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Il falso problema delle firme. Troppo “Rosato” fa male

È molto fastidioso e del tutto sbagliato sentire dire, anche da autorevoli commentatori, che la Legge elettorale Rosato è brutta perché (forse) impedirà la presentazione della lista +Europa e quindi il ritorno in Parlamento di Emma Bonino. Firme richieste molte (non ne sono affatto sicuro) tempi brevi (anche questo è discutibile): questa sarebbe la tenaglia che schiaccia i radicali Bonino, Della Vedova, Magi. In verità, potrebbe schiacciare molti altri, incapaci di raccogliere le firme che, lo sottolineo, sono previste da sempre per impedire la comparsa di liste folcloristiche, avventuriere, frammentatrici. Fare, però, di questa clausoletta il capro espiatorio di una legge che ha molti altri e molto più gravi difetti è davvero troppo radicale, ooops, chiedo scusa, troppo fuori luogo.

Il problema, come molti hanno detto, non proprio ad alta voce, in corso d’opera, è che la legge Rosato non è fatta per dare potere agli elettori, ma per consentire ai partiti, ai loro capi e ai capi delle correnti (non perdete di vista Franceschini, ma neanche, purtroppo per lui, in misura minore, Orlando) di nominare parlamentari i più ossequiosi, (oso?: i più provatamente servili) dei candidati. Il casting di Berlusconi serve anche a questo test. Lascio a chi, non sono pochi, nulla sa dei sistemi elettorali delle democrazie parlamentari di argomentare che succede così anche negli altri sistemi politici. Ricordo che non solo chi ha proposto e votato la legge Rosato ha respinto la possibilità di voto disgiunto uninominale/proporzionale (come in Germania, dove ha costantemente offerto buona prova di sé), ma ha addirittura imposto per la terza volta (prima legge Calderoli-Porcellum; poi legge Italicum-porcellinum perché rivista al ribasso; adesso Rosato, l’aggiunta la mettano i lettori) la possibilità di pluricandidature. È un altro sicuro obbrobrio certamente più criticabile dell’esigenza delle firme. Infatti, le candidature multiple nullificheranno qualsiasi effetto positivo che potrebbe/potesse derivare dalla competizione nei collegi uninominali.

Chi rischia di perdere nel collegio uninominale, se è abbastanza forte nel partito, nella corrente, nel salotto di Arcore, si farà candidare anche nel listino proporzionale. No, i nomi dei pluricandidati, par condicio: anche donne, sui quali, pure, sono disposto a scommettere, non li rivelo ancora. Alla fine, chi sa, a Renzi potrebbe fare più gioco mettere in collegi uninominali e in qualche listino proporzionale Emma Bonino e persino Benedetto della Vedova, adducendo come scusa che le firme non è riuscito a raccoglierle neanche il volenteroso ambasciatore Fassino. Tre-cinque seggi a Bonino e ai suoi radicali potrebbero essere meno di quelli che una Lista +Europa, presentatasi con il suo corredo di firme, potrebbe esigere. Già, nessuno finora ha scritto o cercato di capire qual è lo scambio “+Europa=quanti seggi sicuri”. Propongo che gli sguardi apprensivi dei commentatori equanimi abbandonino la ricerca delle firme per i radicali e si posino sulle priorità di Emma Bonino e sull’accettazione esplicita, non generica, di quelle priorità da parte del PD di Renzi. Come le idee, anche le priorità camminano sulle gambe degli uomini e delle donne. Gli ostacoli non sono rappresentati da qualche migliaio di firmette, ma dall’effettivo spostamento del cuore e del cervello della politica italiana da Roma (per non dire Rignano-Laterina) a Bruxelles.

