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“Per le politiche attenti a prendere sottogamba il M5S”

Intervista raccolta da Maria Corbi

E ora che succede? Dopo le elezioni di domenica, gli schieramenti guardano già al voto nazionale. Nel centrodestra la scommessa è di riprodurre il modello ligure. Per Renzi sarà importante recuperare consensi e unità. Mentre i grillini cercheranno di cavalcare ancora l’onda anti-sistema

Perché ha vinto il centrodestra?
Il centrodestra è andato bene perché ha avuto la capacità di mettersi insieme, di individuare delle candidature che rappresentavano quelle aree. C’è Giovanni Toti alle spalle di tutto questo, e lui stesso è il prodotto del suo metodo che ha utilizzato a La Spezia e Genova. Una sconfitta bruciante per il centro-sinistra che lì ha governato per lungo tempo. Ma anche a Verona hanno trovato il nome giusto impedendo che una parte di elettorato leghista “duro” convergesse sulla compagna di Tosi, Patrizia Bisinella. E questo suggerisce che quando Berlusconi non fa di testa sua le cose vanno bene. Anche se lui sostiene che la vittoria sia dovuta alle sue 46 interviste alle televisioni locali. Non è così, il risultato è dovuto alle candidature giuste e alla capacità della coalizione di stare insieme senza litigare.

Perché ha perso il centrosinistra?
Siamo di fronte a una sconfitta del Pd più che del centrosinistra e il segretario doveva già averla mentalmente elaborata visto che praticamente non ha fatto campagna elettorale. Renzi ha messo su Twitter una “torta” per dimostrare che non è andata così male e invece è andata malissimo perché ha perso in quasi tutte le grandi città, e se facesse una semplice operazione aritmetica vedrebbe che il centro destra ha avuto un numero di voti molto più consistente. Sicuramente la sua personalità strabordante non ha aiutato, perché tanti elettori del Pd non hanno voluto votarlo. E gli elettori dei Cinque stelle pur di non votare il Pd al ballottaggio hanno votato il candidato del centrodestra. Il futuro? Occorre un leader come Macron che si batta per contare di più in Europa.

Perché il M5S non riesce a sfondare?
Si sta sottovalutando il risultato dei Cinque stelle. Perché nei dieci comuni in cui sono arrivati al ballottaggio sono risultati vincitori in otto casi. E faccio fatica a dire che non hanno vinto a Parma e a Comacchio dove comunque sono I loro elettori storici che hanno fatto vincere di nuovo Pizzarotti e Fabbri (espulsi dal Movimento). In ogni caso, si stanno radicando sul territorio e questo alle elezioni politiche sicuramente conterà.

Pubblicato il 27 giugno 2017

 

L’astensionismo è diventato un modo di fare politica

Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

Il politologo: elettori disorientati dai leader Non ha perso il M5S: ha perso Beppe Grillo

 

Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, direttore della rivista Il Mulino, già parlamentare di sinistra per tre legislature negli Anni Ottanta e Novanta, reduce da una intensa campagna per il No al referendum che lo ha posto apertamente su un versante antirenziano, aveva intitolato un suo ultimo libro “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”. E non è meravigliato che gli italiani votino sempre meno.

Professore, perché c’era da aspettarsi tutto questo astensionismo?
“Intanto perché anche l’astensionismo è un modo di votare. Sono quelli che mandano a dire ai politici: non ci piacete, nessuno di voi ci convince. Sono quelli che pensano che, votando, comunque legittimerebbero questa politica. Ci sono poi quelli che sono sfiduciati, si sentono tagliati fuori da tutto, anziani, isolati, periferici, nulla più suscita il loro interesse. Infine ci sono quelli che, all’opposto, sono attivissimi: i giovani che studiano all’estero, pensiamo alla generazione Erasmus, oppure gli imprenditori che stanno delocalizzando fuori dai confini nazionali, o quelli hanno trovato lavoro fuori d’Italia, o ancora chi aveva fissato per tempo le vacanze in mete esotiche. Nell’Italia d’oggi rappresentano una fascia del 5 o forse il 10% dell’elettorato”.

Fin qui, un discorso generale. Eppure ci sono casi clamorosi. A Genova ha votato meno della metà degli elettori.
“Caso molto interessante, non c’è dubbio. A Genova evidentemente c’è stato un doppio astensionismo: gente di sinistra che aveva votato il sindaco Doria, ha rimpianto quel tipo di sindaco e non si è riconosciuta nella nuova proposta del Pd. Non se la sono sentita di fare il salto della quaglia, votando a destra. Si sono rifugiati nel non-voto. E poi c’è la gente del M5S che non ha accettato i pasticci di Beppe Grillo sulla candidata Cassimatis, che è stata defenestrata nonostante avesse avuto il via libera dalla consultazione via Internet”.

