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Il chissenefrega della premier e gli orfani del premierato @DomaniGiornale

“Chisseneimporta” è stata la lapidaria risposta di Giorgia Meloni detta Giorgia al quesito della giornalista Monica Maggioni relativo alla eventuale sconfitta nel probabile referendum contro il premierato. No, la Presidente del Consiglio non si dimetterà. Scelta istituzionalmente legittima, soprattutto se sia i suoi fastidiosamente zelanti sostenitori in Parlamento sia gli affannati opinionisti da salotti e dehors avranno evitato di trasformare il referendum costituzionale in un molto meno costituzionale plebiscito. Però, una volta che “la madre di tutte le riforme” venisse colpita morte, la Presidente del Consiglio che la ha fortemente voluta, costantemente sostenuta, senza riserve accompagnata, infine, esposta al voto, ha il dovere di farsi carico delle conseguenze politiche-istituzionali e degli orfani. No, non mi riferisco principalmente ai capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato e alle loro prese di posizione sempre pancia a terra sul premierato irrinunciabile. E neppure al Ministro per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati. Affari loro su quali somme dovranno tirare dal loro indiscutibile e granitico impegno che non ha prodotto un testo a prova di referendum, ovvero che rispondesse soddisfacentemente alla evidentissima massima aspirazione del “popolo” italiano: eleggere il capo del governo.
Meno che mai mi curo delle ripercussioni sullo status e sul prestigio dei giuristi di corte e di cortile che hanno avallato, elogiato e promosso il testo poi bocciato. Qualcuno sarà così spudorato da sostenere che con alcune riformette da loro proposte la sorte referendaria sarebbe stata diversa. Abbandono alle loro non magnifiche elucubrazioni tutti i commentatori che ripeteranno il logoro ritornello sul conservatorismo costituzionale della sinistra, che non vuole la cosiddetta “democrazia decidente”, dei cantori della Costituzione più bella del mondo (che, contrappasso, proprio l’inventore della qualifica voleva cambiare, rendere più bella con, udite, udite, le riforme di Renzi). No, le mie dolorose (sì, esagero un po’, ovvero faccio il furbo) preoccupazioni riguardano gli elettori italiani in generale, non soltanto gli indomiti patrioti del premierato.
Una notevole parte di costoro, già perplessi dalla transizione dal presidenzialismo indicato nel programma elettorale di Fratelli d’Italia allo sconosciuto premierato, perduta la madre di tutte le riforme, si sentiranno, più che orfani, addirittura traditi. A Giorgia non le importa più nulla di risolvere il Grande Problema del sistema politico italiano, l’instabilità dei governi? Vuole soltanto, la Presidente Meloni, tirare a campare per conquistare il record di unico governo italiano durato tutta la legislatura? Il paradosso è che se il governo Meloni durasse davvero fino al termine della legislatura costituirebbe una potente smentita della diagnosi sull’ineluttabile instabilità dei governi italiani a causa dei meccanismi costituzionali. Un’altra parte di elettori, non saprei dire se meno patrioti di quelli che votano Fratelli d’Italia, rimarranno molto delusi se con il suo “chisseneimporta” la Presidente del Consiglio, da un lato, ponesse la pietra tombale non solo sul premierato, ma anche su alcune semplici, ma efficaci, correttivi come il voto di sfiducia costruttivo e, dall’altro, lasciasse approvare l’autonomia regionale distruttiva, oops, chiedo scusa, differenziata.
Insomma, anche senza aspettare l’esito referendario ci sarebbe molto da fare. Suggerirei di cambiare atteggiamento e espressione da “chisseneimporta” a (Giorgia conosce l’inglese e alla Garbatella lo usano correntemente) “I care”. Le istituzioni italiane sono perfezionabili.
Pubblicato il 29 maggio 2024 su Domani
Perché la CEI boccia il premierato? È tempo di confronto (anche pubblico) @formichenews

Quando il Papa e i vescovi esprimono le loro posizioni, non in materia di fede, ma nel campo largo della politica, non è solo opportuno, ma anche produttivo confrontarsi apertamente con quelle posizioni? La non solo mia idea di pluralismo è che il confronto fra più affermazioni, fra più posizioni, più soluzioni è essenziale, costitutivo e decisivo in qualsiasi regime democratico. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica
Molti nemici molto onore”. Fiera della sua tradizione così avrebbe già dovuto rispondere Giorgia Meloni alle dichiarazioni, “prudenza nel toccare gli equilibri costituzionali”, del Cardinale Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) da quasi tutti interpretate come fortemente critiche del premierato. Oppure, forse, il “chisseneimporta” pronunciato in tv ospite di Monica Maggioni relativamente al possibile esito negativo del referendum costituzionale vale anche per le opinioni dei vescovi.