Pubblicato il 4 dicembre 2018 su huffingtonpost

Meglio competere senza paura

Paura? Paura della democrazia, della competizione, della contendibilità? Davvero a Bologna bisognerebbe/bisognerà fare un Congresso “unitario” per “eleggere” il segretario del partito locale? Naturalmente, non sarebbe più un’elezione, ma una designazione ad opera di qualche notabile, tipo Merola, tipo De Maria, non so se riesco a scrivere Paruolo, “notabile” pure lui? Quanto a “unitario”, vuole dire che si mettono d’accordo, ma non intorno ad un caminetto che, se lo viene a sapere, Renzi sbraiterà contro la vecchia politica, la Prima Repubblica, la ditta. Non è stagione di caminetti, meglio un camper di craxiana memoria, oppure, buttiamola sull’istituzionale: nell’ufficio del sindaco, giungeranno a un accordo. Ma non ci avevano detto, anche non pochi renziani che adesso appoggiano Rizzo Nervo, che uno dei pregi del Partito Democratico è che le sue cariche sarebbero diventate tutte contendibili? Poi, è vero che persino un veltronian-renziano, che sta cercando di tornare nella pista parlamentare, è stato fatto fuori dalle parlamentari manipolate del dicembre 2012, ma almeno una parvenza di contendibilità dovrà pure rimanere. Invece, no. Di politica alla Festa dell’Unità non si parla. Non far sapere ai visitatori e ai militanti che, anche se in cucina, parecchio ne sanno, quali torti ha Critelli, il segretario in carica, e quali ragioni ha Rizzo Nervo, l’assessore sfidante, è diventato un dogma. Per fortuna, si fa per dire, tertium datur: il molto manovriero consigliere regionale Paruolo ha candidato Licciardello la cui presenza aumenterebbe il tasso di competitività e di contendibilità. O forse no, come ha fatto sottilmente filtrare il “Corriere di Bologna” che, non nato ieri, adombra la possibilità che, in assenza della maggioranza assoluta degli iscritti per uno dei contendenti, la decisione debba essere presa nel Congresso, “pericolosamente” non più unitario, divisorio? Allora, lì i paruolani decideranno su chi convergere dopo, oh, sì, avere pensosamente e accuratamente valutato i programmi, le proposte, le prospettive di Critelli e di Rizzo Nervo. Diversità su quel che bisognerebbe fare nei rapporti con le cooperative e con le partecipate sembra non ve ne siano. Non è una grande scoperta che il PD dovrebbe sostenere e pungolare i suoi eletti nei vari comuni. Dunque, risollevo il mio interrogativo di fondo: che la manita o poco più di aspiranti al parlamento dentro il PD di Bologna si stia posizionando e raggruppi le sue scarne truppe a sostegno di chi fra Critelli e Rizzo Nervo offre più garanzie di carriera? No, non datemi subito la risposta. Lasciate la suspense mentre torniamo tutti a leggere sui dizionari che cosa significa “democratico e contendibile”.
Pubblicato il 15 settembre 2017

Le promesse sulla legge elettorale #OscuriDesiderideiPolitici

Care (e)lettrici e (e)lettori che sulle spiagge fra un bagno e l’altro e fra una bibita e un gelato vi chiedete con quale legge si andrà a votare, prestate un po’ di attenzione anche saltuaria a quel che dicono i politici. Vogliono farvi credere che preparano una legge buona per voi e per il sistema politico che diventerà finalmente governabile. È l’oggetto di loro oscuri desideri. Per metà non sanno di cosa parlano poiché i meccanismi elettorali hanno sempre qualche elemento di complessità che sfugge loro, per l’altra metà, manipolano.

Primo punto, non credete a chi vi dice che purtroppo stiamo tornando alla proporzionale. Il ritorno è avvenuto già nel 2005 con la legge del centro-destra nota come Porcellum e sarebbe continuato con l’Italicum (non casualmente gradito anche a Berlusconi), entrambe leggi proporzionali “distorte” da un premio di maggioranza. I critici del ritorno, in realtà, desiderano non una legge elettorale maggioritaria come l’inglese o la francese, entrambe applicate in rischiosissimi collegi uninominali, ma un premio di maggioranza per trasformare un consenso elettorale del 30/40 per cento di voti in un gruppo parlamentare con 54 per cento di seggi. Meglio di no, meglio non stravolgere artificialmente la rappresentanza proporzionale, visto anche che né con Berlusconi né con Renzi al governo abbiamo avuto stabilità e efficacia decisionale.

Secondo, è’ tornato in auge, ma non sono sicuro lo sia davvero mai stato, il sistema elettorale tedesco che, con buona pace del Direttore de “Il Foglio” e di troppi altri, non è un proporzionale “puro” non foss’altro perché ha una bella clausola del 5 per cento per accedere al Parlamento. Allo stato dei consensi rilevati da tutti i sondaggisti, quella clausola escluderebbe dal Parlamento Angelino Alfano, Giorgia Meloni, il Movimento Democratico Progressista. Otterrebbero seggi il PD, il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e la Lega Nord (no, non sono sicuro che questa sarà la graduatoria). Sono sicuro che qualsiasi premio di maggioranza fantasiosamente inserito nel sistema tedesco lo snaturerebbe e imporrebbe di chiamarlo in un altro modo.

Terzo, sotto traccia tutti sanno, più di chiunque lo sanno i parlamentari, che quello che interessa davvero sia a Berlusconi sia a Renzi è avere il potere di nominare i propri parlamentari. Il sistema davvero tedesco elegge metà dei parlamentari in collegi uninominali, anche per questo i due leader ne vorrebbe una correzione/stravolgimento. Quanto alla reintroduzione delle preferenze per dare agli elettori un po’ di potere nell’elezione dei parlamentari, è alquanto offensivo per gli italiani sostenere che il voto di preferenza è veicolo di corruzione come se i parlamentari in carica dal 2013, nessuno eletto con voti di preferenza, non fossero incappati in molti casi di corruzione e di altri reati connessi.

Soprattutto, alza la voce Matteo Renzi, quarto punto, niente coalizioni. Lui sostiene che la coalizione la fa(rà) con i cittadini. Peraltro, il governo che Renzi ha guidato da febbraio 2014 al dicembre 2016 era un classicissimo governo di coalizione: Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centro Destra. Quel che più conta, però, è che la politica è proprio l’arte di fare coalizioni anche di governo. Non sarà mica un caso se tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale, ma anche la democrazia semipresidenziale francese, hanno governi di coalizione? Aggiungo che tutte queste democrazie, ad eccezione di Gran Bretagna e Francia, usano da molto tempo, alcune da sempre, leggi elettorali proporzionali.