Molti sostengono che l’astensionismo del 2017 suoni come campana a morte per i grillini. Sono fuori da tutti i ballottaggi e stavolta non hanno intercettato il voto di protesta.
“Andiamoci cauti con queste conclusioni. Detto dei pasticci di Genova, è vero che a Parma c’era un ex come Pizzarotti che ha dragato i voti di quell’area, oppure che hanno perso il Comune di Mira ma solo perché il sindaco di lì ha preferito saltare un giro perché altrimenti non si sarebbe potuto candidare alle prossime politiche, o che non possono considerare loro Comacchio dove si è imposto un altro sindaco eretico che è stato abbandonato al suo destino perché è un cervello indipendente, ma lo zoccolo duro del M5S è l’antipolitica. E quel sentimento è sempre lì, vivo e vegeto, pronto a ritornare fuori. Come diciamo noi politologi, c’è stato un problema di offerta. Grillo si è dimostrato brillante nel 2013 ad intercettare quel voto; vedremo che cosa farà in futuro. Quindi non condivido affatto l’opinione di chi dice “è stato sconfitto il populismo”. No, è stato sconfitto Grillo”.

Le prime analisi sui flussi del voto segnalano anche forti perdite del centrosinistra.
“Beh, con quel leader del Pd che un giorno dice “Mai coalizioni con gli scissionisti!” e poi fa coalizioni con Mdp quasi in tutti i Comuni, solo per dirne una, non c’è da sorprendersi che ci sia un certo disorientamento del suo elettorato…”.

Anche in Francia l’astensionismo non scherza, ha visto?
“Lì c’è stato un ciclone che si chiama Macron che ha letteralmente frantumato il partito socialista e ha aspirato anche molti voti gollisti. In effetti, in Francia come in Italia, il tramonto dei partiti storici, la scomparsa delle famiglie politiche, e la fine delle ideologie, sta allontanando tanti elettori dalla politica e quindi dal voto. Da noi peraltro credo che l’ultimo chiacchiericcio nazionale sulla legge elettorale, abbia disorientato tanti italiani un po’ di tutti i partiti. Penso in particolare all’area dei grillini dove nessuno ha capito che cosa vuole Grillo e c’è un po’ di delusione e anche di depressione nel loro elettorato. Ma il ragionamento vale anche per l’area del Pd. E alla fine l’elettore-tipo dice: sapete che c’è, ho una vita da vivere piuttosto che impazzirvi dietro…”.

In occasione di elezioni amministrative, però, specie in tante realtà medie e piccole, il voto ha sempre richiamato un gran numeri di votanti. Non stavolta. Come mai, professor Pasquino?
“Molti devono avere pensato che vinca questo o vinca quello, alla fine non fa una grande differenza. E torniamo alla morte delle famiglie politiche e alla crisi dei partiti tradizionali…”.

Pubblicato il 13 giugno 2017

 

Ecco la “percentuale” che spaventa Renzi

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

POLITICA
SCENARIO/ Pasquino: ecco la “percentuale” che spaventa Renzi
giovedì 3 settembre 2015

Renzi non deve temere né l’ondata dei migranti né l’ascesa di Grillo, perché gli italiani sanno bene che non sono problemi che ha creato lui. La sua unica preoccupazione dovrebbe essere il fatto che il Pil allo 0,7% non basta a ridare al Paese la crescita economica di cui ha bisogno”. E’ l’analisi di Gianfranco Pasquino, politologo, secondo cui “è proprio sulla mancata ripresa che il settembre politico di Renzi rischia di essere contrassegnato da una serie di nuovi annunci privi di sostanza”. Nell’intervista al Corriere della Sera Renzi aveva sottolineato che “se vogliamo fare una forzatura sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono, come sempre ci sono stati. Chi ci dice che mancano i numeri sono gli stessi che dicevano che mancavano i voti sulla legge elettorale, sulla scuola, sulla Rai, sul Quirinale”.

Che cosa ne pensa del modo con cui Renzi intende affrontare la questione della riforma del Senato?

Quella da parte di Renzi è la solita esibizione di boria, che non ha nulla a che vedere con la bontà della riforma ma soltanto con la voglia di portarla a casa per dimostrare la propria forza. Resta il fatto che questa rimane una riforma brutta, e segnala l’incapacità di negoziare che dovrebbe invece caratterizzare un capo di governo riformista.

