; di mercato del lavoro e delle modalità di renderlo, non tanto più flessibile quanto più accogliente; di leadership, persino con l’indicazione, non soltanto propagandistica, di eventuali ministri; infine, con riferimento alle possibili (e impossibili) coalizioni di governo e al ruolo importante e persino decisivo che sarà svolto dal Presidente della Repubblica. Certo a fronte di tutte queste innegabilmente importanti informazioni, gli elettori si sono trovati con uno strumento, la scheda elettorale, molto spuntato. Ciononostante, hanno capito l’importanza della posta in gioca non facendosi scoraggiare né dai commentatori che continuavano a paventare la fuga dalle urne né dai bizantinismi della legge elettorale. È ipotizzabile che sia stata l’incertezza dell’esito a funzionare come fattore mobilitante scacciando il troppo temuto fenomeno dell’astensionismo. Gli elettori hanno consapevolmente deciso che vogliono contare.
Gli exit poll, basati sulla compilazione di schede da parte di elettori che hanno appena votato, sembrano confermare le tendenze di fondo individuate dai sondaggi. Al momento, i tre dati più importanti sono, primo, che il Movimento Cinque Stelle risulta largamente in testa, arrivando forse addirittura oltre il 30 per cento. Secondo, il Partito Democratico appare in chiaro declino rispetto al 2013, giungendo all’incirca ac poco più/poco meno del 20 per cento. Terzo, Forza Italia e la Lega sembrano essere in una situazione di pareggio tecnico, con Forza Italia un po’ al disotto delle previsioni, forse superata dalla Lega. Le liste minori, fra le quali probabilmente va collocata anche Liberi e Uguali, hanno un andamento piuttosto insoddisfacente. Approfondendo l’analisi e scandagliando le probabili motivazioni degli elettori, appare plausibile sostenere che il voto per le Cinque Stelle è il prodotto della combinazione fra la perdurante insoddisfazione per la politica italiana di un alto numero di elettori e la disponibilità a perseguire la strada indicata da Di Maio e altri per un governo mai sperimentato, ma adesso possibile. L’esito certamente deludente per il Partito Democratico viene probabilmente da lontano: dagli errori del suo segretario, Matteo Renzi, dalla sua arroganza che ha spinto fuori dal partito persino alcuni dei suoi fondatori, dalla incapacità, forse impossibilità di valorizzare il governo di Gentiloni e la crescita economica, vera ancorché limitata.
Anche il centro-destra ha di che dolersi dell’esito complessivo. Rimane parecchio lontano dalla maggioranza assoluta di seggi che Berlusconi aveva annunciato come praticamente conseguita. Non gli basterà scovare una manciata di parlamentari disponibili, cosiddetti “responsabili”. Non potrà neppure lanciarsi sulla strada che, forse, avrebbe preferito, vale a dire quella di un fruttuoso incontro di “medie” intese con il Partito Democratico di Renzi. Mancherebbero almeno un centinaio di seggi. A questo punto, la palla va tutta nel campo, costituzionale, del Presidente Mattarella. Utilizzando i suoi tutt’altro che marginali poteri, il Presidente opererà affinché sia il Parlamento a produrre una soluzione stabile e operativa. Altrimenti, procederà a dare vita a un governo cosiddetto del Presidente, comunque, costituzionale e certamente politico poiché dovrà ricevere la fiducia dal Parlamento come l’hanno eletto i cittadini italiani.
Pubblicato AGL il 5 marzo 2018
Alle urne con quel che passa il convento #ElezioniPolitiche2018
Quello che ha passato il convento, anzi le conventicole partitiche e movimentiste, nella campagna elettorale, non è stato granché e, tuttavia, dal punto di vista delle offerte di programmi e di persone, è stato abbastanza variegato, più di un passato che molti hanno dimenticato o non vissuto. Abbiamo rivisto un po’ di usato, nient’affatto sicuro, ma ripetitivo e costantemente mendace (Berlusconi); abbiamo ascoltato molte promesse che non potranno essere mantenute, talvolta condite con persistente, incomprimibile arroganza; abbiamo notato pochissimo nuovo che avanza con passo di gambero (il Movimento Cinque Stelle); abbiamo sentito una sgradevole insistita richiesta di voto utile (Renzi). Difficile dire se tutto questo è risultato attraente per l’elettorato. Neppure il malposto paragone con le elezioni del 1948 che si svolsero in condizioni irripetibili: in piena guerra fredda e con una vera competizione bipolare per il governo del paese, può essere mobilitante.
