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Salvini può sognarsi la guida della Destra, ha più possibilità persino Maroni
Intervista raccolta da Giorgio Velardi
Altro che “Trump italiano”. La leadership del centrodestra il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, può sognarsela. Parola del politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna. “A quel punto meglio Roberto Maroni – dice a La Notizia –. Peccato non spinga fino in fondo sull’acceleratore”.
Andiamo verso un centrodestra italiano a trazione leghista?
La prospettiva di un centrodestra italiano a trazione leghista credo che non esista.
Cosa la porta a dire questo?
Il fatto che in questo Paese per vincere c’è bisogno di un leader che non sia troppo distante dal centro. I voti delle ali estreme convergono in quella direzione, mentre non avviene il contrario. Salvini non può diventare il capo di quell’area, ma al tempo stesso può impedirle di riunificarsi. Dall’altra parte, Berlusconi continua a non trovare un successore. E probabilmente non lo troverà mai, perché è unico nel suo genere.
Il Cavaliere ha “scaricato” l’ennesimo delfino sul quale aveva investito, Stefano Parisi. Era quello più sacrificabile se messo a confronto con Salvini?
Non penso che Berlusconi abbia investito su Parisi. È vero il contrario: l’ex candidato sindaco di Milano ha puntato su di sé probabilmente esagerando, vista la sconfitta rimediata contro Sala. Del resto, il leader di Forza Italia ha sempre avuto dei tratti che lo accomunavano a Umberto Bossi: populista elegante il primo, rampante il secondo. E sa che il rapporto con il Carroccio è fondamentale, altrimenti le chance di un’eventuale vittoria sarebbero ridotte al lumicino.
Ma quindi un Trump italiano non esiste proprio?
Trump è il Berlusconi americano, che grazie a quel sistema elettorale ha vinto contro la Clinton. Nel bene e nel male, se non ci fosse l’ex presidente del Consiglio non avremmo nessun “nostro” Trump.
E la Meloni? Lei continua a chiedere le primarie, da sempre annunciate a destra e mai diventate realtà.
Ha le caratteristiche per poter guidare uno schieramento di centrodestra, ma il problema in questo caso è un altro.
A cosa si riferisce?
Prima che il centrodestra affidi a una donna la leadership passerà ancora molto tempo. Anche perché se la Meloni scendesse in campo dovrebbe confrontarsi con Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, le candidate di Berlusconi. Bene fa la leader di Fratelli d’Italia a chiedere le primarie: sono un elemento di mobilitazione ma vanno organizzate bene, altrimenti rischiano di disaggregare. Anche perché il Cavaliere spingerà una sua figura che poi potrà controllare.
Berlusconi rimane un brand. La prospettiva resta la candidatura di uno dei suoi figli?
Era una prospettiva esistente ma credo che sia passata. Marina ha dimostrato in questi anni di avere delle capacità per raccogliere il testimone del padre, ma ha perso l’attimo. Stesso discorso per Piersilvio: è troppo tardi.
Secondo lei in che direzione si va?
È difficile da dire, anche perché non ci sono figure vincenti. Forse fra quelli che oggi popolano quell’area il migliore è Raffaele Fitto. Ma…
Quali problemi vede in questo caso?
Per il centrodestra è fondamentale l’elettorato del Nord, e Fitto non ha quella caratura per poterlo raggiungere.
E un outsider non esiste proprio?
Una figura che potrebbe aggregare bene le anime sparse c’è e si chiama Roberto Maroni, leghista moderato e governante. Certo, non è una novità. E non lo vedo spingere sull’acceleratore fino in fondo.
Alfano sta cercando di rientrare nelle grazie di Berlusconi. Ci riuscirà?
La dico brutalmente: Alfano, che non è un leader, vale il 3/3,5%, Salvini il 12. Credo che questo Berlusconi lo sappia bene.
Tw: @GiorgioVelardi
Pubblicato il 16 novembre 2016 su lanotiziagiornale.it
La politica non parli alla pancia
Vince le elezioni, scrivono accigliati commentatori, di destra e di sinistra, chi sa ascoltare e/o parlare alla pancia degli elettori. Che cosa sia e che cosa contenga quella pancia non è chiaro. Presumibilmente, nessuna pancia è interessata ai programmi dei candidati e dei partiti. Anzi, per restare in metafora, non li vuole proprio digerire; quindi, se ne disinteressa. Eppure, spesso, proprio gli stessi accigliati commentatori e troppi dei loro lettori hanno affermato: “prima i programmi poi le persone”. Invece, le pance degli elettori fanno sapere che conta quello che percepiscono o che viene loro comunicato proprio riguardo le personalità dei candidati. La linea distintiva passerebbe tra i candidati che fanno parte dell’establishment e quelli che lo sfidano, tra candidati che conservano e candidati che innovano. Questa seconda distinzione non è facile per nessuna pancia poiché richiede qualche approfondimento. Più precisamente, però, nella pancia degli elettori si annidano umori e malumori, disagi e insoddisfazioni, critiche e risentimenti che, molto spesso hanno concrete fondamenta e che non debbono essere in nessun modo trascurati e snobbati. Lo snobismo sarebbe l’atteggiamento esiziale di parte significativa della sinistra, radical chic, ma anche no, che di quei malumori e di quei rumori di pancia non vuole interessarsi, anche perché spesso non saprebbe come farlo.
Fin qui la narrazione che, diciamocelo, non è particolarmente lusinghiera per nessun elettorato talvolta accusato di non sapere ragionare politicamente con la testa, ma oggi troppo spesso blandito per i suoi umori viscerali. Se fosse davvero così, allora in crisi non sarebbe soltanto la politica, ma la politica democratica esposta a elettori che poco sanno, meno s’informano sulle differenze di programmi e di conseguenze, anche per loro, dell’attuazione di quei programmi, ma che sono decisivi nel dare potere decisionale. A chi lo consegnano questo potere? Quasi inevitabilmente, gli elettori che pensano con la loro pancia rispondono ai politici che parlano a quella pancia. Si fanno ingannare da promesse altisonanti. Credono che le semplici(stiche) affermazioni “vi ho ascoltato”; “sto con voi contro l’establishment”; “porterò la vostra voce nei palazzi del potere/ contro i palazzi del potere”, serviranno a migliorare le loro condizioni di vita. Invece, sia ascoltare la pancia degli elettori sia interpretarla e blandirla sono pratiche, peraltro, raramente effettuate in maniera assoluta, populiste.
