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Per fare bene niente fretta
Potrei cominciare dicendo che, se la riforma elettorale e la trasformazione del Senato erano impostate correttamente, l’esito elettorale, vale a dire il grande successo del Partito Democratico di Renzi, non cambia nulla. Al contrario, da un lato, potrebbe essere considerato un sostegno dato dai cittadini a quelle riforme, dall’altro, addirittura una loro forte spinta affinché vengano approvate rapidamente. Invece, penso che i cittadini italiani non abbiano votato avendo come motivazione prevalente quelle riforme e che il successo elettorale del PD di Renzi discenda dalla sua campagna elettorale e dalla, giusta, convinzione degli elettori che il Partito Democratico, da poco condotto da Renzi nel Partito del Socialismo Europeo, fosse, per l’appunto, il più europeista dei partiti italiani. Dunque, il partito da premiare contro gli euroscettici, gli anti-Euro e gli eurostupidi.
Coloro che oggi sostengono che le riforme di Renzi, in particolare quella della legge elettorale, debbono essere riscritte perché il quadro politico è cambiato danno ragione a quanti (fra i quali chi scrive) avevano sostenuto che quelle riforme servivano fondamentalmente gli interessi di Berlusconi e dello stesso Renzi. Invece, riforme delle regole (e delle istituzioni) del gioco che servono interessi particolaristici e di corto respiro non vanno mai fatti. Peraltro, non credo neppure che le riforme debbano essere fatte da tutti. Nessun potere di veto va concesso a chi prospera in un sistema politico arrugginito. La via di mezzo (in medio stat virtus) è quella delineata dal grande filosofo politico John Rawls: le riforme vanno formulate dietro un “velo di ignoranza”. Mi affretto ad aggiungere, primo, che in questa espressione non è implicito nessun complimento per gli ignoranti patentati i quali, in materia di regole, sono tanto numerosi quanto inconsapevoli e, secondo, che le simulazioni non strappano il velo d’ignoranza, ma sollevano il polverone della confusione.
Nel Parlamento italiano non sono cambiati i rapporti numerici fra partiti e gruppi. Continuerà, dunque, a essere necessaria una convergenza (non una grande indistinta ammucchiata) fra più gruppi su riforme che promettano la semplificazione dei procedimenti legislativi (riforma del Senato), maggiore incisività del voto degli elettori (anche in questo caso con l’individuazione di una legge semplice, non bizantina), migliore definizione dei livelli di governo. Nei tecnicismi non desidero entrare. Quindi, mi limito ad affermare che nessuna legge elettorale prossima ventura deve basarsi né sulla aspettativa di un grande balzo in avanti del PD alle prossime politiche (pure possibile e, a scanso, di equivoci, anche auspicabile) né sulle necessità del centro-destra né sulle prospettive di coalizioni prossime venture.
Il consenso “europeo” del Partito Democratico lascia intravedere un futuro da partito dominante che, incidentalmente, è, secondo me, l’unico elemento che consenta una limitata comparazione con la Democrazia Cristiana. La riforma elettorale non deve né riflettere questa situazione né prefiggersi di consolidarla. Deve, invece, garantire quella competitività indispensabile affinché l’elettorato senta il desiderio di andare alle urne. Deve, inoltre, contenere disposizioni che incoraggino il centro-destra, se non è ostaggio degli interessi di un leader, a ristrutturarsi. Deve, infine, dare ragionevoli garanzie che si formi un governo operativo che trovi qualche contrappeso alla sua azione.
Ricominciare tutto daccapo? Neanche se il governo procedesse a una revisione approfondita della sua brutta e bizantina proposta elettorale si tornerebbe davvero daccapo. Infatti, nel corso del tempo molti sono riusciti a vederne i difetti e alcuni ne hanno prospettato non disprezzabili rimedi. Riflettere in maniera sistemica sul rapporto fra legge elettorale per la Camera e ruolo del Senato non è necessariamente perdere tempo. D’altronde, l’esito delle elezioni europee significa anche che sia il PD sia il governo hanno guadagnato anche il tempo per consentire al Parlamento un’analisi approfondita delle riforme. Per fare bene non c’è nessun bisogno di fare in fretta e furia.
