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M5S? Non è alla fine della sua avventura, anzi… La versione di Pasquino @formichenews

Il Movimento 5 Stelle si era illuso, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immune dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare.

Il commento di Gianfranco Pasquino

Quando all’interno di un movimento/partito qualcuno si mette a parlare dell’esistenza di anime diverse, di “sensibilità” diverse e di altre piacevolezze retoriche e ipocrite, mi rassereno. È un terreno che conosco, già arato e praticato da quasi tutti i partiti italiani. Nel passato, alcuni, però, non avevano peli sulla lunga. Quelle anime non esageratamente sensibili erano e si lasciavano chiamare correnti, espressione di un pluralismo che, a determinate condizioni, svolge più di un compito importante. Elettoralmente, attrae un numero considerevole di voti pescando in settori sociali diversificati. Politicamente, suscita un confronto/scontro di idee, di proposte, di soluzioni. Poi, aggregazioni mutevoli di quelle correnti guideranno il partito a vittorie e sconfitte, e, allora, cambieranno le aggregazioni. Nulla di particolarmente nuovo sotto le (Cinque) Stelle se non fosse che si erano illuse, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immuni dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista.

Fin dall’inizio della loro avventura, comunque, da valutare di successo, a prescindere da come finirà (non è affatto detto che finisca presto), di anime ce n’erano inevitabilmente molte. Per loro fortuna, il predicatore Grillo sapeva parlare a tutte e prometteva abbastanza credibilmente latte e miele. Qualche eretico c’era e veniva opportunamente messo alla porta. Gli altri componevano (o nascondevano) i loro dissensi all’ombra di una piattaforma, con procedure da selva oscura. Quando, però, la scelta che bisogna assolutamente fare diventa binaria: sì/no, alla Tav, alla Gronda di Genova, al rinnovo della concessione a Atlantia, al MES (senza condizionalità), allora le differenze appaiono, ma non necessariamente “esplodono”.

Tranne gli ortodossi, che non hanno bisogno di “caratterizzarsi”, le altre anime un po’ mugugnano un po’ criticano, ma di alternative specifiche, precise, strategiche non riescono proprio a formularne. D’altronde, i due sì che contano: al governo con Salvini, al governo con il PD, li hanno già pronunciati. Tertium non datur. Infatti, quel che resta sono le forche caudine elettorali sotto le quali, almeno la metà di loro non dovrebbe arrivare avendo completato i famigerati due mandati. L’altra metà non riuscirebbe, secondo i sondaggi, a passare. Epperò, come la legge ferrea della politica insegna da tempo, qualche visibilità personale è meglio acquisirla, qualche messaggio ai potenziali sostenitori è opportuno mandarlo, qualche dissenso (a scelte non troppo chiare) bisogna esprimerlo. Se, poi, si è fuori dal governo, allora è un gioco da bambini prendere posizione contro.

Naturalmente, la corda non va tirata troppo perché finché il Movimento è la somma di molte anime e dei loro animatori conta, ottiene voti e cariche, influenza le scelte e le decisioni. Le anime perse e sparse vanno ineluttabilmente alla deriva. Molti, dentro il Movimento, a cominciare dal Fondatore e Garante, lo sanno. Altri si lasciano trascinare da loro istinti battaglieri e, forse, di rivalsa. Gli errori li pagherebbero/pagheranno tutti i pentastellati. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare. Quosque tandem? Almeno fino al prossimo commento.

Pubblicato il 19 giugno 2020 su formiche.net

La suggestione. La soluzione è ancora Grillo (o un artista)@fattoquotidiano

Già molti elettori dei 5 Stelle non avevano gradito l’esperienza di governo con Salvini, poi adesso, dopo l’accordo con il Partito democratico, altri ancora si sono ritratti e si mantengono in attesa, guardano come vanno le cose. Sono i cosiddetti “elettori disponibili”, ma per convincerli a venire dalla propria parte bisogna saper fare loro una offerta credibile ed è quello che il Pd in questi mesi non è riuscito a fare, forse perché cerca solo di salvare quel che si può salvare di questo governo.