Se Renzi tira dritto sulla riforma del Senato, si potrebbe arrivare a una scissione del Pd?

La scissione è soprattutto il prodotto della volontà di chi è al potere di cacciare fuori quanti lo ostacolano. Chi è contrario vuole dei cambiamenti sul contenuto, Renzi invece vuole dimostrare che ha il potere. Dopo di che, a furia di tirare la corda, si logorerà a tal punto che diventerà politicamente e psicologicamente impossibile rimanere in un partito dove i dissidenti sono sbeffeggiati e spesso dichiarati l’ostacolo maggiore a una non meglio definita politica riformista.

Che cosa ne pensa dei cinque senatori nominati dal Quirinale inseriti nella riforma?

Quello che mi sorprende è che né il presidente emerito Napolitano né il presidente in carica, Mattarella, abbiano spiegato quale senso abbia l’idea di avere cinque senatori nominati dal Quirinale, in un Senato che dovrebbe essere la Camera delle autonomie. Di fatto questo aspetto non ha nessun senso, e dovrebbero essere Mattarella e Napolitano a chiederne la cancellazione.

Con settembre ricomincia l’attività parlamentare. Il governo raccoglierà i frutti dopo avere seminato?

Perché ciò avvenga mancano tanti tasselli fondamentali. In primo luogo, il rilancio dell’occupazione attraverso il Jobs Act passa anche per la crescita, perché se il Paese non cresce i posti di lavoro non si moltiplicano. La spending review inoltre è stata prima affidata a Cottarelli, e poi non se n’è fatto nulla. Allo stesso modo non vedo i decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione, e neppure flessibilità e dinamismo in quello che dovrebbe essere uno Stato capace di fare le riforme. Mi aspetto quindi che Renzi trovi presto qualcosa di nuovo da annunciare, e poi vedremo come si andrà avanti.

Di che cosa ha più paura Renzi in questo momento? Di Grillo, degli immigrati o della mancata crescita?

Mettermi nei panni di Renzi è sempre un’operazione che preferirei evitare. Dovrebbe però avere paura di un’economia che continua a non crescere. Gli italiani sanno che alcuni problemi, come i migranti o il rafforzarsi dell’M5S, non sono stati prodotti da Renzi. Il premier deve quindi soltanto temere il semplice fatto che il Pil allo 0,7 % non produce la crescita di cui l’Italia ha bisogno. Dopo la Grecia, l’Italia continua a essere il fanalino di coda. Altro che maglia rosa.

E’ sull’economia che Renzi si gioca le prossime elezioni?

Sì, perché questo è un problema che gli italiani sperimentano di tasca propria ogni volta che vanno al supermercato. Ciò che occorrono sono delle soluzioni più profonde e durature, mentre per fare la riforma del Senato si può anche usare la spada di Gordio. Anche se non lo si dovrebbe fare, perché le istituzioni sono qualcosa che va trattato non con la spada ma con il bisturi.

Secondo Piepoli, nessun partito supererebbe il 40%, Pd ed Ncd insieme prenderebbero il 28%, l’M5S il 29%, FI e Lega il 26%. Quale scenario ci dobbiamo aspettare?

Non è affatto sorprendente che il Pd non riesca a superare il 40%, perché l’ha fatto una sola volta grazie a un colpo di fortuna. Non mi sorprende neppure che ci sia una crescita di FI e Lega, anche perché Salvini è quello che fa più politica sul territorio. Rispetto a Salvini, nel bene e nel male si stanno facendo gli stessi errori che si fecero con Berlusconi: la demonizzazione porta infatti voti al demonizzato. Infine non mi sorprende neppure che cresca il consenso dell’M5S. C’è infatti uno zoccolo duro di italiani insoddisfatti che voteranno il partito che si caratterizza come il più credibile se confrontato con i vecchi partiti. Con questo sistema elettorale l’M5S va al ballottaggio, e dopo ne vedremo delle belle, anzi delle stelle.

Gli elettori di centrodestra però non voterebbero mai M5S al secondo turno…

Questo lo dice lei. Alle Comunali a Parma gli elettori di centrodestra hanno certamente votato per Pizzarotti. A Livorno è stata invece una parte di Pd a votare per il candidato dell’M5S, Nogalin. Al ballottaggio quindi potrebbe avvenire la stessa cosa.

(Pietro Vernizzi)