Pubblicato mercoledì 4 maggio 2014
E ora Renzi onori le promesse
I voti non cadono dal cielo. Soprattutto quando sono tanti, come quelli conquistati dal Partito Democratico di Renzi, hanno motivazioni diverse. Per lo più si basano su cose fatte e cose promesse. Le cose fatte che Renzi ha potuto presentare all’elettorato italiano non erano molte, ma significative. In particolare, ha contato la restituzione in busta paga per i redditi da lavoro bassi di 80 Euro al mese almeno fino alla fine del 2014. Anche il tetto agli stipendi dei manager di Stato è stato valutato positivamente dagli elettori così come la battaglia iniziata per cambiare la legge elettorale, per ridimensionare il Senato, per abolire le province. L’elettorato non si è interrogato sulla qualità, che rimane molto dubbia di queste riforme, ma ha apprezzato la volontà di farle. Anche se, in generale, la campagna elettorale non ha dato grande spazio alle tematiche precipuamente europee, non soltanto gli italiani hanno riflettuto sul voto che dovevano dare, ma hanno evidentemente valutato positivamente la campagna del PD e del suo segretario sul territorio nazionale che esprimeva una visione europeista superiore a quella degli altri concorrenti (compresa la protesta, priva di una seria proposta, urlata da Grillo).
Molti voti significa da adesso in poi anche accresciute responsabilità per Renzi, Presidente del Consiglio. Dovrà, anzitutto, portare a livello europeo, come capo del più ampio gruppo singolo di parlamentari nel Partito Socialista Europeo, le sue proposte, non di allentamento del rigore di bilancio, ma di lancio di progetti di crescita. Nessuno morirà se saremo più austeri, ma coloro che hanno poche risorse e che non trovano lavoro continueranno a stare male. L’agenda di Renzi, nel semestre europeo di cui sarà Presidente a partire dal 1 luglio, deve mirare a fare “cambiare verso” anche alle politiche dell’Unione Europea. Questa è una priorità per sfruttare i timidi segnali di crescita intravisti dall’abitualmente molto cauto Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea. Nuove politiche europee incroceranno quello che in Italia si chiama Jobs Act, ovvero una regolamentazione più flessibile delle politiche del lavoro, delle assunzioni e degli eventuali licenziamenti. Soltanto con più lavoro, in varie forme, per tutti, sarà possibile che l’Italia riprenda a crescere (è ferma da quasi dieci anni) e abbia altre risorse da dedicare a investimenti in istruzione e sviluppo che stabilizzino la crescita, riducano la disoccupazione e ridimensionino il precariato.
Il PD di Renzi ha strappato voti, molti dei quali dei giovani, al Movimento Cinque Stelle. La risposta sul piano del lavoro è la migliore per mantenere e consolidare quell’elettorato. La terza cosa da fare riguarda, anche perché fin troppo spesso Renzi ha detto con toni di ricatto e ultimativi di “metterci la faccia”, l’assetto istituzionale. Sulla diagnosi non c’è oramai quasi più nulla da discutere: sia la legge elettorale sia l’assetto istituzionale sono bizantini e vanno anche drasticamente semplificati. Sulle proposte, invece, rimane molto da lavorare e non soltanto in maniera opportunistica, vale a dire cambiando qualcosa perché il sistema dei partiti del dopo elezioni europee appare piuttosto diverso da quello di pochi giorni fa (ma i numeri in parlamento rimangono invariati). Soltanto la Democrazia cristiana in Italia è riuscita a ottenere percentuali di voto intorno al 40 per cento, ma il consenso al PD di Renzi non è di stampo democristiano. Certamente, l’elettorato del Partito Democratico è interclassista, un elettorato di popolo e certamente desidera una guida di governo stabile e sicura. Altrettanto certamente, questo elettorato vuole le riforme, quelle mancate dal centro-destra, quelle promesse da Renzi. Stabilizzato e legittimato da una prova elettorale nazionale il suo governo, il Presidente del Consiglio non deve sentire nessuna urgenza. La fretta è una pessima consigliera di cui il Presidente del Consiglio può felicemente fare a meno. Ha il consenso politico e il tempo necessario per progettare cambiamenti di lunga durata. Anche se la politica italiana ha spesso aspetti di grande volubilità, è possibile affermare che il futuro del governo di Renzi è nelle sue mani.