Qui non mi interessa tanto parlare della luna, ovvero del premierato, ma del dito, quello dell’attivissimo, presenzialista Cardinale Zuppi. Reduce dalla sua missione di pace in Russia, dove, presumo (ahi le mie “degenerazioni” professionali) avrà fatto valere le sue letture e conoscenze scientifiche su guerra e pace, mettendo in guardia Putin dal scivolamento verso la Terza Guerra Mondiale (lasciamo l’Ucraina alla Russia come abbiamo lasciato i Sudeti alla Germania nazista: appeasement), Zuppi e i suoi vescovi si fanno ingegneri costituzionali. No, no chiederò quali libri/articoli scientifici hanno letto in materia e neppure quali esperti hanno consultato, meglio non quelli, laici, progressisti, che dicono che il Papa è l’unico che capisce tutto, prima di tutti. Il problema che voglio porre è quello del dibattito pubblico, in pubblico.
Quando il Papa e i vescovi esprimono le loro posizioni, non in materia di fede, ma nel campo largo della politica, non è solo opportuno, ma anche produttivo confrontarsi apertamente con quelle posizioni? Il silenzio è talvolta accettazione, più spesso indifferenza e servilismo. La non solo mia idea di pluralismo è che il confronto fra più affermazioni, fra più posizioni, più soluzioni è essenziale, costitutivo e decisivo in qualsiasi regime democratico. Quindi, se gli ecclesiasti si occupano di tematiche sociali, economiche, internazionali, Unione Europea compresa, politiche e costituzionali, le critiche a quanto esprimono sono non soltanto legittime, ma auspicabili e persino doverose. “Sia il nostro parlare ‘sì, sì’, ‘no, no’”. Nutro molti dubbi sulla chiusa: “il di più viene dal Maligno”. Al contrario, il Maligno preferisce il non detto nel quale fa proliferare per l’appunto l’indicibile, le più strane oscure e confuse commistioni.
Sono andato troppo in là, inaccettabilmente? Attendo il contraddittorio che certamente servirà a chiarire le modalità e gli eventuali limiti alle dichiarazioni episcopali e papali. Personalmente, riservandomi il diritto di critica, di limiti non ne porrei. Chiedo chiarezza, confronto, argomentazione e trasparenza. Con spirito di servizio. Anche alla politica.
Pubblicato il 28 maggio 2024 su Formiche.net
Il leader dell’opposizione non si sceglie con un duello tv @DomaniGiornale

In qualsiasi sistema politico democratico, le opposizioni hanno il dovere politico e qualche volta morale di criticare quanto fa il governo, ma anche la responsabilità di controproporre. Quando le opposizioni sono particolarmente capaci riescono addirittura a svolgere un’azione di pedagogia politica e culturale che non solo sconfiggerà quel governo, ma ne impedirà il ritorno sotto le stesse forme o simili. Poiché il compito delineato è oggettivamente piuttosto difficile, trovare opposizioni in grado di svolgerlo con successo è alquanto raro. Ancora più raro quando i commentatori e quel che rimane degli opinion leader non parlano parole di verità agli oppositori. Nel contesto italiano è almeno trent’anni che troppi opinionisti, ma anche filosofi, scienziati, attori, comici collocati a sinistra hanno esagerato a individuare pericoli e rischi per la democrazia e a suggerire/consentire qualche strappo alle regole per farvi fronte. Allarmismo e vittimismo non sono buoni consiglieri e accertatamente non servono a impostare nessuna operazione che miri a formulare una cultura politica all’altezza delle sfide attuali e del futuro che sta arrivando. Le esemplificazioni italiane di esagerazioni e errori sono numerose e mi limiterò a citare le più recenti.
