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I costruttori? Né eroi né voltagabbana @HuffPostItalia

Quasi sessant’anni fa concludendo un’importante ricerca sulle prime quattro legislature del Parlamento italiano, Giovanni Sartori si chiedeva a chi rispondessero i parlamentari italiani: ai partiti (e ai loro dirigenti), ai gruppi di interesse, agli elettori?

La risposta di allora era inequivocabile: ai dirigenti di partito e di corrente, i quali, aggiungo io, in una (in)certa misura, tenevano grande conto delle preferenze di non pochi gruppi di interesse. Grazie (sic) alla legge Rosato, liste sostanzialmente bloccate, pluricandidature e paracadutati/e, è chiaro che tutti/e parlamentari sanno a chi debbono la loro candidatura e la loro elezione (nonché la probabilità di essere ricandidate/i).

Sanno anche che, in Parlamento, possono, se vogliono, operare senza vincolo di mandato (ne ho già variamente scritto anche per HuffPost). Non per questo meritano di essere automaticamente considerati degli eroi, ma neppure sistematicamente condannati come trasformisti e voltagabbana.

Se uno specifico gruppo parlamentare, con i suoi componenti più o meno consultati, assume una posizione, mai esplicitata nel programma elettorale, su un tema controverso comunque di grande rilevanza, allora è più che legittimo che uno o più parlamentari gli voltino le spalle e se ne vadano da un’altra parte armi, bagagli e libertà di voto.

Se altri insoddisfatti ed espulsi vorranno costituire un nuovo gruppo parlamentare, secondo i regolamenti vigenti, ciascuno di quei parlamentari avrà la facoltà di aderirvi. Se no, si accomoderanno nel Gruppo Misto. Ricordo che al Senato gli scissionisti di Italia Viva hanno potuto costituire un gruppo parlamentare autonomo soltanto grazie all’apporto decisivo del senatore socialista Riccardo Nencini.

Infatti, il nome ufficiale del gruppo è ItaliaViva-Socialisti. Se, su una decisione tanto significativa come è il mettere in crisi il governo Conte, il sen. Nencini non consente, è pienamente libero di andarsene, cercare accoglienza in un altro gruppo e votare liberamente di conseguenza.

Stessa facoltà va riconosciuta a tutti coloro che si trovano, per una pluralità di ragioni, sulle quali nessuno di noi ha il diritto di sindacare, ma di discutere certamente sì, nel Gruppo Misto.

Comunque, il problema non è quello di cambiare gruppo parlamentare. Piuttosto riguarda la responsabilità politica, l’accountability. A chi risponderanno i parlamentari che cambiano gruppo e esercitano liberamente il loro diritto di voto? Molti, non soltanto di loro, perderanno comunque il seggio a causa della drastica riduzione del numero dei parlamentari. La loro speranza di portare la legislatura alla sua conclusione naturale nel febbraio-marzo 2023 è comprensibile e legittima.

Come negare, però, che nel comportamento di molti degli eventuali “Costruttori” abbia un peso rilevante anche la convinzione che una crisi di governo in questa fase possa essere esiziale per l’Italia? Non pochi parlamentari sono consapevoli del loro compito di rappresentanza “nazionale”.

Semmai, il problema è che la legge elettorale vigente e quella di cui si discute rendono praticamente impossibile al parlamentare di spiegare ai suoi elettori le motivazioni dei suoi voti e comportamenti e agli elettori di poterli valutare. Tutto qui, ma in democrazia questo è un gravissimo inconveniente (che non viene risolto da stigmatizzazioni e insulti).

Pubblicato il 15 gennaio 2021 su huffingtonpost.it

Il dopo referendum – E ora il potere torni agli elettori

Quali sono le conseguenze del referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari? Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino*, docente di Scienza politica, una riflessione intorno alle decisioni politico-istituzionali necessarie per riconsegnare ai cittadini il potere di scelta dei rappresentanti.

da LiberEtà novembre 2020 (pp. 24-27)

Il risultato del referendum del 20 e 21 settembre segna una tappa, a mio parere, non gloriosa, dell’antiparlamentarismo strisciante italiano la cui bandiera è stata sventolata dal Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso, potrebbe diventare l’inizio di un processo riformatore indefinito nella quantità di riforme elettorali e istituzionali e nella sua qualità. Tuttavia, non è affatto scontato che quello che si prospetta di fare sia preferibile a quello che già sta scritto nella Costituzione e che condurrà a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e della qualità della democrazia. Significativamente ridimensionati, i parlamentari italiani avranno certamente delle difficoltà sui due versanti nei quali esplicano i loro compiti essenziali che, in una democrazia parlamentare, sono due: dare rappresentanza politica ai cittadini e controllare l’operato del governo.

