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La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa @DomaniGiornale

Tutti i governi hanno la facoltà di criticare i loro predecessori per quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Meglio quando le critiche sono precise e documentate, senza eccessiva acrimonia, costruttive. A maggior ragione la facoltà di critica può, entro (in)certi limiti, essere esercitata da chi, come Giorgia Meloni e alcuni suoi ministri, è stato fermamente all’opposizione, coerentemente non facendosi coinvolgere in accordi sottobanco (ma neanche sopra).

   Tutti i governi hanno l’obbligo politico di rispondere al loro elettorato sforzandosi di attuare le loro promesse elettorali nella maniera più fedele possibile, pur tenendo conto che in un governo di coalizione ciascuno dei contraenti deve rinunciare a qualcosa. Trasformare le promesse elettorali in politiche pubbliche è comunque operazione difficile, per la quale non è consentito ridefinire bellamente quelle promesse. Mi limito ad un esempio. Se la promessa elettorale è “presidenzialismo” la riforma chiamata “premierato” non è affatto una semplice ridefinizione. È una violazione.

   Tutti i governi, in particolare quelli che criticano l’instabilità politica dei predecessori e vogliono dimostrare di essere migliori perché capaci di garantire stabilità politica, debbono sapere delineare un programma per l’intero mandato quinquennale. Quel programma quinquennale sarà tanto più credibile e più significativo se conterrà una visione complessiva del paese che verrà.

   Gravata da non poche posizioni ideologiche, sensibile a non poche pulsioni corporative, legata a alcuni elementi del passato suo e dei suoi numi tutelari di una destra priva di credenziali democratiche, pur avendo proceduto a qualche ridefinizione di posizioni non più sostenibili, Giorgia Meloni non è finora riuscita a formulare neppure a grandi linee la visione di Italia che vorrebbe costruire. Per di più ai suoi ministri manca l’esperienza e talvolta anche la competenza, non per supplire, ma per dare quei contributi parziali, relativi ai loro settori specifici, ma molto importanti per svolgere il compito in maniera positiva. Forse il silenzio sull’Europa, che non ho condiviso, nel discorso del Presidente della Repubblica, era inteso a non interferire sulla campagna per l’elezione dell’europarlamento, a non toccare prerogative dell’attività di governo. Però, il ruolo dell’Italia in Europa riguarda il “sistema paese” e il suo futuro, non soltanto l’attività del governo, di qualsiasi governo.

   Sul terreno europeo si trovano le sfide, le contraddizioni, le opportunità del governo di destra. Non basterà sostenere che bisogna sconfiggere l’attuale maggioranza Popolari, Liberali e Verdi, Socialisti e Democratici, escludendo questi ultimi e sostituendoli con i Conservatori e Riformisti del cui raggruppamento Meloni è la Presidente. Non basterà, ma sarebbe un gesto apprezzabile, di notevole rilievo, prendere le distanze da Santiago Abascal (il capo di Vox) e dall’ingombrante Victor Orbán (capo del governo ungherese e costruttore di una sedicente, contraddittoria democrazia “illiberale”). Ai polacchi ci ha già pensato la maggioranza degli elettori. Non basterà usare l’Europa come alibi per quello che il governo italiano ha assunto l’impegno di fare oppure come capro espiatorio di scelte e politiche che richiedano sacrifici. Bisognerà dire quale e quanta Europa: federale/confederale (“delle nazioni”)/sovranista (che traduco: à la carte), l’eventuale nuova maggioranza ricomprendente l’Italia di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli (e alleati) mira a costruire, con quali politiche sociali, economiche, culturali e civili preferibili a quelle che hanno comunque fatto di questa Unione Europea, lo ripeto, il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Quello spazio che i sovranisti mirano a restringere, e Meloni? Hic Bruxelles hic salta.

Europa più che una cartina di tornasole. Hic Bruxelles hic salta La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa

Pubblicato il 3 gennaio 2024 su Domani

L’altolà di Mattarella? Con la riforma il premier ha troppo potere #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Parla il professore Gianfranco Pasquino: «Il premier eletto potrebbe essere sostituito da un altro scelto dalla sua stessa maggioranza. Ed è questa la contraddizione clamorosa…»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, torna sulle parole del capo dello Stato e spiega che «Mattarella, in sostanza, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’elezione popolare diretta» del premier «sposterebbe l’equilibrio tra i poteri a favore del premier eletto». E sottolinea le incongruenze della riforma. «Non si può eleggere direttamente un premier e poi consentire che la stessa maggioranza possa sostituirlo con un parlamentare non eletto direttamente, magari entrato in Parlamento solo grazie al premio di maggioranza».