Gli italiani che conosciamo sanno che il loro voto è sempre utile sia quando premia un partito o un candidato sia quando intende punire candidati e partiti (e molti la punizione se la meritano, eccome). Sanno che il loro voto serve anche a esprimere chi sono, con quali amici si rapportano, che società e che politica desidererebbero. Sono consapevoli che non otterranno tutto questo, ma saranno contenti di averci provato, di avere rinsaldato i loro legami con chi ha votato in maniera simile, di essersi riconquistato il diritto di criticare che cosa i politici, i parlamentari, i partiti, i governi faranno, non faranno, faranno male. Gli elettori italiani sanno che non hanno praticamente nessuna influenza diretta sulla formazione del governo, e se ne dolgono. Non servirà a nulla ascoltare e/o leggere le parole di un pur autorevole professore, anche emerito, di scienza politica, che spiega loro che nelle democrazie parlamentari i governi si fanno, si disfanno, si rifanno in Parlamento.
Gli elettori che andranno a votare vorrebbero che almeno fosse detto loro con chiarezza e senza sicumera per quali ragioni nascono quei governi e come formulano il programma della coalizione che dovrà impegnarsi a sostenerlo e ad attuarlo. Certo, quel professore di scienza politica continuerà imperterrito a sostenere, perché lo ha letto nella Costituzione (il cui impianto lui a contribuito a salvare con un rotondissimo NO al referendum), che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri. Tuttavia, i partiti non fanno nessuno sbrego alla Costituzione quando mettono “in campo”, i nomi dei loro candidati alla carica sia di capo del governo sia di ministro. È un’indicazione aggiuntiva che può servire all’elettorato a farsi un’idea di che cosa ci si può aspettare da quel partito poiché da tempo sappiamo che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne (abbiano ricevuto o no endorsement più o meno autorevoli). Un po’ di chiarezza su chi attuerà concretamente un programma concordato fra più protagonisti e su quali saranno le priorità è certamente utile.
Non viviamo nel migliore dei mondi, ma neanche nel peggiore. Quando avremo contato il numero dei seggi conquistati dai partiti e dalle coalizioni avremo la certezza che alcune delle ipotesi accanitamente e noiosamente discusse non sono numericamente praticabili. Il centro-destra non avrà ottenuto la maggioranza assoluta di seggi e non sarà in grado da solo di conseguire il voto di fiducia. La somma dei seggi del Partito Democratico più quelli di Forza Italia non supererà l’indispensabile soglia del 50 per cento: addio alle non sufficientemente larghe intese. Forse, nonostante la generosità di Berlusconi non ci saranno abbastanza parlamentari già insoddisfatti al momento del loro ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama per “puntellare” in cambio di qualche carica una coalizione che contenga Berlusconi e tutto o parte del suo centro-destra.
Evitando gli ormai stucchevoli piagnistei sul referendum perduto e sull’Italicum caduto e le critiche, pur doverose, alla pessima legge Rosato (che, però, avrà probabilmente salvato il seggio del suo relatore,di un’indispensabile sottosegretaria, dell’ex-Presidente della Commissione Banche e della new entry Piero Fassino), smettendo di pettinare le bambole e rimboccandosi le maniche ai parlamentari spetterà il compito di dare vita ad un governo, di scopo, per l’appunto lo scopo di governare una società frammentata, corporativa, egoista, ma talvolta anche capace di impennate di innovazione, di impegno, purché chi si pone alla guida sia competente e, soprattutto, credibile. Con un po’ di fortuna e molta virtù, si può fare. The best is yet to come.
Pubblicato il 3 marzo 2018
Cortesi, scorretti, inesperti, manipolatori
Scorrettezza politica e costituzionale oppure cortesia istituzionale? Fare conoscere in anticipo al Presidente della Repubblica la lista dei ministri del prossimo eventuale (issimo) governo delle Cinque Stelle è, a mio parere, un gesto sostanzialmente propagandistico senza nessun senso istituzionale, ma anche senza nessuna violazione costituzionale. A Giovanni Sartori e, per quel che conta, anche a me, già pare costituzionalmente deprecabile che nei simboli di molti partiti compaia il nome del leader anche se è vero che alcuni partiti avrebbero vita ancora più triste e grama se non sfruttassero quel minimo di popolarità derivata che le apparizioni televisive dei leader garantiscono loro. Fu Berlusconi, non bloccato da Ciampi, a inaugurare la moda. Voleva non solo asserire con forza il suo predominio su Forza Italia e sul Popolo della Libertà, ma anche sottolineare che era lui e solo lui il candidato alla carica di Presidente (del Consiglio). Abbiamo anche visto e non stigmatizzato abbastanza le consultazioni parallele tenute dal segretario del PD Matteo Renzi nel dicembre 2016 dopo la pesante sconfitta referendario nel per individuare il suo successore. La sfilata di Padoan, Gentiloni, Delrio e Franceschini da lui convocati a Palazzo Chigi si configurò come una reale soperchieria costituzionale.