Sul primo versante, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno annunciato il loro impegno alla formulazione di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. Poiché di leggi proporzionali ne esistono numerose varianti, sarebbe opportuno porre, come direbbero i poco fantasiosi politici, dei paletti. Al di là della formula prescelta, la nuova legge dovrebbe consentire l’espressione di un voto di preferenza e non dovrebbe contenere la possibilità di candidature multiple. Il criterio ispiratore deve essere quello del potere degli elettori. La vigente legge elettorale tedesca, se presa nella sua integrità, risponde a questi requisiti. Quanto al controllo che i parlamentari ridotti di un terzo riusciranno ad esercitare sul governo, non per paralizzarlo, ma per evitarne eccessi e errori, sembra che i revisionisti costituzionale si siano messi sulla strada, anch’essa tedesca, del voto di sfiducia costruttivo. Bene, ma bisognerebbe evitare la eccessiva emanazione di decreti legge sui quali il governo pone la fiducia rendendo impossibile in questo modo non soltanto all’opposizione, ma alla sua stessa maggioranza, qualsiasi miglioramento dei contenuti del decreto.

L’inevitabile tecnicismo delle revisioni costituzionali (e dei regolamenti parlamentari) non deve fare passare in secondo piano i problemi politici contemporanei che inevitabilmente incideranno sulle soluzioni di cui si discute e sull’evoluzione a breve e a lungo termine della vita politica italiana. Insieme alla vittoria referendaria, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto registrare un suo serio declino elettorale in tutte le regioni nelle quali si è votato. Continuo a pensare che il voto “politico” delle Cinque Stelle potrà comunque essere superiore al 10 per cento, ma la caduta attuale è preoccupante per il loro futuro e, in una (in)certa misura, per il futuro del governo e del sistema politico. Infatti, anche se il Partito Democratico ha ottenuto buoni risultati in tre importanti regioni, le sue percentuali, poco sopra il 20 percento, continuano ad essere insufficienti a garantire qualsiasi vittoria nazionale prossima ventura. Il PD avrà sempre bisogno di alleati anche qualora riuscisse a delineare un suo “campo largo”. Di qui la proposta di un’alleanza organica con le Cinque Stelle che, però, primo, potrebbe non essere affatto numericamente sufficiente; secondo, al momento non sembra politicamente accettabile ad una parte consistente, peraltro non maggioritaria, degli aderenti pentastellati.

   In verità, il governo Conte trae la sua forza dalla popolarità del Presidente del Consiglio il cui operato è apprezzato giustamente da più del 60 per cento degli elettori, per quanto criticato, a mio parere con incomprensibile faziosità e pochezza di argomenti, da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera” nonché, ovviamente, dalla stampa di destra. È soprattutto grazie alla intransigenza e alla credibilità di Conte e, in misura leggermente inferiore, del Ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni che l’Italia ha ottenuto dalla Commissione Europea un pacchetto di prestiti e di sussidi di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri paesi. Adesso, come giustamente dichiarato da Conte stesso, bisognerà riuscire e spenderli presto e bene su progetti nel solco delle direttive europee per digitalizzare l’Italia, farne un’economia verde, con trasformazioni strutturali nella sanità, nella scuola e nella amministrazione della giustizia. I rapporti con l’Unione Europea sono e possono rimanere il punto di forza di Conte e del suo governo al tempo stesso che sono il vero tallone d’Achille dell’opposizione di centro-destra.

Nessuno può immaginare neppure per un momento che un governo sovranista Salvini-Meloni, o viceversa, sarebbe stato e sarà in grado di negoziare efficacemente con gli europeisti. Al contrario. Naturalmente, se il governo Conte riuscirà a trasformare l’Italia è possibile che il futuro politico-elettorale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle riservi sorprese positive. Al momento, però, anche se è possibile vedere non pochi scricchiolii in quella che sembrava la potente macchina da guerra di Salvini e della Lega, è indubbio che il centro-destra continua ad essere numericamente e percentualmente più forte del centro-sinistra nelle sue varie articolazioni.

   Né le revisioni costituzionali né le alleanze fra partiti possono fare dimenticare quello che, a mio parere, è il vero problema italiano a partire dal crollo del muro di Berlino: la debolezza dei partiti e la disgregazione del sistema dei partiti. Partiti nascono, si trasformano, s’indeboliscono, illudono gli elettori, diventano irrilevanti. Non consentono progetti e azioni di governo di un qualche respiro. Inevitabilmente, gli elettori cambiano i loro comportamenti di voto contribuendo a vittorie improvvis/ate e a declini bruschi. C’è un senso di precarietà nella politica italiana alla quale, per fortuna, anche per la dura della loro carica, si sono contrapposti i Presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ecco perché l’elezione del successore di Mattarella all’inizio del 2022 sarà particolarmente importante. Ecco perché i Cinque Stelle e il PD non debbono bruciare la grande opportunità che si offre loro.

*Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo volume più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA

“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.

I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.

Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.

Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.

Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.

Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.

Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.

Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.

Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.

Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.

Compiti essenziali delle assemblee elettive

Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.

Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.

Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.

Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.

Declino e destrutturazione

Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?

Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.

Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.

Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.

Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali. 

Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.

Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.

Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.

Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.

Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.

Nessuna soluzione facile

Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.

Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.

Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.

Another time another place.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz

Va bene il proporzionale, ma con preferenza unica @fattoquotidiano

La legge elettorale prossima (av)ventura. Premessa: se sarà una legge elettorale proporzionale non dovrà avere pluricandidature e dovrà consentire a elettrici e elettori di esprimere un voto di preferenza. Non due voti poiché non è vero che favoriscono le donne. Al contrario, subordinano le elette all’uomo che abbia fatto scambi con loro. Non tre o quattro preferenze poiché sono propedeutiche, come qualsiasi parlamentare democristiano eletto tra il 1948 e il 1987 potrebbe confermare, alla formazione di correnti. Infine, se si desidera evitare la frammentazione del sistema dei partiti, certamente non produttiva di buona rappresentanza politica, ma di potenziali poteri di ricatto per piccoli gruppi, dovrà contenere una clausola di accesso al Parlamento.

Di leggi elettorali proporzionali ne esistono molte varietà. Due elementi importanti le caratterizzano: la ampiezza della circoscrizione, misurata con riferimento al numero dei parlamentari che vi sono eletti e la formula di assegnazione dei seggi (le tre più utilizzate sono d’Hondt, Hare e Sainte-Lagüe, elemento molto tecnico, ma tutt’altro che irrilevante nel favorire i partiti o i partiti grandi). Ipotizzando che vengano ritagliate quaranta circoscrizioni con dieci deputati da eleggere in ciascuna, non ci sarebbe neppure bisogno di una clausola di accesso. Per vincere un seggio sarà indispensabile ottenere almeno l’8-9 per cento dei voti in ciascuna circoscrizione. Per un senato di 200 componenti eletti in 20 circoscrizioni il discorso sarebbe esattamente lo stesso, ma è complicato dalla statuizione costituzionale che ne impone l’elezione su base regionale.

Fuoruscendo dall’ormai stucchevole ricorso al latino che, al contrario del Mattarellum e del Porcellum, non apporta nulla in termini di conoscenza, chi volesse adottare la legge elettorale tedesca (non Germanicum, non Tedeskellum), dovrebbe farlo nella sua interezza. La clausola del 5 per cento è, ovviamente, importante, ma molto più importante è che l’elettore/rice tedesco/a dispone di due voti. Con il primo sceglie fra i candidati in collegi uninominali su base dei Länder; con il secondo vota una lista di partito. Non soltanto il doppio voto conferisce più potere all’elettore/trice, ma ha spesso consentito loro di incoraggiare e approvare la formazione di coalizioni indicate dai dirigenti di partito (Democristiani-Liberali; Socialdemocratici-Liberali; Socialdemocratici-Verdi).

Ė persino banale affermare che non esiste una legge elettorale perfetta. Certamente, no, ma altrettanto certamente esistono leggi elettorali buone e leggi elettorali cattive. Grazie all’Italicum e alla legge Rosato è oramai accertato e acclarato che esistono leggi elettorali pessime. La legge proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1987 era accettabile e funzionò in maniera (più che) soddisfacente. L’alternanza mancò soprattutto poiché l’alternando, il PCI, non ebbe mai voti sufficienti a renderla inevitabile. La legge Mattarella, l’unica della seconda fase della Repubblica ad essere in qualche modo il prodotto di un referendum popolare, ebbe più pregi che difetti e alcuni dei difetti (il cosiddetto “scorporo” e la possibilità di liste civetta) sarebbero oggi facilmente eliminabili.

Sento ripetere da qualche politico che lui/lei preferirebbero il maggioritario, magari con l’aggiunta “il sindaco d’Italia”. Al di là dei problemi di scala: eleggere il sindaco, anche di città grandi come Roma, Milano, Napoli, Torino, non è la stessa cosa dell’elezione del capo del governo, la legge per l’elezione dei consigli comunali è proporzionale. L’elezione diretta del sindaco/a è altra cosa e configura una forma di governo presidenziale con l’eletto/a che non può essere sostituito/a proprio come i presidenti “presidenziali”. Maggioritarie sono le leggi elettorali delle democrazie anglosassoni: vince il seggio in collegi uninominali chi ottiene anche un solo voto in più degli altri candidati. Maggioritaria è la legge elettorale a doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali utilizzata in Francia. Sono purtroppo consapevole che, al momento, non esiste una proposta a sostegno della legge francese e neppure una maggioranza disposta a votarla. So, però, che una proposta articolata in tal senso sarebbe la vera “mossa del cavallo”. Aprirebbe un campo elettorale inusitato impedendo giochi di partito. Conferirebbe all’elettorato grandi responsabilità incentivandolo a informarsi e a ridefinire con maggiore attenzione le sue preferenze. Obbligherebbe i partiti a selezionare meglio le loro candidature, che è proprio uno dei più importanti obiettivi vantati dai sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari: “meno, ma meglio”. Vorrei che l’opzione francese rimanesse viva. Comunque, almeno potrò affermare: “ve l’avevo detto” et salvavi animam meam.