Èproprio il rapporto emotivo fra masse di elettori scontenti e male informati e un leader politico che promette la luna a caratterizzare senza ombra di dubbio il populismo di ieri (l’America latina offre numerosi esempi) e il populismo di oggi (con esempi ancora non vincenti nell’Unione Europa e dintorni). Il gravissimo rischio è che chi cede alla presunta necessità di ascoltare la pancia degli elettori finisca per dimenticarsi che la politica, in special modo se vuole essere e rimanere democratica, necessita e si basa su cittadini interessati, informati e partecipanti. La promessa della democrazia è quella di fare crescere le competenze dei cittadini affinché scelgano in maniere più informata e consapevole i loro rappresentanti e i loro governanti, affinché siano in grado di controllare l’operato di quei rappresentanti e governanti per sostituirli quando i risultati delle loro azioni sono insufficienti.
Allora, senza necessariamente mettere da parte le pulsioni emotive dell’elettorato, che, peraltro, coinvolgono tutte le sfere della vita, ai politici non bisogna chiedere né di ascoltare la pancia degli elettori né, tanto meno, di rispondere essi stessi con la pancia. Al contrario, la parte del corpo che deve essere usata è la testa: spiegare, argomentare, valutate, eventualmente cambiare motivatamente idea e suggerire soluzioni diverse: questo è il compito primario di un politico che desideri diventare rappresentante e governante. Parlare alla testa dei suoi concittadini, elettori e oppositori, è l’unica vera ricetta democratica. Non funzionerà sempre, ma sempre contribuirà a un dibattito civile e a fare crescere culturalmente la cittadinanza.
Pubblicato AGL il 15 novembre 2016
Riflettere sulle analogie
Uomini bianchi in perdita di status, impoveriti, che vedono le loro radici messe in discussione, che temono che quel poco che rimane loro del sogno (non solo americano) sia lacerato non da altri sogni, ma dall’incubo di un’immigrazione sregolata, stanno decidendo le sorti dell’Occidente. In Gran Bretagna hanno detto che preferiscono orgogliosamente vivere nella loro isola, in “splendido” isolamento. Negli USA hanno mandato il messaggio che persino un miliardario, purché bianco, un po’ sessista, maleducato, con qualche accento di xenofobia, ma distante dall’establishment politico è preferibile a una donna che di quell’establishment è parte integrante, che rappresenta anche i privilegi, che avrebbe garantito more of the same, proprio la continuità che gli incattiviti bianchi non vogliono affatto. Un po’ in tutta Europa sale quest’onda di reazione contro il permissivismo dei ceti-medio alti, i loro privilegi, talvolta il loro ipocrita paternalismo.
Senza esagerare le somiglianze, è possibile cogliere alcuni elementi preoccupanti anche in un microcosmo come Bologna? L’omogeneità del tessuto sociale del passato s’è perduta da tempo. Una parte della cittadinanza vive bene, gode della sua posizione, talvolta esibisce quel tanto di paternalismo che ritiene appropriato al suo status. Si permette anche di criticare coloro che esprimono preoccupazioni, non solo egoistiche, nei confronti degli immigrati. Quella parte di cittadini divenuti privilegiati, magari anche grazie al duro lavoro dei nonni e dei padri, non capisce perché si debba intervenire per ridurre le diseguaglianze che loro hanno superato lavorando, con impegno e con senso civico. Non è possibile conoscere a fondo le loro impressioni e valutazioni sull’immigrazione e sulle diseguaglianze, sul disagio della condizione giovanile, che non voglio esagerare e al quale quei cittadini benestanti rimediano facilmente per i loro figli. Sicuramente provano un po’ di ostilità nei confronti di qualsiasi rivendicazione, per di più espressa non nei canali tradizionali, ma nel disordine. Non raccontano quello che pensano poiché sanno che a Bologna, forse più che altrove, i politicamente corretti esprimerebbero disapprovazione per qualsiasi critica agli immigrati e a un malposto, buonismo.
Almeno in via d’ipotesi sembra lecito temere che qualcosa si muova sotto la classica coperta del perbenismo bolognese. Gli insoddisfatti mugugnano, ma non hanno la voglia, il coraggio? la sfrontatezza?, di esprimere apertamente posizioni e visioni diverse. Troppo facile dire che la politica bolognese non ha neppure colto gli indizi di questa situazione poiché essa stessa è parte del problema. Difficile dire se la società bolognese saprà metabolizzare cambiando oppure se si stia avvicinando a un punto di rottura. Magari sfruttato/strumentalizzato da un piccolo Trump locale.
Pubblicato il 10 novembre 2016
Senato: una riforma da riscrivere
Giustificare la cattiva riforma del Senato è impossibile per chi continua a dire, come fa Franco Pizzetti, che il bicameralismo italiano attuale è “perfetto”. Peggio, Pizzetti sostiene che il bicameralismo dello Statuto Albertino, che il fascismo non toccò, era altrettanto perfetto. Quel bicameralismo, con il Senato tutto non elettivo, ma di nomina regia, fu, evidentemente, già molto imperfetto. Non è neppure vero che il bicameralismo che l’Italia ha avuto dal 1948 a oggi sia stato qualcosa che nessuno dei Costituenti desiderava e di cui era scontento. Mi limito a citare l’opinione, certamente autorevole, di Meuccio Ruini, Presidente della Commissione dei 75, che scrisse la Costituzione. “La Commissione … ha ammesso la bicameralità … poiché è apparso necessario non abbandonarsi sul piano inclinato del Governo di una sola Assemblea o Convenzione. Anche nella forma più o meno felice che è venuta fuori, la Camera dei Senatori non è un duplicato dell’altra”. Aggiungo che tutti i dati disponibili indicano che il bicameralismo italiano paritario, che è l’aggettivo corretto, non ha mai impedito ai governi di legiferare approvando in tempi decenti, spesso anche sotto pressione della decretazione d’urgenza, i disegni di legge che traducevano i programmi in politiche pubbliche.
