Home » Posts tagged 'Partito'

Tag Archives: Partito

M5S e Pd, finalmente alleati (o forse no). Lezione del prof. Pasquino, da leggere @formichenews

Senza una bussola che solo una cultura politica (e istituzionale) può fornire, a guidare i partiti sarà l’opportunismo, qualche volta doloroso, spesso confuso. Un messaggio che vale per il Movimento 5 Stelle, ma anche per il Partito democratico… Il commento di Gianfranco Pasquino

Partito è qualsiasi organizzazione che presenta candidature alle elezioni, ottiene voti e vince cariche. Non importa che abbia uno statuto o un algoritmo. Qualcosa dovranno dire i suoi candidati e dirigenti su quello che vorrebbero fare. Non sarà un vero programma, ma pulsioni e emozioni. Poi giunti a contatto con le istituzioni e entrati in Parlamento gli eletti capiranno presto che nella scatoletta non ci sono solo tonni, ma pesci di lungo corso e di varia dimensione, anche pescicani, sorridenti. Non basterà l’apriscatole per muoversi in quella istituzione. Forse qualche pentastellato l’ha capito, ma nell’insieme il Movimento oscilla paurosamente, da far paura.

Servirebbe una bussola che solo una cultura politica (e istituzionale) può fornire. In mancanza, la bussola diventerà opportunismo, qualche volta doloroso, spesso confuso. Per evitare la mannaia dei limiti ai mandati (due) è già stato inventato il mandato zero, che, a suo tempo, sarà seguito, profetizzo, dal mandato doppio zero. Senza uno straccio, non di prova, ma di riflessione, si sosterrà, molto “ardittamente”, che meno (parlamentari) è meglio (cosa non lo so). Si potranno fare alleanze a destra e a sinistra, anche perché, notoriamente, né l’una né l’altra esistono più. Che il più recente alleato, il PD, sia (stato) disposto ad accettare il taglio dei parlamentari, più o meno opportunisticamente, rivela soltanto che in quel partito tutte le ibridazioni, contaminazioni, convergenze non hanno prodotto nessuna cultura politica di una qualche rilevanza, che serva, da un lato, a raggiungere e conservare gli elettori, dall’altro, a trovare alleati e costruire coalizioni.

Logica conseguenza è che qualcuno, non pochi, fra i dirigenti democratici, addirittura auspica un accordo organico con i Cinque Stelle, altri più prudentemente si limitano ad aspettare il ballottaggio a Roma per convergere eventualmente su quel sindaco fenomeno di nome Virginia Raggi, esentata dal limite ai mandati. Solo indirettamente ne consegue un effetto positivo: accountabiity. La Raggi dovrà/potrà rendere conto di quello che ha fatto, non fatto, fatto male. Ma il PD di che cosa vorrà rendere conto nella sua campagna elettorale? Della sua spregiudicatezza, dei suoi ondeggiamenti, della sua sua mancanza di principi e, per l’appunto, di cultura pollitica? Sotto l’etichetta “democratico” non c’è niente. Forse non c‘è mai stato niente. Un giorno sarà interessante discutere della cultura politica dei Fondatori. Se qualcuno, però, volesse già provarci, avrebbe subito il mio “daje”.

Pubblicato il 14 agosto 2020 su formiche.net

Il compito necessario del nuovo segretario @nzingaretti #primariepd2019

Un nuovo segretario, ancorché annunciato, ma con una provvista di consensi largamente superiore alle previsioni, è solo l’inizio della necessaria ristrutturazione del Partito Democratico. È augurabile che Zingaretti si dedichi a fare un partito strutturato sul territorio, aperto (anche ai fuorusciti), capace di dialogare con i sindacati e con le associazioni, dunque, plurale. Niente di meno.