Pubblicato AGL 28 maggio 2014
Europa, dove sei?
Al marziano inopinatamente capitato in Italia non è chiaro che tipo di campagna elettorale sia in corso. Da un lato, in questo abbastanza vicini, perché entrambi piuttosto irritati e con preoccupazioni differenti, Renzi e Berlusconi stigmatizzano il buffone-pagliaccio Grillo. La “marcia su Roma” (ma non sarebbe preferibile marciare su Bruxelles?) l’ha già fatta lui, con successo, sostiene il Berlusconi, adesso solo temporaneamente confinato ai servizi sociali a Cesano Boscone. Dall’altro lato, sta Grillo che con linguaggio scurrile deride un po’ tutti, ma soprattutto Renzi e proclama che lui, Grillo, è già “oltre Hitler”, ma non precisa dove è effettivamente arrivato. Quei non molti elettori italiani che stanno cercando di informarsi su quale sia la posta in gioco nell’elezione del Parlamento europeo, ricevono informazioni non positive riguardo alla non superata depressione dell’economia italiana che, certamente, non è responsabilità dell’Unione Europea o dell’Euro, e neanche dei migranti, come vorrebbe fare credere il neo-segretario leghista, l’ipersemplificatore Matteo Salvini.
La maggioranza degli elettori italiani prestano, come è oramai loro abitudine da parecchie elezioni a questa parte, pochissima attenzione. Si sintonizzeranno con la campagna elettorale soltanto due o tre giorni prima del voto. Alla fine, in buona sostanza, sceglieranno non con riferimento a tematiche europee che rarissimi candidati hanno trattato, illustrato, spiegato, ma in base alle loro preferenze partitiche espresse poco più di un anno fa. Dimenticheranno gli insulti reciproci fra dirigenti con poche idee che hanno sentito con fastidio. Guarderanno allo stato dell’economia, forse con minore preoccupazione di un anno fa e molti saranno lieti di constatare che la loro busta paga e quella dei loro parenti e amici è stata rimpinguata con 80 utili Euro. Altri, forse si chiederanno che cosa hanno fatto degno di nota i parlamentari nazionali delle Cinque Stelle, ma non è detto che la sostanziale irrilevanza politica dei pentastellati cancelli le ragioni della protesta e dell’irritazione nei confronti della classe politica nel suo esempio.
A contrastare tutto questo sembra, però, che il Presidente del Consiglio, attivissimo sul territorio e loquacissimo, sia riuscito a convincere alcuni elettori insoddisfatti, ma attenti, che lui è davvero l’unico nuovo che avanza, per di più veloce. Magari non ha le soluzioni per tutto, ma, sembra pensare una fascia di elettori, merita un’apertura di credito. Se non lui, chi? In effetti, Renzi è alla ricerca di un successo personale che legittimi il suo ingresso a palazzo Chigi da extraparlamentare che non ha superato nessun passaggio elettorale. Proprio perché Berlusconi continuerebbe ad essergli utile come interlocutore per le difficili riforme istituzionali, Renzi non lo sceglie come principale avversario. La competizione elettorale è diventata quasi un duello, verbale, fra Renzi e Grillo. Entrambi sanno dove cercare i voti aggiuntivi. Grillo li vuole strappare agli insoddisfatti del PD. Renzi vuole raggiungere soprattutto i giovani che sono il grande serbatoio dell’insoddisfazione che guarda alla protesta (di Grillo) piuttosto che alla sua proposta di riforme annunciate. Al momento, le asticelle, come si dice nel lessico politico-giornalistico, sono quattro: Alfano e il suo Nuovo Centro destra mirano ad andare alquanto al di sopra del 4 per cento, almeno fino al 6. Berlusconi si augura di giungere nei pressi del 20 per cento. Grillo è convinto che replicherà il suo 25 per cento del 2013, e più. Renzi ha assoluto bisogno di portare il Partito Democratico al di sopra del 30 cento. Tutti si lamentano che si parla poco dell’Europa e che l’Italia finirà per contare ancora meno a Bruxelles, ma, finora, nessuno ha saputo cambiare decisamente rotta (dovrei scrivere “verso”?). Peccato perché il destino dell’Italia starà anche nelle mani del prossimo Parlamento europeo e della Commissione europea, entrambi decisivamente plasmati dall’esito del voto del 25 maggio.