Professor Pasquino, Mattarella ha detto che ruolo del Parlamento ed equilibrio di poteri sono garanzie di libertà. Crede che si riferisse in qualche modo alla riforma costituzionale del premierato?

Faccio sempre fatica a interpretare i messaggi che vengono lanciati più o meno esplicitamente, non solo dal presidente della Repubblica, ma anche da altri. In questo caso però c’è un elemento importante, e cioè che l’elezione popolare diretta del capo del governo squilibra l’architettura costituzionale. Essa infatti si regge sull’equilibrio tra Parlamento, governo, che è prodotto da una maggioranza parlamentare, e presidente della Repubblica, a sua volta eletto da una maggioranza parlamentare. Mattarella, in sostanza, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’elezione popolare diretta sposterebbe questo equilibrio a favore del premier eletto.

Cosa cambierebbe nel rapporto tra governo e Parlamento, alla luce del fatto che già oggi si abusa di decreti legge e voti di fiducia?

Gli abusi di cui, a ragione, parla, non dipendono molto dal rapporto tra governo e Parlamento, che di solito impone alla maggioranza di fare quello che decide lui, ma dai parlamentari stessi, che possono mantenere la schiena dritta o accettare qualsiasi diktat. Di solito accettano, perché il governo li conduce sull’orlo del precipizio dicendo loro che se non approvano un determinato provvedimento magari non saranno ricandidati o salterebbe l’occhio di riguardo per una categoria professionale a loro vicina. Ma insomma, dovrebbe essere proprio il capo dello Stato a dire che su alcune materie non si dovrebbe poter intervenire per decreto. Piuttosto, si dovrebbe essere più scaltri a livello di strategie parlamentari per accelerare l’iter e non forzare le decisioni come quando si ricorre al voto di fiducia.

A proposito di iter legislativo, pensa che il premierato possa in qualche modo accelerarlo, visto il forte legame che si creerebbe tra premier.

La possibilità esiste, anche perché quel presidente del Consiglio eletto direttamente dagli elettori porta con sé anche una maggioranza parlamentare data dal premio del 55% dei seggi. Quindi il premier può ricordare ai parlamentari che se sono lì buona parte del merito è suo perché ha vinto l’elezione popolare diretta. Detto questo, ci sono molte variabili in campo ma non mi sento di dire che il premier eletto sarà così certo del suo posto, perché potrebbe essere sostituito da un altro scelto dalla sua stessa maggioranza. Ed è questa la contraddizione clamorosa: non si può eleggere direttamente un premier e poi consentire che la stessa maggioranza possa sostituirlo con un parlamentare non eletto direttamente, magari entrato in Parlamento solo grazie al premio di maggioranza.

Qualche giorno fa il presidente del Senato La Russa, in sostanza, ha detto che il Colle ha troppo potere, anche a causa delle debolezza della politica, e il premierato lo riporterebbe nell’alveo costituzionale: è d’accordo?

Il punto fondamentale è questo: La Russa sostiene che ci sono dei poteri nella Costituzione che il presidente della Repubblica ha ampliato o di cui si appropriato. Se parla di poteri ampliati, commette un errore, perché il capo dello Stato nella Costituzione ha il potere di nominare il presidente del Consiglio e quindi, volendo, anche un tecnico qualsiasi, e non starebbe facendo nulla di extracostituzionale. E può sciogliere il Parlamento, sentiti i presidenti delle Camere. Ma sciogliere significa anche non sciogliere, quindi può anche decidere di esplorare la possibilità di maggioranze alternative a quella in crisi. Dunque su questo La Russa sbaglia. Se invece pensa che il capo dello Stato debba svolgere una funzione notarile, questo può accadere.

In che modo?

Serve una maggioranza compatta, solida e operativa, non immobilista. O anche numericamente risicata ma in grado di essere operativa. Una situazione che in Italia è sempre stata alquanto rara. Anche i democristiani, con una grande maggioranza, avevano difficoltà a fare le leggi. Evidentemente il presidente La Russa ha scarse capacità sia costituzionali che storiche. Oppure ha dei consiglieri che lo consigliano male.

Si è tornati a parlare della soglia minima per ottenere il premio di maggioranza, e si parla del 40%. Che ne pensa?