All’interno del Movimento 5 Stelle servirebbe una figura “trascinante”per riprendersi quegli elettori delusi. Uno come Di Battista è in grado di “fare l’offerta” agli indecisi, ma di certo non si tratterebbe di un’offerta di governo. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di trovare Giuseppe Conte, ma il presidente è un governante, non credo farebbe il leader per raggiungere i consensi e gli elettori. C’è poi un altro aspetto: questo tipo di attività politica la si fa di solito a ridosso delle elezioni, esporsi adesso sarebbe rischioso per chiunque e si creerebbero dei conflitti interni.

Anche per questo motivo chi potrebbe mettersi in gioco è Beppe Grillo: non c’è dubbio che abbia la capacità di trainare i 5 Stelle e in questi anni non ha perso prestigio tra i suoi. Certo dipende da quanta voglia avrà lui, ma credo non abbia smesso di ritenere il Movimento una sua creatura e dunque se fosse necessario aiutarlo potrebbe tornare in campo. Più difficile proiettare a livello nazionale Chiara Appendino, anche se l’idea di affidare la guida a una donna è certamente importante: dentro al Movimento, però, credo ci siano altre esponenti che aspirerebbero alla leadership e non sarebbe facile gestire le spaccature. Nel caso scegliessero una donna, se posso dare un suggerimento ai 5 Stelle, cercherei un’artista, qualcuna che parta con una visibilità pregressa. Magari un soprano come Cecilia Bartoli, con la quale mi scuso immediatamente per averla coinvolta in questa suggestione.

Dichiarazione al Fatto Quotidiano pubblicate il 31 maggio 2020

Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews

«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».

Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?

L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.

Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?

Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.

La mozione di Bonino non era centrata?

Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?

Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.

Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.

E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?

Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.

Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?

Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.

Una scelta lungimirante?

Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.

Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?

Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.

Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?

Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.

Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news

Il confronto tra banco e Pd nel mare della sinistra #sardine #FormicheRivista @formichenews

In FORMICHE RIVISTA n. 156
Politica in movimento. Sardine, grillini e non solo. Una radiografia
pp. 15 16

 

I movimenti nascono quando una società è viva e quando l’insoddisfazione nei confronti del suo funzionamento e di quello della sfera politica è altrettanto viva e vivace. La fase di effervescenza vede il mobilitarsi di alcuni/molti settori di quella società intorno ad una tematica generale che non ha bisogno di essere né precisata né declinata. Ci si trova insieme, si sta insieme, si agisce insieme poiché esiste un idem sentire. In qualche situazione, il mobilitatore è un leader già noto, subito riconoscibile. È stato il caso di Beppe Grillo che poteva utilizzare/sfruttare non soltanto la sua notorietà, ma anche le sue doti di comico e attore. In altre situazioni, la mobilitazione può prendere le mosse dalla critica nei confronti di un “nemico”, lui sì molto noto e anche controverso: Matteo Salvini. Anche il Movimento 5 Stelle individuò/trovò rapidamente il suo nemico: la Casta (strada spianata da non pochi giornalisti italiani) e contro la Casta ha costruito gran parte della sua fortuna politica e elettorale.

Le Sardine hanno usato il (loro) nemico principalmente per connettersi, per espandersi, per frequentare le piazze, per lanciare messaggi di politica seria e sobria. Non “seria” (a volte scherzosa, più spesso sarcastica), non sobria, ma sopra le righe e gridata, anche volgare (talvolta consapevolmente, talaltra per incapacità di fare diversamente) è stata la politica di Grillo e dei Cinque Stelle. Indossato la cravatta, i Cinque Stelle “di governo”, hanno cambiato di pochissimo il lessico, togliersi la cravatta, per i Cinque Stelle “di lotta”, significa tornare al popolo proprio mentre questo “popolo” se ne sta andando, con la sua solo parzialmente diminuita irritazione, ferma restando la sua insoddisfazione.

In una certa misura, il Movimento 5 Stelle s’è fatto, proprio come indicato più di quarant’anni fa da Francesco Alberoni, istituzione. In maniera riluttante, dimenandosi fra contraddizioni, respingendo le responsabilità, sostenendo di volere mantenere un’impossibile purezza (di cosa? di comportamenti? si può; di solitudine? impossibile), i Cinque Stelle sono entrati nel vortice del governo, in qualche modo, “istituzionalizzandosi”. Non del tutto a loro insaputa, ma non sapendo come “difendersi” dagli imperativi delle scelte da fare e non fare. Nella loro fase di movimento, le Sardine stanno raccogliendo insoddisfazione che incanalano verso la sinistra mirando soprattutto a svegliarne i dormienti e a raggiungerne le sparse membra.