Non ha bisogno Di Maio di mettere il suo nome nel simbolo del Movimento che è molto più noto di lui e molto più attrattivo agli occhi di un elettorato insoddisfatto della politica italiana, irritato, anti-establishment che non ha nessun bisogno di sapere in anticipo né il nome del Presidente del Consiglio né i nomi dei ministri. Dunque, siamo di fronte a una sceneggiata napoletana che, pur criticabile, merita poca considerazione perché non intacca per nulla i poteri del Presidente della Repubblica al quale spetterà la nomina del Presidente del Consiglio “e, su proposta di questi, i ministri”. Riconosciamo a Di Maio la piena libertà di proporre i ministri che vorrebbe, ma la nomina spetterà a Mattarella e, se mai Di Maio andasse al governo, quei ministri dovrà prima di tutto concordarli con gli alleati della coalizione che fosse riuscito a formare. È anche sbagliato criticare Di Maio perché ha parlato di governo ombra, che è quello che alcune opposizioni costruiscono, soprattutto nei paesi anglosassoni a competizione bipolare/bipartitica (ci provò anche, malamente e tardivamente, il PC/PDS), come se si preparasse a stare all’opposizione- che potrebbe, comunque, essere il suo destino dopo il 4 marzo. Di Maio sta cercando di “fare ombra” sia al centro-destra, nel quale è in corso uno scontro en plein soleil di potenziali Primi ministri, sia al PD con il suo attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, (uno più puntuto dell’altro) e con molti aspiranti alcuni (tramanti) nell’ombra.
Preso atto che la lista dei ministri di Di Maio non appare ricca di personalità quanto, piuttosto, povera di esperienza politica e quindi splendidamente rappresentativa dell’ideologia e della pratica delle Cinque Stelle, interpreterei la sua presentazione precoce come un omaggio un po’ maldestro (ma anche un po’ sinistro) alla logica delle istituzioni e della competizione politica. Infatti, è innegabile che da molte parti venga spesso la richiesta, soprattutto nelle elezioni comunali, di fare conoscere in anticipo la squadra dei governanti come se le squadre fossero automaticamente un valore aggiunto. Certo, se Virginia Raggi avesse fatto conoscere in anticipo la sua squadra avrebbe anche potuto in anticipo procedere al raffinato gioco di dimissioni, sostituzioni, nuove nomine etc. Non so se Di Maio ha fatto tesoro di quella (non)esperienza. Credo, invece, che, magari senza esserne del tutto consapevole, senza forse neanche volerlo sta comunicandoci qualcosa di importante. Il Movimento Cinque Stelle sta proseguendo la sua lenta marcia nelle istituzioni cominciata nella confusione in Parlamento cinque anni fa. Prolungata non splendidamente nei lavori parlamentari facendo “crescere” qualche competenza, la marcia pentastellata nelle istituzioni è approdata al riconoscimento del ruolo e dei poteri del Presidente della Repubblica. Le modalità del riconoscimento sono piuttosto pasticciate e contengono anche un ingenuo tentativo di condizionamento di Mattarella. Forse, vogliono persino essere una sfida ai Renzi e ai Berlusconi, ai Salvini e alle Meloni. Tutti costoro, soprattutto i primi due, hanno anche altre gatte da pelare e non hanno risposto adeguatamente. Tuttavia, se i famigerati intellettuali di riferimento, i giuristi (e i politologi) di corte dicessero alto e forte che tutto quello, nomina dei ministri compresa, che succederà dopo il 4 marzo avrà inizio esclusivamente con le consultazioni presidenziali ufficiali e con l’esercizio pieno dei poteri del Presidente sarebbe già un piccolo, ma utile passo avanti per tenere sotto controllo le conseguenze del voto prodotte da una brutta legge elettorale (mai abbastanza deprecata).