Penso che il problema non sia tanto la soglia, anche se meno del 40% sarebbe scandaloso. Il problema è il tipo di legge elettorale. Io sono contrario all’elezione di un presidente o primo ministro che non abbia ottenuto la maggioranza assoluta degli elettori. E sono dell’idea che bisognerebbe procedere con un ballottaggio, che darebbe davvero poteri agli elettori nello scegliere, al secondo turno, tra questo e quel candidato. Al momento non è scritto da nessuna parte come sarà eletto il prossimo Parlamento, dovesse essere approvata la riforma.

Tornando alle parole di Mattarella, pensa che con il premierato sarà in ballo la netta distinzione tra esecutivo, legislativo e giudiziario?

Questa domanda è difficile perché non c’è nessuna preoccupazione in chi ha scritto questo ddl sul premierato circa un nuovo equilibrio tra questi poteri. L’idea è dare maggiore potere agli elettori, ma se pensano di farlo eleggendo direttamente il premier sbagliano. Tra l’altro creano illusioni, dando l’impressione che il premier eletto dal popolo sia fortissimo quando in realtà la forza di un premier non dipende solo dall’elezione popolare ma dall’essere capace di gestire una maggioranza vera. Che è la forza del premier inglese, il quale ha la maggioranza grazie al partito di cui è segretario. I partiti purtroppo oggi non sono più nemmeno liquidi, ma liquefatti. Tranne Fdi, grazie a Giorgia Meloni. Tajani non è un grande costruttore di partiti, mentre Salvini combina guai ogni volta che parla.

Ed Elly Schlein?

Elly Schlein è una signora che ha una qualche esperienza internazionale, è stata parlamentare europea, ma mi pare che non sia ancora entrata in controllo del suo partito e che si dibatta nel cercare un’alleanza più ampia con chi non vuole farla. Cioè Conte, il quale alza la posta a ogni passaggio.

Pubblicato il 22 dicembre, 2023 su Il Dubbio

Il Premierato, il Quirinale e le parole al vento di La Russa @DomaniGiornale

Sfortunatamente, non a tutti sono note le competenze costituzionali del Sen. Ignazio La Russa. Però, vista anche la prestigiosa carica da lui attualmente ricoperta di Presidente del Senato, per importanza la seconda della Repubblica, è giusto ipotizzare che la sua preparazione in materia di Costituzione sia all’altezza. Pertanto, quando dichiara che la proposta di cambiamento della forma di governo italiano, perché di questo si tratta, da democrazia parlamentare a premierato, avrà effetti (importanti) sui poteri del Presidente della Repubblica, è opportuno procedere a più di una riflessione. Per carità, si è affrettato ad aggiungere, sbagliando, La Russa, gli effetti si sentiranno non sui poteri scritti nella Costituzione, ma sui poteri dal Presidente (più di uno in verità, da Scalfaro a Napolitano a Mattarella) esercitati fuori dalla Costituzione formale, in ossequio ad una non meglio definita Costituzione materiale. Il premierato ricondurrà il Presidente con i suoi poteri dentro il recinto Costituzionale.

   No, non è vero; non sarà affatto come dice La Russa. Sostanzialmente il premierato toglierà al Presidente i suoi due poteri costituzionalmente più rilevanti. Primo non potrà più esercitare il potere di nominare il Presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini, che è il punto qualificante il premierato voluto da Giorgia Meloni. Dovrà limitarsi, se non vuole aprire un conflitto di assoluta gravità, lui, eletto da una maggioranza parlamentare, contro l’eletto/a dal popolo, a ratificare l’esito di quella elezione popolare. Peggio ancora in caso di sostituzione di quell’eletto/a ad opera e all’interno della sua stessa maggioranza parlamentare. Questa sostituzione di un eletto dal popolo con un parlamentare eletto da una minima frazione di quel popolo, se non, addirittura, entrato in parlamento grazie al premio di maggioranza, è una delle non piccole aporie contenute nella proposta di riforme. Il non eletto godrà anche del potere/privilegio di chiedere, meglio imporre al Presidente di sciogliere il Parlamento. Lo scioglimento non potrà comunque mai più essere sostanzialmente deciso dal Presidente della Repubblica. Tralascio che il Presidente non avrà più il potere di nominare Senatori/trici a vita, notoriamente inclini a favorire una parte politica (sic), ma la condivisibile esigenza che la rappresentanza politica sia tutta elettiva comporterebbe che neppure gli ex-Presidenti diventino senatori a vita.

