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Ulivo o Araba fenice?

Ulivo e Non-Ulivo. L’Ulivo è un’Araba fenice? No. Può risorgere dalle ceneri della sua brevissima esperienza soltanto se non sarà brandito come un’arma né dalle sue vestali né dai dissidenti dem né dai delusi del renzismo. Poiché la grande novità ulivista fu la mobilitazione di parti notevoli della società, chi vuole, vestali comprese, un rinnovato Ulivo dovrebbe sollecitare i Comitati del No, chiamarli ad una prospettiva di governo. Il resto sono chiacchiere, cheap talk, parole a basso costo.

La situazione interna al Partito Democratico #RadioRadicale

L’intervista è stata realizzata da Lanfranco Palazzolo lunedì 6 febbraio 2017 alle ore 13:45.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Governo, Istituzioni, Legge Elettorale, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Polemiche, Politica, Renzi, Riforme, Voto.

La registrazione audio ha una durata di 6 minuti.

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Intervista a Gianfranco Pasquino sulla situazione interna al Partito Democratico

 

 

Opportunismo e antipolitica a caro prezzo

Manca un anno e qualche settimana alla scadenza naturale di questa legislatura, febbraio 2018. Al momento esistono due leggi elettorali diverse, non soltanto non armonizzate, come ha solennemente richiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, ma quasi unanimemente considerate non adeguate dai partiti (e, per quel poco che contano, dagli studiosi). C’è un governo guidato da un esponente del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, che ha una maggioranza operativa e che deve affrontare alcune problematiche economiche importanti e organizzare due eventi “europei” molto significativi: il 60esimo anniversario del Trattato di Roma a marzo e il G 7 a Taormina a maggio. Ciononostante, tutte le fonti, le indiscrezioni, i commenti giornalistici riportano che Renzi vuole andare a elezioni anticipate. Qualcuno aggiunge che lo fa con una “nobile” motivazione: affinché il 60 per cento dei parlamentari alla prima legislatura non rimangano in carica fino a settembre quando maturerebbero il diritto a una pensione, tra i 700 e i 900 Euro, che riscuoteranno al compimento del 65esimo anno d’età. Vorrebbe, Renzi, tagliare l’erba dell’antipolitica sotto i piedi del Movimento 5 Stelle. Altri credono, invece, che Renzi voglia chiudere i conti con le minoranze interne poiché non ri-candiderebbe quasi nessuno dei loro esponenti. Altri ancora pensano che più passa il tempo più Gentiloni si consolida e finirà per rendere impossibile il ritorno di Renzi sulla scena politica.

Un alto là all’ansia renziana per le urne subito è stato posto dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano che si era speso moltissimo a sostegno delle riforme costituzionali di Renzi. Oggi, con la stessa logica, vale a dire, la preoccupazione per il funzionamento del sistema politico, Napolitano fa notare che nei paesi civili si va a elezioni alla scadenza naturale. Qualcuno lo ha criticato sostenendo che in Gran Bretagna, paese sicuramente civile nonché madre di tutte le democrazie parlamentari, il capo del governo scioglie il Parlamento quando vuole lui. Doppio errore: primo, non è mai stato così poiché lo scioglimento dopo quattro anni era una convenzione accettata da tutti, non un potere; e non è più così poiché, la coalizione Conservatori-Liberali democratici, al governo dal 2010 al 2015, ha stabilito che, salvo eventi eccezionali e imprevedibili, i Parlamenti britannici resteranno in carica cinque anni. Secondo errore: Renzi non è il capo del governo, ma il segretario di un partito; semmai, lo scioglimento dovrebbe chiederlo Gentiloni.

