Home » Posts tagged 'Partito Democratico' (Pagina 28)

Tag Archives: Partito Democratico

Due o tre cose da sapere sulle democrazie parlamentari

Nelle democrazie parlamentari, il governo, bisogna continuare a dirlo e a ripeterlo, è espressione del Parlamento. Non è eletto dal popolo. Del Parlamento deve godere la fiducia e mantenerla. Se la perde, può essere sostituito da un altro governo che abbia una maggioranza in Parlamento. Tranne pochissimi casi, quelli anglosassoni caratterizzati da bipartitismo, i governi delle democrazie parlamentari sono formati da coalizioni di partiti. Una volta inaugurati, tutti i governi delle democrazie parlamentari sono a capo di una maggioranza parlamentare e la guidano. Quei governi hanno il dovere politico di attuare un programma. Lo faranno attraverso appositi disegni di legge. Nelle democrazie parlamentari, non sono i parlamentari, per quanto bravi e competenti, a fare le leggi. È il governo, che ha ricevuto un mandato, a elaborare le leggi. Il parlamento le discute, le emenda, le può, nei limiti definiti dal governo, cambiare, infine le approva (o respinge).

Il programma del governo non può mai essere il programma di un solo partito, ma un compromesso, parola nobile, fra i programmi che i partiti facenti parte della coalizione hanno presentato agli elettori durante la campagna elettorale. Ciascuno dei parlamentari di ciascuno e di tutti quei partiti deve sapere che è stato eletto, soprattutto laddove la legge elettorale è proporzionale, com’è il caso praticamente di tutte le democrazie parlamentari ad esclusione di quelle anglosassoni, grazie al fatto che gli elettori hanno scelto il partito che li ha candidati e, più o meno indirettamente, hanno preferito il programma di quel partito. Dopodiché, il problema è che il programma di un governo multipartitico differisce, in verità, mai in maniera esagerata, comunque, non diverge, dai programmi di ciascuno dei partiti contraenti. A quel punto, senza troppi tentennamenti e furbizie, prese di distanza e opportunismi, ciascuno dei parlamentari deve decidere, “senza vincolo di mandato”, se accettare il programma del governo al quale partecipa il partito che lo ha sostanzialmente fatto eleggere oppure se non può e/o non vuole. Quello che non dovrebbe essergli consentito è di impegnarsi in una quotidiana guerriglia parlamentare contro il governo rimanendo dentro il suo gruppo e diventando un franco tiratore.

A loro volta, i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari debbono richiedere, esigere il sostegno e il voto dei loro parlamentari su tutte le materie concordate con i dirigenti degli altri partiti e confluite nel programma di governo. Fin qui il rapporto cruciale fra governo e sua maggioranza parlamentare per l’attuazione del programma concordato che discende in maniera abitualmente considerevole dai programmi dei singoli partiti. La richiesta di disciplina di voto e, qualche volta, di un voto di fiducia, per chiudere la discussione, per fare cessare l’ostruzionismo dell’opposizione, per imporre la decadenza degli emendamenti (spesso stilati da agguerriti gruppi di pressione), è, per lo più, sostanzialmente giustificata e l’indisciplina dei parlamentari risulta indisponente, pelosa e stigmatizzabile. Tutt’altro discorso va fatto quando all’attenzione dei parlamentari il governo pone, per una molteplicità di ragioni, tutte da verificare e da discutere, materie che non si trovano né nel programma di un partito né nel programma dello stesso governo. Allora, sia i dirigenti dei partiti e i capi dei gruppi parlamentari sia il governo e i suoi Ministri il voto di ciascun parlamentare (anche se molti sono già in partenza sufficientemente ossequienti, pronti a qualsiasi prostrazione) debbono conquistarselo. Al proposito, la rappresentanza politica fa, mi spingo più in là, deve fare aggio sulla disciplina di partito e, in un certo senso, di governo.

Il parlamentare può anche decidere di non votare un provvedimento che ritiene contrario al programma del suo partito, che ritiene inaccettabile dai suoi elettori le cui preferenze è giunto a conoscere durante la campagna elettorale, che va contro i suoi personali principi, contro la sua coscienza (e che spiegherà facendo ricorso anche alla sua scienza ovvero ai suoi studi e alle sue conoscenze). Il dissenso argomentato è il sale delle democrazie, ovviamente anche parlamentari. Sovvertire il rapporto fra governo e parlamento asserendo la preminenza del secondo sul primo, sempre e comunque, negando al governo la prerogativa di fare appello alla fiducia e togliendoli gli strumenti, fra i quali il ricorso alla decretazione d’urgenza (ovviamente soltanto in casi “straordinari di necessità”), può significare la trasformazione di una democrazia parlamentare in una pericolosa sbandante democrazia assembleare. Questo è, temo, il pericolosissimo approdo della analisi di Umberto Curi. Potrebbe anche finire per essere, a memoria di un futuro prossimo, l’esito di un governicchio di neanche abbastanza grande coalizione — i numeri parlamentari al momento sono chiaramente insufficienti– fra Partito Democratico e suoi cespugli e Forza Italia. Anche questa è una cosa che so, che riguarda i comportamenti, non la struttura del Parlamento, e che, di conseguenza, non sarebbe evitata, ma, peggio, accentuata in un Parlamento (a funzionamento) monocamerale, come quello che sarebbe conseguito dal “sì” al referendum costituzionale.