Pubblicata il 29 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Rappresentanza è il quesito. Non il numero dei parlamentari @fattoquotidiano #tagliodeiparlamentari #iovotoNo #Referendum2020

Non mi colloco fra coloro che ritengono che la rappresentanza politica sia essenzialmente una faccenda di numeri. Portato all’estremo questo discorso significherebbe più parlamentari più rappresentanza. Non credo neppure che i numeri, alti o bassi, abbiano una relazione stretta, meno che mai decisiva, con la rappresentatività. Non dipende certo dal numero dei parlamentari se gli operai non sono presenti in Parlamento e se i loro interessi sono più o meno (poco, pochissimo) rappresentati. La rappresentatività sociologica è argomento interessante, ma il suo collegamento con la rappresentanza politica richiede qualche serio approfondimento. Partirò da quanto scrisse quarant’anni fa Giovanni Sartori: “la rappresentanza politica è elettiva”. Senza elezioni non può esistere nessuna rappresentanza politica. Leggi elettorali che non consentano agli elettori di scegliere davvero i rappresentanti incidono sulla qualità della rappresentanza, in qualche caso sulla stessa possibilità della sua sussistenza. Ridurre il numero dei parlamentari italiani e poi utilizzare una legge elettorale proporzionale che permetta le pluricandidature e non offra all’elettore la possibilità di scegliere fra i candidati disponendo di un voto di preferenza significa creare una situazione di cattiva rappresentanza. Cattiva è non soltanto dal punto di vista degli elettori che non avranno potuto scegliere il parlamentare, e quindi non gli/le si potranno rivolgere durante il mandato parlamentare. Lo è anche dal punto di vista del parlamentare che sa che la sua elezione non dipende dagli elettori, ma da chi lo ha candidato e, in larga misura, fatto eleggere. In caso di dissenso con quei dirigenti di partito e di corrente responsabili per la sua elezione e, presumibilmente, anche per la sua ricandidatura e rielezione, il parlamentare sarà posto di fronte ad una alternativa lancinante.

Quell’accountability di cui molti parlano senza sufficiente cognizione potrà/potrebbe essere esercitata con profitto soltanto se il parlamentare sa di essere debitore della sua elezione a chi lo ha votato e coloro che lo hanno votato sanno di poterlo ri-votare oppure bocciare. Qui si inserisce il discorso su coloro che “Il Fatto Quotidiano” mette alla berlina chiamandoli voltagabbana. Probabilmente, alcuni la gabbana l’hanno voltata due volte, la prima dicendo sì (nel PD dicendo no) alla riduzione del numero dei parlamentari perché quella era la posizione del loro gruppo parlamentare o del partito. La seconda, adesso, dicendo no oppure, come molti parlamentari del PD, esprimendosi per il sì. Essendo personalmente sostenitore della libertà di mandato, prendo atto delle giravolte di gabbana. Sono legittime. Mi piacerebbe adesso che fossero argomentate così come mi sarebbe piaciuto al momento delle votazioni parlamentari che i dissenzienti si esprimessero. L’inconveniente grave, però, sta nel manico. Sostanzialmente nessun parlamentare aveva interesse a esprimere il suo voto in dissenso poiché non esiste(va) la possibilità di farsi forte del sostegno dei “propri” elettori.

Eppure, sono proprio il dialogo, l’interlocuzione, il confronto e, anche, lo scontro fra il parlamentare e i “suoi” elettori che danno senso e peso alla rappresentanza politica. Potrebbe benissimo essere che quei voltagabbana dal sì al no, ma anche quelli dal no al sì abbiano il sostegno dei loro rispettivi elettorati. Non lo possiamo sapere. Non lo sapremo neanche una volta ridotto il numero dei parlamentari (forse, ci saranno meno voltagabbana, oppure, più probabilmente, saranno grosso modo della stessa percentuale). La rappresentanza politica è una cosa seria che richiede una riflessione approfondita sulla legge elettorale. Non mi pare utile limitarsi a collegarla ai numeri. Anzi, è persino fuorviante. Concluderò drasticamente che se i capipartito e capicorrente mantengono poteri quasi esclusivi di designazione dei parlamentari, nessuna riduzione del numero dei rappresentanti approderà al miglioramento della rappresentanza politica (e quindi della qualità della politica e della democrazia italiana).

Pubblicato il 4 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Legge sui #bonus fatta male #LeggeElettorale Dico sì al proporzionale o al doppio turno francese @ildubbionews

Negli Stati Uniti già 80 milioni di persone utilizzano il voto per posta. Farlo anche in Italia, con le giuste garanzie, in molti casi agevolerebbe i cittadini nella pratica del voto

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Ha da sempre le idee molto chiare, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Le più recenti sono state messe nero su bianco in “Minima Politica”, sua ultima fatica letteraria.

Professor Pasquino, come giudica la vicenda dei tre parlamentari che hanno chiesto e ottenuto il bonus?