La riforma oggetto di referendum nasce, non da considerazioni miranti a migliorare il funzionamento del Parlamento e del sistema politico italiano quanto da un episodio: la mancanza dopo le elezioni del febbraio 2013 in Senato di una maggioranza simile a quella di cui godeva il Partito Democratico alla Camera, ma soltanto perché gonfiato dall’ingente premio in seggi. Ridurre le poltrone, come dice e ripete il Presidente del Consiglio, con lessico venato di populismo, e diminuire, peraltro di poco, i costi, non produce affatto una situazione migliore dell’attuale. Infatti, la composizione del prossimo Senato, se vinceranno i “sì”, sarà pasticciata e i suoi compiti risulteranno confusi.
Non è tuttora possibile sapere se i Senatori e i sindaci saranno semplicemente nominati dai Consigli regionali, ma già sappiamo che dovranno rispettare la proporzionalità degli esiti elettorali. Quindi, non rappresenteranno le regioni, ma i partiti che li hanno designati. Difficile poi dire che cosa rappresenterebbero i cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica. Quanto ai compiti, in particolare al coinvolgimento del Senato nell’attività legislativa, i consiglieri regionali e i sindaci senatori avranno la prerogativa, che dovrebbe essere limitata ai soli rappresentanti eletti dal popolo, di legiferare in materia elettorale e di revisione costituzionale insieme ai deputati eletti. Il Senato si occuperà, con quali competenze?, in maniera quasi esclusiva di quello che riguarda gli importantissimi rapporti fra Italia e Unione Europea e addirittura avrà il compito, che dovrebbe fare tremare le vene ai polsi di chi, quasi sicuramente, non ha nessuna preparazione specifica, di valutare le politiche pubbliche, vale a dire costi, benefici, impatto, conseguenze di quanto fatto dal governo e attuato dalla burocrazia. Infine, potrà “richiamare” le leggi approvate dalla Camera e introdurvi modifiche, ma l’ultima decisiva parola spetta ai deputati.
Quanto ai rapporti fra Stato e regioni, che, comunque, dovranno sottostare, tutte le volte che il governo lo vorrà, alla clausola di “supremazia statale”, non sono pochi coloro che rilevano che sarebbe stato sufficiente potenziare la Conferenza Stato-Regioni, organismo snello ed efficiente che ha regolarmente funzionato con reciproca soddisfazione. Alla fin della ballata, hanno sottolineato molti ex-Presidenti della Corte Costituzionale, persone più che informate dei fatti, è prevedibile un aumento dei conflitti e dei ricorsi alla stessa Corte (che ne farebbe volentieri a meno). Si poteva fare di meglio, molto, imitando il Bundesrat: 69 rappresentanti espressi dalle maggioranze che vincono le elezioni in ciascun Land. La riforma del Senato non è meglio di niente. E’ peggio dell’esistente. Solo respingendola si apre la strada, certo faticosa, a una riforma migliore.
Pubblicato AGL il 19 ottobre 2016
Referendum, i buoi e il popolo
Eh, già, il quesito referendario, quello che troveremo sulla scheda, è un po’, come dire, “orientante”. Volete voi tante cose belle risparmiando tempo, poltrone e soldi? Basta un Sì. Sobbalzano sulle loro poltrone commentatori austeri, ma anche no; colti, magari non proprio; inventivi assolutamente sì poiché con la machiavelliana “realtà effettuale” preferiscono non sporcare i tasti del loro PC. E’ un disastro, annuncia Aldo Cazzullo nell’editoriale “Referendum, una trappola per le èlite” (Corriere della Sera, 5 ottobre). Gli italiani, sostiene, sono dei bastian contrari. Hanno la tendenza a dire no, sempre no, fortissimamente no. Un famoso fiorentino, tal Alighieri Dante, non la pensava così. Infatti, scrisse a preclare lettere due versetti famosetti riferiti proprio all’Italia: “le genti del bel paese là dove il sì suona” (Inf. XXXIII, vv. 79-80). Su questi versetti fece affidamento un altro toscano, appena meno famoso di Dante, il più volte Primo ministro Amintore Fanfani, nella sua campagna referendaria per abrogare la legge sul divorzio. I no prevalsero e da allora, spiegano sussiegosi e preoccupati (per le sorti del BelPaese) i commentatori del renzismo, il NO vince. Dopodiché, anche senza l’ausilio di Galileo Galilei e dei molti eccellenti scienziati e matematici che l’Italia ha avuto, sembra utile andare a vedere i dati.
Dal maggio 1974 all’aprile 2016 si sono tenuti in Italia 67 referendum abrogativi. I “sì” hanno vinto 23 volte; i “no” 16 volte. In ventisette dei ventotto casi nei quali non è stato raggiunto il quorum, hanno, inutilmente, prevalso i “sì”; una sola volta il non-successo ha arriso ai no. Prima del referendum costituzionale indetto per il 4 dicembre, si sono tenuti due referendum costituzionali . Nell’ottobre 2001, il centro-sinistra si è fatto confermare senza che ne esistesse nessuna necessità la sua mediocre riforma del Titolo V della Costituzione, adesso ripudiata persino da uno dei suoi estensori. Nel giugno 2006, il centro-sinistra versione Unione guidata da Prodi ha ottenuto l’abrogazione della Grande Riforma di Berlusconi e Fini. Nel primo caso, affluenza 34 per cento, vinsero i “sì”; nel secondo, affluenza 52 per cento, la vittoria fu del “no”. Ci fu anche un referendum consultivo per conferire poteri costituenti al Parlamento Europeo. Tenutosi in concomitanza con le elezioni europee, la partecipazione fu elevatissima: 80,8 per cento. I favorevoli, “si” furono l’88 per cento. Insomma, l’Italia, contraddicendo Cazzullo & Bad Company, dimostra di essere piuttosto il bel paese delle genti di Dante che fanno suonare il “sì”.