Pubblicato AGL 19 maggio 2014
La sostenibile lentezza delle riforme
Le riforme elettorali e costituzionali, non le fa, nonostante la sua affidabile cultura in materia, il Presidente della Repubblica. Proprio per la loro mancanza di cultura, che esibiscono quasi quotidianamente, non riusciranno a farle neppure Renzi e Berlusconi. Il loro tanto sbandierato accordo del Nazareno (absit iniuria verbis), al quale ciascuno rimprovera l’altro di non tenere fede, era fondato non sulla prospettiva complessiva di migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della nostra democrazia, ma sui vantaggi personali e particolaristici che i leader dei due partiti si proponevano. Adesso che i vantaggi sembrano essere di gran lunga più aleatori, anzi, quasi si sono già trasformati in svantaggi, uno dei due, ovvero Berlusconi, inevitabilmente è costretto a ripensarci. Quanto a Renzi, forse, sarà costretto a tornare, certo a tutta velocità, sui suoi passi dai senatori del Partito Democratico e, chi sa, anche dal Presidente Napolitano finora persino troppo silente su tematiche tanto delicate che attengono persino al suo ruolo e ai suoi compiti. Davvero il Presidente pensa che sia cosa buona e utile per il Senato che tocchi a lui nominare addirittura ventuno senatori e per gli ex-Presidenti, lui compreso, andare a fare il “deputato a vita”? Almeno questi elementi di folclore istituzionale dovrebbero essere subito cestinati.
Quel che non né possibile né auspicabile cestinare vuoi per la resuscitata Forza Italia (alla quale, ovviamente, Berlusconi cercherà di trovare non pochi alleati nel centro-destra) vuoi per il Partito Democratico di Renzi, è la riformetta elettorale pensata per produrre ampie maggioranze alla Camera dei Deputati. Adesso, poiché sembra più che probabile che le Cinque Stelle del Grillo riusciranno nell’evento epocale di diventare il secondo partito in occasione delle elezioni elettorali (e non è neppure il caso di sottovalutarne il potere attrattivo di altre “debolezze” politiche), logicamente Berlusconi non ci sta più e scopre l’incostituzionalità dell’Italicum tanto simile al suo affezionato Porcellum. Scopre anche, ma non era difficile farlo, che, persino a prescindere dalla sua elettività o no, la riforma del Senato è un pastrocchio che malissimo si concilia con una Camera consegnata a una maggioranza elettorale che potrebbe essere appena superiore al 37 per cento dei votanti. Dunque, nel gergo giornalistico, Berlusconi è pronto a fare saltare il banco. Ci è già riuscito nel passato.
In verità, per il momento Berlusconi vuole dimostrare che lui, anche se affidato mezza giornata alla settimana ai servizi sociali, conta su tutto il resto della settimana per i “servizi” politici e peggio per chi lo ha furbescamente recuperato quale interlocutore privilegiato. Vuole anche impedire a Renzi di vantarsi a scopi di campagna elettorale per il Parlamento europeo di avere già fatto l’importante riforma del Senato anche se sarà solo la prima lettura di quattro. Infine, dimostrata la sua perdurante influenza politica, Berlusconi vuole alzare il prezzo anche se ancora non sa che cosa gli potrebbe convenire vendere o scambiare. Se arrivasse malamente in terza posizione alle elezioni europee, allora vorrà quasi certamente dare l’addio all’Italicum e la riforma elettorale (che definirei il Sisiphum) dovrà ricominciare da capo (altro che andare ad impraticabili elezioni nel semestre italiano di Presidenza europea, come ventilano gli arrembanti renziani!) nella consapevolezza che ci sarebbe la grande opportunità di fare meglio. Insomma, in questo caso il tempo non è tiranno. Anzi, da un lato, consente di riflettere senza snobbare pareri autorevoli, fra i quali, mi auguro, ascolteremo alto e forte anche quello del Presidente Napolitano; dall’altro, incanala il dibattito e le soluzioni a tenere in grande conto che la riforma di un sistema politico non si cucina come uno spezzatino, ma richiede una visione sistemica. Non tutto il male, in questo caso rappresentato da un’ingiustificabile fretta, viene per nuocere, ma il bene, vale a dire, le buone riforme, bisogna, comunque, saperle congegnare con sostenibile lentezza.