Allora, concludo, il compito per le vacanze dei politici che non ne sanno abbastanza e per quelli che fanno furbesche manipolazioni è: non inventatevi nulla. Avete già dato molto e male. Studiate le leggi elettorali europee per importarne il meglio. Al momento opportuno gli elettori vi valuteranno anche con riferimento alla legge con la quale saranno costretti a votare (o no).

Pubblicato AGL 8 agosto 2017

Le interviste della Civetta: “Il partito si liberi subito di Renzi per Letta o Franceschini”

Prima Renzi esce di scena, meglio è per il partito e per i suoi elettori reali e potenziali: è il parere deciso consegnato a IntelligoNews dal politologo Gianfranco Pasquino, ex senatore della sinistra. Per il dopo Renzi, Pasquino vede in campo Franceschini e Letta.

Il fuoco incrociato su Renzi può essere letto come uno stop sulla via del ritorno a Palazzo Chigi?
Il segretario dovrebbe già avere rinunciato a pensare a Palazzo Chigi. Doveva lasciare il 4 dicembre e tornare a fare altro, avendo detto che ci sono molte cose fuori dalla politica. Molto dipende da quanti voti e seggi il Pd otterrà nelle elezioni che adesso il segretario pospone addirittura a maggio-giugno dell’anno prossimo, dopo averle fermamente volute per settembre-ottobre. Certo è che l’immagine e il potere di Renzi sono drammaticamente logorati.

Che sensazione le lascia la polemica a distanza tra Renzi e Romano Prodi?
Renzi è un uomo che replica sempre in maniera sgradevole. Prodi è stato un po’ affannato e affrettato: aveva commesso l’errore di dire che appoggiava il referendum, dopodiché – mi è capitato di leggere – c’è stato un incontro tra i due a casa di Arturo Parisi. Prodi ha evidentemente sopravvalutato la propria capacità di convincimento e sottovalutato l’ostinazione di Renzi. Era un dialogo che non andava da nessuna parte.

I critici di Renzi rimproverano al segretario di essere divisivo e di non lavorare per una coalizione ampia, lui replica che con le coalizioni troppo ampie non si governa. Chi ha ragione?
Le coalizioni non devono necessariamente essere ampie ma raggiungere la maggioranza dei seggi in Parlamento. Secondo: un segretario di partito lavora anzitutto al suo partito, cosa che Renzi non ha fatto né quando era capo del governo, né durante la campagna per tornare a fare il segretario, né da quando è stato rieletto alla guida del Pd. Renzi si disinteressa sistematicamente del partito perché pensa che è la sua persona che acchiappa voti – e sbaglia. Terzo: è lampante che nel Pd c’è qualcuno più bravo di lui a fare coalizioni. Questo Renzi teme, che si trovi qualcuno che dica: “Io sono grado di convincere parte del centro e parte delle sinistre, sono più pacato di te nei rapporti tra alleati e più efficace come governante”.

Chi può essere, Enrico Letta?
In questo momento ci sono due esponenti del Pd preferibili a Renzi: uno è Dario Franceschini, che non lo nasconde in nessun modo, l’altro è sicuramente Letta. Quest’ultimo ha il vantaggio di essere conosciuto e apprezzato in Europa e in generale a livello internazionale, parla bene l’inglese e il francese, ha un atteggiamento di collaborazione con le istituzioni comunitarie. Franceschini ha dalla sua che è in Italia, è stato un buon ministro dei Beni culturali, è in un certo senso al punto giusto della carriera: molti ritengono che sia in grado di salvare il partito meglio di Letta, il quale in fondo segretario di partito non è mai stato, al massimo è stato vicesegretario.

Ha una preferenza personale tra i due?
A me piace qualcuno che sia più vigoroso ed esplicito: a entrambi chiederei di essere più decisi. Ho l’impressione che Franceschini lo sia in misura superiore, mentre Letta ha una visione di tipo europeo più vicina alla mia. Se dovesi scegliere sarei in grave difficoltà. Ma è sicuro che prima il Pd si libera di Renzi, meglio staremo tutti, anche quelli che come me non sono necessariamente elettori del Pd di Renzi.

Pubblicato il 28 giugno 2017 su Intelligonews 

SCENARIO “Elezioni a marzo 2018 e governo ai 5 stelle”

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilSussidiario.net

” Il voto? nel 2018 – secondo GIANFRANCO PASQUINO – con una legge elettorale migliore di questa (ci vuole la preferenza). Renzi, Grillo e B. credono di condizionare il Colle ma si sbagliano”

Altro che voto subito: si va alle urne nel 2018. Non solo: “una settimana dopo il voto, il presidente Mattarella dà l’incarico di formare il governo a un esponente di M5s. Un esecutivo di minoranza appoggiato da tutti coloro che convergono sulle proposte dei 5 Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza”. È la previsione che Gianfranco Pasquino fa al sussidiario; “glielo dico per scherzo, questo lo scriva, mi raccomando”, dice in modo malizioso il politologo, professore emerito di scienza politica nella Johns Hopkins University a Bologna. Il resto delle sue considerazioni sono però molto serie, e viene il sospetto che lo sia anche la chiusa finale.