Da questi dati appare con chiarezza che non esiste nessuna propensione degli elettori italiani a votare in prevalenza contro le elite, anche perché risulterebbe davvero azzardato pensare che gli italiani attribuiscano la qualifica di elite ai loro governanti e ai loro parlamentari. Anzi, tutte le classifiche di prestigio collocano i “mestieri” di governante e di parlamentare verso gli ultimi posti, poco sopra i sindacati e i partiti. Allora, rilevato con fastidio il tentativo subdolo di influenzare gli elettori chiamandoli a non contrapporsi al Parlamento (copyright Boschi) e alle elite politiche che hanno fatto un duro lavoro e a non bocciarlo con un loro “no” populista, non resta che mettere in rilievo quello che è il punto più evidente e più rassicurante delle votazioni referendarie. Gli elettori italiani hanno regolarmente valutato le scelte in campo, le alternative e le conseguenze/implicazioni e hanno votato sul merito. Quando né le scelte né le conseguenze apparivano loro chiare si sono comprensibilmente astenuti. Chi pensa che il popolo è bue dovrebbe riflettere sulla sua personale concezione di democrazia.
Pubblicato AGL il 12 ottobre 2016
La leggenda della crisi della democrazia
Articolo pubblicato sul n. 118 del mensile “Formiche”, con il titolo Democrazia contro crisi delle democrazie (pp. 62-63).
Quando si parla di “crisi” con riferimento alle democrazie bisogna effettuare e mantenere fermissima una distinzione preliminare, che è cruciale, fra crisi della democrazia e crisi nelle democrazie. Sarò perentorio: non c’è nessuna crisi della democrazia in quanto regime che offre ai cittadini elezioni libere, eque, competitive con le quali scegliere e sconfiggere rappresentanti e governanti e che protegge, promuove e garantisce i diritti delle persone, da quelli dei bambini a quelli delle donne, da quelli degli anziani a quelli dei disabili, a quelli dei migranti. Certo, queste democrazie, che chiamiamo liberal-costituzionali rappresentano una netta minoranza dei regimi politici esistenti, non più di trentacinque, al massimo, generosamente, quaranta. Però, dappertutto nel mondo, dal Venezuela allo Zimbabwe, ci sono uomini e donne che lottano, vengono malmenati, messi in prigione, rischiano la vita e spesso la perdono proprio in nome di quella democrazia delle regole e dei diritti. Nessuno di loro può permettersi il lusso fra un vernissage e un concerto, fra una sfilata di moda e una gita in barca, di sostenere che la democrazia è in crisi. Il modello democratico di rapporti fra cittadini e autorità, di partecipazione nelle istituzioni e contro di loro, di conquista, di esercizio e di distribuzione del potere, costruito in un paio di secoli e faticosamente perfezionato, è vivo, valido, imitabile. Nessuna crisi della democrazia, anzi, a giudicare dalla sua espansione negli ultimi trent’anni, grande capacità attrattiva.
Invece, esistono, eccome, difficoltà, problemi, inconvenienti, sfide che, volendo, possiamo anche chiamare “crisi”, all’interno delle democrazie realmente esistenti. Non sarò così altezzoso, così professorone da lasciare le lancinanti preoccupazioni sul futuro delle nostre democrazie agli attempati nouveaux philosophes, ai tardissimi francofortesi, agli accigliati editorialisti del “Corriere della Sera” e de “la Repubblica, tutti maestri delle aggettivazioni, e neppure agli scettici intellettuali latino-americani, sempre parte del problema, mai disposti a cercare le soluzioni. Indico, qui, quelle che mi paiono le difficoltà più visibili nel funzionamento delle democrazie contemporanee.
La prima mi pare chiarissima. Avendo avuto successo nella loro vita professionale, molti cittadini non pensano di dovere contribuire alla vita pubblica poiché sono convinti che le decisioni politiche incideranno poco sul loro lavoro, sul loro prestigio, sul loro denaro. Sì, l’individualismo egoista è un problema di non poche democrazie contemporanee. Si accompagna al e accompagna il declino, con tutte le differenze dei vari casi e contesti, dei partiti politici e, più in generale, delle associazioni che, come dovremmo tutti ricordare, sono considerate, da Tocqueville in poi, la spina dorsale delle democrazie. Chi va a giocare a bowling da solo difficilmente andrà ad un dibattito politico, svolgerà azione sindacale, parteciperà alla vita di associazioni di volontariato. Calmiererà la sua coscienza facendo donazioni con il sistema PayPal e via con il suo lavoro. Non riuscirà mai ad essere “felice”, come ha notato con grande acume Albert O. Hirschman, ma se non conosce il lato positivo dell’impegno democratico, non sarà neppure troppo infelice, pur nella sua inutilità “democratica”. È in queste persone, cresciute di numero e di influenza sociale in tutte le democrazie consolidate che, più o meno dormienti, si annidano i batteri dell’antipolitica. Anche, ma non solo, de Italia fabula narratur.
So che il lettore mi sta aspettando al varco, vale a dire alle forche caudine del populismo. È la sfida populista la minaccia più grande e più grave alle democrazie realmente esistenti? Sono i populisti che sotterreranno i regimi democratici (a cominciare da una, peraltro sempre più improbabile vittoria di Trump negli USA), ma anche l’Unione Europea? Tutto al futuro poiché il populismo, tranne due o tre eccezioni latino-americane, non ha vinto da nessuna parte. Con Yves Mény e Yves Surel, autori di un bel libro (ndr Par le peuple, pour le peuple. Le populisme et les démocraties), dirò che il populismo non può essere espunto da nessuna democrazia. Se dalle democrazie si toglie il popolo, il demos rimane il kratos che non ha mai propensioni democratiche. Una striscia di populismo sta in tutti i regimi democratici, a cominciare dal governo di Lincoln “dal popolo, del popolo, per il popolo”. Può pericolosamente ingrossarsi laddove, in assenza di associazioni intermedie o per loro debolezza, qualcuno riesca a fare appello ad un popolo disorganizzato, indifferenziato, desideroso di una rappresentanza facile e non esigente.