Pubblicato AGL 27 aprile 2014
In fretta e male
La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.
Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.
Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).
Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.
AGL 1 aprile 2014
Anno che va, problemi che restano
Un vecchio, non grande, ma grandissimo, e un giovane, la cui grandezza comincerà a misurarsi nel 2014 hanno dominato l’anno che si chiude.
Un Presidente della Repubblica, già entrato nella storia, non foss’altro che per la sua non voluta e non cercata rielezione senza precedenti, ma anche per la sua impressionante presenza sulla scena istituzionale e politica di un paese ripiegato su se stesso, sui suoi particolarismi, populismi, affarismi e individualismi d’accatto, ha dominato e, mi auguro, continuerà a dominare la politica italiana.
A fronte dei sopracitati deterior(at)issimi “ismi”, le domande da porsi sono essenzialmente due.
Primo, quando il Presidente interventista, a parole “parlamentarista”, prenderà atto che questa sua Repubblica è da tempo arrivata sulla soglia del semipresidenzialismo alla francese? Che, insomma, se il Presidente della Repubblica fa e disfa i governi, allora è opportuno che sia l’elettorato a dargli un mandato pieno a operare in quel modo?
Seconda domanda, se il sistema politico vive appeso alla salute e, aggiungo, all’umore, che appare sempre più di irritazione, di un uomo molto anziano, quanto potrà durare, quando quell’uomo manderà tutti a farsi benedire? Dove sta il successore (la donna so chi è! però, lo sanno tutti)? Una ragione in più per andare verso l’elezione diretta del Presidente della Repubblica Italiana.
Non basteranno neppure le benedizioni del Papa venuto quasi dalla fine del mondo a salvare un’Italia arrivata quasi alla fine della sua Repubblica, ma non della sua democrazia (che, per ragioni varie, non tutte imperscrutabili, per esempio, il sostegno dell’Unione Europea, tiene, seppur malamente).
Non basteranno le intemerate del giovane segretario del Partito Democratico il quale ha già comunque il merito storico di avere sbaraccato una classe dirigente comunista giunta al capolinea almeno dieci anni fa.
Non basterà una nuova imprecisata, qualche volta plagiata, legge elettorale. Non basterà il Mattarellum con un premio di maggioranza che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale nella sua entità.
Sbarazzino è il segretario Renzi, ma non può sbarazzare il campo della vecchia politica senza essere preciso e coerente nelle sue proposte istituzionali e nelle sue alleanze prossime venture. Per fortuna che il Renzi ha allargato il suo orizzonte fino al 2018. Resta da vedere se, terminata l’effervescenza dell’elezione con percentuali persino troppo elevate, saprà organizzare la sua politica, conducendo una sana guerra di trincea (e di gazebos per tutte le cariche) magari fino alla discussione di una cultura politica all’altezza dei migliori partner e partiti progressisti europei.
Nel frattempo, sullo sfondo, smacchiati i giaguari e tacitate le pitonesse, rinchiusi falchi e falchetti, continuo a sentire con fastidio un rumore, confuso, sgraziato, assordante di grilli e grillini. Sono convinto che diventeranno afoni a forza di gridare “Vaffa”, “vaffa” (che educatamente ricambio), ma alcuni dei problemi che hanno sollevato dovranno pure essere affrontati e risolti. Buon 2013.