Pubblicato 8 febbraio su PARADOXAforum


Perché Prodi ha commesso un errore

Fino a qualche mese fa, Romano Prodi dichiarava di avere “piantato” la sua tenda fuori dal Partito Democratico. Poi, partecipò al velleitario tentativo dell’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia, di costruire un Campo Progressista e lo sostenne, seppur non molto intensamente. In generale, non fece mai mistero di essere distante da non poche politiche e dallo stile di Matteo Renzi. Improvvisamente, l’altro ieri ha dichiarato che voterà Partito Democratico, proprio quando il PD, con la formazione delle liste per il Parlamento, è definitivamente diventato il Partito di Renzi, addirittura, pronto, è opinione diffusa, a fare un governo con Berlusconi, l’avversario storico di Romano Prodi. Potrebbe, in effetti, essere stata proprio la formazione delle liste a dare la spinta, certamente richiesta dai dirigenti del PD, affinché Prodi si pronunciasse ufficialmente. Infatti, nelle liste sono collocati tre collaboratori di lungo corso di Prodi, fra i quali la sua loquacissima portavoce, che, altrimenti, difficilmente avrebbero trovato spazio nell’epurazione renziana.

Prodi avrebbero forse potuto risparmiarsi l’attacco a LiberieUguali i quali non sarebbero, secondo lui, a favore della “coalizione” e dell’unità, dimenticando che, per quello che riguarda Bersani, suo “antico” e bravissimo ministro, è stato Renzi a spingerlo fuori dal PD. Quanto alla coalizione, non saranno i sei o sette strapuntini parlamentari offerti a Insieme (dove stanno i prodiani) e a +Europa (dove ci sono i radicali di Emma Bonino) a fare del PD di Renzi una sinistra plurale. Né Prodi può pensare che il pluralismo della sinistra verrà agevolato dall’elezione di Beatrice Lorenzin e di Pierferdinando Casini quest’ultimo come senatore del PD proprio nel collegio in cui Prodi andrà a votare. Nel passato, le dichiarazioni di Prodi a sostegno di candidati e di tematiche non sono proprio stati brillantissimi. Nella campagna per sindaco di Bologna nel 2009 Prodi scese in campo a sostegno del candidato del PD Flavio Delbono che fu, prima costretto ad andare al ballottaggio, poi sette mesi dopo l’elezione, dovette rassegnare le dimissioni e, accusato di peculato, truffa aggravata e abuso d’ufficio, patteggiò due volte per evitare la possibile condanna. Più di recente, dopo mesi di riflessioni e di critiche, pochi giorni prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Prodi annunciò il suo sofferto “sì” che, evidentemente, non deve avere spostato moltissimi voti. Adesso, comunque, che sposti voti oppure no, quel che è in discussione riguarda più che il sostegno dato al PD, i cui dirigenti leggono giorno dopo giorno sondaggi molto preoccupanti, la sua critica a LiberieUguali, che contiene un tentativo di sostanziale delegittimazione.

Qualcuno potrebbe pensare, personalmente non lo escludo, che Prodi stia ancora consumando la sua vendetta nei confronti di D’Alema accusato di avere seppellito l’Ulivo e di essergli subentrato come capo del governo nel 1998 e poi, forse, di avergli sbarrato la strada al Quirinale nel 2013, ma non si è mai trovato chi aveva la pistola fumante in mano. Ad ogni buon conto, chi vuole (ricostruire) l’unità delle sinistre non può pensare che la faciliterà e otterrà accusando esclusivamente una delle componenti, vale a dire LiberieUguali. Né può pensare che il recupero di una manciata di voti che potrebbero non andare a quello schieramento, ma, con qualche dubbio, al PD, servirebbe a convincere Renzi che deve aprire le porte del suo partito accettando e, talvolta, valorizzando il dissenso. Tecnicamente, salvo fatti nuovi e imprevedibili, Prodi ha rilasciato un endorsement irresponsabile, vale a dire senza tenere in considerazione le sue probabili conseguenze, nessuna delle quali appare al momento positiva. La coalizione si forma quando si trova un terreno d’accordo, non con la subordinazione a una maggioranza pigliatutto. L’endorsement di Prodi non porterà vantaggi al PD di Renzi e non farà avanzare nessuna sinistra plurale. Non è affatto detto che questo sia l’obiettivo principale dell’ex-leader di un Ulivo che fu.

Pubblicato AGL 1 febbraio 2018

COALIZIONE E CONFUSIONE

A quattro mesi dalle elezioni del settembre 2017, la Germania sembra avviata alla formazione di una Grande Coalizione, la terza in questo secolo, fra Democristiani e Socialdemocratici. Nel frattempo, Angela Merkel, Cancelliere in carica, disbriga non soltanto gli affari correnti, ma partecipa attivamente agli incontri europei e internazionali, prende decisioni. Naturalmente, lei sa che esistono limiti non scritti, ma effettivi, a quanto potere può esercitare e gli altri partiti sanno che non eccederà. Poiché è imperativo riconciliare i programmi elettorali di due partiti tuttora sostanzialmente alternativi, la stesura definitiva del programma di governo richiederà ancora qualche non facile settimana dovendo riflettere nella misura del possibile le preferenze dei contraenti e conseguire un buon compromesso. Tutto questo corrisponde ai risultati elettorali, è richiesto e consentito in situazioni, abituali nelle democrazie parlamentari che danno vita a governi di coalizione rivelando la flessibilità del parlamentarismo. Infine, configurano un esito democratico ovvero basato sulla regola principale delle democrazie: i numeri contano.