    Nella sua malcelata intenzione di confinare i Presidenti della Repubblica italiana in un ruolo puramente notarile, anche meno, il Sen. La Russa straccia tutte le variegate interpretazioni date dai giuristi a quel ruolo: rappresentanza della nazione, garante, super partes, riequilibratore. Lo vorrebbe esclusivamente notarile, rubber stamp (no, non è esattamente la parola usata da La Russa). Sarebbe forse il caso di approfondire, come praticamente nessuno ha finora fatto, la metafora della fisarmonica dei poteri presidenziali. Ad ogni modo, un punto deve essere chiarissimo. Il premierato descritto e interpretato da La Russa va frontalmente e deliberatamente contro il principio fondativo delle democrazie parlamentari che è anche il loro pregio maggiore: la flessibilità, di cui i Presidenti italiani, anche i meno interventisti, hanno saputo fare ottimo uso. Messo ai margini, il Presidente farà discorsi cerimoniali/cerimoniosi e taglierà nastri. Pure dopo la sua elezione popolare diretta, il Primo ministro dovrà guardarsi dai partiti della sua maggioranza, mentre il suo successore sarà costretto ad ottemperare ai desideri di quella maggioranza. Rigidamente. Non sembra proprio che il premierato si configuri come un miglioramento della democrazia parlamentare repubblicana.

Pubblicato il 20 dicembre 2023 su Domani

La fantasiosa riforma di Meloni. Il suo Premierato è inesistente @DomaniGiornale

Premierato inesistente. Il disegno di legge costituzionale per “l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri” mira a conseguire tre obiettivi: dare stabilità ai governi, conferire maggiore potere ai cittadini elettori, impedire la formazione di governi tecnici più o meno conseguenza di “ribaltoni”. Produrrebbe una inusitata forma di governo denominata “premierato”, oggi non esistente da nessuna parte al mondo (solo Israele la ha implementata, tre volte 1996, 1999, 2001 [E. Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino (a cura di), Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181] poi debitamente abbandonata. Chiaro che gli italiani potrebbero anche innovare, ma che nel mondo delle democrazie, in particolare di quelle parlamentari, nessuna sia andata in quella direzione, qualcosa vorrà pur dire. Proseguire senza punti di riferimento implica anche affrontare inconvenienti e ostacoli imprevedibili dai quali sarebbe preferibile che il sistema politico italiano si tenesse lontano.

   Comunque, nessun premierato stava come proposta di riforma costituzionale nel programma elettorale di Fratelli d’Italia. Vi si trova, invece, il presidenzialismo, non meglio precisato, come non lo era quello proposto dal Movimento Sociale Italiano e da Giorgio Almirante, ma sicuramente inteso come strumento contro i partiti. Peraltro, in alcune dichiarazioni precedenti Giorgia Meloni si era personalmente espressa a favore del semi-presidenzialismo francese che, a sua volta, è alquanto diverso dal presidenzialismo USA (o latino-americano). L’obiettivo meloniano è totalmente ideologico. A prescindere da qualsiasi considerazione istituzionale, tecnica, di fattibilità, di funzionalità, Giorgia Meloni fermamente vuole l’elezione diretta del capo dell’esecutivo. Il resto si vedrà. Sottolineo qui che l’idea che le forme di governo a noi note e praticate rispondano a logiche costituzionali e politiche differenti e cogenti non sembra essersi ancora affermata fra commentatrici/tori, parlamentari e, talvolta, neppure fra i docenti di diritto.

Un punto, però, è chiarissimo: il capo dell’esecutivo dovrà essere eletto dal popolo. Quel che manca salta subito agli occhi. Non c’è nessuna indicazione delle modalità con le quali svolgere quelle elezioni. Se ne può dedurre che verrà dichiarato/a eletto/a il candidato/a che ha ottenuto il più alto numero di voti che potrebbero anche essere meno, molti meno della maggioranza assoluta. Ma è molto probabile che la Corte Costituzionale richieda l’indicazione tassativa di una soglia percentuale minima. Nei presidenzialismi latino americani e delle Filippine, nei semipresidenzialismi dalla Francia a Taiwan, da molti Stati africani ex-colonie francesi, pour cause, in non pochi sistemi politici ex-comunisti (Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ucraina) dell’Europa centro-orientale, quando nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta si passa al ballottaggio fra i primi due piazzati cosicché il vincente è sempre eletto dalla maggioranza dai votanti. Per l’avversione al ballottaggio espressa dal centro-destra, il vincente in Italia potrebbe essere scelto da una minoranza dei votanti. Comunque, alla coalizione a suo sostegno verrà attribuito il 55 per cento dei seggi, non è specificato, ma è ipotizzabile, in entrambi i rami del Parlamento.