Il quesito cruciale, che il Presidente Mattarella sicuramente porrà a chi gli andasse a chiedere lo scioglimento che, ricordiamolo, è un suo potere costituzionale, è: quali probabilità esistono che il prossimo Parlamento sarà migliore dell’attuale e darà vita a un governo più stabile e più operativo? In subordine, tutti dovrebbero chiedersi, al di là delle loro speranze di accrescimento dei voti, se questo è il momento opportuno per lanciare una costosa –in termini di denaro, di vuoto di potere, di responsabilità e credibilità internazionale– campagna elettorale. Quando era Presidente del Consiglio, in almeno quattro o cinque occasioni Renzi dichiarò quasi con fastidio, ma senza nessuna esitazione che la legislatura sarebbe durata fino al febbraio 2018. È assolutamente e democraticamente opportuno che, se adesso intende troncarne la vita prima di allora, Renzi spieghi quali sono i vantaggi per il sistema politico che deriveranno dalle elezioni anticipate e perché crede che dopo le elezioni l’Italia riuscirà ad avere un governo migliore di quello di Gentiloni, da lui scelto e la cui composizione è, fatti salvi due o tre cambiamenti, la stessa del governo da lui guidato dal febbraio 2014 al dicembre 2016. L’opportunismo istituzionale ha un costo elevato.

Pubblicato AGL 3 febbraio 2017

I giudici e la miopia dei politici

In nessuna democrazia in nessun momento della loro storia, i parlamentari e i governanti si sono mai fatti scrivere la legge elettorale dai giudici, neppure da quelli costituzionali. In nessuna sono mai giunti a stabilire che, come hanno inserito nell’Italicum, la legge elettorale da loro formulata e approvata, addirittura con ricorso da parte del governo Renzi al voto di fiducia, dovesse essere sottoposta al vaglio della Corte costituzionale prima di essere utilizzata. In nessuna democrazia la legge elettorale è rimasta oggetto del contendere per vent’anni e più (con il “più” che rischia di continuare). Questa è la situazione italiana in attesa della sentenza sull’Italicum che i giudici costituzionali hanno, credo lo si debba sottolineare, rinviato un po’ troppo nel tempo così come avevano lasciato vivere una legge, il Porcellum, considerata incostituzionale quasi nella sua interezza, addirittura per tre elezioni nazionali.

Non contenti della loro inadeguatezza di riformatori elettorali (a quella dei riformatori costituzionali hanno già ovviato gli elettori del NO nel referendum), parlamentari e governanti hanno trascorso quasi cinquanta giorni in attesa della sentenza della Corte fornendo materiale ai cosiddetti retroscenisti affinché almeno i cittadini che leggono i giornali fossero informati delle loro preferenze particolaristiche. Ripetutamente è stato scritto che Renzi non vuole rinunciare al premio di maggioranza, ma neppure al ballottaggio. La posizione di gran parte del Partito Democratico sembra essere favorevole a un ritorno al Mattarellum che, fra l’altro, avrebbe il pregio di accertata costituzionalità. Salvini con la sua Lega e i Fratelli d’Italia accettano il Mattarellum che li renderebbe entrambi preziosi alleati di chi volesse costruire una coalizione di centro-destra. Da soli, non andrebbero da nessuna parte. Pur avendo vinto due elezioni su tre con il Mattarellum, ma erano altri tempi, Berlusconi, già considerato, con qualche esagerazione, l’artefice del bipolarismo italiano, dichiara alta e forte la sua preferenza per una legge elettorale proporzionale. Commentatori e retroscenisti si affrettano a scrivere che quella preferenza è motivata dal desiderio di risultare indispensabile alla formazione di un governo che escluda il Movimento Cinque Stelle. Anche Alfano è favorevole alla legge proporzionale purché non le s’introduca una troppo alta soglia percentuale per l’accesso al Parlamento. Il Movimento 5 Stelle, al quale i sondaggi attribuiscono la prevalenza in caso di ballottaggio su scala nazionale, sia per non cercare alleati sia, forse, per timore di andare al governo, s’inventa un legalicum, legge proporzionale, che gli darebbe notevole peso in Parlamento consentendogli di rimanere duro e puro, quasi di governare, come, sbagliando, dissero molto tempo fa i comunisti, dall’opposizione.