La difficoltà maggiore che la Grande Coalizione tedesca deve affrontare in questa fase è che viene costruita fra due partiti diversamente in non buona salute e fra due leader certamente non in ascesa. Per la signora Merkel questa sarà, comunque vada e comunque si concluda, l’ultima esperienza di governo. Per l’età e per la mancata rivitalizzazione della SPD anche il leader socialdemocratico Schulz deve mettere nel conto che difficilmente toccherà a lui guidare il suo partito prossimamente. Entrambi hanno, dunque, un forte interesse a fare funzionare al meglio la Grande Coalizione per uscirne da statisti che, per entrambi, significa con una Germania che abbia dato un grande impulso alla soluzione dei problemi europei (economia e migrazioni) e all’unificazione politica. L’eventuale non formazione di un governo di Grande Coalizione non soltanto sarebbe una sconfitta personale per Merkel e Schulz, che ne porterebbero la responsabilità, ma avrebbe anche gravi implicazioni per l’Unione Europea.

Meno visibile davvero è, invece, il senso di responsabilità dei dirigenti politici italiani in questa campagna elettorale. Certo, in Germania vanno all’accordo due grandi partiti che hanno avuto esperienze di governo e hanno una classe politica dotata di notevole preparazione e cultura. In Italia se la Grande Coalizione dovesse essere tentata dal PD e da Forza Italia è altamente probabile che mancheranno i numeri parlamentari per raggiungere la maggioranza assoluta. Qualsiasi aggiunta di altri partiti che, come suggeriscono i sondaggi, non potrebbero che essere la Lega e Fratelli d’Italia, introdurrebbe un elemento probabilmente indigeribile dal Partito Democratico e, comunque, configurerebbe un “normale” (no, non proprio normale) governo di coalizione multipartitica. D’altronde, mentre il Movimento Cinque Stelle continua nella sua ridefinizione programmatica avvicinandosi, almeno tatticamente, all’accettazione della presenza italiana in Europa, che dovrebbe essere la vera discriminante del patto di governo, rifiuta di dichiararsi pronto a fare una coalizione o ad entrarvi. In Italia, se Grande è la Coalizione fra i due partiti maggiori, dovrebbe discendere da un accordo, al momento politicamente improponibile, fra le Cinque Stelle e il PD.

Non è tanto la diversità programmatica che rende difficile qualsiasi coalizione di governo in Italia, ad esempio, una fatta da soli europeisti oppure l’alternativa di soli “sovranisti”. È la confusione, più, nel centro-destra e, in parte nelle Cinque Stelle, e meno, nel PD, che rende difficile non solo una Grande Coalizione, ma un qualsiasi accordo. La campagna elettorale può ancora cambiare molte cose, anche quei numeri, e servire a chiarire se l’elettorato italiano preferisce un governo effettivamente europeista, un governo né carne né pesce o un’alternativa inesplorata.

Pubblicato AGL il 23 gennaio 2018

DIETRO LE QUINTE/ È Marchionne il nome segreto di Berlusconi per Palazzo Chigi

Per la seconda volta in poco più di quindici giorni, Sergio Mattarella interviene contro l’astensione. L’esito del voto non è affatto scontato, spiega Gianfrancp Pasquino.
Intervista raccolta da Federico Ferraù.

Carlo De Benedetti si dice deluso da Renzi ma voterà Pd; gli esclusi dalle parlamentarie M5s annunciano ricorsi e Mattarella, per la seconda volta in poco più di quindici giorni, interviene contro l’astensione (“nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare”). È l’Italia che si avvicina alle urne. Come spiega il politologo Gianfranco Pasquino, i partiti hanno fatto una legge elettorale pensata apposta per nominare i parlamentari e rendere impossibile il governo del paese a chi non è coalizzato (prima del voto). Ma dopo le urne il governo potrebbe non essere affatto quello preventivato da Renzi e Berlusconi.

Professor Pasquino, l’astensione è attualmente valutata intorno al 33 per cento. Fa così paura?

Una buona percentuale di elettori che decide di andare a votare solo nell’ultima settimana. Io sono convinto che la campagna elettorale abbia ancora un ruolo importante.

Nel 2013 l’affluenza è stata alta (75,19 per cento) ma è scesa di 5 punti rispetto al 2008.

M5s nel 2013 ha portato al voto degli elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. I 5 Stelle continuano a esserci ed è nel loro interesse portare a votare quegli elettori. Oggi c’è una parte di italiani insoddisfatta del Pd; Leu ne recupererà una parte. Alla fine di questa lunga ballata, credo che il 75 per cento degli italiani il 4 marzo tornerà a votare.

Secondo Repubblica chi vince governa anche con il 37-39 per cento.

No, quel calcolo è sbagliato perché troppo approssimativo. L’Italia è molto diversificata, partiti e coalizioni sono più forti in alcune zone e deboli in altre e fare proiezioni nazionali di situazioni locali risulta fuorviante. La mia stima è che per avere la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato occorra superare il 44 per cento. E nessuno ci arriverà.

Quale assetto politico ci restituirà la legge Rosato?