Credo sia giusto sottolineare che non c’è un reato, perché le modalità con le quali percepire questi bonus erano state indicate senza sufficiente precisione e questo dovrebbe spingere governo e parlamento a essere più precisi. Tuttavia è vero che c’è una legge ma poi esiste anche quello che non si può e non si deve fare. Ciò che è accaduto non è illegale ma è certamente illecito, e i deputati coinvolti non dovrebbero trincerarsi dietro affermazioni del tipo «è stato il mio commercialista». Si pone poi il problema della differenza tra le indennità dei parlamentari e quella di consiglieri comunali e sindaci di piccoli comuni e ha fatto benissimo la consigliera comunale Pirovano a denunciarla. Resta il fatto che la legge è stata scritta in maniera inadeguata.

Crede anche lei che sia stata una mossa orchestrata per favorire il “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari?

La tempistica non la conosco, non so se Tridico o qualcun altro ha deciso di far filtrare questi dati alla stampa adesso quando poteva farlo anche prima. Certamente nell’opinione pubblica può avere come effetto quello di pensare che i parlamentari rubano e dunque debbano essere tagliati. Mi auguro che la campagna elettorale si svolga in altro modo, ma non sono convinto che sia stata una manovra ad arte per influenzare il risultato del referendum.

A proposito di referendum, come giudica il quesito?

Ci sono due discorsi da fare: uno riguarda il rapporto tra elettori ed eletti: meno sono gli eletti meno è probabile che riescano a entrare in rapporto vero con gli elettori. Ci sono i social, è vero, ma la politica continua a essere qualcosa che esige la presenza fisica, il parlare in pubblico, l’incontrarsi di persona. Ridurre di un terzo il numero dei parlamentari significa ridurre l’interazione tra elettori ed eletti. L’altra questione riguarda il compito dei parlamentari: possono bastare 400 deputati e 200 senatori a far funzionare in maniera adeguata il parlamento e in particolare a stabilire la possibilità che i parlamentari controllino il governo e che facciano bene il loro lavoro all’interno delle commissioni? Io credo di no, perché gli strumenti tecnologici non possono far risparmiare il tempo necessario al parlamentare per ragionare su come l’esecutivo sta lavorando. Già oggi i parlamentari dotati di coscienza del lavoro sono fortemente oberati, ridurli significa diminuire la possibilità di controllare il governo.

A prescindere dal risultato del referendum sembra che la legge elettorale verrà cambiata. A cosa andremo incontro?

Se questi ultimi parlamenti, diciamo gli ultimi tre, sono stati “non buoni”, per non dire pessimi, dipende dal modo in cui sono stati eletti. Il Rosatellum e il Porcellum erano leggi elettorali pessime. Bisogna sapere in anticipo quanti sono i parlamentari e poi scrivere la legge elettorale, non il contrario come dice Zingaretti. In caso di vittoria del “sì” al referendum il risparmio non lo butterei via ma in cambio avremmo una rappresentanza ancora peggiore dal punto di vista funzionale rispetto a quella attuale. Una nuova legge elettorale è una scelta politica, in linea di massima ricorderei a tutti che le democrazie europee, a parte la Gran Bretagna, hanno delle leggi elettorali proporzionali da più di cent’anni e questo significa che si possono fare buone leggi elettorali proporzionali, magari con una piccola clausola di esclusione per evitare la frammentazione partitica. Oppure, come in Francia, si potrebbe adottare il maggioritario a doppio turno, anch’essa una buona legge elettorale, magari innovandola con delle modalità precise tra prima e seconda tornata. Sono quindi favorevole sia a una legge proporzionale con piccole circoscrizioni, sia a una legge maggioritaria con circoscrizioni necessariamente più ampie ma, stavolta sì, favorendo la rappresentanza grazie alla tecnologia. Il tutto senza fare gli “italiani”, cioè senza moltiplicare le clausolette per favorire o sfavorire qualcuno. Di certo bisogna evitare due cose: le pluricandidature, perché si deve vincere o perdere in un posto solo; le liste bloccate, perché il sistema delle preferenze garantirebbe maggiore visibilità ai parlamentari e maggiore possibilità di scelta agli elettori.

Cosa pensa della scelta di unire elezioni regionali e referendum in un’unica tornata elettorale?

Risparmiare è un bene in generale, ma in questo caso il risparmio produce conseguenze negative dal punto di vista dell’esito del referendum e per gli stessi elettori. È vero che nei referendum costituzionali non c’è quorum ma in questo caso si crea un grave squilibrio tra chi vota anche per le regionali e chi no. Soprattutto se si ritiene che il referendum sia importante in sé, allora doveva avere una giornata dedicata. Il risparmio vero sarebbe quello di votare in un giorno solo e non in un giorno e un po’. Questa sì che sarebbe una riforma da farsi, come quella del voto per posta, che negli Stati Uniti è utilizzato da 80 milioni di persone. Sarebbe il caso di chiedersi come agevolare gli elettori italiani e con le giuste garanzie il voto per posta potrebbe essere una buona scelta.