Nell’imbarazzato silenzio delle due maggiori responsabili dell’Italicum: la sottosegretaria Maria Elena Boschi, già Ministro delle Riforme Istituzionali, e chi l’ha sostituita in quella carica, vale a dire Anna Finocchiaro, già Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, sempre schierata a sostegno di tutte le scelte di Renzi in materia elettorale e costituzionale, nessuna voce si leva a difesa del potere degli elettori e della rappresentanza politica dei cittadini italiani. Periodicamente, quasi tutti i parlamentari diventano garantisti, rigorosamente a difesa dei loro colleghi, preferibilmente dello stesso partito, e deplorano la magistratura che supplisce e soppianta la politica. Adesso, sappiamo il perché della supplenza e della invadenza dei giudici. Su quello che è il meccanismo più importante di un regime democratico che serve a tradurre i voti in seggi, parlamentari e governanti non riescono a ragionare oltre i loro obiettivi miopi, particolaristici, legati alle contingenze e alle carriere. Qualcuno potrebbe anche paventare che, dovendo applicare la sentenza della Corte Costituzionale, i parlamentari non soltanto ci metteranno un sacco di tempo a scrivere una legge elettorale decente, ma soprattutto faranno molti pasticci. È un timore fondato.

Pubblicato AGL il 23 gennaio 2017

Il contratto a 5 Stelle non è un dramma. Ma ora bisogna fermare il trasformismo e il mercato delle vacche: le Camere non fuggano

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Intervista raccolta da Paola Alagia per La Notizia

Il “contratto” che vincola gli eletti Cinque Stelle a Beppe Grillo non è il peggiore dei mali. Il problema casomai è bloccare il trasformismo e “su questo – ha detto a La Notizia il professore di Scienza politica Gianfranco Pasquino – le soluzioni ci sono. Senza stravolgere quello che dice la Costituzione”.

Il M5s ha sempre contrastato l’assenza del vincolo di mandato. Una riforma dell’articolo 67 della Carta, quindi, non è fattibile?
Lo è, ma personalmente non la ritengo una riforma da portare avanti. I parlamentari devono essere liberi di votare in piena libertà. Il problema e, per certi versi, la soluzione, casomai sono a monte.

Si spieghi.
Poter garantire a un parlamentare la libertà di esercitare il proprio voto ma anche di dover poi riferire all’elettore sul proprio operato.

Ma questo rimanda al tema della legge elettorale.
E infatti le preferenze, ma soprattutto una legge che preveda i collegi uninominali sarebbero un primo passo importante.

Rimarrebbe però il trasformismo, male che affligge la politica italiana alimentando lo scollamento con i cittadini. Come se ne esce?
Questa non è materia costituzionale ma regolamentare. Dovrebbe essere chiaro che chi entra in un gruppo parlamentare non può cambiare o magari costituire un altro gruppo. E quindi che se decide di farlo sa a cosa va incontro e cioè che rimane senza gruppo. Tutto questo, però, è materia che attiene ai regolamenti delle Camere.

Un intervento sui regolamenti, dunque, sarebbe auspicabile?
Senza dubbio la questione dei cambi di cassacca spetta al Parlamento. Più precisamente ai presidenti delle due Camere e alla loro assoluta durezza nell’esercitare i loro poteri. Ma, mi si perdoni la perfidia, ci vorrebbero due presidenti delle Camere che non fossero dei neofiti e che non solo conoscessero a fondo i regolamenti ma che avessero anche grande esperienza e potere politico personale.

È pur vero che una legge ordinaria di riforma dei partiti potrebbe migliorare il rapporto tra eletti ed elettori, non le pare?
Non escludo che una regolamentazione dei partiti possa aiutare e migliorare la trasparenza. Collegi uninominali, regolamenti parlamentari rigidi e regole chiare nei partiti, dalla formazione delle liste alle espulsioni, potrebbero essere tre soluzioni, per quanto non prive di inconvenienti.