Le piace la legge elettorale, professor Pasquino?

Ci sono alcuni elementi comprensibili e accettabili, che mi piacciano è un altro discorso. La soglia del 5 per cento per accedere al parlamento va bene, perché porta a ridurre la frammentazione dei partiti e in qualche modo obbliga le piccole formazioni ad aggregarsi.

E che cosa invece non le piace?

Il fatto che riduce la libertà di scelta dei cittadini. L’elettore ha un unico voto: se sceglie un candidato o se sceglie la lista di un partito automaticamente vota o la lista del partito o il candidato. Si dà a chi vota il potere di scegliere solo quello che offre il convento, e il convento dei politici non mi pare frequentato da frati molto saggi.

Quando ci dicono di avere tolto i capilista bloccati, vuol dire che scegliamo noi elettori?

No. La realtà è che dei capilista bloccati non c’è bisogno, perché non essendoci il voto di preferenza la lista è comunque bloccata.

Qualcuno rimpiange le preferenze. Ha ragione?

Le rispondo così: bisognerebbe che ci fossero due voti, perché è giusto che i candidati nei collegi uninominali vincano il seggio, anche se ottengono solo la maggioranza relativa dei voti, ma l’elettore dovrebbe avere un secondo voto con cui esprimere una preferenza. Perché una? Nel 1991, è importante dirlo, votammo un referendum per l’abrogazione della preferenza plurima (affluenza 62,5 per cento, Sì 95,57 per cento, ndr) in modo da evitare le cosiddette cordate di candidati, cosa che avviene, potenzialmente, non appena si introducano anche due sole preferenze.

In sintesi lei che cosa vorrebbe?

Sono favorevole a una preferenza per la lista proporzionale, ma al tempo stesso che ci siano due voti e che un voto vada al candidato nel collegio uninominale. Non è l’unico aspetto problematico: vorrei sapere come vengono disegnati i collegi uninominali.

Ci spieghi perché è così importante.

Perché conosciamo bene la distribuzione dei voti e siamo in grado di stabilire che disegnando in un certo modo il collegio di Mirafiori diamo la vittoria al candidato del Pd, disegnandolo in un altro modo favoriamo il candidato di M5s. Lo stesso accade nel quartiere Colli a Bologna: nel solo Colli il candidato di centrodestra è competitivo, se il quartiere lo si mette insieme a una parte della pianura, è favorito il candidato Pd.

Cosa si deve fare?

Bisogna che i collegi vengano tracciati in maniera equilibrata rispettando quelli che chiamo i confini naturali. Non ha senso a Torino un collegio che comincia sul versante destro del Po e comprende anche il versante sinistro; il Po è un confine naturale.

Per fare presto, invece di ridisegnare i collegi ci si è basati su quelli del Mattarellum, elaborati nel 1993 sulla base del censimento del 1991.

Sarebbero da rifare.

Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini vogliono votare al più presto.

Penso che sia irresponsabile andare al voto prima della scadenza naturale. Una cosa è l’accordo sui principi fondamentali della legge elettorale, un’altra è l’accordo sul voto, che solo incidentalmente è nelle loro mani perché ci sono ancora, ne sono convinto, quelle molto più sagge del presidente della Repubblica.

Mattarella finora ha taciuto.

Tace perché non ha motivo di intervenire. Almeno per ora.

Se il governo Gentiloni dovesse cadere, a quel punto il capo dello Stato avrebbe la via tracciata?

Non nel senso che intende lei. Mattarella si atterrebbe a quanto previsto in Costituzione: verificherebbe la possibilità di un governo che faccia la legge di bilancio e porti il paese al voto in maniera decente. Purché naturalmente la legge elettorale sia stata approvata.

Insomma Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini sbagliano i conti se pensano che per il fatto di spedire a casa Gentiloni, Mattarella li assecondi nella volontà di andare al voto anticipato.

È un conto che non dovrebbero fare; ma lo fanno, secondo me sbagliando.

Pensa che il voto ci darà un governo stabile?

Per fortuna il comportamento degli elettori non è mai del tutto prevedibile, né da noi né dai partiti. E poi c’è una campagna elettorale in mezzo, fatta di candidature, di idee, di proposte. Voglio pensare che le persone e i programmi, nonostante tutto, facciano la differenza, e quindi quello che ipotizziamo oggi non è necessariamente quello che avverrà – le darò una data – l’8 marzo 2018.

L’8 marzo dell’anno prossimo? Allora faccia la sua previsione, professore. L’hanno fatta, la stanno certamente facendo Renzi e Berlusconi.

Gliela faccio, però riporti che Pasquino stava scherzando… una settimana dopo il voto dell’8 marzo, il presidente Mattarella dà l’incarico di formare il governo a un esponente di M5s. Un esecutivo di minoranza appoggiato da tutti coloro che convergono sulle proposte dei 5 Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza.

Altrimenti?