Il cosiddetto premierato, nella versione in cui è stato presentato, è incompleto e irrisolto, squilibrato. Produrrà confusione e probabili controversie fra le istituzioni, ma non lo si può accusare di ogni nefandezza e di condurre inesorabilmente al crollo della democrazia italiana che, per fortuna, ha molta resilienza. Possibile che commentatori e politici continuino con declinante e non istruttiva credibilità a gradire “alla lupa, alla lupa!” (sì, qualche volta sono politicamente corretto) e niente più. In vista del referendum costituzionale, doveroso (la parola definitiva spetta al “popolo” italiano), non confermativo, ma oppositivo, mi pare preferibile argomentare che il premierato di Meloni è tanto inesistente quanto mal congegnato e proporre, non piccoli, banali, correttivi, ma vere riforme già note e altrove funzionanti.
Ma dove mai, quando mai, in che modo altrove nelle democrazie parlamentari multipartitiche si fanno duelli televisivi nel corso di campagne elettorali che per di più non riguardano le elezioni nazionali? Dobbiamo deplorare la molto opportuna decisione dell’Agcom che ha bloccato quello che, forse, sarebbe stato uno spettacolo, ma che difficilmente avrebbe contribuito a migliorare le conoscenze politiche degli italiani? È necessario alimentare la politica spettacolo e solleticare l’ego di alcuni fin troppo temprati conduttori tv (incidentalmente nessuna donna sarebbe all’altezza di cotanto evento?). Non è affatto necessario, anzi, potrebbe essere piuttosto controproducente.
Da ultimo, essere scelta come duellante con il capo del governo (maschile anche se “detta Giorgia”) significa l’investitura ufficiale di capo dell’opposizione per Elly Schlein? Non esiste nessun sistema politico multipartitico nel quale il ruolo di capo dell’opposizione deriva dalla scelta del conduttore di un dibattito televisivo. Le qualità che legittimano il riconoscimento di colui/colei che meglio guiderà l’opposizione sono essenzialmente due: il numero dei voti ottenuti e la capacità di costruire una coalizione alternativa al governo, coesa e propositiva. Davvero qualcuno può credere e fare credere che come mancata duellante Schlein abbia già superato, e agli occhi di chi, l’esame di ammissione all’ardua professione di capo dell’opposizione? Ha bisogno di questo grande, peraltro, molto scivoloso favore? Non sarebbe preferibile per lei, per l’opposizione, per il sistema politico e, con una modica dose di retorica, per la democrazia italiana, che quel ruolo se lo conquistasse a suon di voti e di proposte “forti”, innovative, convincenti, traducibili in apprezzabili politiche pubbliche di stampo europeo? The answer, my friend, is blowin’ in the wind.*
*il 24 maggio sarà il compleanno di Bob Dylan, molto più che un oppositore.
Pubblicato il 22 maggio 2024 su Domani
La democrazia al tempo di X, fra polarizzazione, intelligenze artificiali e fake news #ParliamoneOra #5aprile #Bologna


Nell’ambito delle iniziative congiunte di ParliamoneOra e dell’Università di Bologna su temi della contemporaneità, venerdì 5 aprile dalle 17 alle 19:30 presso l’aula Prodi complesso di San Giovanni in Monte.
Nel 2024 andranno al voto 4 miliardi di persone. Andranno al voto alcuni dei paesi più popolosi al mondo e alcune delle democrazie storicamente più robuste.
Il sistema di rappresentanza attraverso i partiti politici è ancora un modello valido per organizzare il consenso rispetto alle “bolle” di mono-pensiero dei “social”? L’elezione diretta dei capi di governo garantisce l’espressione della volontà popolare? Fino a che punto gli strumenti di comunicazione di massa, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’uso sistematico della disinformazione, possono influenzare se non determinare gli esisti elettorali?
Ne discutiamo con
Fulvio Cammarano (Storia Contemporanea)
Donatella Campus (Scienza Politica, Università di Bergamo),
Giovanna Cosenza (Filosofia e Teoria dei Linguaggi),
Andrea Morrone (Diritto Costituzionale),
Gianfranco Pasquino (Professore emerito di Scienza Politica),
coordina Dario Braga (presidente onorario di ParliamoneOra)
E’ possibile anche seguire in collegamento da remoto collegadosi a
ID riunione: 363 457 587 166
Passcode: a3aXYm
Costituzione, forme di governo e premierato #ParliamoneOra #26marzo Casalecchio di Reno #Bologna

Associazione di docenti, ricercatori e ricercatrici di Unibo, ParliamoneOra è università che esce dalle aule ParliamoneOra@Unibo.it
6 Marzo 2024
ore 9:00 / 11:00
Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno,
Gianfranco Pasquino
Costituzione, forme di governo e premierato.