C’è stata un’aspra polemica sui verbali secretati del CTS. Vista l’emergenza è stato giusto non divulgarli?

Quello che ha fatto, scritto e detto il CTS dovrebbe essere conosciuto dagli italiani, e quindi in questo caso sarei per la trasparenza. Dopodiché le decisioni politiche spettavano al governo, ma qui non entrano in campo delle preoccupazioni di carattere internazionale, non stiamo abolendo nessun segreto di stato su terrorismo o cose del genere. Credo che dovremmo sapere cosa i tecnici hanno detto e sapere anche perché il governo ha deciso in un modo o nell’altro, anche in maniera diversa rispetto ai consigli dei tecnici. Ancor di più in questi casi, la democrazia è trasparenza.

Pubblicata il 13 agosto 2020 si Il Dubbio

Un’altra legge elettorale è possibile. Pasquino spiega come @formichenews

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino). Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Non possiamo e non dobbiamo schiacciarci ad analizzare qualsiasi testo di legge elettorale sia in discussione in Parlamento. Meno che mai dobbiamo affannarci a spiegare perché questa clausoletta perché questa percentuale perché questi criteri per le candidature. È ora di cambiare il campo di gioco. Cominciamo dai fondamentali. Il criterio dominante, ancorché non l’unico, per valutare la bontà (non la perfezione) di una legge elettorale è quanto potere e quale dà agli elettori. La legge Calderoli e la legge Rosato sono diversamente esemplari. Nella Calderoli il potere degli elettori stava tutto in una crocetta. Che, poi, con quella crocetta gli elettori sapessero vagamente quale candidato ce l’aveva fatta era, a causa delle pluricandidature, sostanzialmente impossibile. La Rosato faceva appena meglio. Mantenute le pluricandidature, ma aggiunto il voto di preferenza di genere (che, peraltro, è suscettibile di notevoli manipolazioni), dava un minimo di potere agli elettori.

Chini sui numeri e sulle percentuali che per molti di loro e dei loro partiti sono questione di vita e di morte, i facitori di leggi elettorali neppure più si ricordano che le modalità con le quali si elegge un Parlamento hanno conseguenze di enorme impatto sulla rappresentanza politica. Da tempo sostengo, in buona compagnia che va da Edmund Burke a Giovanni Sartori, che non è possibile avere nessuna governabilità decente se si riduce la rappresentanza (incidentalmente, tagliare il numero dei parlamentari italiani è riduzione di rappresentanza) invece di migliorarla qualitativamente.

Per quel che attiene alle leggi elettorali, il requisito di residenza nel collegio/circoscrizione per i candidati è il minimo. Soltanto chi vive laddove viene candidato/a e poi eventualmente eletto/a conosce i problemi, ma anche le risorse e le opportunità del luogo e delle persone e sarà in grado di rappresentarle adeguatamente, efficacemente. Le pluricandidature, oltre ad ingannare gli elettori, incidono pesantemente sulla rappresentanza del territorio che è rappresentanza di persone, delle loro attività, delle loro preferenze, delle loro speranze e, ebbene, sì, anche delle loro emozioni.

È giusto porsi l’obiettivo di evitare la frammentazione (di quel che rimane) del sistema dei partiti. Non bisogna mai premiare in qualsiasi forma i “frammentatori”. Tuttavia, credo che, nell’ottica della rappresentanza, esista una soluzione migliore delle clausole percentuali di accesso al Parlamento. In un partito escluso dal Parlamento perché non ha superato quella clausola, possono esserci candidati/e che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto notevole successo perché radicati, competenti, molto rappresentativi, ma rimarranno fuori. Meglio allora ricorrere al disegno di circoscrizioni di medio-bassa dimensione che eleggano 15-10 parlamentari (senza recupero dei resti!). Se quindici, allora la soglia sarà all’incirca 7/8 per cento; se dieci la soglia potrebbe essere 8/9 per cento. Complessivamente un partito potrà anche non raggiungere il 4/5 per cento dei voti su scala nazionale, ma alcuni suoi candidati/ saranno comunque eletti perché capaci di esprimere le esigenze di quel territorio. Ne gioverà la rappresentanza parlamentare.

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino).

Pubblicato il 21 luglio 2020 su formiche.net

Riforme, leggi elettorali e Pd. Così il prof. Pasquino ribatte ad Arturo Parisi @formichenews

Ieri, ma soprattutto oggi, ritengo che chiamare maggioritarie le leggi elettorali proporzionali sulle quali viene innestato un premio di maggioranza è sbagliato e manipolatorio. Il commento del prof. Pasquino

Formiche.net mi ha invitato a esplicitare e chiarire le mie critiche variamente espresse (anche con pungenti tweet) ai pensieri politici e istituzionali che il mio amico Arturo Parisi pronuncia di frequente (qui l’intervista). Lo faccio volentieri, non per una resa dei conti personale, ma con l’obiettivo di dare un contributo alla comprensione del sistema politico italiano e alla costruzione di un suo migliore futuro.