Sotto il Lingotto, niente

Il ritorno di Renzi alla kermesse torinese e il vuoto programmatico del Pd

Però, no, non sono disposto a “perdonare” coloro che stanno andando all’elezione del segretario di un partito senza dire nulla su che tipo di partito desiderano, se quei candidati abbiano un’idea di partito, se la democrazia italiana abbia o no bisogno di partiti organizzati, di un sistema di partiti decentemente strutturato e di una sana competizione, non collusione, fra coalizioni di partiti. No, il segretario dimissionario Matteo Renzi non deve affatto delineare in questa fase un programma di governo neppure se, come è giusto e opportuno, intende poi, ma solo poi, essere il candidato del suo partito alla carica di capo del governo. A quella carica, infatti, potrà ambire e pervenire proprio in quanto segretario del partito. Aggiungo che logica vorrebbe che, persa la carica di capo del governo, il segretario lasciasse definitivamente la carica di capo del partito, come avviene ed è avvenuto in tutti i casi europei (David Cameron, giugno 2016, è l’ultimo in ordine di tempo) ai quali, selettivamente, Renzi e i renziani fanno riferimento. Le tre grandi sconfitte subite da Renzi, elezioni amministrative del giugno 2016, referendum del dicembre 2016, scissione del marzo 2017, hanno poco a che vedere, con il governo, ma moltissimo sono dipese proprio dal partito, dalla sua gestione dell’organizzazione del PD, della sua presenza sul territorio, della valorizzazione del personale politico democratico che non è fatto, come ha sostenuto Renzi, né da eredi né da reduci, ma da persone che desiderano fare politica per perseguire obiettivi di miglioramento della vita dei loro concittadini e della qualità della democrazia. Fare politica non contro coloro che non la pensano come loro e come il loro segretario, che, comunque, non debbono essere né emarginati né irrisi, ma convinti, bensì a favore di cambiamenti che vengono argomentati in maniera tanto più rigorosa (non necessariamente vigorosa fino all’insulto) quanto più sono controversi.

Il ruolo degli iscritti, le modalità di funzionamento degli organismi, locali: i circoli, e nazionali: l’Assemblea e la Direzione (forse anche la segreteria e la sua composizione), i criteri di selezione e di promozione, il reclutamento dei rappresentanti nelle assemblee elettive, non da ultimo per la Camera dei deputati e per il Senato (essendo alquanto obbrobrioso il sistema dei capilista bloccati) sono tutti elementi di cruciale importanza per coloro che si candidino alla guida di un partito, soprattutto se quegli elementi, ciascuno e tutti, sono stati negletti o piegati agli interessi e alle ambizioni di un uomo, non proprio solo, ma, sicuramente e provatamente male accompagnato. Non c’è stata quasi nessuna discussione in materia. Non s’è udita, non dico nessuna autocritica (affari del candidato e dei suoi sostenitori), ma praticamente nessuna riflessione su quanto la trascuratezza del partito come associazione di uomini e donne che perseguono fini condivisi abbia pesato sugli insuccessi.

Nell’ultimo triennio in alcune episodiche circostanze hanno fatto capolino, seppure regolarmente in maniera tanto impropria quanto confusa, tre, forse quattro, modelli di partito. Il modello del partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria è stato il modello iniziale, mal formulato e rapidamente disatteso. Gli è rapidamente subentrato il modello del Partito della Nazione che mirava ad occupare il centro e non a trovare alleati, ma ad assorbirli, inglobarli, fino a considerare nemici (della nazione) tutti coloro che non convergessero, ovviamente in maniera subalterna. Il terzo modello, non propriamente di partito, forse mai compiutamente delineato, ma oggetto di culto dei prodiani rimasti in politica, è stato quello dell’Ulivo, irripetibile e inimitabile da chi, trattando con le associazioni, proponeva la prassi della disintermediazione. Innegabile cardine dell’Ulivo delle origini fu, invece, proprio l’offerta di riconoscimento e di inclusione fatta alla società civile e alle sue associazioni per dare ampia rappresentanza e per riequilibrare il peso dei professionisti della politica (che è esattamente e comprensibilmente l’elemento che non piacque a Massimo D’Alema).

Infine, non solo chi ha vissuto l’epoca della competizione e della selezione sulla base di competenze e esperienze, non della rottamazione fondata sull’età e sull’ostilità, ha anche visto (e potuto studiare)la possibilità di un quarto modello, quello della sinistra plurale. La differenziazione inevitabile degli schieramenti di sinistra un po’ in tutta Europa (ma Hillary Clinton e Bernie Sanders dicono che qualcosa di molto simile caratterizza i Democratici negli USA) richiede che donne e uomini di sinistra accettino le loro diversità e cerchino di ricomporle in un campo ampio, non recintato, in costante trasformazione. La sinistra plurale è essa stessa luogo di alleanze che richiede un coordinatore in grado di conversare con tutte le componenti e di trovare di volta in volta il punto di equilibrio più avanzato non per opera di un uomo solo al comando, ma di qualcuno che si mette all’ascolto e alla ricerca sincera dell’accordo. Al Lingotto, niente di tutto questo.

Pubblicato il 13 marzo 2017