Non manderò nessun messaggio di redenzione e di salvezza. Chi non ha ancora capito che i populisti offrono soltanto promesse di sollievo temporaneo, che giovano al leader e ai suoi collaboratori/collaboratrici, è politicamente malmesso. Costruendo con pazienza e competenza associazioni e istituzioni, diventa possibile tenere a bada qualsiasi insorgenza populistica. Forse, oggi, l’insorgenza deve trovare una risposta europea anche se i populisti sono sempre leader molto provinciali. Chi non vuole costruire una democrazia europea, a partire dall’Unione, lascia ampi spazi ai populismi nazionali. Per tornare al punto di partenza, la crisi non è, comunque, della democrazia, ma nelle democrazie, nei loro cittadini incolti, pigri, egoisti.
Intervista sull’Europa
Con questa intervista a Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, proseguiamo il nostro lavoro di approfondimento sul tema dell’integrazione europea. L’intervista è a cura di Lorenzo Mesini e di Andrea Pareschi.
Che cos’era e che cosa ha rappresentato il federalismo europeo nei decenni del processo di integrazione?
All’inizio il federalismo europeo era esattamente una dottrina relativa alle modalità con cui bisognerebbe costruire uno stato federale. Un certo numero di stati, nello specifico sei, si misero d’accordo per cedere parte della loro sovranità su alcune risorse molto importanti (carbone, acciaio e soprattutto energia nucleare) a un’autorità sovranazionale. Incominciò tutto dal 1949 fino al 1957, quando si firmò il Trattato di Roma, che fu un trattato sovranazionale che diede slancio a un processo veramente federale.
Quali erano i punti di forza del programma federalista? in che misura si distingueva dall’approccio neo-funzionalista (Monnet) e da quali punti erano accomunati?
I punti di forza del programma federalista erano due. In primo luogo alcuni stati non si sarebbero più fatti la guerra (che rappresentava il problema storico dell’Europa, soprattutto dopo le due Guerre Mondiali ma non solo). In secondo luogo, mettendo insieme determinate risorse, si sarebbe riuscito a produrre anche un grande sviluppo economico. Quindi l’obiettivo era la pace e la prosperità. Credo che oggi questi obiettivi siano stati ampiamente raggiunti anche se ovviamente si discute su quanta prosperità stiamo perdendo perché non riusciamo a risolvere certi problemi. Monnet pensava che l’integrazione a livello europeo di determinate aree di cooperazione e collaborazione avrebbe avuto effetti anche su aree contigue. Questo avrebbe favorito un’integrazione progressiva verso un grande mercato comune, mercato che a sua volta avrebbe richiesto inevitabilmente uno stato, uno stato regolatore che a quel punto doveva essere uno stato federale.
La figura di Altiero Spinelli, oltre al suo indubbio valore simbolico, che ruolo ha esercitato, con la sua opera politica e il suo pensiero, sul corso effettivo del processo di integrazione? In quali fasi, se ci sono state, l’influsso di Spinelli è stato più sensibile?
Spinelli è stato importantissimo nel contesto italiano, non soltanto come fondatore del Movimento Federalista Europeo (1943) ma anche per i rapporti interpersonali che era riuscito a tessere prima con De Gasperi e poi, nel momento più importante, con Nenni (fine degli anni Sessanta). Inoltre fece cambiare posizione al PCI, che era sostanzialmente ostile al processo di unificazione europea e che invece a metà degli anni Settanta giunse ad accettare l’Europa. Al riguardo bisogna ricordare il famoso discorso di Berlinguer che da questa parte della cortina di ferro si sentiva più sicuro. Spinelli convinse il partito comunista ad accettare l’Europa e a parteciparvi attivamente. Nel 1976 venne eletto dal PCI al Parlamento Europeo, per altro dopo esser già stato commissario europeo (1970-1976). Venne poi rieletto nel 1979 e nel 1983. Per quanto riguarda i rapporti con gli altri paesi c’è un movimento federalista europeo che deve la sua ispirazione e la sua nascita anche agli sforzi di Spinelli. Inoltre tutto quello che precede l’Atto Unico (1986) è, in una certa misura, preparato da Spinelli, che voleva un nuovo trattato, ma alla fine prese atto che il massimo che si poteva ottenere in quel momento era l’Atto Unico. Scrisse un documento importantissimo intitolato Per un’Unione più stretta. Poi purtroppo morì nel 1986. È difficile dire se oggi ci sia un suo erede. In una certa misura possiamo dire che una visione di tipo federale è stata quella sostenuta dai Radicali, da Pannella, da un lato, e da Emma Bonino, dall’altro. Però il primo è morto, purtroppo Emma Bonino sta male e quindi non c’è più questa presenza. Oggi, il pensiero federalista europeo in Italia è molto debole. C’è un centro studi federalistici a Torino, che secondo me è il migliore in Italia, ma non molto di più.
Venendo alla fase più recente dell’integrazione, inaugurata dal trattato di Maastricht, in che modo le forme concrete attraverso cui questo processo si è configurato, si relazionavano all’ideale federalista? Come commenta questa importante tappa rappresentata dal trattato di Maastricht, avendo presente gli sviluppi politici successivi?
Maastricht è uno dei trattati più importanti, naturalmente. Su un punto possiamo essere tutti d’accordo: Maastricht inserì pienamente la Germania unificata (1990) in Europa. Maastricht aprì inoltre la strada alla riflessione sul potenziamento del mercato comune, del mercato unico e poi all’Euro. Quindi Maastricht ha rappresentato una svolta di grandissima importanza.
Al tempo delle discussioni in merito all’adozione dell’euro, prevalse un’interpretazione secondo la quale, l’unione monetaria non comportava necessariamente il trasferimento di competenze fiscali e finanziare a livello comunitario. Era diffusa la convinzione che un sistema di vincoli, che poi si concretizzò nel patto di stabilità, unitamente a una politica monetaria comune, fossero sufficiente a garantire un’adeguata gestione dell’unione monetaria. Jacques Delors riteneva invece che viste le notevoli differenze socio-economiche tra i paesi membri fosse necessario perseguire attivamente una politica di convergenza. Alla luce degli sviluppi successivi, che giudizio da oggi di questo dibattito? Ci furono a suo avviso carenze e/o errori evitabili?