Nella stagione referendaria fui presente, eccome, in quanto convinto promotore. Scrissi anche un editoriale per Repubblica: 1 aprile 1990, nel quale lodavo e appoggiavo la proposta della FUCI di un referendum sulla legge elettorale. Ritenevo necessario cambiarla, non perché le leggi elettorali proporzionali sono brutte e cattive (qualche commentatore continua, stupidamente, a ritenerle la causa della tragedia di Weimar), ma perché in Italia quel tipo di PR era uno degli ostacoli più difficili da superare per rendere praticabile il meccanismo all’alternanza al governo fra coalizioni diverse. Fin da allora, però, sostengo che il sistema elettorale preferibile per l’Italia è il maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese (a richiesta argomenterei più a fondo).

Ieri, ma soprattutto oggi, ritengo che chiamare maggioritarie le leggi elettorali proporzionali sulle quali viene innestato un premio di maggioranza: Legge del Porcellum Calderoli e Legge dell’Italicum Renzi (con zio D’Alimonte) è sbagliato e manipolatorio. Se Prodi e Parisi sono “maggioritari” perché vogliono un premio di maggioranza, comunque attribuito, sbagliano. Ad ogni buon conto, quel tipo di legge elettorale non deve essere definita “maggioritaria”. Non c’è nessun ritorno alla PR che abbiamo conosciuto. Comunque, se congegnata in maniera tale da dare potere agli elettori, qualsiasi legge PR sarebbe molto meglio della pessima legge Rosato. Fatemi sentire alte e forti le voci di Prodi, di Veltroni e, naturalmente, di Parisi che chiedono che si metta fine all’obbrobrio delle pluricandidature e delle liste bloccate. O la qualità del ceto parlamentare è una variabile irrilevante?

A suo tempo, ho molto apprezzato l’Ulivo la cui definizione, incidentalmente, non può essere affidata in esclusiva a qualche parlamentare prodiana miracolata, senza arte né parte. L’Ulivo fu il benemerito tentativo di rinnovare il ceto politico aprendosi alla società (sì, civile). Riuscì solo parzialmente. È ancora quasi tutto da realizzare. Con il doppio turno francese non è difficile pensare a candidature nei collegi uninominali capaci di vincere e di rappresentare quelle società in modo e misura di gran lunga migliori di quelli dei politici di professione/di cooptazione. Sto aspettando Prodi, Veltroni, Parisi e anche, se lo vorrà, Enrico Letta, sulla sponda del fiume doppio turno. Sono certo che lì non arriverà mai Matteo Renzi, le cui riforme istituzionali, pasticciate, confuse, inadeguate, Prodi e Parisi hanno sostenuto con il loro “sì”. Portavano ad una democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza? Ad una tanto vantata (ma inesistente negli studi degli specialisti) democrazia “decidente”? O del decisore unico? Aprivano spazi veri alla società? Contenevano e realizzavano il modello del “Sindaco d’Italia”? Non chiedo a nessuno di esultare per lo scampato pericolo. L’ho fatto io, per molti, mentre Parisi se ne doleva, quella sera del 4 dicembre 2016.

Ma l’Ulivo, poi, è stato il padre del Partito democratico? Proprio no. Eppure né Prodi né Veltroni né Parisi espressero riserve e critiche su quella fusione gelida del 2007 che salvava le poltrone (eh, sì, lo scrivo proprio così) dei dirigenti, ma escludeva quasi programmaticamente e in maniera brutale tutte le associazioni che si erano mobilitate per l’Ulivo d’antan. Il Pd suscitò, raccolse, valorizzò le migliori culture riformiste dell’Italia? E quale cultura politica e istituzionale ha oggi il Pd? Qualcosa di elaborato da Parisi e Prodi? da Veltroni? Da altri, e chi? Quale democrazia hanno voluto i collaboratori di Prodi? Quella che sarebbe sbucata dalla vittoria del sì al referendum? Per usare le parole di Parisi: da chi venne l’ispirazione di una democrazia diversa e verso quale modello si orienta oggi la sua aspirazione?

Da Parisi ho imparato molto nei quasi trent’anni trascorsi insieme fra Mulino e Istituto Cattaneo. Ho imparato soprattutto che è un dovere scientifico, ma anche etico, mettere in discussione le spiegazioni date per acquisite, spesso pappagallescamente ripetute, e le proposte non argomentate. Rovesciare. Oggi mi sembra che Parisi e con lui molti altri commentatori e politici (con me stanno pochi followers, ex-studenti…) si nutrano di luoghi comuni e rinuncino alla critica dell’esistente in nome di qualcosa che non è mai esistito. Dunque e comunque, non finisce qui.