Altrimenti, un governo di minoranza guidato da un esponente di Articolo 1 il quale dice che è disposto ad avere i voti sia del Pd che del Movimento 5 stelle.

Pubblicato il 7 giugno 2017 su ilsussidiario.net

Le interviste della Civetta: “D’Alema si dia da fare o scissione ridicola. Pisapia non è Prodi”

L’accordo tra le quattro forze politiche maggiori (Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega) sulla riforma elettorale è un fatto positivo, nel metodo se non nel merito. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: sta alle forze minori organizzarsi sul territorio e trovare le alleanze necessarie per entrare in Parlamento. In particolare, sta a D’Alema e Bersani dimostrare che la loro non è stata una scissione “ridicola”. Quanto a Pisapia, di certo non è “il nuovo Prodi” ma dovrà cercare di costruire “una sinistra plurale” che comprenda il centro progressista e che ambisca a governare il Paese. È il parere consegnato a Intelligonews da Gianfranco Pasquino, professore di scienza politica ed ex senatore della sinistra.

L’accordo tra i quattro partiti più grandi per una nuova legge elettorale può essere una cosa buona?

In generale, l’intesa a quattro sulla riforma elettorale è una cosa buona: una volta fatta, non assisteremo a contestazioni particolaristiche e non si ricomincerà daccapo. L’accordo non è buono in sé ma il modo in cui è stato fatto è positivo.

Con lo sbarramento al 5 per cento i partiti minori rischiano però l’esclusione: quali spiragli di manovra restano per esempio ad Alfano, che ha lanciato la sfida sulla costituzionalità della riforma?

Alfano deve raggiungere un accordo con qualcuno che presenti almeno alcuni dei suoi candidati nei collegi uninominali: lui stesso può ritornare in Parlamento se trova qualcuno che lo appoggi. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: impedisce la frammentazione, che la maggior parte di noi considera non positiva, e incoraggia le aggregazioni.

Il ragionamento fatto per Alfano vale anche per Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani?

Certamente. Anche loro devono darsi una regolata, organizzare la politica sul territorio, trovare alleati per superare il 5 per cento. Una scissione da 2,8 per cento sarebbe ridicola.

Che cosa pensa del progetto di un “nuovo centrosinistra” guidato da Giuliano Pisapia? Può essere davvero lui il nuovo Prodi?

Innanzitutto, va sottolineato che Romano Prodi non c’è. In secondo luogo, Pisapia non è il nuovo Prodi. Terzo, l’Ulivo era una cosa molto diversa da quella tratteggiata da Pisapia: aveva dentro i due partiti maggiori del centrosinistra, Margherita e Pds. Pisapia non deve ricercare un dialogo prima del voto col Pd quanto piuttosto cercare i voti sul territorio in maniera intensa e incisiva – il dialogo si fa dopo. Ci vorrebbe uno schieramento ampio, quella che un tempo avremmo chiamato “sinistra plurale” in cui trovino posto anche i cosiddetti “centristi progressisti”. Nella sinistra plurale francese c’era Jacques Delors, un socialista che in partenza era stato democristiano, o forse – diremmo oggi – un cristiano sociale. Non vorrei un centrosinistra sempre tentato dal “grande centro” quanto piuttosto una sinistra plurale in cui si accettano posizioni diverse e animato da un dibattito in cui chi dissente non è un traditore da cacciare e chi vince non è necessariamente un dittatore. Sul territorio i voti ci sono, basta non scoraggiare e non deprimere gli elettori. Non è vero che una sinistra plurale non può essere maggioranza in questo Paese.

Pubblicato il 6 giugno 2017 su Intelligonews

L’Italicum non va bene ma il ballottaggio sì

Corriere della sera

Se ne sono accorti quasi tutti, anche coloro che si erano intestarditi a scriverlo così: l’Italicum non è la migliore delle leggi elettorali possibili. Forse, non è neppure un legge elettorale passabile. Delle clausole più discutibili e controverse dell’Italicum deciderà la Corte Costituzionale, sembra il 4 ottobre. Presumo che non lascerà passare né le candidature multiple né i capilista bloccati. Sono entrambe componenti deplorevoli ereditate dal Porcellum che riducono grandemente la libertà di scelta dell’elettore. Il vero punctum dolens, però, soprattutto da quando si profila una possibile vittoria del Movimento Cinque Stelle, è costituito dal ballottaggio, vera innovazione rispetto al Porcellum, fra le due liste più votate al primo turno qualora nessuna raggiunga, allo stato della distribuzione dei voti, esito altamente improbabile, il 40 per cento. Ed è proprio il meccanismo del ballottaggio che molti, nel PD e nei suoi dintorni, vorrebbero eliminare.