Premierato dimezzato. Formalmente, l’eletto continuerà a essere “nominato” dal Presidente della Repubblica, ma sostanzialmente il Presidente si sentirà/sarà obbligato a nominare chi ha vinto. Quindi, non potrà esercitare nessun potere di scelta in nessuna imprevedibile circostanza. In flagrante contraddizione con la sua “elezione popolare diretta”, il Presidente del Consiglio potrà essere sostituito in Parlamento da un parlamentare, non da un “tecnico” (termine con il quale spesso ci si riferisce ad un non-parlamentare dotato di competenze), della sua stessa maggioranza, con il Presidente della Repubblica nuovamente obbligato a ratificarne l’assunzione della carica. Questo non direttamente non popolarmente eletto potrà a suo piacimento chiedere in qualsiasi momento lo scioglimento del Parlamento al quale il Presidente della Repubblica non avrà modo di opporsi, neppure volesse e riuscisse ad argomentare che una sua esplorazione scoprirebbe l’esistenza di una maggioranza anche solo leggermente diversa, ma operativa. Il premierato Italian-style distrugge la flessibilità/adattabilità che è probabilmente il pregio più significativo delle forme di governo parlamentare che risolvono i conflitti e superano le tensioni dentro il Parlamento senza procedere a più o meno frequenti e dispendiosi richiami dell’elettorato alle urne in situazioni spesso confuse talvolta rischiose.

Ad ogni buon conto, la sostituzione in Parlamento del Presidente del Consiglio cozza non soltanto con l’asserita volontà di avere un Presidente del Consiglio eletto dal popolo, presidio di stabilità governativa e quindi messo in condizione di esercitare le sue capacità decisionali, ma anche con l’obiettivo di dare vita a governi di legislatura. Inoltre, il subentrante all’eletto dal popolo, da un lato, godrà di minore legittimità, all’altro, sarà naturalmente debitore della carica ai leader dei partiti della maggioranza parlamentare che lo ha espresso e che deciderà come, quando e quanto sostenerlo. Spesso, sarà prodromo dello scioglimento anticipato del Parlamento, forse diventando anche il leader della coalizione e il candidato alla Presidenza del Consiglio con notevole vantaggio di visibilità. Non tanto incidentalmente, è immaginabile, comunque essenziale, che nell’iter della discussione del disegno di legge costituzionale, si affronti anche il tema del sistema elettorale da utilizzare per il Parlamento.

Premierato rampante. Da ultimo, il ddl abolisce i senatori a vita nominati dai Presidenti, ma mantiene come Senatori a vita gli ex-Presidenti della Repubblica, attualmente nessuno. Se è giusto sostenere che la rappresentanza politica in democrazia deve essere elettiva (magari facendo qualche riflessione sulla Camera dei Lords, nessuno dei cui componenti, in parte ereditari in parte nominati dal Primo ministro e ratificati dal Re, è eletto dal popolo britannico), allora coerentemente neppure gli ex-Presidenti della Repubblica dovrebbero diventare senatori a vita.

   Che brutto contentino per il Presidente della Repubblica che sarà privato, come in sequenza, ma senza particolare originalità (dal canto mio lo misi in evidenza in un articolo pubblicato su questo giornale il 1 novembre), hanno notato sia Gianni Letta sia Giuliano Amato, persone informate dei fatti e dei misfatti, dei due poteri significativi e qualificanti, lo ripeto: nomina del Presidente del Consiglio (e su proposta di questo i ministri) e scioglimento o no del Parlamento. Sono questi i poteri che hanno fatto del Presidente della Repubblica italiana un attore istituzionale capace di essere freno e contrappeso a eccessi, errori, esasperazioni di non pochi governi e governanti italiani.