Arlecchino e le riforme elettorali
Di leggi elettorali ne abbiamo viste di tutti i colori e di proposte di riforma ne abbiamo sentite di troppi tipi. Quelle che abbiamo visto all’opera, proporzionale con preferenze della prima fase della Repubblica, Mattarellum dal 1994 al 2001, proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza, ovvero, anche secondo la Corte Costituzionale, un vero Porcellum, utilizzato tre volte: 2006, 2008, 2013, non sono state soddisfacenti. Tutte avevano dei problemi, grossi; più di tutte il Porcellum. Dunque, fare di meglio non dovrebbe essere impossibile e neppure troppo difficile. Invece, un po’ tutti i partiti, tutti i dirigenti e i loro esperti di riferimento, nonché la maggioranza dei parlamentari ragionano in base a due presupposti paralizzanti. Primo, quale è la legge elettorale che farà vincere il mio partito (e, di conseguenza, mi salverà il seggio)? Secondo, quale è la legge elettorale che funziona meglio per me/noi in questo contesto (che molti definiscono tripolare)?
La ricerca di vantaggi particolaristici, per di più nel breve periodo,è il modo più sicuro per fare una brutta legge elettorale destinata ad essere variamente criticata, mai pienamente accettata e, quel che più conta, a funzionare male. L’unico criterio che i sedicenti riformatori elettorale dovrebbero usare è quello del potere dei cittadini-elettori. Qual è, pertanto, la legge elettorale che dà più potere agli elettori? Senza disperdersi nel sogno di una legge elettorale perfetta, che non esiste, ma ci sono leggi elettorali ottime come quella tedesca, proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento), e come quella francese (maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali), entrambe imitabili e facilmente importabili, sembra opportuno prendere le mosse da quel che conosciamo meglio. D’altronde, i riformatori elettorali italiani non hanno affatto saputo inventare qualcosa di particolarmente apprezzabile.
Sembra che nessuno desideri ritornare alla proporzionale di un tempo che fu, anche se non sono pochi quelli che desidererebbero il voto di preferenza (facilmente surrogabile dai collegi uninominali). Impossibile ripresentare qualsivoglia variante del Porcellum dichiarato incostituzionale (e brutto) dalla Corte Costituzionale. Non resta, fra i sistemi noti, che il Mattarellum. Non è né ottimo né pessimo. E’ perfezionabile. Tre quarti dei parlamentari (sperabilmente dei soli deputati se il Senato verrà profondamente riformato) sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali dove candidati e elettori dovranno”metterci la faccia”. Un quarto dei deputati è eletto con il recupero proporzionale. Consente ai partiti e alle coalizioni che lo vogliano di designare il loro candidato a capo del governo.
Il Mattarellum non svantaggia a priori nessuno e non avvantaggia nessuno. Non ha bisogno di voti di preferenze neppure di premi di maggioranza. Con qualche ritocco, per evitare liste civetta, ovvero false, e per meglio distribuire il recupero proporzionale, funzionerà adeguatamente. Soprattutto, nelle condizioni date, può essere il più facile e conveniente punto di convergenza e di approdo delle principali forze politiche: dal Partito Democratico al nuovo veicolo di Berlusconi, “Forza Silvio”, alla Lega, persino al Movimento Cinque Stelle. Alfano lo teme perché dovrebbe cercarsi alleati da posizioni di debolezza, ma in un anno e mezzo, l’orizzonte che Renzi e Letta danno al governo, il Nuovo Centro Destra potrebbe riuscire a rafforzarsi sul territorio. Poiché la nuova discussione su quale legge elettorale approvare comincerà alla Camera dove il Partito Democratico ha una ampia maggioranza partorita dal premio del Porcellum, al PD spetterà la prima mossa. Saggezza istituzionale suggerisce che il Mattarellum ritoccato ha buone probabilità di viaggiare veloce verso la approvazione. Tutto il resto appare alquanto, forse troppo, problematico. Chi la tira per le lunghe rischia, nel tempo dell’anti-politica e del populismo telematico, di tirare le cuoia.