Modelli sbagliati e troppa confusione. Il premierato dello stivale non esiste @DomaniGiornale

Premierato è la traduzione italiana di premiership, governo del Primo ministro. Tecnicamente, è la variante delle democrazie parlamentari nata in Inghilterra e dagli inglesi diffusa ovunque andavano. Per molte buone ragioni, gli americani decisero di scegliere diversamente e costruirono la prima, non necessariamente la migliore (gli innovatori corrono sempre dei rischi), repubblica presidenziale. Quando cominciarono a votare, nei sistemi politici derivanti da quella che chiamo la diaspora anglosassone, decisero tutti di utilizzare il sistema elettorale inglese: maggioritario a turno unico in collegi uninominali, con qualche variazione in Australia, con piccolo ritocco proporzionale trent’anni fa in Nuova Zelanda, quasi integrale in Canada. Tutti questi paesi sono democrazie parlamentari in cui il governo è guidato dal capo del partito che ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi diventando automaticamente Primo ministro. Esiste la possibilità che il suo stesso partito lo sostituisca e che il nuovo capo partito gli subentri, prassi che non desta scandalo alcuno, come Primo ministro. Nel Regno Unito, i casi recenti sono numerosi, ma i Conservatori procedettero a più di una sostituzione già negli anni Cinquanta del secolo scorso e nel 1990 con Margaret Thatcher. Un paio di volte anche i laburisti agirono allo stesso modo, persino sostituendo Tony Blair (2007). La flessibilità/adattabilità delle democrazie parlamentari è il loro punto di forza. L’elezione popolare diretta non ha nulla a che vedere con il governo del Primo ministro, con il Premierato, e neppure con il parlamentarismo.
Poco e male informato sugli elementi costitutivi delle forme di governo, il dibattito italiano combina intenti manipolatori con errori grossolani. Per respingere il premierato, Luciano Violante, ex-presidente della Camera dei deputati (1996-2001), afferma che “il modello è superato e si rischia l’instabilità”. Più semplicemente, il “modello” non esiste. Quanto all’instabilità, non mi pare il rischio maggiore che è, piuttosto, quello dell’immobilismo politico e decisionale di un Primo ministro che “ricatta” la sua stessa maggioranza per non farsi sostituire minacciando lo scioglimento del Parlamento, poiché questo potere non sarà più nella disponibilità del Presidente della Repubblica. Perso il potere di nomina del Primo ministro, eletto direttamente dal popolo, ma anche del suo eventuale successore scelto fra i parlamentari della stessa maggioranza, al Presidente rimarranno molti poteri, ha dichiarato qualche tempo fa a RaiNews 24 Sabino Cassese, a cominciare da quello, art. 87, di rappresentare “l’unità nazionale”. Non sono sicuro che questa rappresentanza possa configurarsi come potere, forse, meglio, è un dovere, un compito, una funzione, e che possa indennizzarlo della sottrazione dei due poteri istituzionali con i quali Scalfaro, Napolitano, Mattarella hanno significativamente contribuito a fare la storia d’Italia dal 1992 ad oggi.
Dettagli. “L’importante”, dice il capogruppo di FI al Senato Maurizio Gasparri, è che ci sia “una presenza diretta ed incisiva degli elettori nelle scelte fondamentali della vita della Repubblica”. Magari, non sono il solo a pensarlo, facendo leva su una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare per i parlamentari. La conclusione di Gasparri è lapidaria e inquietante: “la vera democrazia è l’elezione diretta del premier”. Sconcerto e panico non soltanto nell’Europa patria delle democrazie parlamentari che ritengono che democrazia è diritti civili, politici, sociali più separazione dei poteri, freni e contrappesi, accountability (responsabilizzazione), ma che non riesce a trovare nessun testo a conforto della affermazione gasparriana. Meno che mai rovistando, come è sempre consigliabile, nei classici italiani della democrazia scritti da Norberto Bobbio e da Giovanni Sartori.