Se i Cinque Stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra (ma “confusi” nello schieramento sociopolitico), le Sardine nascono, stanno, nuotano, si muovono nella sinistra, quella non partitica non organizzata non ufficiale. La smuovono? In Emilia-Romagna in parte sì. Altrove lo si vedrà. Privi di un capo fanno affidamento sui quattro promotori. Nella misura in cui si estendono incontrano problemi di composizione di diversità, non di conformismo. Da più parti si chiede loro il passo dell’istituzionalizzazione. Difficile da compiere, ma qualche rafforzamento organizzativo è nelle cose/nelle corde, questo passo sembra prematuro. Il futuro è solo in parte nelle loro mani. Dipende dalle scadenze elettorali e, soprattutto, dipende dal campo della politica, del PD e delle sinistre. Debbono chiedere apertura e valutare le modalità e le possibilità di inclusione, senza farsi disgregare e/o fagocitare.

Con energia e intelligenza, approfittando delle circostanze favorevoli, Grillo si creò un grande spazio, lo colmò, lo sfruttò. Parte della spazio a sinistra è occupato da un attore, il PD, tutt’altro che “movimentista” e che non si è mai neppure mostrato disponibile ad aperture. La sfida incombente riguarda entrambi: le Sardine e la piccola, ma astuta, casta dei dirigenti del PD. Contaminazione fu la disattesa parola chiave dei fondatori del Partito Democratico. Andare oltre è oggi indispensabile verso la “circolazione” di chi dirige, anche per garantire alle Sardine che verranno l’agibilità politica che serve a ridurre l’insoddisfazione e a incoraggiare l’azione. Se no, mare aperto.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica. Di recente ha pubblicato Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020) e Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020).

Meno NON è meglio #tagliodeiparlamentari

La (buona) rappresentanza politica dipende da una molteplicità di elementi. Di questi fa parte anche il numero dei rappresentanti. Non è affatto detto che, riducendoli, la rappresentanza migliori. Nessuno può sostenere che, diminuiti di numero, coloro che entreranno in Parlamento saranno più capaci, più competenti, più efficaci. Vantare la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari italiani come un grande successo per la democrazia, che è quanto stanno facendo le Cinque Stelle, è una esagerazione priva di fondamento. Festeggiare per il risparmio che, comunque, inizierà solo dal prossimo Parlamento (2023), di 500 milioni di Euro significa solleticare gli elettori con una visione da bottegai della democrazia. Meno non è meglio e risparmiare non equivale a democratizzare.

Adesso (quasi) tutti si affannano a sostenere che bisogna fare una nuova legge elettorale che sia tutta proporzionale e a trovare freni e contrappesi, a una maggioranza di governo che, eletta con la proporzionale, sarebbe sicuramente multipartitica. La legge Rosato, già per due terzi proporzionale, è pessima per la rappresentanza politica poiché consente candidature bloccate e multiple che tolgono potere agli elettori. Una proporzionale senza clausole di accesso al Parlamento frammenterebbe quel che rimane del sistema dei partiti e complicherebbe la formazione e il funzionamento dei governi a tutto vantaggio dei partiti piccoli, ad esempio, della neonata Italia Viva. Non è, poi, affatto detto che una legge maggioritaria come il doppio turno francese non offra buona rappresentanza politica ad opera degli eletti in ciascun collegio uninominale che sanno di dovere prestare grande attenzione ai loro elettori se vogliono riconquistare il seggio.