Dissento fortemente per due ottime ragioni. La prima è che le leggi elettorali non si cambiano e, naturalmente, neppure si scrivono, con riferimento alle contingenze, in base a calcoli particolaristici e opportunistici, inevitabilmente caduchi quali piume al vento. La seconda ragione attiene più specificamente ai pregi del ballottaggio. Qui non interessa sapere quanto grande o quanto moderato sarà il premio in seggi che andrà a chi vince. Conta, invece, che il ballottaggio conferisce grande potere agli elettori. Saranno, infatti, proprio loro a stabilire con il voto a chi vogliono affidare il compito di governarli. Lo faranno dopo una campagna elettorale non soltanto al primo turno, ma soprattutto nell’intervallo fra il primo turno e il ballottaggio, nella quale i candidati e i dirigenti dei partiti, a cominciare dai loro segretari, avranno spiegato i programmi, indicato le priorità, proposto le soluzioni, precisato i costi e, utilmente, a mio parere, rivelato anche i nomi dei probabili ministri.

Se fosse eliminato l’assurdo divieto di fare “apparentamenti”, vale a dire di associarsi ad uno o all’altro dei duellanti, coloro fra i partiti e le liste che vogliono appoggiare l’uno o l’altro dovrebbero anche dire per quali ragioni lo fanno e gli operatori dei mass media dovrebbero insistere a chiederlo, esplorando tutti i particolari del caso. Il ballottaggio che, fra l’altro, gli elettori italiani conoscono e apprezzano per le opportunità che offre loro nell’elezione dei sindaci, avrebbe effetti positivi sull’informazione, sulla necessità di costruzione del programma, sulla trasparenza e anche sulla mitica accountability, la responsabilizzazione, fenomeno chiave delle democrazie meglio funzionanti. Coloro che assumono cariche di governo si sentiranno obbligati a rendere conto agli elettori e all’opinione pubblica di quello che hanno promesso e anche delle persone che hanno scelto per formulare le soluzioni e attuare le priorità.

Soprattutto, gli elettori non saranno semplici spettatori. Dovranno a loro volta accettare la responsabilità di avere scelto una squadra piuttosto che un’altra. Sapranno di dover valutare il fatto, il non fatto e il malfatto per non commettere errori politici gravi la volta successiva quando il mutamento nell’opzione di voto anche di pochi di loro produrrà l’alternanza al governo, altro fenomeno chiave delle e nelle democrazie. In assenza di ballottaggio, tutto questo diventa molto più difficile, sostanzialmente improbabile. Se fosse soppresso il ballottaggio non soltanto l’Italicum risulterebbe “evirato”, ma gli elettori vedrebbero svanire il concretissimo potere di scegliersi il governo e, certamente, crescerebbe la loro insoddisfazione politica.

Pubblicato il 5 settembre 2016

Italicum e “SÌ”: nessun baratto è possibile

Il fatto

Non c’è proprio niente da scambiare fra un Italicum malamente rielaborato dalla minoranza del PD e un “sì” alle revisioni costituzionali malamente fatte approvare dal Parlamento e peggio difese dal PD e dai suoi, neppure adeguatamente informati, costituzionalisti e improvvisati politologi. Non è vero che le due riforme vanno insieme e non è neppure vero che evirando l’Italicum del ballottaggio e riducendo un pochino il premio di maggioranza avremmo una legge elettorale decente. Da un lato, la minoranza del PD combatte una battaglia sbagliata; dall’altro, la maggioranza si impunta e, per bocca del ministro Boschi, cerca di riscattare un Parlamento che ha compresso nel corso della discussione sulle riforme e stravolto con la pasticciata e confusa riforma del Senato. Boschi dimenticando oppure proprio non sa che nella Costituzione italiana i referendum sono lo strumento a disposizione dei cittadini per controllare le leggi approvate dal Parlamento e, con maggioranze apposite, farle decadere . Se, davvero, vogliamo trovare un nesso fra legge elettorale e modifiche costituzionali, allora bisogna fuoruscire dal mantra di una governabilità assurdamente identificata con la stabilità del governo la cui maggioranza parlamentare sarà gonfiata dai molti seggi garantitigli dal premio dell’Italicum.

Il problema delle democrazie contemporanee si chiama crisi di rappresentanza politica. Molto dipende dai partiti, la cui capacità rappresentativa sarebbe sicuramente accresciuta se i suoi parlamentari fossero eletti in collegi uninominali dove debbono conquistarsi i voti interloquendo con gli elettori e rispondendo del loro operato (come ho già scritto infine volte “del fatto, del malfatto e del non fatto”). La rappresentanza dei collegi non si ha, come sostiene la Ministro Boschi, con i capilista bloccati. In politica, la rappresentanza è esclusivamente quella elettiva. Naturalmente, il Senato nominato dai Consigli regionali, ma Napolitano sostiene che si tratta di elezione indiretta (alla quale, comunque, sfuggirebbero i cinque Senatori, questi sì residui di un passato che il governo sostiene di volere cancellare, nominati dal Presidente della Repubblica), non darà nessuna rappresentanza agli elettori. Nel migliore dei casi, quei Senatori cercheranno, se desiderano essere rieletti, di seguire le preferenze, che certamente saranno comunicate loro di volta in volta puntigliosamente dai loro “grandi” (è solo un modo di dire) elettori. Non eletti dai cittadini delle diverse regioni saranno costitutivamente impossibilitati a dare qualsivoglia rappresentanza al territorio. Per di più, mai quei Senatori di nuovo conio si degneranno di rispondere, a elettori che non hanno nessun potere su di loro, dei propri comportamenti politici e istituzionali che consentono loro di eleggere due giudici costituzionali e di avere enorme voce in capitolo su tutta la politica europea dell’Italia.