Non mi ha detto cosa ne pensa del ricorso contro il M5s.
È una delle armi che il Partito democratico usa contro il suo principale concorrente. A Roma, poi, i dem hanno subito una sconfitta elettorale vera e, tra l’altro, non ne hanno ancora tratto le conseguenze. Tutti sono rimasti al loro posto a partire da Matteo Orfini, commissario del Pd romano.

E del patto tra la Raggi e il M5s?
I patti, in questo caso tra una persona e i leader di un Movimento, sono regolati in base ai contenuti del patto stesso. La politica deve essere un’attività nella quale si esplicano le proprie capacità e al tempo stesso si cerca di garantire la massima rappresentanza possibile ai cittadini. Per quanto io ritenga pessimo tutto ciò che la irrigidisca, è pur vero che la politica stessa si è rivelata altrettanto pessima. Comprendo, quindi, la volontà di Grillo di darsi delle regole. Per quanto poi pure la sua intenzione di controllare tutto sia esagerata e alquanto autoritaria.

Pubblicato il 19 gennaio 2017 su LaNotiziailgiornale.it

Renzi, drop your guns

Larivistailmulino

La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.

Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino

Così il “Mattarellum” incoraggia il bipolarismo

Corriere della sera

Non è bizzarra l’aspettativa che i partiti esistenti tentino strenuamente di difendere se stessi di fronte a qualsiasi riforma elettorale e, se possibile, mirino ad avvantaggiarsene. E’ sbagliato, però, molto sbagliato, pensare che buone leggi elettorali, una volta congegnate, siano del tutto dominabili dai partiti e non abbiano effetti significativi su ciascuno di loro, sul sistema dei partiti, sulle modalità di competizione. Quando, poi, dalla teoria si scende alla pratica, allora i ragionamenti dovrebbero fare riferimento alle realtà conosciute e certificate. Ad esempio, il Mattarellum non fu elaborato per difendere e neppure per configurare il bipolarismo. Sicuramente, i referendari e i molti milioni di elettori che nel fatidico 18 aprile 1993 approvarono il quesito erano interessati al bipolarismo poiché desideravano fortemente costruire le condizioni elettorali dell’alternanza. Altrettanto sicuramente, però, non fu un fantomatico e inesistente bipolarismo, tantomeno parlamentare, a dare vita al Mattarellum.

Difficile dire esattamente quanti poli esistessero nel Parlamento eletto nel 1998, forse almeno quattro: Movimento Sociale, Lega Nord, Democristiani, Partito democratico della Sinistra (più Verdi e Rifondazione Comunista, forse la seconda anch’essa considerabile come polo). Eppure, furono quei molti poli ad approvare, sotto la costrizione del successo referendario, il Mattarellum. Ovviamente mai bipolaristi, i Democristiani neppure erano interessati a una legge elettorale in grado di favorire l’alternanza che, notoriamente, diventa più facile se il sistema dei partiti si approssima al bipolarismo. Tuttavia, se il Mattarellum non fosse (stato) un sistema elettorale tre quarti maggioritario applicato in collegi uninominali, la comparsa del bipolarismo sarebbe stata alquanto improbabile. Anzi, i Democristiani variamente diventati Popolari si comportarono come se fosse possibile mantenere/avere un sistema tripolare nel quale loro, collocati al centro, avrebbero deciso le alleanze di governo.

