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Dialogo “La politica domani. Vai alla voce formazione” #hoimparato #GiovanieFuturo @EnricoLetta
Enrico Letta e Gianfranco Pasquino dialogano su giovani e formazione politica prendendo le mosse dal libro di Enrico Letta “Ho imparato” (Il Mulino, 2018) e dal fascicolo “Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto” (Paradoxa 4, 2018) curato da Gianfranco Pasquino.
Roma 25 febbraio 2019 Istituto Luigi Sturzo
Evento organizzato dalla Fondazione Nova Spes
Riprese video a cura di Radio Radicale
Un partito, per favore, se avete l’idea di come rifarlo
Sperare di fare crescere l’oggetto Partito Democratico a partire dalla sua attuale collocazione elettorale (e molto probabilmente abitativa dei suoi dirigenti e dei suoi parlamentari) ovvero le Zone a Traffico Limitato delle città italiane, oppure andare in mare aperto alla conquista di quella terra incognita che si chiama periferia (non solo geografica)?
Non dovrebbe essere questo il dilemma di fronte al quale i candidati alla segreteria del PD avrebbero l’onere e l’onore di dare una risposta iniziale? Finora non sono neppure riuscito a sentire il famigerato “silenzio assordante” di (in rigoroso ordine alfabetico che, casualmente è anche di vicinanza al Renzi/smo): Giachetti, Martina, Zingaretti.
Leggo, invece, che il PD, non di un segretario a capo di un’organizzazione sul territorio, avrebbe bisogno, ma borbotta Romano Prodi, di un padre (Scalfari scrive di un presidente certificando l’irrilevanza di Orfini, il presidente in carica).
Rigettando, in ossequio, come si conviene a una delle più viete e logore tradizioni della sinistra, il problema della leadership, Michele Salvati (e dire che l’aveva finalmente trovato il leader dei suoi sogni: Matteo Renzi. Gli aveva anche consigliato di continuer le combat, nelle sue parole: “Renzi, stick to your guns“) di recente ha argomentato, all’incirca per la trentesima volta in questi anni, la necessità di costruire un partito di sinistra liberale oppure liberale di sinistra. Quali ne siano i connotati di cultura politica (la presa in giro dei professoroni e dei gufi?) e quali le coordinate organizzative (oltre il giglio magico?) è, evidentemente, non soltanto per l’editorialista del Corriere, un problema irrilevante.
Per fortuna non così irrilevante da impedire ad Antonio Floridia di andare a vedere e valutare la democraticità del partito, le modalità previste dallo Statuto per garantire partecipazione e influenza, per coinvolgere simpatizzanti e potenziali elettori.
Poiché non è una detective story, la sua conclusione Floridia la mette nel titolo: Un partito sbagliato (Castelvecchi 2019). Alzata di scudi di Anzaldi, Ascani, Boschi, Romano, Serracchiani e del meritatamente ex-senatore Esposito, ripulsa sdegnata dei gruppuscoli dirigenti?
No, nessuno ha letto il libro né, in tutt’altri affari impegnati, troverà il tempo per leggerlo anche perché da leggere c’è già il Manifesto di Calenda, notissimo esperto di partiti e di rassemblements (a condizione che tengano fuori LeU), non di sistemi elettorali poiché il ruolo è occupato e presidiato da Ettore Rosato, quello della legge vigente.
Cartello europeista ‘ha da esse’ anche se, regole ciniche e bare, per il Parlamento europeo si vota con una legge proporzionale che suggerisce di trovare, costruire, appoggiare una pluralità di soggetti intorno a poche parole d’ordine con una pluralità di candidature di diverse estrazioni e con qualche curriculum europeo/europeista.
Il dilemma torna ineludibile: in quelle periferie si arriverà (non oso scrivere si “penetrerà”) ancora con nome e logo del Partito Democratico oppure è preferibile cercare il nuovo, magari dopo un’ampia discussione fra persone che, da un lato, se ne intendono, dall’altro, garantiscono di impegnarsi per un progetto ideale di lungo periodo, non per ricompense immediate e tangibili?
La rottamazione fu soltanto il tentativo, fallito, di fare piazza pulita. Oggi e domani, trascorso il lungo inverno leghista-stellato, il compito è non trovare casualmente un contenitore, ma formare un’organizzazione di uomini e donne, che non è una ditta (oggi piccola bottega artigiana che rischia lo sfratto), ma neppure un veicolo personalizzato. Che non può più in nessun modo essere il Partito Democratico che vediamo. Che è uno strumento per fare politica intesa sì come ottenere voti e conquistare cariche, ma anche come dare rappresentanza (ai cittadini, non all’indistinto popolo) e offrire capacità di governo.