Il mondo dopo il Porcellum
Il mondo dopo il Porcellum, “abbattuto” dalla Corte Costituzionale, è più libero, ma anche più pericoloso. E’ più libero soprattutto per gli elettori che non dovranno più essere costretti a votare per il loro partito tracciando una crocetta (l’espressione massima loro consentita di sovranità popolare) sul suo simbolo. E’ più libero anche per i candidati la maggioranza dei quali non dovrà aggregarsi ad un qualsiasi capo corrente o a mostrarsi ossequioso sostenitore del capopartito per farsi mettere in lista. Persino gli stessi capipartito potrebbero essere tentati dalla libertà: scegliere i candidati migliori anche per le loro capacità di rapportarsi ad un elettorato da conquistare, magari ricorrendo alle primarie, ottimo strumento di partecipazione e comunicazione. A questa libertà, sicuramente allargabile a seconda del nuovo sistema elettorale, fa da contrappeso la pericolosità del mondo liberato dal Porcellum.
Il primo elemento di pericolosità è dato dalla difficoltà di interpretazione, in attesa di chiarificazioni sulle motivazioni, delle decisioni prese dalla Corte Costituzionale e dalle modalità con le quali ottemperarvi. Fermo restando che la Corte ha voluto ridare potere agi elettori, questo fondamentale obiettivo è conseguibile con più formule elettorali. Il secondo elemento di pericolosità è dato, non necessariamente dal ritorno della proporzionale, meno che mai quella definita “pura” da alcuni commentatori. La proporzionale pura è , come il bicameralismo “perfetto”, un oggetto inesistente nei sistemi politici contemporanei. Esistono più sistemi elettorali proporzionali, alcuni dei quali funzionano, come quello tedesco, meglio di altri. Danno vita a governi di coalizione, più rappresentativi dei governi prodotti dai, rarissimi, premi di maggioranza. Moderano i conflitti politici. Non sono, però, in nessun modo la conseguenza unica e inevitabile delle obiezioni e della scure della Corte Costituzionale. La pericolosità sta nel pensiero contorto e confuso di alcuni sedicenti esperti che vogliono produrre non sistemi elettorali decenti quanto, piuttosto, indigeribii marmellate. La peggiore finora formulata è quella “ispano-tedesca”. Il terzo elemento di pericolosità è data dalla possibilità che, al fine di dare potere agli elettori nella scelta dei parlamentari, si ritorni ad uno o più voti di preferenza.
La Corte non ha affatto detto questo. Comunque, la soluzione che darebbe effettivo potere agli elettori è quella, già presente nel Mattarellum, brillante definizione data da Giovanni Sartori ad un sistema alquanto mattocchio, dei collegi uninominali. Con il doppio turno francese, che, come tutti i sistemi maggioritari ha un “premio” incorporato, nei collegi uninominali ci “mettono la faccia” sia i candidati sia gli elettori che, se sbagliano a eleggere uno di loro, pagano il prezzo di una cattiva, corrotta, inesistente rappresentanza dei loro, legittimi, interessi, delle loro preferenze, persino dei loro ideali. Il quarto elemento di pericolosità è dato dal rifiorire di apprendisti stregoni al servizio di qualche mediocre e provinciale “principe”. Menziono il termine con trepidazione, ma come omaggio doveroso al 500esimo anniversario dell’annuncio della stesura dell’aureo libricino di Machiavelli. Il quinto elemento di parziale pericolosità è la non augurabile, ancorché inevitabile, decisione del governo di procedere per decreto.
In questo caso, l’unica opzione accettabile, perché già nota, sarebbe proprio il Mattarellum con qualche non cosmetico ritocco. Per sventare tutti o quasi gli elementi di pericolosità del mondo dopo il Porcellum e per accrescerne la libertà a favore di coloro i quali debbono averla in una democrazia competitiva, è augurabile che il prossimo segretario del Partito Democratico ricordi a sé e a tutti, dirigenti, alleati, opinion-makers, che il punto di partenza del suo partito è la delibera dell’Assemblea Nazionale a favore del doppio turno di collegio. Trattare si può. Pasticciare non è un esercizio di libertà.
Pubblicato su l’Unità
Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula
Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.
Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.
La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.
Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.