Mentre la Ministro Boschi si affanna a chiedere il sì per non sconfessare il lavoro del Parlamento, confondendo il Parlamento con la sua maggioranza spesso coartata e, per quel che riguarda la minoranza del PD, molto colpevolmente arrendevole (oppure incapace di articolare alternative convincenti), Renzi sfida il Parlamento, se lo vuole e se ne sarà capace, a cambiare la legge elettorale quasi non fosse la sua legge, quella sulla quale si è ripetutamente impuntato. Come riuscirà mai un Parlamento di nominati, almeno la metà dei quali sa, per esperienza personale e diretta, che la disciplina e l’ossequio, il conformismo e la subordinazione sono le carte da giocare per essere ri-nominati oppure quantomeno ri-candidati, è un mistero inglorioso. Non è detto che il prossimo Parlamento sia strumento della “governabilità” chiesta dalla Confindustria, da alcuni grandi (come sopra) banchieri, ignari di Costituzioni e leggi elettorali, e da “Civiltà Cattolica”, governabilità che, sarà il caso di ricordarlo e di rimarcarlo, dipende soprattutto dalle capacità dei governanti. E’ sicuro, invece, che il Parlamento che verrà non offrirà affatto migliore rappresentanza politica all’elettorato italiana alle cui associazioni, nel frattempo, sarà stata somministrata la non proprio democratica medicina della disintermediazione.
Pubblicato il 12 agosto 2016

Italicum salvare o cestinare

Sembra che, almeno temporaneamente, la discussione sullo spacchettamento delle revisioni costituzionali. sia andata in stallo. Da un lato, avendo spesso sostenuto l’organicità del loro pacchetto di revisioni, Renzi e Boschi non potevano accettare lo spezzettamento. Dall’altro, comunque, il voto che conta sarebbe quello sul Senato, che si vincerà o si perderà a prescindere da qualsiasi spacchettamento. Crescono, invece, le richieste di modifica della legge elettorale tanto che Renzi, come Boschi, convinto della bontà del prodotto, ha deciso di sfidare il Parlamento. Se vi si trova una maggioranza per fare un’altra legge elettorale si manifesti e proceda. A parole, molti, sostanzialmente mossi dalla preoccupazione che con l’Italicum così com’è, non soltanto al ballottaggio con il PD arriverebbero le Cinque Stelle, ma i sondaggi dicono che vincerebbero, trafficano con ritocchi auspicabili. I più preoccupati sono gli esponenti del PD che compongono la Ditta, il gruppo di parlamentari di prevalente provenienza ex-comunista i quali, in caso di vittoria delle Cinque Stelle, sarebbero le più probabili vittime della mancata conquista del premio di maggioranza. I seggi a loro disposizione diventerebbero davvero pochi. Certo, nessuno di loro può argomentare la proposta di riforma dell’Italicum in maniera così platealmente personalizzata. Quindi, quel che vorrebbero cambiare viene giustificato soprattutto con riferimento a quanto la Corte Costituzionale scrisse nella sua sentenza che fece a pezzettini il Porcellum. D’altronde, che di quelle motivazioni si debba tenere conto, è reso ancora più ovvio e attuale dal fatto che la Corte valuterà l’Italicum e le sue clausole, si dice, il 4 ottobre.

È  un po’ curioso che chi ha votato l’Italicum si faccia, con molto sprezzo per la sua personale coerenza politica, sostenitore di una revisione anche profonda della legge. Qualche democratico potrebbe sostenere che nei deliberata del suo partito si trova ancora l’approvazione data a un sistema elettorale di tipo francese: doppio turno in collegi uninominali con una clausola percentuale per il passaggio dei candidati al secondo turno. Ma, poi, dicono tristemente che mancano i numeri, copiando l’affermazione espressa in maniera più roboante dai renziani. Pochi pensano, con nostalgia, giustificata, e con apprezzamento, pur non pieno, alla legge di cui fu relatore l’allora deputato Mattarella, ma nessuno s’impegna davvero a farla, come forse si potrebbe, rivivere. Da ultimo, un gruppo di parlamentari di osservanza bersaniana hanno presentato un loro progetto centrato sul ridimensionamento del premio di maggioranza, considerato, come stanno attualmente le distribuzioni dei voti fra gli schieramenti, eccessivo. Lo è certamente, ma, come sostengono i renziani, deve esserlo per dare un senso alla legge e abbastanza seggi a un partito affinché sia messo in grado di governare da solo. Inoltre, i tardoriformatori bersaniani desiderano abolire il ballottaggio. Evidente è l’obiettivo di impedire alle Cinque Stelle di vincere conquistando i voti di tutti coloro che non vogliono il PD e che, a Roma e persino a Torino hanno dimostrato di essere davvero tanti. Invece, il ballottaggio ha effettivamente un grande pregio: dà, come si è visto nel caso dell’elezione dei sindaci, un’ottima riforma fatta nei trent’anni che i renzianboschiani definiscono, sbagliando, di ozio istituzionale, agli elettori un grande potere: quello di decidere chi vince.