“Sentinella sentinella quando finirà l’inverno?” “Quando avrete preparato la primavera”.
Pubblicato il 20 febbraio 2019 sul blog di Pasquino Huffingtonpost.it
“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”@egeaonline @RadioRadicale
Claudio Landi ha intervistato Gianfranco Pasquino sul suo nuovo saggio
“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”
(Università Bocconi Editore)
Venerdì 15 febbraio 2019
ASCOLTA
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INVITO “Post ideologia e post democrazia: quale spazio per la politica?” #Arona #9novembre
Nell’ambito degli incontri organizzati dall’Associazione Partecipazione Solidarietà Arona sul tema
“Dove va l’uomo? dal postmoderno al post umanesimo”venerdì 9 novembre 2018 – ore 21
Aula Magna Liceo E. Fermi
Via Monte Nero, AronaPost ideologia e post democrazia: quale spazio per la politica?
Relazione di Gianfranco Pasquino, autore di
DEFICIT DEMOCRATICI.
Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader
Filosofia, Democrazia, Politica #13ottobre #FestivaldelleFilosofie #Palermo
FESTIVAL DELLE FILOSOFIE
Prima edizione – Palermo 201813 ottobre ore 15:00 – 18:00
Orto Botanico
Via Lincoln, 2
Palermo, 90123 ItaliaFilosofia, Democrazia, Politica
La democrazia coincide o dovrebbe coincidere con la sovranità del popolo che sceglie i propri rappresentanti e governanti. Eppure essa, per sua stessa natura, “[…] vive in uno stato di crisi permanente, perché deve costantemente rinnovarsi per adeguarsi alle nuove situazioni, spesso impreviste, nelle quali il popolo sovrano si trova a vivere” (E. Gentile). Da qui la malattia delle democrazie contemporanee, un fenomeno non del tutto nuovo che sembra averci condotto a una situazione anomala i cui attori principali sono i governanti, e in cui il popolo è presente solo come comparsa occasionale. A che tipo di evoluzione e mutazione è soggetta la democrazia rappresentativa? E se la filosofia ha avuto un ruolo cruciale nella definizione dei sistemi politici antichi e moderni, che genere di funzione può svolgere oggi, rispetto alla constatazione di una morte della democrazia, o di una sua imminente rinascita?
Relatori
Gianfranco Pasquino – accademico dei Lincei e professore emerito di scienza politica Università di Bologna
Aldo Schiavello – professore ordinario di filosofia del diritto Università di Palermo
Antonio La Spina – professore ordinario di sociologia Università LUISS
Discussant
Sorina Soare – ricercatrice di scienze politiche e sociali Università di Firenze
“Quel che so sulla politica. Come studiarla, con metodo comparato, come raccontarla, come apprezzarla” #IlRaccontodellaPolitica
IL RACCONTO DELLA POLITICA
Lezione introduttivaQuel che so sulla politica.
Come studiarla, con metodo comparato, come raccontarla, come apprezzarla“Se volete capire la politica dovete conoscerne i meccanismi, le tecniche, le Istituzioni. Dovete capirla se volete cambiarla. La politica nella quale viviamo non è una buona politica e per cambiarla bisogna acquisire le conoscenze. Cercherò di darvi queste conoscenze in chiave comparata. Cercherò di offrirvi tutto quello che so, tutto quello che ho imparato da Bobbio e Sartori, tutto quello che penso si possa ancora imparare…“
Rappresentanza parlamentare e responsabilità politica VIDEO @RadioRadicale #Perugia @liberiegiusti
Dibattito organizzato da Libertà e Giustizia
Rappresentanza parlamentare e responsabilità politica
Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna
Mauro Volpi Professore Ordinario di Diritto Costituzionale Università di Perugia
introduce Mario Martini Coordinatore Circolo LeG Umbria
Rappresentanza parlamentare e responsabilità politica
“Lega e M5s? Non chiamateli populisti” #Intervista @Lettera43

Il Carroccio è “sovranista”, il Movimento “democraticista”. Salvini e Di Maio? “Hanno paura di scottarsi”. Dal “declino di Berlusconi” alla “incompetenza dei renziani”: il politologo a ruota libera.