Elezione popolare diretta sia, afferma in un molto lungo, molto pensoso, molto arrembante articolo Antonio Polito, editorialista di punta del “Corriere della Sera”. Però, è assolutamente indispensabile che l’elezione del premier “non sia finta e preveda [richieda? Imponga?] la maggioranza assoluta”: 50% più uno. “Si può scegliere la formula con cui questo avviene [mi incuriosisce molto l’eventuale esistenza di più formule, vorrei saperne di più], ma dal Presidente degli Stati Uniti a quello francese, fino al sindaco di Varese o [perché o? precisamente e] di Catanzaro, sempre di un ballottaggio si tratta”. Concordo pienamente sulla richiesta di ballottaggio, che, peraltro, il centro-destra vorrebbe addirittura eliminare come formula per eleggere i sindaci, ma negli USA, no, proprio non c’è nessun ballottaggio. Peggio, nel 2000 George W. Bush vinse con 500 mila voti meno di Al Gore e nel 2016 Hillary Clinton perse con 3 milioni di voti più di Donald Trump. Comunque, Polito ha dovuto riferirsi, seppure sbagliando clamorosamente l’esempio, al presidenzialismo USA e al semi-presidenzialismo francese, che sono decisamente, significativamente, assolutamente due modelli (questi sì) di governo distinti e distanti. Il semi-presidenzialismo non è affatto Presidenzialismo a metà (titolo del libro di Michele Marchi, il Mulino 2023, sottotitolo Modello francese, passione italiana). Non è neanche qualcosa di più del parlamentarismo. È una forma/modello di governo a se stante. Che funziona in un buon numero di democrazie, non solo europee.
Quanto al presidenzialismo, non solo nella versione USA, il suo principio fondante è simul stabunt (sed numquam cadent): il Presidente non può sciogliere neppure il più riottoso e nocivo dei Congressi e mai il Congresso può sfiduciare e cacciare il più incapace e pericoloso dei Presidenti tranne che con la difficoltosissima procedura dell’impeachment. Sono costretti a convivere, qualche volta è governo diviso e stallo, non decisionismo possente, come ritengono troppi presidenzialisti e antipresidenzialisti italiani.
Il premierato dello stivale non esiste. La proposta non è emendabile. Deve essere respinto senza mercanteggiamenti né sopra né sotto banco. Rafforzare il capo del governo senza snaturare la democrazia parlamentare italiana è possibile con la semplice introduzione del voto di sfiducia costruttivo. Sembra che alcuni esponenti del PD, che appoggiarono pancia a terra le confuse riforme costituzionali del renzismo maramaldeggiante, abbiano scoperto oggi il voto di sfiducia costruttivo, che nel 2016 non seppero/osarono suggerire a Renzi. Il più manovriero di loro, l’ex-parlamentare Stefano Ceccanti, professore di Diritto Costituzionale ha (Newsletter del Mulino 8 gennaio 2024) ha arruolato a sostegno di una qualche riforma nel solco del Premierato un quartetto di cattolici, nessuno dei quali può replicare: Dossetti, Moro, Elia, Scoppola. Però, è noto che tutti aborrivano l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo. Tutti avrebbero trovato risibile il surrogato consistente nello scrivere sulla scheda il nome del candidato Presidente del Consiglio: mediocre escamotage di personalizzazione della politica, déjà vu.
I minipremieratisti ripudiano l’elezione popolare diretta del Primo ministro e chiedono l’indicazione vincolante sulla scheda del nome del candidato al quale, diventato capo del governo, vogliono attribuire poteri di tipo “europeo”: fiducia, sfiducia, indizione di elezioni anticipate, nomine e revoca dei ministri. Senza sapere come questi poteri saranno delineati in pratica, fiducia e sfiducia sono poteri del Parlamento, è impossibile dare una valutazione. Certo è che verrà ridimensionato il ruolo del Presidente della Repubblica fino a farne una figura cerimoniale. Non mi sento neanche di concludere con l’invito a provare ancora. Ci hanno già provato con il disegno di legge costituzionale “Norme per la stabilizzazione della forma di governo intorno al Primo Ministro e per il riconoscimento di uno Statuto dell’opposizione” (Tonini, Morando et al, 31 luglio 2002). Cambino strada, e con loro, sperabilmente, tutte le sparse, ma non scomparse, opposizioni.