Delors aveva sicuramente ragione. Però non riuscì a convincere un numero sufficiente di capi di stato e di governo del fatto che quella era la direzione giusta in cui bisognava andare. Però, tutti erano consapevoli del fatto che la moneta unica costituiva una premessa e che poi occorreva andare verso una politica monetaria comune e verso una una vera politica finanziaria ed economica condivisa. Le prospettive erano chiare a tutti a Maastricht, ma molti stati erano riluttanti ad andare in quella direzione. Finita la presidenza Delors, i successivi presidenti non hanno avuto la stessa forza e la stessa volontà di intervenire in materia e di premere in continuazione sugli stati. Prodi, per esempio, preferì l’allargamento dell’Unione piuttosto che l’approfondimento delle sue politiche economiche.
Negli anni Duemila, ha luogo il dibattito sulla Costituzione Europea, a cui presero parte figure di grande rilievo. La successiva bocciatura del testo nei referendum francese e olandese, impose un una pausa al processo di integrazione, che riprese poi in tono minore con il Trattato di Lisbona. Che giudizio esprime su questa fase? Furono commessi errori? Quali furono le principali carenze a suo avviso?
Gli errori furono tutti dei politici nazionali. Il referendum sulla Costituzione europea in Francia venne bocciato dai socialisti che si divisero: un parte votò contro e così fece cadere il trattato. Gli olandesi probabilmente votarono contro perché volevano più integrazione, non perché ne volevano di meno. Però, anche questo fu un brutto segno: significa che i politici olandesi favorevoli all’Europa non avevano saputo condurre una campagna elettorale adeguata. Non furono capaci di insegnare che cos’è l’Europa. Ecco se dovessi dire qual è il problema vero è che molti politici quando vanno in Europa fanno finta di essere europeisti e poi quando tornano nei loro paesi sostengono invece che bisogna evitare di cedere sovranità all’Europa. C’è un atteggiamento ambivalente che non giova assolutamente all’Unione Europea e nemmeno ai politici nazionali, che si trovano poi alle prese con fenomeni di populismo che conosciamo. Questa è una fase di transizione molto complicata, irta di pericoli e senza grandi opportunità, anche perché manca la figura di un grande europeista, di un grande federalista. Ci sono qualche volta dei politici di buona volontà, ma questo non è sufficiente.
Sotto la Commissione Prodi nuovi paesi, principalmente dell’Europa orientale, entrarono nell’Unione. Ciò fu preceduto da un dibattito circa l’opportunità che tale allargamento fosse preceduto da un approfondimento, ovvero da una più incisiva integrazione tra i paesi membri. Alla luce dei recenti avvenimenti, ritiene che si sia proceduto allora in maniera lungimirante?
No, fu tutto meno che lungimirante. Fu comprensibilmente poco lungimirante: si pensò che facendo entrare questi paesi in Europa (tutti ex regimi comunisti) si sarebbe data una spinta al consolidamento di quelle democrazie. Probabilmente questo consolidamento è avvenuto, anche se vediamo che sono stati fatti diversi passi indietro, soprattutto in Ungheria e in Polonia. È stato un allargamento frettoloso, comprensibile ma non governato bene. Le conseguenze di ciò sono oggi sotto gli occhi di tutti. Questi paesi non hanno ancora acquisito una mentalità veramente europea, non hanno acquisito comportamenti autenticamente europei. Spesso costituiscono una palla al piede per coloro che vorrebbero andare più avanti nell’integrazione, ma non possono senza convincere questi paesi che sono rimasti in una situazione in cui lo stato nazione conta di più di qualsiasi progresso verso uno stato federale europeo.
La crisi economico-finanziaria ha dato grande spazio a una galassia di forze politiche che oggi viene genericamente rubricata sotto l’etichetta di “euroscetticismo” o “populismo”. Quali sono a suo avviso le cause del successo e del consenso che riscuotono queste forze politiche?
Se c’è un elemento unico che posso riscontrare è il fatto che tutte possono qualificarsi come populiste e nazionali in quanto fanno campagne essenzialmente contro l’Europa e/o contro l’Euro. Vogliono un ritorno, che oggi è praticamente impossibile, agli stati nazionali. Ma c’è un numero consistente di cittadini-elettori che temono le conseguenze di una maggior unificazione politica e le conseguenze della globalizzazione. Qualche volta hanno anche ragione perché non sono preparati ad affrontarla: ad esempio in materia di istruzione, oppure non hanno le capacità lavorative per fronteggiarla. I populisti fanno leva su questo sentimento e possono arrivare a sfruttarlo fino a un certo punto. Ma che sia chiaro: non dovrebbero. Riescono ad avere un po’ di influenza, non tanta, nei loro rispettivi sistemi politici, mentre nel Parlamento Europeo praticamente non ne hanno. Il populismo è difficile da sconfiggere una volta per tutte, anche perché elementi di scontento ci saranno sempre e i populisti li cavalcano come d’altronde è loro facoltà.
Data la natura sovranazionale dei principali problemi che gli stati e le società europee si trovano oggi a dover affrontare, nonché la presenza di una giuntura critica interna che dovrebbe promuovere l’adozione di un più coraggioso approccio ai problemi, come spiegare il mancato approdo a meccanismi e soluzioni comunitarie? Come mai l’approccio neo-funzionalista sembra non esser più applicabile? Perché oggi il metodo intergovernativo prevale su quello comunitario?
Il neo-funzionalismo non è più applicabile perché ha avuto successo, ha fatto praticamente tutto quello che poteva: ha allargato le aree di collaborazione e cooperazione, ha prodotto prosperità diffusa. Tutti i paesi che sono entrati nell’Unione Europea sono cresciuti dal punto di vista economico. Il neo-funzionalismo è arrivato per così dire al soffitto. Per sfondare il soffitto, tuttavia, non basta il modello intergovernativo che prevede la collaborazione tra gli stati così come sono e l’utilizzo di risorse che già ci sono. Solo il federalismo garantisce maggiori risorse e una loro migliore distribuzione. Insisto: i governanti nazionali continuano a giocarsi le proprie carte sui rispettivi territori nazionali. Non c’è nessuno politico che scommetta sulla sua carriera in Europa. A dire il vero mancano anche i meccanismi adeguati. Per esempio, per un presidente eletto dai cittadini europei forse ci sarebbero gli uomini e donne disposti a entrare in competizione. Quindi il federalismo è una carta che può essere giocata, ma che richiede che ci siano quattro, cinque, sei o sette governanti nazionali disposti a giocarsela fino in fondo. E purtroppo non ci sono.