Intervista raccolta da Attilio De Alberi
Dopo quasi due mesi e mezzo di stallo, l’Italia vede all’orizzonte un possibile governo grazie alla convergenza tra la Lega e il Movimento 5 stelle (M5s). A sentire le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini, bisognerà aspettare ancora qualche giorno per sapere come andrà a finire e l’ipotesi di uno strappo non è da escludere, anche se Luigi Di Maio parla di un governo di legislatura in un’ipotetica Terza Repubblica. Diversi osservatori, tra cui il sociologo Domenico De Masi, che definisce questo potenziale governo come quello più a destra nella storia italiana dal 1946, prevedono che il M5s uscirebbe fagocitato dalla Lega di Salvini.
RISCHIO DISAFFEZIONE Secondo uno studio dell’istituto Cattaneo, il 45% tra i supporter del M5s – anche se questo insiste nel definirsi post-ideologico – è di sinistra; potrebbe dunque verificarsi un fenomeno di disaffezione di fronte all’alleanza con un partito dichiaratamente di destra come la Lega. Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna, siamo arrivati allo stato attuale delle cose “perché è crollato il sistema dei partiti, che ha avuto una botta fortissima da Berlusconi, e non si è mai più ricostituito”. Questo, dice a L43, “ci rende ‘eccentrici’ rispetto al resto dell’Europa, ed è difficile cambiare la politica di un Paese se non ci sono delle strutture che abbiano una ragionevole aspettativa di durare almeno 5-10 anni: senza di queste l’elettorato sarà sempre mobile, mutevole”.

A cosa è dovuto l’ennesimo ritardo nella formazione di un governo Lega-M5S, oltre al continuo mistero sul nome del candidato premier?
Le distanze programmatiche sono notevoli, i temi controversi molti, il nome del presidente del Consiglio non sanno neanche da parte cercarlo, i due capi politici hanno un’enorme paura di scottarsi. Il pentastellato Di Maio è capitato in una situazione molto più grande di lui e vorrebbe fondare una nuova Repubblica, quasi fosse un De Gaulle. Accà nisciuno è fesso.
È d’accordo con De Masi, che ha definito questo eventuale governo come quello più a destra in Italia dal 1946?
No. Questo è un governo nato dalla spinta al cambiamento espressa sia dalla Lega che dal M5s. Mi pare più una battuta propagandistica e sbagliata.
Però, anche se il M5s rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra, la Lega rimane sempre, a modo suo, un partito di destra.
Sì, ma intanto la destra rappresentata da Berlusconi al governo non ci sarà.
Esiste comunque la possibilità che gli elettori del M5s che si definiscono di sinistra possano avere dei mal di pancia di fronte a questa alleanza?
Sì, ma si terranno comunque il loro mal di pancia, visto che lo scopo era quello di mandare al governo il Movimento. E prima di farsi venire il mal di pancia sarebbe meglio che vadano a leggersi i contenuti del programma concordato, per vedere se si avvicinano alle loro preferenze oppure no. Per valutare il sapore di un budino bisogna prima mangiarlo.
Sta dicendo che se si arriva ad un programma concordato sarà innovativo?
Sarà senz’altro innovativo, anche se non vuol dire necessariamente il migliore in assoluto: sarà comunque un compromesso e non è detto che sia meglio di quello dei governi precedenti.
Dal punto di vista socio-economico ci sono tre questioni sulle quali trovare una quadra: la legge Fornero, la proposta leghista della Flat tax e quella pentastellata del reddito di cittadinanza.
La legge Fornero non sarà abolita, ma al massimo ridimensionata, e quindi è da escludere un cambiamento drammatico. La Flat tax è un disastro epocale che però il M5s dovrebbe riuscire a contrattare, anche a livello di fondi. Se il M5s vuole portare avanti una qualche forma di reddito di cittadinanza dovrà trovare i fondi che, appunto, la Flat tax detrarrebbe dal bilancio dello Stato.
E rispetto al tema immigrazione?
Salvini è a favore di una posizione, il respingimento, non applicabile dal punto di vista tecnico. Quello che bisognerà fare è rivedere il Trattato di Dublino, in particolare la clausola secondo il quale il Paese di arrivo dei migranti è responsabile di tutto. Questa è la posizione del M5s e quindi bisognerà vedere dove si assesteranno dal punto di vista programmatico. La posizione sovranista di Salvini è quasi la peggiore in assoluto, però il problema immigrazione non può essere risolto com’è stato fatto finora. Ci vuole un cambio della politica europea: l’Italia da sola non ce la può fare.