La spinta decisiva al bipolarismo la impresse, più di chiunque altro, Silvio Berlusconi che comprese rapidamente la necessità di costruire coalizioni in grado di presentare e sostenere un unico candidato nei collegi uninominali. Al Nord fece il suo debutto il Polo della Libertà: Forza Italia più Lega Nord. Nel Centro e nel Sud, il Polo del Buongoverno mise insieme Forza Italia e la neo-trasformata Alleanza Nazionale. I Popolari ebbero un esito disastroso. Sia il fautore dei collegi uninominali, Mariotto Segni, sia il relatore della legge che porta il suo nome, Sergio Mattarella, furono sconfitti nei loro collegi uninominali, ma rieletti grazie al recupero proporzionale (con le modalità apposite, scheda separata e candidature bloccate, disegnate per la Camera dei Deputati) e il partito nel suo insieme risultò irrilevante.

L’obiezione, troppo spesso pappagallescamente ripetuta, che il Mattarellum non è adatto ad un sistema partitico tripolare, è sostanzialmente sbagliata. Che uno o due dei poli esistenti non voglia il Mattarellum è plausibile, forse anche comprensibile, anche se discende da gravi difetti di miopia politica. Peraltro, nell’attuale Parlamento i poli sono più di due, almeno quattro: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord (più, forse, Fratelli d’Italia) e Forza Italia, se non addirittura cinque qualora comparisse un’aggregazione di sinistra. La riproposizione del Mattarellum, con qualche correzione, ad esempio, per impedire le liste civetta, obbligherebbe a formare aggregazioni. Insomma, darebbe una forte spinta in direzione del bipolarismo, naturalmente penalizzando in maniera anche molto significativa chi non cercasse oppure non volesse alleati. Concludendo, il Mattarellum incentiva in maniera importante il bipolarismo e dovrebbe essere sostenuto da chi il bipolarismo desidera davvero. A non volere il Mattarellum sono i nemici del bipolarismo, che provengano dai ranghi dei sostenitori ipocritamente pentiti dell’Italicum oppure da quelli dei fautori di un sistema proporzionale, non tedesco, che nessun “latinorum” potrebbe legittimare e lustrare. Rimane, però, che chi voglia ristrutturare il sistema dei partiti italiani deve sapere che, se respinge il Mattarellum, non gli resterà che fare affidamento su leggi proporzionali purché dotate di alte soglie percentuali per l’accesso al Parlamento. Riuscirà ottenere qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma sarà molto improbabile che pervenga al bipolarismo.

Pubblicato il 5 gennaio 2017

Bentornato Mattarellum, ma riveduto e migliorato

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Non stiamo cercando il sistema elettorale perfetto. Coloro, poi, che volevano cambiare il bicameralismo che chiamavano “perfetto”, ma era paritario, proprio non ci arriverebbero mai. Infatti, avevano inventato un Porcellum poi finalmente smantellato dalla Corte Costituzionale. Per superare le obiezioni di quella Corte hanno confezionato un Italicum che, per le poche variazioni rispetto al Porcellum è, a tutti gli effetti, un Porcellinum. Adesso aspettano di vederselo triturato dalla Corte la cui composizione è quasi la stessa di tre anni fa. La “triturazione” servirebbe loro ottimamente per avere un alibi. In via di principio, a un sistema proporzionale senza clausole, il cosiddetto consultellum, che, per capre e caproni, è dizione più precisa di “puro”, chiunque voglia dare o dichiari di volerlo fare, rappresentanza ai cittadini, non può opporsi. Meglio, però, se il prossimo sistema elettorale darà anche potere ai cittadini, gentilmente consentendo loro di scegliere i propri rappresentanti nei collegi uninominali.