Pubblicato il 18 febbraio 2024 su Domani
Premieratisti scambisti, imparate dal diritto costituzionale comparato e dalla politica comparata
Nessuna proposta di riforma della democrazia parlamentare ha senso se non tiene insieme governo (e suo capo) e Parlamento (e sistema elettorale che gli dà vita). La varietà feconda dei parlamentarismi contemporanei contempla una molteplicità di soluzioni, disponibili solo per coloro che, oltre a qualche conoscenza di diritto costituzionale comparato (non, sembra, la specialità dei premieratisti), può fare affidamento sulla politica comparata. Non è il caso dei premieratisti scambisti.
Premierato: la proposta Meloni non garantisce stabilità, tantomeno garantisce efficacia al Governo
I modelli di governo hanno una logica che non è mai esclusivamente giuridica. Anzi, è una combinazione feconda di norme giuridiche e di principi politici. L’elezione popolare diretta del Primo ministro, scelta politica quant’altre mai, non giuridica, è stata effettuata tre volte in Israele, poi abbandonata a causa dei non buoni esiti. La proposta Meloni è incompleta e inadeguata. Promette stabilità, ma non può garantirla. Meno che mai garantisce efficacia al governo del Primo ministro. En attendant quale legge elettorale sarà di accompagno e quale difficilissimo rinvigorimento dei partiti si tenterà di promuovere, grazie, no: nessun premierato.
Premierato all’italiana: semplicemente una riforma sbagliata #intervista #Resistenza&Antifascismo @ANPI_Modena

di Chiara Russo
Intervista al professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica e socio dell’Accademia dei Lincei, esperto Costituzionalista
La riforma costituzionale che introduce il premierato, approvata dal Consiglio dei Ministri il 3 novembre 2023, ha suscitato un intenso dibattito politico e sociale. Quali sono le ragioni, le sfide e le critiche di questa riforma? Per approfondire il tema, abbiamo intervistato il professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica e socio dell’Accademia dei Lincei. In materia di riforme istituzionali ha scritto molto: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985) e Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Università Bocconi Editore, 2015).
“Madre di tutte le riforme”, ma anche “confusa e pericolosa per la Repubblica”: Qual è il suo giudizio sulla riforma che mira a introdurre il premierato?
La riforma è sbagliata. Non è un caso che il premierato non esista da nessuna parte al mondo. Per tre volte 1996, 1999, 2001, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata fatta in Israele per motivazioni simili a quelle di Meloni: dare potere ai cittadini e conferire stabilità al governo e al suo capo. Non ha funzionato ed è stata abbandonata. Non c’è nessuna ragione per la quale il Premierato funzionerebbe in Italia. L’esecutivo stabile lo hanno i presidenzialismi e i semipresidenzialismi, ma poi la loro operatività dipende dalle qualità dei Presidenti e dal sistema dei partiti. Esistono anche non poche democrazie parlamentari con capi di governo in carica a lungo, soprattutto la Germania. Anche in Italia abbiamo avuto Presidenti del Consiglio in carica continuativamente per non pochi anni: De Gasperi 8; Moro 4; Craxi 4; Berlusconi 5; Andreotti tanti/troppi, con risultati nient’affatto sempre criticabili. Quel che passava il convento della politica. Aggiungo che il pregio delle democrazie parlamentari è la loro adattabilità.
La riforma prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Quali le implicazioni per la democrazia italiana?
Per la “democrazia” italiana in quanto alla sua esistenza nessuna implicazione; per il suo funzionamento sono immaginabili sia più tensioni e conflitti fra persone e partiti sia l’immobilismo del leader al governo –poche decisioni per non scontentare la sua maggioranza e non venire sostituito- e del suo successore la cui caduta porterebbe a nuove elezioni. La riforma potrebbe permettere al Presidente del Consiglio dei Ministri di scavalcare le funzioni legislative dell’emiciclo a colpi di dpcm? Ciò come potrebbe influenzare l’equilibrio dei poteri? Sono anni, forse decenni che i governi italiani operano colpevolmente, ma con l’acquiescenza del Presidente della Repubblica, “a colpi di” decreti e di dpcm. La riforma non tocca i rapporti esecutivo/legislativo che in una democrazia parlamentare sono cruciali. Questa mancanza è molto grave. Peggio, non c’è nulla sul Parlamento.
C’è chi ha definito il Premierato proposto dal governo Meloni “anomalo” rispetto, ad esempio, a Germania e Israele. Potrebbe spiegarne il motivo?