    Fin dall’inizio costituzionalmente rappresentante dell’unità nazionale e riequilibratore del sistema politico, il Presidente della Repubblica verrà ridotto a figura cerimoniale e confinato al ruolo di predicatore disarmato e di tagliatore di nastri. Dal canto suo, il Presidente del Consiglio, legittimato dall’elezione popolare diretta, non vede meglio definiti e accresciuti i suoi poteri, mentre il subentrante sarà al massimo il postino della maggioranza. Molto rumor per nulla? No, l’esito prevedibile si configura come anticamera di tensioni soltanto in parte imprevedibili e premessa, più o meno consapevole e deliberata, di accentuate pulsioni populiste e di confusa deriva simil-autoritaria. Già, perché sull’onda del suo consenso diretto e popolare, il Presidente del Consiglio che non ottenesse presto e subito quel che vuole si sentirebbe frustrato e, in maniera rampante, procederebbe a forzature. Ma, di questo, un’altra volta un altro articolo.

Pubblicato il 11 dicembre 2023 su Domani

Autonomia per premierato. Pasquino mette in guarda da scambisti e semplificatori @formichenews

“Niente scambi di prigionieri, prima i cittadini poi le forme di governo”, dice il governatore leghista Zaia. Che dunque, contrariamente a Meloni, sembra pensare che le seconde non influiscano sulle condizioni da vita dei primi. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Nella Lega e in Fratelli d’Italia si annidano alcuni scambisti. Nessuna sorpresa e nessuno scandalo. C’è qualcuno che crede non da oggi di potere ottenere l’autonomia differenziata appoggiando, meglio, non obiettando al premieratino di Giorgia Meloni. Meno incline a fare la scambista è la stessa Meloni, preoccupata, non da oggi, dalle conseguenze scarsamente prevedibili dell’attuazione dell’autonomia differenziata. In aggiunta a difficoltà, tensioni e conflitti sulle risorse e sulle attribuzioni di poteri, regioni forti entrerebbero in contrasto con un Primo ministro rafforzato dall’elezione popolare. I più ottimisti, difficile dire quanto tecnicamente attrezzati, sostengono che lo scambio può essere evitato procedendo ad un coordinamento. Nessuno, però, è intervenuto in maniera concreta e precisa a chiarire termini e modalità del coordinamento. Forse qualche parente di qualche governante sta già affilando le armi dei suoi saperi politici e costituzionali e verrà individuato al momento opportuno e premiato con una qualche carica appositamente create.

Uno che ha le idee chiare in materia è il Presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia: “Niente scambi di prigionieri [non capisco questa espressione, ma forse è del titolista del quotidiano che riporta le parole di Zaia. Semmai da scambiare sono gli ostaggi] tra premierato e autonomia [credo dovrebbe essere autonomie, al plurale, visto che sono “differenziate”], prima i cittadini poi le forme di governo.” Zaia, dunque, contrariamente a Meloni, sembra pensare che le forme di governo non concernano i cittadini, non influiscano sulle loro condizioni da vita. Strano, davvero, molto bizzarro visto che, invece, Meloni sostiene che l’elezione popolare diretta darà grande potere ai cittadini e che molto ritengono che le autonomie differenziate daranno potere ai governanti regionali non ai cittadini, comunque in forma molto indiretta. Per di più il potere dei governanti regionali Zaia vorrebbe ampliarlo con l’abolizione del limite dei mandati riforma per la quale Zaia non vede nessun inconveniente. Cito: “Se cambia il limite dei mandati per i presidenti di Regione non si crea nessuna cupola”. Chi sa cos’è la cupola di Zaia? Il problema, più che la concentrazione di potere, è l’incrostazione dei poteri. I democristiani, ex e post, dovrebbero averlo imparato. Si creano aggregazioni senza limiti e le innovazioni diventano rarissime, persino impossibili e i potenti senza limiti rischiano di essere oggetto di pratiche corruttive.»

Attendo le espressioni di giubilo e di ammirazione provenienti in maniera tersa da Vincenzo De Luca, il Presidente della Regione Campania. Senza limiti forse anche off limits. Dopodiché, come si potrà suggerire il limite ai mandati anche per il Primo ministro del premieratino? La precisazione di limiti, che per i capi di governi parlamentari non esistono (è il popolo a decidere chi premiare e chi cacciare) sarebbe segno di incoerenza, anzi un modo per surrettiziamente indebolirlo/a. Al secondo mandato potrebbe cominciare una vera e propria cacci al Primo ministro non più rieleggibile. Insomma: scambiare, coordinare, forse, ricominciare meglio, cambiare molto? Comunque, diffidare sia degli scambisti, con scambi inevitabilmente sempre al ribasso, sia dei terribili semplificatori.