Non necessariamente congegnato con questo obiettivo, il Mattarellum ha funzionato in maniera più che accettabile nel 1994, 1996, 2001. Ricordiamone, però, alcuni elementi importanti. Primo: non avremmo mai avuto un sistema elettorale maggioritario e collegi uninominali se non fosse stato per l’opera indefessa dei referendari del 1993 (fra i quali c’ero anch’io). I parlamentari della legislatura 1992-1994 furono obbligati a trovare un modo per non tradire troppo l’esito del referendum che si applicò senza nessun intervento al Senato. Tre quarti di collegi uninominali nei quali vinceva chi otteneva un voto in più degli altri. Un quarto di eletti con il cosiddetto recupero proporzionale dei soli voti non già utilizzati per eleggere candidati. Un esempio numerico chiarisce tutto. Lo faccio con riferimento all’elezione degli, allora, otto senatori nelle Marche. Ciascun collegio ha all’incirca 180 mila elettori, il 65 per cento dei quali, vale a dire, 117 mila, vota. Data l’attuale distribuzione dei voti secondo i sondaggi, è probabile che il PD conquisti tre seggi e, se il centro-destra non ha raggiunto nessun accordo pre-elettorale nel suo ambito, gli altri tre seggi maggioritari saranno conquistati dalle Cinque Stelle. Nessuno dei voti utilizzati da PD e Cinque Stelle per le loro vittorie può servire per il recupero proporzionale al quale parteciperanno soltanto i candidati del centro-destra. I due seggi di recupero andranno ai candidati dei due partiti il cui monte voti complessivo è più alto, presumibilmente, nell’ordine, Lega Nord e Forza Italia. In una regione piccola l’effetto maggioritario sembra contenuto, ma in regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Campania. Veneto e Emilia-Romagna risulterà notevole. Naturalmente, non v’è nessuna certezza che un partito che abbia il 32 per cento dei voti su scala nazionale riesca ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi alla Camera o al Senato.

La scheda a parte e lo scorporo, ovvero, meglio, lo scomputo dei voti serviti a eleggere i deputati da quelli andati alla lista, bloccata, di recupero proporzionale, furono una non brillante invenzione introdotta dai dirigenti di partito, un salvagente per garantirsi il seggio, anche grazie alla possibilità di essere presenti tanto in un collegio uninominale quanto nella lista bloccata. Nel 1994, sia Mario Segni, nel suo collegio uninominale in Sardegna, sia Sergio Mattarella, nel suo collegio uninominale in Sicilia, furono sconfitti, ma tornarono alla Camera dei deputati recuperati come capilista della lista bloccata. Altri più furbi o più forti si fecero paracadutare in collegi uninominali sicuri (preferibilmente in Toscana, in Emilia, in Umbria). Nel suo collegio di Gallipoli, nel 1996 Massimo D’Alema rinunciò al salvagente della candidatura simultanea nella scheda proporzionale. Fu eletto. Suggerimento: introdurre nel Mattarellum 2.0 il requisito di residenza da almeno tre anni nel collegio in cui si vuole essere candidati.

Il Mattarellum incentivò la formazione di coalizioni pre-elettorali. Tali furono in Italia tanto l’Ulivo quanto l’Unione e, per il centro-destra, il Polo delle Libertà e il Polo del Buongoverno, in seguito la Casa della Libertà. Le coalizioni pre-elettorali, che sono molto diffuse nelle democrazie parlamentari europee che usano sistemi proporzionali, ma che hanno una loro non disprezzabile storia anche in Francia dove ci sono collegi uninominali, danno un’informazione in più all’elettorato su quali partiti potrebbero andare al governo.

In Italia, i piccoli partiti pretesero allora collegi sicuri per entrare nelle coalizioni pre-elettorali minacciando altrimenti di fare mancare i loro voti che potevano essere decisivi. Eliminando la scheda di recupero proporzionale, la minaccia sarebbe spuntata. I candidati vittoriosi in seguito ad un chiaro accordo pre-elettorale sarebbero, al tempo stesso, effettivi rappresentanti del collegio, ma agirebbero da parlamentari a sostegno della loro coalizione sia al governo sia all’opposizione. I famigerati trasformisti debbono e possono essere bloccati attraverso il regolamento di Camera e Senato che sancisca che coloro che cambiano gruppo parlamentare non sono abilitati a formarne un altro, ma sono obbligati a confluire nel gruppo misto perdendo stanze, segretarie, fondi e persino accesso alle cariche nelle Commissioni. A queste condizioni e senza nessun’altra modifica rispetto a quelle che ho delineato (più precisamente, senza nessun premietto in seggi), il Mattarellum 2.0 è il sistema elettorale più facilmente e rapidamente configurabile e sicuramente preferibile nelle condizioni date. Non avvantaggia e non svantaggia nessuno. Crea condizioni di incertezza per candidati e partiti. Conferisce incisivo potere agli elettori.