La rappresentanza politica può essere buona e diventare ottima quando i parlamentari non sono nominati dai partiti, ma eletti dai cittadini. Una buona rappresentanza già di per sé costituisce un freno a qualsiasi scivolamento autoritario del governo e un contrappeso all’azione dei governanti. Peraltro, da un lato, nel sistema politico italiano già esistono efficaci freni e contrappesi dati sia dalla Presidenza della Repubblica sia dalla Corte costituzionale, dall’altro, nessuno degli avventurosi riduttori dei parlamenti ha finora saputo indicare con chiarezza quali nuovi freni e contrappesi saranno escogitati e messi in pratica. Quel che sappiamo porta ad alcune poche tristi considerazioni, non conclusioni poiché la saga elettoral-istituzionale è destinata a durare. Cinque Stelle e PD cercheranno di fare una legge elettorale che li protegga dall’assalto di Salvini, quindi, molto proporzionale. La discussione durerà a lungo, garanzia di prosecuzione della legislatura. Nessuno individuerà freni e contrappesi aggiuntivi e i governi continueranno nella deplorevole pratica “decreti più voti di fiducia” che schiaccia il Parlamento. Pur ridotti di numero, i parlamentari continueranno a dare poca e mediocre rappresentanza all’elettorato.

Pubblicato AGL il 8 ottobre 2019

Il disegno politico del Pd è fallito @HuffPostItalia

La fuoriuscita di Renzi dice molto sul suo modo di intendere la politica e di farla. Soprattutto dice una cosa grande sul Pd. Non basterà ricominciare da capo. Bisognerà ripensare tutto.

Dal 2007 ad oggi il Pd è stato davvero il partito più aperto e più permeabile a cominciare dal vertice: 7-8 segretari. Alcuni dei fondatori-dirigenti-ex segretari fanno i cosiddetti “padri nobili”, ma, mi pare, inascoltati, forse meglio così, e inefficaci.

Dopo l’esperienza da ministro in un governo a guida Pd, Carlo Calenda è entrato nel Pd, ha criticato, ammonito, minacciato, si è fatto eleggere europarlamentare e ha lasciato, il Pd, non l’euroseggio (tutto senza pagare la corsa). A Matteo Renzi, tempo fa, esulando dallo Statuto del partito, Bersani concesse, troppo generosamente, di concorrere per decidere chi doveva essere il candidato del partito alla Presidenza del Consiglio, accettando persino il ballottaggio, tutto fuori Statuto (non-Statuto?).

Due volte ex-segretario, dopo avere portato il Partito Democratico al suo minimo storico, ma nominato decine di senatori e deputati, Renzi ha a lungo preparato la fuoriuscita e sta organizzando un suo nuovo veicolo partendo da Montecitorio e Palazzo Madama.

Nel frattempo, si dice che a Gianni Cuperlo sia stata affidata l’organizzazione di una Costituente delle Idee. Alla luce dei fatti (sì, lo so, è una frase fatta), non sarà facile trarre delle idee da un passato nel quale il Pd si è preoccupato di cose spicce, a cominciare dalle cariche e a proseguire con primarie ed elezioni dirette del segretario, ma non di confronto fra idee. Di cultura politica, fin dall’inizio, neanche l’ombra. Se la cultura costituzionale si è espressa nelle riforme Boschi-Renzi sonoramente bocciate e nell’Italicum, prima, nella Legge Rosato, poi, allora Cuperlo avrà molto da cercare, magari senza seguire i vaghi maggioritari Prodi e Veltroni e neppure Parisi che si inalbera se alla Festa dell’Unità di Ravenna viene intonata Bandiera Rossa.

Sbaglia alla grande Renzi quando sostiene che nel Pd lui era un intruso. No, lui è stato il vero prodotto del Partito Democratico come lo hanno voluto i fondatori: un partito contendibile. Aperte a tutti, senza nessun impegno e senza nessun controllo, tanto le sregolate primarie (anche quelle fiorentine per il sindaco) quanto le cinque elezioni “popolari” del segretario del Partito (Veltroni, Bersani, Renzi, Renzi, Zingaretti) hanno offerto e continueranno a offrire una enorme finestra di opportunità a chiunque abbia qualche risorsa per tentare la sorte: nessun controllo, nessuna responsabilizzazione, massimo impatto, nessuna fidelizzazione.

La rottamazione non è lo strumento con il quale nei partiti che hanno una qualche organizzazione si produce la circolazione del personale politico. L’elezione di un leader con percentuali che è meglio non chiamare bulgare (da più di un decennio ci sono competizioni multipartitiche sostanzialmente bipolari), ma putiniane, non dimostra affatto che un partito ha funzionamento democratico. Un segretario di partito che spinge fuori i dissidenti non è legittimato a sostenere che le sue attività erano impedite dal fuoco amico.