Fino a pochi anni fa l’Italia era annoverata tra più entusiasti stati membri dell’Unione. La solidità dei suoi valori europeisti non era in discussione (il referendum consultivo del 1989 e l’adesione all’euro ne furono i principali simboli). Come è stato gestito e investito quel capitale di autorevolezza dai governi italiani della cosiddetta ‘Seconda Repubblica?
Quel capitale era un capitale di emozioni e di affetti. In un certo senso, si trattava di attaccamento a un’idea. Ma non è stato messo a frutto in alcun modo. C’era una specie di mandato ai governanti di fare il possibile in Europa, senza spingersi oltre. Forse quello che era possibile è stato anche fatto. L’Italia è sempre entrata nei trattati in maniera un po’ passiva e subalterna. Poi qualcuno ha iniziato a fare campagna contro l’Europa. Berlusconi e il centrodestra hanno fatto campagna contro l’Europa e una parte di elettori ha cambiato le sue opinioni in merito. Oggi se sono europeisti, sono tiepidamente tali; altrimenti sono euroscettici o addirittura euro-ostili. La sostanza è che la maggioranza degli italiani non è più favorevole all’Europa e considera spesso l’Europa un problema e non una soluzione ai problemi.
Cosa ne rimane oggi dell’eredità del federalismo europeo? Quali sono i principali motivi della sua attuale scarsa popolarità? Secondo lei è possibile e auspicabile rilanciare una prospettiva di integrazione federale in Europa? Se si, su quali basi e con quali modalità?
Rimangono milioni di persone che credono in un’Europa federale. Rimangono dei partiti che, almeno dal punto di vista programmatico, esprimono posizioni favorevoli ad un’Europa federale. Ci sono inoltre molti parlamentari europei che condividono questa prospettiva. Purtroppo non c’è nessun capo di stato europeo che su questa prospettiva sia disposto a giocarsi la sua carriera politica. Lo vediamo in continuazione. Seppur blandamente, la Merkel potrebbe muoversi i questa prospettiva federalista. Il problema è che la Merkel governa la Germania, che è troppo grande per essere la guida di un progetto federalista europeo e che alla fine esprimerebbe una guida egemonica tedesca. Resta però il fatto che oggi il federalismo è l’unica prospettiva che può ancora essere seguita. Le altre no. Il metodo intergovernativo è quello che vediamo in azione nel Consiglio europeo. Produrrebbe forse un po’ di più di quello che oggi abbiamo (more of the same). Il neo-funzionalismo, invece, ha già dato tutto quello che poteva dare. Il problema è il passaggio federale, e il passaggio federale può essere realizzato purché ci siano donne e uomini che si impegnino a fondo. Io non li vedo purtroppo. Qualcuno dice che il passaggio federale sarebbe possibile facendo prima un passo indietro: creando una cerchia di stati disposti ad andare molto avanti nell’integrazione che dimostrerebbero così a quelli che sono meno disposti che, qualora si unissero, potrebbero fare molti progressi. È una strategia plausibile ma non facile. Non ne vedo il leader.
Pubblicato il 29 settembre 2016 su Pandora
L’estrema semplificazione rende il populismo debole
Vedo un eccessivo e scriteriato (vale a dire, senza validi criteri) uso delle parole “populismo” e “populisti”. Quello che non (ci) piace, poiché noi saremmo tutti sinceri democratici, e che, per di più vince e , in qualche modo, ci minaccia, è populismo: dalla Svezia alla Grecia, dalla Finlandia alla Spagna, da Marine Le Pen a Beppe Grillo (Matteo Salvini lo metto fra parentesi). Così facendo, anneghiamo le differenze fra i vari partiti e partitini che criticano la politica tradizionale e attaccano le democrazie esistenti e precludiamo a noi e ai nostri concittadini “non populisti” una adeguata e differenziata comprensione del populismo (che, com’è noto, circola anche in America latina e fa sempre capolino nella politica degli USA).
In linea di principio, non è affatto chiaro perché coloro che sono preoccupati dall’immigrazione e che vorrebbero filtrarla, contenerla, ridurla debbano essere definiti populisti. Allo stesso modo, mi pare più che legittimo porre il problema delle modalità di, qui qualsiasi parola che userò è destinata ad essere controversa, assorbimento (?), integrazione (?), inclusione(?), accettazione (?) dell’Islam, ovvero dei migranti di religione musulmana, senza essere etichettati come populisti. Nessuno può davvero credere che qualsiasi critica all’Euro e all’Unione Europea sia impregnata di populismo. Anzi, molte critiche sono pienamente giustificate, addirittura utili, magari ricordandoci che l’Unione europea siamo noi e che, pur tenendo conto delle istituzioni dell’UE e di chi vi occupa cariche, la responsabilità di quello che non funziona e di quello che non viene riformato spetta, quasi tutta, ai capi di governo degli Stati-membri.
Chi critica il proprio governo, ma anche quello di altri paesi, per esempio, il Cameron della Brexit, l’ungherese Orbán alacre costruttore di muri, il non proprio affidabile greco Tsipras, non è necessariamente populista. Anzi, di solito è un democratico che vede errori, furbizie, inadeguatezze che si riflettono pesantemente sull’UE. Infine, abitualmente i movimenti e partiti definiti populisti “sfruttano” il disagio dei loro concittadini per le diseguaglianze crescenti e cresciute, per disagi economici effettivi, per la corruzione e la disonestà di non pochi ambienti della politica. Neppure questo, di per sé, mi pare populismo. Potrebbe, persino, segnalare l’esistenza di una opinione pubblica che ha deciso di essere vigile e di attivarsi, quando può, con il voto, costretta a scegliere fra le alternative che le vengono offerte.