Pubblicato il 19 dicembre su Casa della Cultura online

Il silenzio prima della corsa

Corriere di Bologna

Non tutte le strade portano a Roma. Però, chi vuole andarci sa che deve attivarsi fin da adesso. Tranquillini continuano a essere i parlamentari e i potenziali candidati di Forza Italia. Sanno, da sempre, che le candidature si decidono ad Arcore. Abbastanza chiara è la “classifica” delle candidature possibili per Fratelli d’Italia. Esiste già qualcuno con giustificate ambizioni che, quasi certamente, saranno ricompensate. Nessuna inquietudine o fibrillazione fra i leghisti. Praticamente tutto dipende da Salvini il quale sa che la Lega deve rappresentare il territorio scegliendo candidati che dal territorio emergono e che nel territorio si cercheranno i voti. Nella misura del possibile questi criteri hanno funzionato soddisfacentemente nel passato e non c’è ragione per modificarli. Le primarie la Lega le chiede soltanto per il leader dell’eventuale coalizione, già sarebbe un’enorme novità, non per i candidati al Parlamento. Forse ammaestrati dalle loro precedenti, pochissimo frequentate, “parlamentarie”, alle 5 Stelle toccherà decidere se ripeterle in meglio, con meccanismi più partecipati, più coinvolgenti, più mobilitanti, oppure innovare. Sanno di avere una grande responsabilità poiché gli osservatori vedono le Cinque Stelle alle soglie del prossimo governo che soltanto parlamentari preparati e competenti saranno in grado di sostenere e di controllare adeguatamente.

Altrettanta attenzione è concentrata sul vero concorrente delle 5 Stelle: il Partito Democratico. Qualcuno ricorderà, anche se la smemoratezza sembra in questi giorni la qualità più visibile nel Renzi che aveva promesso di lasciare e nella Boschi che aveva collegato la sua carriera alle riforme costituzionali sonoramente bocciate il 4 dicembre, un enfatico proclama renziano: la nuova classe dirigente del Partito Democratico emergerà dai Comitati del Sì. Non ho visto molto fervore, molto impegno e molta originalità nella costituzione di quei comitati. Non ho neppure incrociato giovani che volessero promuoversi pancia a terra per difendere le riforme renzian-boschiane, ma ho riscontrato l’attivismo di chi, renziano, spera/va di rientrare in gioco. Fra i Democratici chi già sta in parlamento farebbe a meno di eventuali primarie, sapendo quanto poco rispettose dei diritti di tutti i partecipanti sono state quelle del dicembre 2012. Chiarissimo è che nel PD è in corso, in parte al buio, un riposizionamento delle e nelle correnti. Stretti fra il Congresso prossimo venturo e la legge elettorale, non “ottima” come Renzi e Boschi sostennero senza mai essere contraddetti, i “parlamentabili” democratici tacciono. E’ plausibile pensare che il loro silenzio sia tale anche perché di politica e politiche hanno poco da dire.