Più o meno il paese che conosciamo oggi, con piccole, scusi il termine, dis-proporzionalità e dis-rappresentanze. Ma la cosa ancor più paradossale è che gli stessi politici che hanno fatto la legge elettorale dicono che essa potrebbe restituirci un paese ingovernabile.

Sembra una presa in giro, perché la legge l’hanno fatta loro. E allora forse bisogna pensare male.

Non ci piace il paese così com’è, lo vorremmo diverso, ma per averlo diverso bisogna che i partiti siano in grado di cambiarlo. Invece questi partiti non vogliono cambiarlo: vogliono il potere che serve per far eleggere i loro parlamentari e disporne come vogliono, non per cambiare il paese.

Traiamone le conclusioni, professore. La legge Rosato è stata fatta in modo tale da non permettere a nessuna forza di governare da sola. È stata pensata per un governo di coalizione di chi l’ha votata.

Vero, ma solo in parte. Direi così: per la maggior parte dei politici la governabilità è “vinca il mio partito e abbia la maggioranza assoluta”, per di più controllata dal capo del partito e dal suo circolo più o meno magico, sia esso di Arcore, di Rignano sull’Arno o di una società di consulenza milanese. Il premio di maggioranza renziano serviva a questo.

Ma è stato cassato dalla Consulta.

Infatti. Nessuno negli altri paesi ha mai pensato una cosa simile: il premio di maggioranza è esistito solo in Grecia, anche se là era congegnato in modo da favorire non uno ma due partiti. Le democrazie parlamentari occidentali sono governate da coalizioni di partiti, non da singoli partiti pigliatutto.

E adesso?

I politici ci spaventano dicendo sarà difficilissimo fare una coalizione di governo, ma innanzitutto sarà necessario, e poi sarà doveroso. Dovranno fare anche in Italia quello che stanno facendo Merkel e Schulz: definire i punti programmatici sui quali trovare l’accordo e su quella base mettere insieme un governo.

Il suo pronostico?

Difficile fare previsioni. Credo che alla fine ci sarà un sussulto di dignità e che si andrà alla formazione del governo. Secondo me sono tre gli scenari possibili.

Il primo?

Un governo Renzi-Berlusconi è quello che mette d’accordo, oltre ai diretti interessati che hanno voluto la legge, tutti i commentatori dei maggiori giornali, ma secondo me è un’ipotesi che non regge. Se il Pd prendesse il 25 per cento e Forza Italia il 17, la loro piccola-media coalizione avrebbe il 42 per cento, che non è sufficiente. L’ipotesi terrebbe solo se Renzi prendesse più seggi di quelli che gli spettano col 25 per cento. Improbabile.

Il secondo scenario?

Vincono sul serio i 5 Stelle, cioè ottengono su scala nazionale il 31-32 per cento. Se fosse così, Di Maio andrebbe al Quirinale a chiedere l’incarico come leader del partito di maggioranza relativa. Mattarella non potrebbe negargli un mandato esplorativo e se volesse farlo dovrebbe spiegare perché. Inoltre in Parlamento i 5 Stelle farebbero un’opposizione frontale su tutto.

A questo punto, ottenuto il pre-incarico?

Di Maio scoprirebbe che ci sono certamente persone disposte ad appoggiarlo su alcuni punti programmatici. I numeri ci sarebbero e Mattarella conferirebbe l’incarico.

L’appoggio verrebbe dalla formazione di Grasso?

Verrebbe da Liberi e Uguali ma non solo, anche da singoli esponenti del Pd in nome della responsabilità. Ovviamente sarebbe un do ut des: niente più stupidaggini su euro ed Europa, appoggio al reddito di cittadinanza (M5s) in cambio dello ius soli (Pd), e così via.

E la terza ipotesi?

Il centrodestra vince con il 38-40 per cento, M5s si ferma al 30 il Pd al 25, Leu al 6-6,5. In questo caso è Berlusconi a fare scouting e ci riesce. E per favore non parliamo di “corruzione”: offrirebbe qualcosa in cambio, posti o punti programmatici, sui quali chi ci sta sottoscrive un accordo. Niente di diverso da quanto farebbero di Maio o Renzi.

Ma Berlusconi non può fare il capo del governo. E non ha detto chi vuole mettere a Palazzo Chigi.

Se vince, fa un po’ di fuochi d’artificio, proponendo Draghi, che rifiuta. A questo punto si rivolge a persone di cui non normalmente non si parla perché fanno il loro lavoro, ma che a un’offerta del genere difficilmente potrebbero dire di no.

Ad esempio?

Qualche banchiere ambizioso. Un tale Profumo, o un certo Passera. Non sarebbero gli unici: c’è anche qualcuno molto capace che si è detto deluso da Renzi.

Marchionne.

Appunto.

