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Perchè sono pessimista sul PD (anche se…). La versione di Pasquino

Secondo il professore di Scienza Politica, il dilemma del PD non è, come ha scritto Peppino Caldarola su Formiche.net, se essere renziani o anti renziani, ma cercare di costruire una cultura politica comune, anche partendo dallo scontro di idee

 

No, il dilemma del (prossimo congresso del) PD non è, come ha scritto Peppino Caldarola, se essere renziani o anti renziani. Neppure le più spericolate acrobazie verbali riusciranno a convincere qualche milione di elettori/trici a tornare sui loro passi (chiedo scusa, sulle loro schede) per votare Renzi. Il dilemma è, invece, piegarsi alla rappresaglia di Renzi che cerca una candidatura esclusivamente per impedire una chiara contrapposizione fra idee e progetti e precostituirsi un potere di ricatto su chi vincerà oppure andare a una conta vera, dura, senza recuperi a costo di subire una scissione, da destra. Chi parla della necessità/auspicabilità di due partiti sta offrendo un assist ai renziani, ma, al tempo stesso, sta decretando un futuro di minoranza e di irrilevanza (anche di subalternità) a qualsiasi nuovo veicolo elettorale e politico. Continua a sembrarmi incomprensibile come, a più di sei mesi dalla pesante sconfitta del 4 marzo 2018, i dirigenti (e, cavolo, anche i militanti) del Partito Democratico non abbiano ancora (non lo faranno più) trovato modo di discutere delle ragioni, molte e profonde, di quella sconfitta. Dove siete finiti, voi di “Occupy PD”? Ottenuta qualche carica è finita la festa? Oppure, data la ristrettezza dello spazio rimasto ve ne siete andati o state tramando sotto traccia? Che cosa potrebbe farvi tornare o smettere di tramare? Un confronto aperto, trasparente, dall’esito non precostituito fra uomini e donne libere, spogliatesi di qualsiasi previa appartenenza correntizia, irriverenti rispetto a qualsiasi rituale: credo che questo sarebbe un buon inizio.

Ciò detto, in quello che leggo e ascolto e sento detto alla Radio e alla televisione, mi sembra che nessuno sia finora andato al cuore del problema. Già bisogna occuparsi delle diseguaglianze (era preferibile farlo dalla posizione di governo). Bisogna andare nelle periferie, che non sono solo geografiche, ma attengono a condizioni di vita di anziani, giovani, donne, magari non soltanto episodicamente tenendovi una riunione della segreteria. Bisogna trovare “facce” nuove, ma qui il disastro, deliberatamente fatto con le candidature parlamentari, non è immediatamente rimediabile. Bisogna dare una caratterizzazione limpida al partito che si stagli al disopra del sovranismo, del populismo, del dilettantismo. A nulla di tutto questo è finora neppure stata tentata una risposta piccola piccola, minima, ma originale e attraente.

Ho detto e scritto, oramai molte, ma mai troppe, volte, che il PD sconta il suo peccato originale. Quella tanto vantata contaminazione del meglio delle culture progressiste del paese non è mai avvenuta. In sostanza, c’è stata unicamente la sommatoria di ceti dirigenti che si vantano di essere eredi di quelle culture politiche, peraltro ormai spossate da anni di riflessioni mancate. Nel frattempo, non c’è stata nessuna elaborazione culturale nel Partito democratico, ma, non dobbiamo blandire gli italiani quanto, piuttosto, dire loro parole di verità, nel paese si è largamente diffusa una ripulsa nei confronti della cultura, della competenza, della scienza. Epperò, un partito non può rinunciare a suggerire comportamenti, indicare strade, formulare progetti, anche esigenti per migliorare la società che vuole rappresentare e guidare. Naturalmente, dovrà anche essere disposto, non soltanto a un ascolto ipocrita, ma a un’interlocuzione/interazione serrata con la società e le forme in cui si manifesta e si esprime. Tutto questo è difficile, anche per le carenze flagranti del ceto dirigente del PD tanto più timoroso di coloro che posseggano elementi culturali di alto livello quanto più consapevole della propria inadeguatezza e quindi della probabilità di dovere cedere il passo. Difficile, ma non impossibile se, da subito, cominciasse il confronto e anche il conflitto (il sale della democrazia) su opzioni alternative, non solo sul potere, ma soprattutto sul progetto di rilancio/rinnovamento/ricostruzione.