Pubblicato il 15 dicembre 2016

Continuità con limiti e difficoltà

Non è stato molto difficile per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella risolvere la crisi di governo aperta dalle dimissioni di Renzi. Infatti, il nome di Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri del governo dimissionario, era emerso molto nettamente anche dalle totalmente irrituali consultazioni parallele che Renzi aveva condotto a Palazzo Chigi. In altri tempi, nessun Presidente del Consiglio dimissionario si sarebbe mai permesso un comportamento di questo genere, palesemente teso a influenzare il Presidente della Repubblica alle cui consultazioni il segretario del PD non è neppure andato. Poiché capo del partito che ha un’ampia maggioranza, ingrassata dal premio in seggi, alla Camera dei deputati, era assolutamente evidente, e persino accettabile, che Renzi sarebbe riuscito ad influenzare sia la scelta del suo successore sia il perimetro della coalizione di governo. Infatti, grazie ai numeri complessivi dei gruppi parlamentari del PD e a quelli dei suoi sostenitori in Assemblea e in Direzione, pure scontando le defezioni di coloro che, scarsamente renziani, già si posizionano per il futuro, Renzi avrebbe comunque potuto impedire la formazione di un governo sgradito. Tuttavia, in assenza di una legge elettorale rapidamente utilizzabile, un qualche governo sarebbe dovuto nascere.

Respinta l’ipotesi di un governo istituzionale che, da un lato, non avrebbe potuto controllare, dall’altro, avrebbe necessitato del sostegno del PD, con rischi di logorio, Renzi ha giocato la carta Gentiloni. Timoroso di qualsiasi scioglimento immediato, Alfano si è subito dichiarato disponibile a continuare a fare parte della maggioranza. La novità è che il gruppo ALA (Alleanza Liberalpoolare-Autonomie), 18 senatori e 16 deputati, guidato da Verdini, ha annunciato di volere entrare a vele spiegate nel nuovo governo. Si andrebbe così a configurare un embrione di Partito della Nazione. Resta da vedere se Gentiloni vorrà o sarà costretto a offrire dei ministeri ai verdiniani e se e quanto le minoranze interne del PD si opporranno alla tutt’altro che marginale ridefinizione della maggioranza di governo.

Da adesso, imperversa, come si dice, il totonomi, ma sottolineo, da un lato, che i ministri del PD dovranno tutti ottenere il beneplacito di Renzi che sembra avere già fatto sapere che anche il suo potente sottosegretario Luca Lotti deve stare dov’è soprattutto in vista delle nomine in una serie di enti. Dall’altro, che Gentiloni deve rappresentare la continuità e, nonostante che il Presidente della Repubblica abbia affermato chiaramente che il nuovo governo godrà della “pienezza dei poteri”, la sua operatività ha limiti certi, quantomeno non contraddire nessuna delle politiche pubbliche renziane. Punteggiata dalla celebrazione di eventi internazionali, il più importante dei quali è il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 2017, vero inizio del percorso che ha portato all’Unione Europea, la durata del governo Gentiloni potrebbe non essere così breve come viene ipotizzato.

Indubbiamente, non sarà affatto facile scrivere nuove leggi elettorali per Camera e Senato che tengano conto delle preferenze, spesso contrastanti anche all’interno della prossima maggioranza di governo. Tuttavia, l’inconveniente più grave per il governo Gentiloni deriva dai tempi che Renzi imporrà al suo partito per svolgere il prossimo (e decisivo, almeno per lui) Congresso. Chiunque vinca quel Congresso, Gentiloni sarà a rischio poiché lo Statuto del PD contiene la norma che stabilisce che il segretario è il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Se, infine, è giusto interrogarsi se siamo tornati ai riti, alle dinamiche, alle problematiche della cosiddetta Prima Repubblica, la risposta è che chi ha creato i problemi, a cominciare dalla cattiva legge elettorale e dalle brutte riforme costituzionali, è responsabile di questa parziale regressione. La vera preoccupazione è che gli attuali componenti della classe politica, Gentiloni compreso, non sembrano avere le competenze di chi ha guidato la Prima Repubblica. La soluzione non potrà venire automaticamente e esclusivamente da una buona legge elettorale.

Pubblicato AGL il 12 dicembre 2016