Pubblicato il 18 gennaio 2018 su ilsussidiario.net

Quel che “Repubblica” non ha pubblicato

La Repubblica-Bologna ha letto alcune mie dichiarazioni sul Movimento 5 Stelle raccolte e pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” e muore dalla voglia di fare un bel titolo Pasquino è diventato grillino. Programma una bella intervista che, però, non comincia benissimo poiché l’intervistatrice non sa nulla del mio passato bolognese (candidatura “civica” di sinistra a sindaco nel 2008) e pazienza, ma neppure della sfrenata campagna che i suoi predecessori al quotidiano condussero contro di me e a favore di un candidato che, diventato sindaco, fu costretto a dimettersi sette mesi dopo. Credevo che le interviste dovessero essere preparate compulsando un po’ di materiale pertinente. Peccato. L’intervistatrice non sembra del tutto convinta che sia una buona cosa avere quindicimila candidati alle parlamentarie delle Cinque Stelle. Però, a suo onore, va detto che capisce subito che il metodo del Partito Democratico (a Bologna c’è poco d’altro in città) non è particolarmente eccitante né democratico. Che al plurilegislatore torinese Fassino (cinque volte in Parlamento) possa essere chiesto, come si mormora, di accettare di essere contrapposto a Bersani non sembra sia stato deciso con una qualche procedura democratica. Forse, ma gli inglesi hanno una splendida espressione, I am afraid that neppure essere ricandidati, come Sandra Zampa “in quota Prodi”, sembra il modo più adatto per esaltare la democrazia interna ai partiti. Quanto al democristiano, mai Popolare, mai neppure Margherita, PierFerdinando Casini, in parlamento dal 1983 (sì), la cui candidatura asl Senato per il PD è data quasi certa (nonostante gli ovvi “malumori”, maldipancia della mitica “base”), non risulta che abbia vinto una qualche parlamentaria oppure superato un qualsiasi test fra gli iscritti del PD.

Già, la democrazia interna, quella cosa che il Movimento 5 Stelle dice d’avere, ma è lecito avanzare molti dubbi, non sembra, quando si discute di candidature, abitare neppure nel PD. Consiglio all’intervistatrice di andarsi a leggere un bel disegno di legge di attuazione dell’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione italiana relativo alla vita dei partiti scritto almeno vent’anni fa da Valdo Spini. Però, sostiene flebilmente l’intervistatrice, le Cinque Stelle quasi attentano alla democrazia e alla Costituzione imponendo una penale di 100 mila Euro ai parlamentari che abbandonino il loro gruppo. Comunico che mi pare una cosa brutta anche se bruttissimo è certamente il trasformismo che, incidentalmente, è sgraditissimo agli elettori italiani. Aggiungo che bisognerebbe affrontare l’argomento cercando di capire, con qualche parere di esperto, se si tratta di un contratto privato oppure che cosa. Quanto poi ai 300 Euro al mese per pagare i costi della piattaforma Rousseau, dopo essermi esibito nella critica di qualsiasi democrazia del click, ricordo all’intervistatrice che come Senatore della Sinistra Indipendente e, in seguito, dei Progressisti versavo regolarmente ogni mese al PCI (e poi al PDS), che mi aveva candidato e i cui elettori mi avevano votato, tre volte più di 300 Euro. Inoltre, contribuivo con i fondi a disposizione dei parlamentari ad un certo numero di iniziative del partito sul territorio. Questo è quel che ho detto nell’intervista che, senza nessuna mia sorpresa, Repubblica-Bologna non ha pubblicato.

Qui aggiungo, a completamento del discorso sui costi della politica, che in tutte le mie campagne elettorali ritenni opportuno e doveroso coprire parte dei costi. Nelle mie tre legislature non cambiai gruppo parlamentare. Quanto all’espressione e all’accettazione del dissenso, nella Sinistra Indipendente non c’era nessuna disciplina di voto e spesso espressi un voto in dissenso dal mio gruppo (o il gruppo votò in dissenso da me!). Neppure quando votai in maniera differente dal gruppo del PCI sulla prima guerra del Golfo e, per esempio, D’Alema mi fece sapere che mi ero collocato alla destra del Sen. Democratico Sam Nunn, a qualcuno venne in mente che dovevo andarmene. Concludo ricordando che, in materia di accettazione, persino valorizzazione del dissenso, dal segretario del PCI di allora Alessandro Natta ricevetti una comunicazione face-to-face su un argomento allora (sic) molto delicato: “non sono d’accordo a fuoriuscire dalla proporzionale, ma tu vai avanti con le tue idee”. Altri tempi, altri partiti, altra classe politica.

Pubblicato il 13 gennaio 2018

Sacrifici da meritare

Vorrei offrire ai dirigenti locali del Partito Democratico qualche argomento da contrapporre alla segreteria nazionale per evitare troppi sacrifici in termini di candidature al Parlamento nazionale. Primo, fare valere il criterio di una sana rotazione dopo i famosi/famigerati due mandati, non in maniera automatica, ma esprimendo anche una valutazione sull’operato del/la parlamentare uscente-entrante. Secondo criterio, inteso a dare buona rappresentanza politica agli elettori, ricandidare chi viene ripresentato nello stesso collegio della precedente elezione. Lì potrà spiegare ai suoi elettori le molte cose successe nella delicata, soprattutto per il PD, legislatura che si è conclusa, chiarendo, mio mantra, che cosa ha fatto, non fatto, fatto male e perché. Sarebbe un’ammirevole e utilissima operazione pedagogica che restituisce dignità alla politica. Terzo, scegliere le nuove candidature, anche valutando quelle che da Roma vorrebbero paracadutare, in base a due elementi essenziali: la storia politica, sociale, professionale e la sua rappresentatività delle idee del PD, della sua storia, del suo progetto. Naturalmente, da parte del paracadutato/a dovrebbe anche esserci una disponibilità a garantire la sua presenza sul “territorio”, non solo a fare passerella, ma a interloquire con gli elettori tutti, con le associazioni, persino con le banche. A questo punto, a PierFerdinando Casini (eletto alla Camera per la prima volta nel 1983) fischieranno le orecchie, ma so che personalmente se ne infischia. Tuttavia, da un lato, mi pare difficile inserire Casini nella storia del PD; dall’altro, mentre serpeggia l’inquietudine nella “base”, fra malumori e maldipancia, è giusto chiedersi se la candidatura di Casini, quanti voti porterà?, non segnali la direzione di marcia del PD, verso il centro-destra. Infine, per chi ritiene che la buona rappresentanza parlamentare è la premessa di qualsiasi governabilità decente, le candidature vanno scelte in base alla loro qualità, non perché sono “in quota di” qualcuno, né di Prodi né di Franceschini, ad esempio, ma perché rappresentano le idee del Partito Democratico. Si tratta di elezioni nazionali che, dunque, non dovrebbero in nessun modo avere riflessi sulla composizione della giunta di Bologna. Qualsiasi rimpasto andrebbe fatto con riferimento alle esigenze di garantire un miglior funzionamento del governo locale, non a ricompensare qualcuno perché non ha “ottenuto” candidature al Parlamento né a produrre un qualche riallineamento fra chi ha vinto e chi ha perso nel Partito Democratico. Che brutta storia.