Pubblicato il 20 settembre 2018 su Formiche.net   

In Memoriam di Piero Ostellino (1935-2018)

Caro Piero,
liberale, illuminista scozzese, purtroppo anche juventino, ci siamo incontrati, grazie a Giuliano Urbani, un giorno del settembre 1967 nel tuo ufficio al Centro Einaudi di Torino. Mi hai subito chiesto di collaborare a “Biblioteca della Libertà”, una piccola preziosa rivista. Ne sono stato sorpreso e onorato. Ho scritto spesso, accettando le tue “commesse” sempre acute, seguendo i tuoi suggerimenti sempre utili, usufruendo e apprezzando il grande, totale spazio di libertà che concedevi ai tuoi collaboratori anche quando, era il mio caso, fossero socialisti. Sono tuttora molto fiero di quegli articoli. Recentemente, me ne sono riletti alcuni non male: sulle sanzioni alla Rhodesia, su De Gaulle e sulla sburocratizzazione della politica. Scrissi anche diverse recensioni bellicose, con uno stile che, con mia grande gratificazione, incontrava il tuo burbero consenso. Non mi hai mai (ri)toccato neppure una riga. Non ti ho detto quante volte, invece, i molti direttori dei quotidiani ai quali ho poi collaborato (con la luminosa eccezione de “l’Unità” di D’Alema, Renzo Foa, Veltroni e Peppino Caldarola) mi hanno chiesto di cambiare questo, rivedere quello, cancellare quell’altro, riscrivere soprattutto la chiusa.

In quel tuo ufficio ti ho visto scrivere fra il 1967 e il 1969 (poi mi trasferii a Bologna) sul finir del pomeriggio molti articoli spesso per la “Gazzetta del Popolo” che andavi a portare di persona al giornale e iniziare la tua collaborazione al “Corriere della Sera”. Grandissima fu la mia sorpresa quando un giorno, quasi di punto in bianco, tu mi annunciasti ufficialmente come la cosa più naturale, ovvia, possibile che il tuo obiettivo era diventare il Direttore del Corrierone. Punto e basta, quasi fosse l’operazione più facile del mondo. Pur leggendoci reciprocamente, per anni non ci incontrammo di persona. Erano gli anni nei quali tu fosti inviato dal Corriere prima a Mosca, poi in Cina. Scrivevi articoli straordinari, illuminanti, al limite della brutalità, con una prosa scintillante nella quale non c’erano mai frasi fatte, mai banalità, mai cose risapute. Ancora adesso sorrido quando penso ad un articolo brillantissimo in occasione di una tua escursione in Mongolia: una vera delizia.

Da Direttore del Corriere so che la tua vita era diventata molto difficile, fra tensioni e pressioni, negli anni di Craxi (1984-1987) quando tutti i politici pensavano di avere il diritto di “importunare” i direttori dei maggiori quotidiani italiani. Ero tornato da poco da una mia permanenza negli USA e mi chiedesti un articolo sulle riforme istituzionali e due articoli sul centralismo democratico. Scritti e accettati, come al solito senza nessuna richiesta di intervento correttivo, anche se, pur criticando il modello di partito del PCI, non avevo tralasciato di affermare e argomentare che quel centralismo conteneva non pochi tratti effettivamente “democratici”. Da quel che abbiamo visto e, anche scritto, dopo, siamo diventati abbondantemente consapevoli di quanto inquinato da autoritarismi e servilismi possa essere il funzionamento di quelli che neppure più sono partiti, ma tristi veicoli di ambizioni personali. Peccato che quella mia embrionale collaborazione non abbia potuto continuare quando forze non tanto oscure ti allontanarono dalla direzione del Corriere.

Da ultimo, non posso sottacere, e neanche tu vorresti che lo facessi, quello che fu un vero scontro di idee, di interpretazioni, di valutazioni, di prospettive sul liberalismo come praticato dagli italiani compreso il Corriere della Sera, sul quale tu lanciasti una durissima reprimenda contro il mio articolo introduttivo al fascicolo da me curato della rivista “Paradoxa” (Gennaio/Marzo 2012) intitolato Liberali, davvero! Non sarei fair se proseguissi quella discussione senza tua possibilità di replica. Uso con un po’ di civetteria questo aggettivo inglese che non trova una traduzione italiana adeguata e pregnante per fare riferimento agli illuministi scozzesi, tutti “Fair, davvero!”, che tanto stimavi perché pragmatici iniziatori della grande epoca del liberalismo politico e che mettevi in contrapposizione agli illuministi francesi, rigidi e “ideologici” (sic) ai quali attribuivi fin troppe colpe. Sono contento, Piero, di averti conosciuto, di avere letto i tuoi articoli, di essermi irritato di fronte ad alcune tue tesi, di avere goduto della tua stima. Farewell.

Pubblicato il 12 marzo 2018 su PARADOXAforum