Né l’uno né l’altro dei cambiamenti, come sono stati presentati, appaiono accettabili a Renzi e Boschi. Svirilizzano l’Italicum e non disegnano un sistema migliore. La verità è che all’Italicum si dovrebbe comunque fare un po’ di maquillage: via i capilista bloccati, via le candidature in più collegi, via il divieto di coalizioni al primo turno e di apparentamento nel passaggio dal primo al secondo turno. Altrimenti, una buona legge elettorale esige che l’Italicum sia cestinato e che i riformatori guardino alla Francia della Quinta Repubblica oppure alla Germania, en attendant non Godot, ma la Corte Costituzionale.

Pubblicato AGL 20 luglio 2016

La “riforma” che moltiplica gli inciuci

Il fatto

Le capacità di elaborazione politica del Presidente del Consiglio sono costantemente sorprendenti, in negativo. Anche se cerca di personalizzare al massimo non si trova mai solo. Il corteo dei corifei è affollatissimo. Hai visto mai che ci scappa qualche posto in Parlamento, alla Corte Costituzionale, in qualche Comitato, persino alla direzione di qualche quotidiano o come editorialisti dell’Unità e altro, e così via. Il più recente e, per il momento, più elevato picco di elaborazione concettual-politica è stato raggiunto, da un lato, con l’accusa ai sostenitori del NO al plebiscito costituzionale di essere degli “inciucisti”, dall’altro, al suo fiero rivendicare un convinto bipolarismo. Inciucista, forse, dovrebbe essere più appropriatamente definito chi le revisioni costituzionali e la legge elettorale le ha confezionate con Berlusconi sulla falsariga di quelle fatte da Berlusconi stesso nel 2005 (e bocciate da un referendum costituzionale). Comunque, le revisioni costituzionali renzianboschiane non hanno nulla a che vedere con il bipolarismo. L’abolizione del CNEL condurrebbe ad una competizione bipolare serrata, intensa, decisiva? Meno senatori, per di più non eletti, ma designati dai consigli regionali, darebbero una spinta possente al bipolarismo all’italiana? La maggiore facilità con la quale una maggioranza parlamentare premiata dal bonus previsto nell’Italicum si eleggerebbe il suo Presidente della Repubblica sarebbe l’epitome del bipolarismo? Per dirla con un’espressione che Renzi, Boschi e Verdini capiscono benissimo, sono tutte bischerate.

La verità è che l’inciucista di fatto è stato Renzi e che il bipolarismo non abita affatto nelle sue revisioni costituzionali, approssimative e sconclusionate. Nella pratica, Renzi ha già seppellito il bipolarismo favorendo aggregazioni al centro di cui Verdini è diventato, grazie alle sue capacità manovriere, l’emblema assoluto. Il Partito della Nazione, a seconda dei casi e dei contesti, agognato e sconfessato, andrà a collocarsi al centro, assorbendo tutto il possibile che, nel paese che ha dato vita al trasformismo, è sempre moltissimo, e impedirà qualsiasi competizione bipolare e qualsiasi alternanza di governo. Se le revisioni costituzionali sono più o meno neutre quanto al bipolarismo, semmai più prone a consentire inciucismo, la legge elettorale è il vero cavallo di Troia degli inciucisti. Infatti, impedendo la competizione fra coalizioni al primo turno e proibendo qualsiasi apparentamento al ballottaggio, potrà avere due effetti prevedibili. Da un lato, al primo turno vi sarà un notevole spappolamento di liste che, grazie alla soglia del 3 per cento, mireranno semplicemente a conquistare qualche seggio. Dall’altro, al ballottaggio i due partiti/liste rimasti in campo saranno inevitabilmente costretti a cercarsi alleati che troveranno con promesse che, pudicamente, definirò elettorali.

Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, la competizione elettorale non ha nessuna possibilità di essere bipolare. Sarà inesorabilmente tripolare. In Parlamento, chiedo scusa, nella Camera dei deputati, il partito vittorioso non soltanto dovrà fare i conti con due opposizioni, ma sarà anche costretto a pagare il conto degli aiutini ricevuti nel ballottaggio. Se mai al ballottaggio vincesse il Movimento 5 Stelle, le opposizioni PD e variegati rappresentanti del centro-destra opererebbero in maniera autonoma e separata oppure si coordinerebbero in un comunque deplorevole inciucino? Con la vittoria del PD ci sarebbero un’opposizione di destra e un’opposizione pentastellata. In che modo tutto questo possa essere definito e riesca a costituire bipolarismo è un mistero nient’affatto glorioso. Al di là dell’Arno, in Europa altre leggi elettorali hanno consentito efficaci bipolarismi e li mantengono, robusti e vibranti. L’Italicum è la legge molto parrocchiale (coerentemente con il nome) a favore del Partito della Nazione, versione molto deteriore di quello che fu la Democrazia Cristiana (semmai, interclassista perché “partito di popolo”). Pubblicato il 21 maggio 2016