Pubblicato il 12 gennaio 2018

Vittoria a quota 46

Al voto con la legge Rosato. Vittoria impossibile, sfide finte e parlamentari nominati. L’analisi del professor Pasquino.
Intervista raccolta da Massimo Pittarello

Stiamo per andare al voto con una legge elettorale totalmente nuova, inedita, due terzi proporzionale e un terzo con collegi uninominali. Difficile capire l’esito del voto, e ancor di più la sua traduzione in seggi. Per fare luce abbiamo sentito Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Astrologia Politica, pardon, di Scienza Politica.

Professore, quale deve essere la quota da raggiungere per essere certi della vittoria?

Difficilissimo rispondere, soprattutto prima di sapere come sono formate le coalizioni e chi viene candidato nei collegi, ma per essere sicuri della vittoria bisogna raggiungere il 45-46%, poiché a questa quota c’è un “premio” implicito insito nel meccanismo.

Qualcuno dice che basta il 40%..

Il 40% non basta. E, per come stanno le cose adesso, nessuno avrà la maggioranza. Tuttavia, c’è una campagna elettorale in corso e può darsi che qualcuno faccia errori clamorosi e qualcuno delle scoperte fondamentali.

Ma come è nata questa legge, quale il criterio con cui è stata scritta?

La legge Rosato non è stata scritta da Rosato, ma a lui bisognerebbe chiedere se abbia mai letto un libro o un articolo sui sistemi elettorali, anche se la risposta sarebbe imbarazzante e imbarazzata.

Si dice sia stata scritta per mettere in difficoltà i 5 stelle..

Senza dubbio con le coalizioni si è cercato di svantaggiare le 5 Stelle (usa il femminile, ndr), riuscendoci. Anche se forse le 5 Stelle stanno attrezzandosi per trovare qualche alleato. O almeno mi auguro possano creare delle liste civetta, tipo “lista democrazia diretta” o “lista Rousseau”.

Oltre a questo, quando hanno approvato la legge Rosato, Berlusconi e il Pd sapevano che con l’attuale assetto sarebbe stato improbabile avere un vincitore?

Già sapevano che nessuno poteva vincere. E Berlusconi sapeva di essere incandidabile. Cosicché, se non avesse vinto nessuno, lui avrebbe avuto il tempo per crescere. E se la coalizione andrà bene, è pronto per andare al governo con Renzi.

E Renzi, perché l’ha proposta?

Renzi condivide con Berlusconi l’interesse a scegliere in totale autonomia i parlamentari, che se poi si comportano in maniera servile potranno essere ricandidati. E’ un punto fermo nato con la legge Calderoli, proseguito con l’Italicum e ora con la legge Rosato, in cui tutti gli eletti sono tutti scelti da poche persone. A sinistra da Renzi, Franceschini e Orlando. A destra in base all’accordo tra Berlusconi, Salvini, Meloni e, forse, la quarta gamba.

L’affluenza può incidere sul voto e può contribuire od ostacolare una vittoria qualcuno?

Sappiamo che nel 2013 il Movimento 5 Stelle ha portato al voto una percentuale non molto alta, ma significativa, di elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. Bisogna capire se sarà in grado di ripresentarsi come il partito che va contro tutti gli altri, come il partito che mobilita e incanala la protesta.

L’affluenza alle urne ha un peso nel determinare un vincitore? E in che modo?

Sarà importante capire chi sarà candidato nei collegi e le relative sfide. Per esempio, se a Bologna, che già è territorio ad alta partecipazione, ci fosse un confronto Bersani-Fassino, la mobilitazione potrà fare aumentare il numero dei votanti. Nei collegi con minore partecipazione ciò sarà ancora più importante. Stamattina c’era in televisione Latorre, che è un ex dalemiano, e uno scontro proprio con D’Alema alimenterebbe la mobilitazione.

Professore, lei è un provocatore..

E allora mi faccia essere cattivissimo. Nel collegio di Arezzo lo scontro tra Ferruccio De Bortoli e Maria Elena Boschi produrrebbe un’altissima partecipazione, altissima e interessantissima partecipazione… (ride)

A parte gli scherzi, sembra che nella realtà qualche sfida tra big ci sarà. Ma le pluricandidature non annullano le competizioni nei collegi, rendendole “finte”?