A proposito di Europa, mentre la posizione del M5s è diventata ultimamente più malleabile, quella di Salvini rimane più anti-Bruxelles.
Salvini non è “più anti-Buxelles”: è un sovranista e, se potesse, farebbe uscire l’Italia dalla Ue. Se solo vedesse le difficoltà che ha comportato la Brexit, si renderebbe conto che la sua è una posizione velleitaria. Poi anche nel M5s ci sono degli elementi sovranisti. Sarà importante vedere chi viene messo come ministro degli Esteri. Se invece di Di Maio viene messo qualcuno con una visione più anti-europeista potrebbero esserci delle difficoltà. Non dimentichiamo però il warning lanciato da Sergio Mattarella in questo contesto: il nuovo governo non potrà assumere posizioni anti-Ue. Questa sua prerogativa sulla scelta dei ministri sarà chiave.
In generale, lei accetta la definizione del M5s e della Lega come movimenti populisti?
Io la respingo sia per il M5s che per la Lega. Salvini è un sovranista, ma non ha mai rifiutato la funzione delle istituzioni intermedie e non ha mai detto che il leader è il popolo, e riconosce un sistema giudiziario. Il vero populista era semmai Berlusconi che diceva: “Sono stato eletto dal popolo e quindi non possono giudicarmi”.
E il M5s?
Neanche il Movimento è populista. Certamente Beppe Grillo ha degli accenni populisti, ma Di Maio non può esser definito tale. Il M5s si è piuttosto incanalato in una deriva “democraticista”, ossia l’idea che tutti possano decidere su tutte le tematiche.
Rientra in quest’attitudine democraticista la proposta di far votare online sulla piattaforma Rousseau l’accordo con la Lega?
Si tratta di una mossa drammaticamente democraticista che merita tutte le nostre critiche.
Perché?
Non sappiamo esattamente come funziona questa piattaforma, chi la controlla e chi la manipola. Non è cattiva l’idea di far votare gli iscritti sul programma di governo. Anche l’Spd in Germania ha fatto delle votazioni online, ma quello è un partito vero, cosa che il M5s rifiuta di essere. Non sapremo da chi e da quanti verrà valutato il programma giallo-verde. Si tratta di un pasticcio di democrazia diretta.
Si dice che le percentuali di quelli che andranno in realtà a votare saranno minime.
Ma lo sono già state: 80 mila persone rispetto al numero di persone che vanno a votare è una percentuale infima. E rimane da vedere chi ha veramente accesso alla piattaforma Rousseau.
La cosiddetta “benevola astensione” di Berlusconi potrebbe implicare una sua influenza da dietro le quinte sul governo?
L’opposizione potrebbe farla dura, ma in ogni caso non ha i numeri. Se la Lega e il M5s riescono a rimanere compatti, qualsiasi opposizione si scontrerebbe contro la loro compattezza. E in ogni caso, seppur riabilitato, Berlusconi è in declino. Questo rimarrà comunque il migliore dei governi possibili per lui, perché non credo passerà una legge sul conflitto d’interesse, cosa assai più probabile nel caso di un governo M5s-Pd.
Veniamo alla sinistra. Si può dire che sia allo sbaraglio?
È più corretto dire che è allo sbando. Se poi per sinistra intendiamo LeU e Potere al Popolo possiamo dire che essa è quasi inesistente. Il Partito democratico è un esperimento praticamente fallito. E finché non si riprenderà da questo esperimento, rimarrà quello che è.
Cioè?
Un insieme sparso di persone, alcune delle quali ancora legate al passato, e nessuna in realtà capace di ricostruire quello che è necessario, ossia una presenza sul territorio. Il gruppo dirigente intorno a Matteo Renzi è fatto da persone incompetenti, ignoranti, con nessuna tradizione di sinistra, e che quindi non possono costruire una cultura politica di sinistra. Questo problema era già presente alla nascita del partito nel 2007, laddove mancò una seria discussione culturale. Al di là di qualche riscontro a livello elettorale, Renzi ha poi dato il colpo decisivo.
Pubblicato il 15 maggio 2018 su Lettera43