Certo, in assenza di una qualsiasi cultura politica, alla quale nessuno dei segretari ha dato un qualsivoglia apporto, anything goes , vale a dire che si può fare di tutto, ma non si può credere di riuscire a creare un elettorato relativamente fedele e di fare leva su attivisti in grado di portare la linea e, non di imporla, ma discuterla con gli iscritti e gli elettori potenziali. Questa non è una visione “novecentesca”, ma è quello che fanno molti partiti europei e i loro candidati e parlamentari, in modo speciale, quando esistono collegi elettorali uninominali che nulla hanno a che vedere con quanto sta nella Legge elettorale Rosato.

Adesso, certamente, i renziani avranno bisogno di una legge molto proporzionale e opereranno come spada di Damocle sul governo. Riusciranno a garantire, come ha motivato Renzi, maggiore e migliore rappresentanza politica ad un elettorato centrista che non ha votato il Pd? Ma quell’elettorato avrebbe già dovuto essere raggiunto, convinto e votante per il Pd (altrimenti a cosa è servito mettere insieme Ds e Margherita?). Sarà un partitino personalizzato del 4-5 per cento a “rappresentare” i centristi – della cui esistenza, peraltro, si può fortemente dubitare?

La fuoriuscita di Renzi dal Pd dice molte cose, nient’affatto nuove, sul suo modo di intendere la politica e di farla. Soprattutto dice una cosa grande sul Pd. Il disegno politico, quello organizzativo è stato del tutto velleitario, è fallito. Il Pd è, come ha argomentato lucidamente e vigorosamente Antonio Floridia, un partito sbagliato (Castelvecchio 2019). Non basterà ricominciare da capo. Bisognerà, lo scrivo anche per Cuperlo, come ammonizione e augurio,ripensare tutto.

Pubblicato il 17 settembre 2019 su huffingtonpost.it

 

Europee, Pasquino: “Il governo tiene con Salvini sotto al 30%. Zingaretti sbaglia a chiudere al M5S” @Serv_Pubblico #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Intervista raccolta da Silvia De Santis per Servizio Pubblico factory multimediale di Michele Santoro

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“Credo che Salvini sarebbe felice di rimanere leggermente al di sopra del 30%, se scende sotto ci sono dei problemi. Il M5S sa di aver perso voti, se riuscisse a mantenersi intorno al 25% e sopra il Pd dovrebbe essere contento, così come i dem dovrebbero accontentarsi di superare il 20%. Non credo che Forza Italia possa prendere il 10%, mentre la Meloni può stare sopra il 4%. Fra le altre liste l’unica che vedo sopra il quorum è +Europa di Emma Bonino”.

Così Gianfranco Pasquino vede la distribuzione delle forze in vista delle elezioni europee che si terranno domenica 26 maggio. Un segnale confortante, secondo il politologo, potrebbe arrivare dall’affluenza, dopo tornate particolarmente deludenti: “Credo che sarà buona,perché c’è stata finalmente una campagna elettorale ampia e diffusa, probabilmente sarà vicina al 70%, segno che gli italiani sentono che l’Europa per loro conta” spiega Pasquino, che poi analizza i possibili scenari post-voto:

“Se la Lega va molto al di sopra del 30% pretenderà di imporre la sua linea al governo e chiaramente il M5S questo non lo può accettare. Se la Lega rimane attorno al 30% e il M5S tiene il governo reggerà, anche perché hanno di fronte la scelta del prossimo commissario europeo e più avanti l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022. Ma, soprattutto, dovranno rispondere alle critiche della Commissione europea sul bilancio”.

Quindi Salvini non romperà con i 5 stelle?

“I voti della Meloni a Salvini non bastano, hanno bisogno di 45 seggi fra Camera e Senato che non troveranno. L’unione Pd – M5S? È il grande errore del Pd e di Renzi aver accettato di andare all’opposizione. Era possibile negoziare un governo politicamente e numericamente. Zingaretti fa molto male a dire che non vuole provarci”.