Sono arrivato quasi a sostenere che il populismo non esiste? Nient’affatto. Ho voluto mettere in evidenza che a fondamento delle critiche ai partiti esistenti e alla loro inadeguatezza di governance nazionale e europea stanno corpose tematiche difficili da affrontare e destinate a durare. La debolezza del populismo, che è anche la caratteristica che ne consente una precisa individuazione, è l’estrema semplificazione delle soluzioni: un muro contro i migranti; sepoltura dell’Euro e ritorno alle monete nazionali; fuoruscita dall’Unione Europea; rottamazione (sic) della classe politica e ingresso trionfale dei cittadini in Parlamento. Di tanto in tanto, poi, arriva la verifica empirica, quella che Norberto Bobbio chiamava “la dura lezione della storia”. Quei terribili semplificatori dei populisti non hanno praticamente nessuna soluzione a nessuno dei problemi grazie alla denuncia dei quali hanno conquistato voti. Togliere il “popolo” ai populisti si può, non demonizzandolo, ma approntando risposte e costruendo canali di espressione e strutture di partecipazione per il popolo poiché la democrazia è “potere del popolo”. Se rimane solo il potere e il popolo sparisce, gli anglosassoni direbbero che fa la sua comparsa un entirely new ball game. E’ un gioco al quale i democratici non possono acconsentire.
Pubblicato il 25 settembre 2016
No hay nada de malo en la gran coalición #España
JAIME G. MORA entrevista al politólogo Gianfranco Pasquino
San Lorenzo De El Escorial 02/07/2016
El politólogo italiano asegura que un pacto entre PP y PSOE no es un «pecado» ni un «error
Gianfranco Pasquino (Turín, 1942) es uno de los pensadores italianos más influyentes de Europa. Es profesor emérito de la Universidad de Bolonia y profesor adjunto de la Universidad John Hopkins. Ha sido presidente de la Società Italiana di Scienza Politica, senador entre 1983-1992 y 1994-1996, y ha sido galardonado con el laurea honoris causa por la Universidad Católica de Córdoba, la Universidad de Buenos Aires y la Universidad de La Plata. Pasquino recibió ayer viernes a ABC después de ofrecer una ponencia sobre la antipolítica en el campus FAES, celebrado en los cursos de verano de San Lorenzo de El Escorial.
¿Cuáles son los rasgos de la antipolítica?
La antipolítica tiene enemigos: los que tienen el poder políticos, las élites, los periodistas, los intelectuales, los bancarios, los masones y los judíos, que son los enemigos tradicionales. Según la antipolítica, todos pueden hacer política y quienes la hacen no son admirables. Tiene una visión en la cual la sociedad es mejor que los políticos, lo que no es verdad. Tiene la ilusión de que se puede hacer mejor sin políticos.
¿Es lo mismo la antipolítica que el populismo?
No, porque el populismo pone el acento sobre la figura de un líder y la antipolítica puede hacerse sin líder. El populismo dice que hay un pueblo limpio, que es capaz de apoyar a un líder. Para la antipolítica el líder es un problema, no la solución.
¿Cómo se ha manifestado este fenómeno en Italia?
En Italia no hay populismo porque siempre hubo partidos políticos bastante organizados. Ha habido antipolítica contra la corrupción y el parlamentarismo. En general, ha sido un fenómeno intelectual, de periodistas, escritores y artistas, no un fenómeno político.
¿Qué relación hay entre Podemos y el Movimiento 5 Estrellas?
Poca, porque 5 Estrellas es una forma de hacer política. No es antipolítica. Es un intento de cambiar el sistema político. Reconocen que la política es necesaria, la importancia de las insiticiones, del poder judicial y del Parlamento.
¿Tiene Podemos más similitudes con el populismo latinoamericano?
En España hay partidos organizados. El problema es que los socialistas están menos organizados que años atrás. En América Latina, con pocas excepciones, son partidos débiles. Solamente Chile tiene partidos organizados, y no tiene populismos. Todos los demás países tienen populismos.
¿Es Podemos populista?
Tienen algunos elementos de populismo, pero no es completamente populista. Es difícil serlo del todo. Requiere un tejido social totalmente desorganizado y España no está en esa situación.
¿Por qué estos postulados calan con tanta facilidad?
Es un elemento coyuntural. Es el producto de la crisis económica, de la incertidumbre, del cambio generacional y de la incapacidad de los partidos tradicionales de predicar valores democráticos. Han aceptado el cambio social sin intervenir en ellos.
¿Esta ola antipolítica desaparecerá con el tiempo?
Aparecerán en la escena otros partidos mejor organizados.
Así que serán nuevos partidos los que frenen a Podemos.
Será un PSOE transformado, un PP capaz de crear coaliciones con Ciudadanos, o con los socialistas. No hay nada de malo en la gran coalición. Los alemanes la tienen. En Austria hay una gran coalición. No es un pecado, no es un error. Puede ser una solución temporal.
¿Cree que España va hacia una «italianización» de la política?
La política italiana es normalmente confusa, así que no es una buena solución. Pero los políticos italianos sí saben negociar.
Italia siempre cae de pie.
Eso es verdad, pero podría estar mejor gobernada. Hay mucha confusión; hay estabilidad en la confusión. España nos parecía estable y clara. Lo que ha pasado se debe a la falta de capacidad de los políticos tradicionales de comprender los cambios sociales.
Carlos de la Torre, que ha participado en el Campus FAES, me dijo que el populismo de derechas es más peligroso que el populismo de izquierdas.
Sí, porque el populismo de derechas gana. El populismo de izquierdas raramente gana. En América Latina, Chávez fue de izquierdas, pero en general el populismo es de derechas. El peronismo, en general, es populismo de derechas.
¿Han surgido estos fenómenos de antipolítica cuando más interés hay hacia la política?
Puede ser, aunque no estoy totalmente convencido. Diría que cuando la política parece ser importante nace también la antipolítica. Cuando la política funciona y no crea problemas, no hay antipolítica. Cuando la política no funciona y todos consideran que puede ser importante, puede nacer la antipolítica. Pero insisto en el elemento generacional: es un cambio de generación en España, también en Italia. Y en el Reino Unido, donde los jóvenes han votado a favor de la Unión Europea, a diferencia de los mayores de 55 años. Estamos en un periodo de cambio generacional que abre espacios a la antipolítica. Porque si los jóvenes no están representados, pueden optar por la antipolítica.
Non tutto è populismo
Una breve riflessione sul populismo per capire non per demonizzare