Le forme di governo parlamentare hanno tutte una struttura comune, il governo deve avere e mantenere la fiducia del governo, e elementi peculiari. Di Israele ho già detto. In Germania e in Spagna, rispettivamente il Cancelliere e il Presidente del governo sono eletti a maggioranza assoluta dalla Camera bassa e possono essere rimossi dalla maggioranza assoluta. In Gran Bretagna, il Primo ministro è il capo del partito che ha la maggioranza alla Camera dei comuni. Imitare la Gran Bretagna non è possibile a meno di cambiare il sistema elettorale e forse non basterebbe. Bisognerebbe anche importare una monarchia virtuosa (come in Spagna). Il premierato proposto è anomalo perché è un pasticcio altrove inesistente, ma soprattutto perché un Primo ministro “eletto dal popolo” non può/non deve assolutamente essere sostituito neanche dalla sua stessa maggioranza. Bisogna tornare dal popolo.
Quale sorte toccherebbe al Capo dello Stato?
Il Presidente della Repubblica perde logicamente i due poteri istituzionali più importanti: non nominerà più, se non formalmente, il Presidente del Consiglio, ma ratificherà la sua elezione popolare diretta, e poi anche la sua eventuale sostituzione; non potrà decidere se e quando sciogliere o, soprattutto, non sciogliere il Parlamento. Perderà anche un potere “minore” quello di nominare senatori/trici a vita. Poi toccherà ai giudici costituzionali … Infine, a fronte di un Primo ministro legittimato dall’elezione popolare, lui, il Presidente della Repubblica, avrà una legittimazione inferiore, derivante “solo” dalla maggioranza parlamentare, talvolta “artificiale” perché diventata tale grazie al premio in seggi.
La riforma prevede un nuovo sistema elettorale che assicura al partito o alla coalizione del Premier il 55% dei seggi parlamentari. Odore di incostituzionalità come per l’“Italicum”?
Puzza ammorbante di incostituzionalità, ma anche di manipolazione di una legge elettorale che dovranno pure riscrivere. Sembrerebbe che stiamo tornando alla legge truffa del 1953, sapendo che si può fare molto peggio. Per intenderci il premio, se dev’esserci, va assegnato con un ballottaggio (elaborerò a richiesta). La riforma prevede l’abolizione dei senatori a vita di nomina quirinalizia. Quali le conseguenze di questa decisione sul Senato? Poiché nel 1987 come Senatore della Sinistra Indipendente presentai un disegno di legge per l’abolizione dei Senatori a vita, tutti, compresi gli ex-Presidenti della Repubblica, non ho osservazioni tranne che la rappresentanza politica è elettiva, non di nomina, e che si possono trovare altre modalità per riconoscere e premiare le persone eccellenti, non i politici, che hanno contribuito alla cultura e alla società in Italia e nel mondo.
La riforma prevede che un altro premier possa subentrare al presidente del Consiglio a patto che sia sostenuto dalla stessa maggioranza: norma antiribaltone per produrre stabilità politica o secondo lei stiamo rinunciando alla democrazia in cambio della governabilità?
Non è in gioco la democrazia. Sono in gioco l’intelligenza politica e la coerenza istituzionale. Troppi non ne sono mai stati in possesso, molti vi hanno rinunciato per ottenere e mantenere qualche brandello di potere. I ribaltoni, cioè i cambi di coalizione, anche di maggioranza, sono un elemento essenziale della politica democratica: costruire coalizioni politicamente rappresentative e operative.
Approvazione dalle Camere prima delle elezioni europee o si andrà al Referendum?
Sono due domande diverse. Alla prima rispondo che la maggioranza cercherà un facile successo prima delle elezioni europee quando spero che il Partito Democratico farà stagliare alto/ issimo il suo profilo di partito europeista. Alla seconda domanda rispondo che gli oppositori della riforma hanno il dovere politico e morale di chiedere il referendum costituzionale, pertanto non “confermativo”, ci mancherebbe, ma ostilmente oppositivo, affinché gli italiani si esprimano su una riforma che peggiorerebbe il funzionamento, già non soddisfacente, del sistema politico. Buona regola è che chi perde il referendum sulla “madre di tutte le riforme” si dimetta e vada coerentemente a casa. Quel voto “No” delegittima chi ha voluto e fatto la riforma respinta.
Pubblicato su Resistenza & Antifascismo Periodico edito dall’ANPI provinciale di Modena, Anno XXXIV N. 4 dicembre 2023