In ultima battuta commento sugli exit poll olandesi, che vedono in vantaggio i laburisti:

“Credo che gli elettori abbiano capito che se vogliono un’Europa che va avanti devono votare a sinistra. I sovranisti, invece, hanno mostrato che la soluzione del sovranista italiano è diversa da quella del sovranista austriaco e francese”.

Pubblicato il 24 maggio 2019

 

 

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

Un partito, per favore, se avete l’idea di come rifarlo

Sperare di fare crescere l’oggetto Partito Democratico a partire dalla sua attuale collocazione elettorale (e molto probabilmente abitativa dei suoi dirigenti e dei suoi parlamentari) ovvero le Zone a Traffico Limitato delle città italiane, oppure andare in mare aperto alla conquista di quella terra incognita che si chiama periferia (non solo geografica)?

Non dovrebbe essere questo il dilemma di fronte al quale i candidati alla segreteria del PD avrebbero l’onere e l’onore di dare una risposta iniziale? Finora non sono neppure riuscito a sentire il famigerato “silenzio assordante” di (in rigoroso ordine alfabetico che, casualmente è anche di vicinanza al Renzi/smo): Giachetti, Martina, Zingaretti.

Leggo, invece, che il PD, non di un segretario a capo di un’organizzazione sul territorio, avrebbe bisogno, ma borbotta Romano Prodi, di un padre (Scalfari scrive di un presidente certificando l’irrilevanza di Orfini, il presidente in carica).

Rigettando, in ossequio, come si conviene a una delle più viete e logore tradizioni della sinistra, il problema della leadership, Michele Salvati (e dire che l’aveva finalmente trovato il leader dei suoi sogni: Matteo Renzi. Gli aveva anche consigliato di continuer le combat, nelle sue parole: “Renzi, stick to your guns“) di recente ha argomentato, all’incirca per la trentesima volta in questi anni, la necessità di costruire un partito di sinistra liberale oppure liberale di sinistra. Quali ne siano i connotati di cultura politica (la presa in giro dei professoroni e dei gufi?) e quali le coordinate organizzative (oltre il giglio magico?) è, evidentemente, non soltanto per l’editorialista del Corriere, un problema irrilevante.

Per fortuna non così irrilevante da impedire ad Antonio Floridia di andare a vedere e valutare la democraticità del partito, le modalità previste dallo Statuto per garantire partecipazione e influenza, per coinvolgere simpatizzanti e potenziali elettori.

Poiché non è una detective story, la sua conclusione Floridia la mette nel titolo: Un partito sbagliato (Castelvecchi 2019). Alzata di scudi di Anzaldi, Ascani, Boschi, Romano, Serracchiani e del meritatamente ex-senatore Esposito, ripulsa sdegnata dei gruppuscoli dirigenti?

No, nessuno ha letto il libro né, in tutt’altri affari impegnati, troverà il tempo per leggerlo anche perché da leggere c’è già il Manifesto di Calenda, notissimo esperto di partiti e di rassemblements (a condizione che tengano fuori LeU), non di sistemi elettorali poiché il ruolo è occupato e presidiato da Ettore Rosato, quello della legge vigente.

Cartello europeista ‘ha da esse’ anche se, regole ciniche e bare, per il Parlamento europeo si vota con una legge proporzionale che suggerisce di trovare, costruire, appoggiare una pluralità di soggetti intorno a poche parole d’ordine con una pluralità di candidature di diverse estrazioni e con qualche curriculum europeo/europeista.

Il dilemma torna ineludibile: in quelle periferie si arriverà (non oso scrivere si “penetrerà”) ancora con nome e logo del Partito Democratico oppure è preferibile cercare il nuovo, magari dopo un’ampia discussione fra persone che, da un lato, se ne intendono, dall’altro, garantiscono di impegnarsi per un progetto ideale di lungo periodo, non per ricompense immediate e tangibili?

La rottamazione fu soltanto il tentativo, fallito, di fare piazza pulita. Oggi e domani, trascorso il lungo inverno leghista-stellato, il compito è non trovare casualmente un contenitore, ma formare un’organizzazione di uomini e donne, che non è una ditta (oggi piccola bottega artigiana che rischia lo sfratto), ma neppure un veicolo personalizzato. Che non può più in nessun modo essere il Partito Democratico che vediamo. Che è uno strumento per fare politica intesa sì come ottenere voti e conquistare cariche, ma anche come dare rappresentanza (ai cittadini, non all’indistinto popolo) e offrire capacità di governo.