Pubblicato il 1 marzo 2018 su FondazioneNenniblog
Centro destra a caccia dei puntelli
Stanno diventando tutti preveggenti i leader dei diversi partiti e schieramenti politici italiani. Si preparano a governare negando, con maggiore o minore intensità, il cosiddetto “inciucio”, ma incamminandosi verso quelle che chiamano “convergenze” programmatiche, larghe intese, governi di scopo e altre amenità (che, però, non fanno ridere). Anche come conseguenza di una pessima legge elettorale, peraltro fortemente voluta da loro, sono Renzi e Berlusconi che cercano il modo di disinnescare il Movimento Cinque Stelle. Alla ricerca di personalità politiche che diano una buona immagine di possibile compagine governante, le Cinque Stelle devono fare i conti con un reclutamento un po’ superficiale e disinvolto. Non hanno la struttura in grado di filtrare le candidature cosicché già devono annunciare che un certo numero, circa una decina, dei loro probabili eletti, in odor di massoneria e di altri inconvenienti, non saranno accettati nei gruppi parlamentari del Movimento.
Il Partito Democratico di Renzi appare lontano sia dalla possibilità di essere il primo gruppo parlamentare sia dalla probabilità di costruire una coalizione più grande di quella del centro-destra. Tuttavia, salvo che nei sondaggi personali di Berlusconi e in qualche ardita proiezione di studiosi non proprio impeccabili, al centro-destra dovrebbero mancare almeno una trentina di deputati e una quindicina di senatori per conseguire la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato in assenza della quale nessun governo può entrare in carica. Nel prossimo Parlamento, poi, non ci sarà neppure più Denis Verdini, che sapeva come spostare non pochi parlamentari a sostegno di operazioni governative. Pertanto, Berlusconi sarà costretto a fare affidamento soltanto sulla sua fantasia e sulla sua generosità.
Tantissima acqua è passata sotto i ponti da quando, nell’autunno del 1994, Berlusconi, “tradito” dalla metà circa dei parlamentari della Lega, che poi appoggiarono il governo presieduto da Lamberto Dini, levò alte grida contro il “ribaltone”, ovvero la sostituzione della sua maggioranza parlamentare, che aveva vinto, seppur risicatamente, le elezioni, con una maggioranza fatta prevalentemente da coloro che quelle elezioni le avevano sonoramente perse. Pur costituzionale, il ribaltone che implica il cambiamento di posizione e di voto di non pochi parlamentari, è un fenomeno politicamente criticabile, non gradito alla maggioranza degli elettori italiani, i quali, peraltro, ne hanno viste di tutti i colori. Fra questi colori si situa il nomadismo da un gruppo parlamentare a un altro, il cosiddetto cambio delle casacche, vale a dire il notissimo vizio dei parlamentari italiani definito trasformismo. Più di un terzo dei 945 parlamentari italiani ha cambiato gruppo parlamentare nel periodo 2013-2018, anche come effetto delle scissioni sia da Forza Italia sia dal PD.
Berlusconi ha deciso in anticipo di valorizzare i parlamentari potenzialmente trasformisti lanciando l’appello a coloro che si sentiranno a disagio nei gruppi parlamentari costituiti dai partiti che li hanno sconsideratamente candidati. Ha promesso che non chiederà contributi per Forza Italia, ma lascerà loro l’indennità piena, mentre i Cinque Stelle quasi la dimezzano ai loro eletti e il PD chiede a tutti soldi che spesso non riesce a riscuotere. Potranno essere i loro voti a rendere possibile la formazione del governo e a “puntellarlo”. Di volta in volta quei voti saranno anche utili, forse indispensabili per approvare alcuni provvedimenti legislativi. Sarà il loro senso dello Stato, Berlusconi li blandisce, a evitare l’instabilità e un pericoloso rapido ritorno alle urne, da molti e, qualche tempo fa, persino da lui, invocato, ma improbabile senza una revisione profonda della legge elettorale.
Bisogna essere grati a Berlusconi (spero che la mia ironia sia percepibile). Ha già fatto sapere agli elettori, rassicurando anche tutti coloro che, sbagliando, ripetono che ci vuole un governo scelto dagli elettori, quale maggioranza condurrà a governare: il centro-destra più un imprecisato numero di puntellatori e, per parità di genere, puntellatrici. Faites vos jeux.
Pubblicato AGL il 22 febbraio 2018