Tecnicamente si, ma può darsi che media e partiti riescano a concentrare l’attenzione su alcune sfide. In ogni caso la “battuta” davvero cretina di Renzi, che avrebbe sfidato Berlusconi, incidentalmente incandidabile, a Milano, è anche inutile, perché tanto poi Renzi si candida in qualche listino proporzionale e sarà eletto. Tuttavia, in alcuni casi le sfide potranno creare mobilitazione, anche se faccio difficoltà a trovare venti dirigenti politici degni di nota.

In ogni caso le forze politiche stanno cominciando a presentare le candidature. Cosa pensa delle “parlamentarie” dei 5 Stelle?

Il fatto che ci siano 15.000 persone che si candidano, che vogliono fare politica, è positivo. Qualcuno dice che vogliono solo entrare in parlamento, ma queste “primarie” oltre a definire cariche monocratiche, come per i collegi uninominali, sostengono anche la mobilitazione, l’attenzione, la comunicazione, la conversazione pubblica. Vedremo chi verrà fuori, ma le “parlamentarie” sono uno strumento efficace che riesce ad incanalare la protesta e a tenere vivace questa democrazia che talvolta è un po’ fiacca.

Negli altri partiti, a cominciare dal Pd, che scenario vede?

Una situazione preoccupante, a tratti deprimente. Tecnicamente, un “manuale Cencelli”, in cui Renzi, Orlando, Franceschini e, forse, Emiliano, si spartiranno le candidature in base alle percentuali interne. Si spartiranno le spoglie, consapevoli che è rimasto assai meno di quanto ottenuto nel 2013, quando con il 26% dei voti il Pd ottenne il 54% dei seggi alla Camera. Comunque, la spartizione più importante avverrà nell’area di Renzi, perché Franceschini è stato un ministro di successo, è un potenziale successore e ha un peso rilevante che vorrà e saprà far valere.

Pubblicato 8 gennaio 2018

 

Nemici solo a sinistra

“Nemici solo a sinistra”: questa è l’impostazione della campagna elettorale del Partito Democratico. E, allora, non servono le proposte, anche se qualcosa di strampalato lo si può buttare in pasto ai mass media. Serve la delegittimazione dei concorrenti, il character assassination dei competitors. Però, c’è anche l’avversario interno. Messaggio a Gentiloni: le “punte” sono tante e il suo tempo scadrà il 4 marzo. Non potrà essere così poiché bisognerà aspettare per fare il prossimo governo, e chi sa a chi toccherà, ma, tant’è, Gentiloni avvisato Gentiloni mezzo silurato.

Rappresentanza politica? Another time, another place, another law

L’anno 2017 si è chiuso con una buona notizia. Molti parlamentari del Partito Democratico, ma persino il sottosegretario, già ministro, Maria Elena Boschi hanno (ri)scoperto la rappresentanza politica. La cattiva notizia è che fanno una grande confusione. La loro concezione della rappresentanza si traduce nell’occuparsi del “territorio”, dei piccoli imprenditori e, naturalmente, delle banche purché si trovino nel loro collegio elettorale. È un peccato che l’ex-ministro delle Riforme Istituzionali non abbia letto con la necessaria attenzione l’art. 67 della Costituzione italiana dove è scritto chiaramente che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”, non un collegio elettorale, neanche il suo. Non posso, me ne sono già convinto, supporre e meno che mai pretendere che Maria Elena Boschi e troppi parlamentari del PD, che le hanno dato sostegno e che ne auspicano la ricandidatura, abbiano letto gli importanti scritti di Sartori sulla rappresentanza politica che è tale sempre e soltanto se è elettiva. Altrimenti si chiama delega o mandato. Che è un rapporto fra gli elettori e gli eletti i quali, non soltanto hanno fatto campagna elettorale per ottenere voti, ma per capire esigenze e preferenze degli elettori. Si sforzeranno poi di mantenersi responsabili rendendo conto a quegli elettori, non trafficando in influenze, ma spiegando che cosa hanno fatto, non fatto, fatto male e perché. Né la legge Calderoli né l’Italicum miravano a consentire che si stabilisse un rapporto di questo genere fra gli eletti, nominati dai capipartito e dai capicorrenti, e gli elettori che non avevano avuto modo di scegliere, ma erano stati costretti a ratificare. La legge Rosato ha pervicacemente riprodotto lo stesso meccanismo.

Alla domanda di Sartori, “quale sanzione temono di più i parlamentari, quella del partito, di gruppi esterni, degli elettori?”, la risposta Rosato-vigente è chiarissima: in testa di quella del partito, poi dei gruppi, da ultimo, molto distaccati, degli elettori. No, la Boschi non stava interloquendo su Banca Etruria perché si preoccupava degli interessi degli elettori del suo territorio. Avendo il dovere costituzionale di “rappresentare la nazione” non le era comunque concesso dalla Costituzione italiana, non dico di trovare, ma neppure di cercare una soluzione per la banca del suo giardino di casa a scapito, inevitabilmente, dei risparmiatori truffati in altri territori.
Oltre ad una riflessione sulla rappresentanza politica, quello che è avvenuto spinge a due altre considerazioni. La prima riguarda il conflitto d’interessi e l’inadeguatezza, già denunciata a suo tempo, ma non con abbastanza vigore, e scivolata nell’oblio, della legge Frattini che ne offre una regolamentazione fiacca e moscia, del tutto inadeguata, che non ha riguardato nessuno da quando è stata approvata. Che un governante sia in grado di favorire, grazie al suo status, prima ancora che al suo potere politico, i suoi interessi privati e quelli dei suoi familiari, è evidente. In qualche caso, però, non dovremmo neppure riferirci a una legge. Ci sono cose: incontri, telefonate, e-mail, richieste di informazioni in corso d’opera che, per quanto non sanzionabili in via giuridica, sono comunque inaccettabili e riprovevoli. C’è un’etica in politica: cose che, semplicemente, non si debbono fare.