Il libro più recente di Gianfranco Pasquino, non politologo, ma professore emerito di Scienza politica, è Minima Politica (UTET 2020). A qualcuno potrebbe interessare anche Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020)

Pubblicato su Formiche.net il 20 febbraio 2020

Ri-parte la discussione sulla #LeggeElettorale ma non arriva da nessuna parte se…

No, giornalisti, commentatori, uomini e donne dei social non dovete davvero più discutere di leggi elettorali cadendo nelle trappole di politici che stanno solo cercando la legge che li favorisce di più e che più sfavorisce i loro oppositori. Dimenticate il germanicum anche perché di tedesco ha solo la soglia di accesso al Parlamento. Chiedete che la “nuova” legge (chiamatela Brescia dal nome del deputato 5 Stelle che ne è il primo firmatario) NON abbia le liste bloccate e NON contenga pluricandidature. Valutate qualsiasi legge elettorale con riferimento al potere che conferisce agli elettori.

PD, o fuffa-truffa o reale democrazia

Stuoli (sic) di giornalisti equamente divisi fra filo-Pd e filo-Forza Italia che si preparavano a suonare la grancassa per la Grande Coalizione Arcore-style mi hanno accusato di essere filo-5 Stelle poiché ho sostenuto che le “carte” di Di Maio, nonostante gli sgarbi quotidiani, il PD doveva (deve) chiedere di vederle. Soprattutto, ho twittato che l’imposizione preventiva del rifugio nell’opposizione da parte del due volte ex-segretario Renzi è assimilabile all’eversione delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare. I sostenitori di Renzi, parlamentari e giornaliste amiche, sostengono che sono gli elettori ad averli mandati all’opposizione. Nel frattempo, però, qualcuno nel PD sta ridefinendo la posizione, troppo poco troppo lentamente.

Naturalmente, è del tutto sbagliato sostenere che gli elettori hanno mandato il PD all’opposizione. Gli elettori italiani non votavano sul quesito PD al governo/PD all’opposizione. Nessun elettore in nessuna democrazia parlamentare ha un voto di governo e/o un voto di opposizione. Comunque, gli elettori che hanno votato PD volevano conservarlo al governo del paese. Che adesso l’ex-segretario del PD interpreti il voto al suo partito come rigetto della sua azione di governo è confortante, ma troppo poco troppo tardi. Ed è sbagliato pensare che quegli elettori non desidererebbero, a determinate condizioni, che possono essere costruite, vedere il loro partito in posizioni di governo a temperare il programma degli alleati e a tentare di attuare parti del suo programma.

Quando ascolto molti parlamentari del PD ripetere senza originalità quello che ha detto Renzi, mi infastidisco. Subito dopo mi interrogo e capisco. Siamo di fronte ad un’altra conseguenza nefasta della legge Rosato. Non fatta per garantire qualsivoglia variante di governabilità, la legge Rosato non è stata, ma era prevedibile, neppure in grado di dare rappresentanza all’elettorato. I parlamentari eletti non hanno dovuto andarsi a cercare i voti. La loro elezione dipendeva dal collegio uninominale nel quale erano collocati/e e dalla eventuale frequente candidatura in più circoscrizioni proporzionali. Come facciano questi/e parlamentari a interpretare le preferenze e le aspettative di elettori che non hanno mai visto, con i quali non hanno mai parlato, ai quali non torneranno a chiedere il voto, potrebbe essere uno dei classici, deprecabili misteri ingloriosi della politica italiana e di leggi elettorali, come la Rosato. Formulata e redatta con precisi intenti particolaristici: rendere la vita difficile al Movimento Cinque Stelle, creare le condizioni per un’alleanza PD-Forza Italia, soprattutto consentire a Renzi e Berlusconi di fare eleggere esclusivamente parlamentari fedeli, ossequienti, totalmente dipendenti, per questi obiettivi, ma solo per questi, la Rosato ha funzionato.

Adesso sì che i conti tornano. Il PD va all’opposizione, almeno per il momento, perché lo dice, lo intima il capo che ha fatto eleggere la grande maggioranza dei deputati e dei senatori. Costoro, da lui nominati, dovrebbero dichiarare candidamente che seguono le indicazioni-direttive, non degli elettori, ma di Renzi. Naturalmente, nonostante tutta la mia scienza (politica), neppure io sono in grado di dire che cosa preferiscono gli elettori del PD. Sono i dirigenti del Pd, meglio se nell’Assemblea del Partito, quindi non precocemente, che debbono decidere, ma dirigenti non sono coloro che si accodano alle preferenze inespresse e che seguono opinioni e sondaggi scarsamente credibili poiché fondati su ipotesi. Dirigenti/leader sono coloro che precisano le alternative, le dibattono, le scelgono, le confrontano con le proposte degli altri. Poi, se il PD è un partito (e non un grande gazebo come vorrebbero coloro che stanno chiedendo già adesso fantomatiche primarie che servono a scegliere le candidature, per il parlamento non le ho viste, non i programmi) sottoporrà ai suoi iscritti, come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, un eventuale programma di governo concordato con altre formazioni politiche. Questa è la procedura democratica attraverso la quale si giunge al governo o si va all’opposizione. Il resto è fuffa/truffa.

Pubblicato il 30 marzo 2018