“Sentinella sentinella quando finirà l’inverno?” “Quando avrete preparato la primavera”.

Pubblicato il 20 febbraio 2019 sul blog di Pasquino Huffingtonpost.it

L’Abruzzo non è l’Ohio, ma non è da sottovalutare

Si dice che l’Ohio sia uno Stato chiave nelle elezioni presidenziali USA. In effetti, spesso i suoi voti sono stati decisivi per la vittoria, in particolare, dei candidati repubblicani alla Presidenza. Sconsiglio dall’assimilare l’Abruzzo all’Ohio. Per quanto interessante, l’esito del voto in Abruzzo non prefigura necessariamente un eventuale, peraltro, a mio modo di vedere, del tutto improbabile, voto politico nazionale. Tuttavia, non è neanche da sottovalutare. Senza fare il populista (non mi riesce difficile), quando il popolo, meglio, i cittadini parlano con il loro voto, nel quale hanno investito energie, tempo, forse anche denaro (per informarsi e andare alle urne), è sempre auspicabile ascoltarli, cercare di capire che cosa hanno voluto dire, quale messaggio contiene il loro voto, da quali fattori è stato influenzato. Tuttavia, il voto è sempre il prodotto di una relazione fra le promesse dei candidati e dei partiti e la ricezione, influenzata da una molteplicità di considerazioni, degli elettori.

Tanto per cominciare, poco meno della metà degli abruzzesi hanno deciso e detto che, no, le elezioni nella loro regione non erano abbastanza importanti da meritare la loro partecipazione. Questa risposta meriterebbe una qualche riflessione non ipocrita da parte dei dirigenti di partito. Non me l’aspetto, quindi soprassiedo, riservandomi il diritto di criticare chi, regolarmente, si strappa le vesti per qualche minuto (leggi il dopo-Cagliari), poi va avanti come se niente fosse. Minimizzeranno anche i dirigenti delle Cinque Stelle, il capo politico Di Maio, che ha finora collezionato sconfitte e perdite di voti nient’affatto trascurabili e non colmabili da nessun accordo con gilet gialli o di altri colori? E il comandante Di Battista impegnato sul fronte venezuelano? Qualcuno vorrà chiedere al Presidente del Consiglio Conte perché gli elettori abruzzesi non hanno capito che il 2019 sarà un anno bellissimo e non hanno deciso di incoraggiare la forza di governo, ancora per poco, maggioritaria?

Siamo sempre in attesa di una riflessione dei dirigenti del PD, a cominciare da quella che sul suo divano attrezzato con pop corn dovrebbe effettuare il due volte ex-segretario, sul voto del 4 marzo 2018. Adesso, però, qualche parola sulla necessità e utilità del PD di costruire davvero alleanze con una varietà di associazioni che operano sul “mitico” territorio (che è il luogo dove bisognerebbe tornare a fare politica, ovvero a interloquire con ci abita e vive) parrebbe assolutamente opportuna. Andare oltre il PD con associazioni che lo reputano utile, ma da solo non adeguato, sembra essere la strada da imboccare. Comunque, i tre candidati alla segreteria non hanno tuttora saputo indicarne nessuna.

Qual’è la sua strada Matteo Salvini la conosce molto bene: battere il territorio, sembra che sia stato il leader nazionale che ha visitato più di tutti l’Abruzzo, stando quando serve, e nelle elezioni locali serve eccome, con il centro-destra. Il messaggio che manda il capitano-Ministro Salvini è duplicemente chiarissimo. Sappia il centro-destra che la sua Lega è assolutamente indispensabile per vincere e governare a livello locale (e nel futuro, non si sa quanto prossimo, azzarderei non tanto, anche a livello nazionale). Sappiano le Cinque Stelle, non soltanto che la Lega continua a crescere elettoralmente, ma che, lui, ha una alternativa coalizionale. In caso di una crisi di governo, Salvini può vantare e contare su una comoda posizione di ricaduta. Tutto questo è estraibile dall’esito delle elezioni regionali in Abruzzo. Mi pare parecchio e interessante.

Pubblicato il 11 febbraio 2019 su formiche.net