La seconda considerazione attiene alla legge elettorale Rosato. Mentre il PD cerca il collegio nel quale la ricandidatura di Maria Elena Boschi farà meno danni al partito, è doveroso mettere in grande rilievo che grazie alla clausola che consente più candidature la Boschi non correrà nessun rischio di non (ri)elezione. Turlupinati saranno, anzitutto, gli elettori di Arezzo se la loro parlamentare non fosse ricandidata nel suo collegio naturale poiché non potranno esprimere la loro valutazione sul suo operato di rappresentante. Turlupinati saranno anche gli altri potenziali elettori del PD che dando il voto alla lista del loro partito automaticamente lo vedranno trasferito su una candidata che non gradiscono.

Siamo di fronte ad un caso eccezionale oppure è un caso da manuale? Certamente, eccezionale è stata la difesa spasmodica, persino ad opera del Presidente del Consiglio Gentiloni, il quale poteva scegliere un tranquillo silenzio, di un ex-ministro, già responsabile di una riforma costituzionale bocciata dal 60 per cento degli elettori. Da manuale, vale a dire tutte prevedibili e previste, sono, invece, le conseguenze della legge elettorale Rosato: quasi nullo il potere degli elettori, elezione assicurata per i dirigenti dei partiti. Questa legge elettorale, lamentano accorate tutte le vedove giornalistiche e politologiche del premio di maggioranza, non assicurerà la non meglio definita governabilità. Il problema vero è che soffoca anche la rappresentanza politica.

Pubblicato 8 gennaio 2018 su PARADOXAforum

2018 elettorale: premesse poco buone

Il decimo anniversario della rivista “ItalianItaliani” coincide con un anno elettorale in Italia. La legislatura 2013-2018 si è aperta male, con una non-maggioranza, si è sviluppata con fenomeni insoliti, la prima rielezione di un Presidente della Repubblica, ha avuto tre Presidenti del Consiglio, è stata segnata da pessime riforme costituzionali che un referendum, trasformato da Matteo Renzi in un plebiscito sulla sua persona e sulle sue non note competenze istituzionali, ha sonoramente bocciato. Anche la Corte Costituzionale ha proceduto a bocciature, tardivamente smantellando la legge elettorale Calderoli, nota come Porcellum, dichiarando incostituzionali alcuni elementi portanti del cosiddetto Italicum di cui nessuno si è assunto la paternità o maternità. Andremo a votare con una legge elettorale comunque pessima che lascia all’elettore il minimo potere di tracciare una crocetta sul simbolo di un partito e sul candidato o viceversa non consentendogli un opportuno e efficace voto disgiunto premiando o punendo differenziatamente partiti e candidati.

Dirigenti di partito, responsabili di questa legge Rosato (PD di non comprovate conoscenze elettorali), e commentatori si affannano ad affermare in maniera ipocritamente dolente che nessuno dei tre schieramenti avrà la maggioranza. Peggio per loro si potrebbe dire. Sappiamo, però, che, pur se sostanzialmente all’incirca il 70-75 per cento dei parlamentari saranno debitori del loro seggio ai dirigenti, sicuri della loro rielezione grazie alla possibilità di essere candidati in cinque circoscrizioni, che li hanno nominati (gli elettori non potendo fare altro che ratificare), una parte non piccola di quei parlamentari si appresterà a saltare sul carro dello schieramento che avrà qualche chance di formare il governo.

Più di 350 parlamentari hanno cambiato partito e gruppo parlamentare nella legislatura che si chiude, qualcuno l’ha fatto anche tre/quattro volte. Non perderanno il vizio, non perderanno tempo. L’italico trasformismo, vizio parlamentare per eccellenza, si riflette anche nel conformismo/opportunismo di molti giornalisti, dei commentatori, di troppi conduttori di salotti televisivi. Anche loro seguiranno, si adegueranno. Sarebbe fin troppo facile dire “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Sfortunatamente, ma inevitabilmente, le riforme congegnate per fare vincere o per fare perdere (in questo caso, pensate contro il Movimento Cinque Stelle) producono contraccolpi e conseguenze impreviste. Molto bene per i politologi (almeno per i pochi non stupidamente schierati a sostenere il principino di turno) che potranno sbizzarrirsi nelle analisi e nelle critiche. Molto male per i cittadini, in Italia e all’estero, che dovranno cercare di sopravvivere con un sistema politico dal funzionamento inadeguato e con una classe politica insoddisfacentemente selezionata e priva di prestigio e credibilità in sede di Unione Europea.
Auguri: Buon 2018.

Pubblicato il 1° gennaio 2018 su Italianinelmondo.com