Pubblicato il 12 novembre 2023 su Formiche.net

Il premierato? Porterà conflitti e confusione @DomaniGiornale

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia, al quale molto spesso la Presidente del Consiglio si richiama, sta chiaramente scritto: presidenzialismo, stabilità di governo, Stato efficiente. La bozza di riforma costituzionale in circolazione che verrà presentata venerdì al Consiglio dei Ministri fin dal titolo parla, invece, di qualcosa di diverso e inusitato, cioè, di premierato: “elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Le differenze istituzionali sono enormi. Attualmente, in nessun sistema politico il capo di governo è eletto direttamente dai cittadini. Per tre volte, 1996, 1999, 2001, il Premier israeliano fu eletto da maggioranze assolute, lo sottolineo, di votanti, ma quella elezione non produsse né stabilità né efficienza e venne abbandonata. Il disegno di legge del governo italiano non specifica quale maggioranza sia necessaria per l’elezione rendendo lecito e inevitabile pensare che potrà anche essere una maggioranza relativa. Dopodiché, a quel Presidente del Consiglio verrà consegnata una maggioranza parlamentare del 55 per cento dei seggi. Dovrà avere la fiducia espressa delle due Camere, ma non è specificato con quale sistema viene eletto il Parlamento. Qualora non ottenesse la fiducia, il Presidente della Repubblica potrebbe rinnovargli l’incarico. Una seconda bocciatura consentirebbe al Presidente di sciogliere il Parlamento. Il Primo ministro cessato dalla carica, non viene specificato come e perché, può essere sostituito dal Presidente della Repubblica con un parlamentare (dunque, nessuna possibilità di governi guidati da un non-politico, un tecnico) appartenente alla stessa maggioranza. Il governo avrebbe stabilità, ma il capo del governo eletto dai cittadini potrebbe, contraddittoriamente con l’obiettivo preminente della sua stabilità in carica, essere sostituito attraverso accordi fra i partiti. La macchinosità di queste procedure sembra essere dovuta essenzialmente al tentativo di salvaguardare i due poteri politico-istituzionali che caratterizzano la figura del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento del Parlamento. Nella realtà, però, quei poteri risulteranno solo formali e il Presidente perderà qualsiasi discrezionalità nel suo esercizio.

    Ferma restando la sottolineatura che uno di punti di forza delle forme parlamentari di governo è la loro flessibilità/adattabilità in particolare fronte alla rigidità introdotta da questo tipo di premierato, il disegno di legge di riforma costituzionale è esposto a due obiezioni. La prima attiene alla maggioranza non assoluta che può eleggere il Primo ministro, dunque, inevitabilmente, alla imperfetta legittimazione politica che ne deriva. La seconda obiezione riguarda le non specificate modalità con le quali la non-maggioranza che lo ha eletto in Parlamento godrà del 55 per cento dei seggi. Aggiungo che non c’è nessuna garanzia che la stabilità del Primo ministro non diventi paralisi politica e immobilismo legislativo che la sua maggioranza accetterebbe pur di non tornare alle urne obbligata ad accettare la responsabilità di quel che non è riuscita a fare e che il Presidente della Repubblica non potrebbe sbrogliare con lo scioglimento del Parlamento. Lasciare il terreno conosciuto delle forme di governo presidenziale, parlamentare, semipresidenziale richiede molto di più e molto meglio dell’elezione popolare diretta del Primo ministro. Esagerato è sostenere che è in gioco la democrazia in quanto tale, ma certamente lo è come migliorare il suo funzionamento senza aprire spazi ad un populismo vittimista. Quello che quasi sicuramente consegue da una brutta riforma è delusione e scontento, confusione e conflitti.

Pubblicato il 1° novembre 2023 su Domani

Pasquino: «Il premierato? Non esiste, questo testo è un pasticcio» #intervista @ildubbionews

di Giacomo Puletti

Il professore emerito di Scienza politica a Bologna: «L’idea di poter mantenere il potere di garanzia del Quirinale non sta in piedi: il presidente della Repubblica non potrebbe più nominare il capo del Governo né sciogliere le Camere»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, definisce la riforma Casellati «un pasticcio» perché «il premierato non esiste» e spiega che l’Autonomia differenziata «è solo una questione negoziale» usata dalla Lega per mettere in difficoltà Fdi.

Professor Pasquino, che giudizio dà della riforma istituzionale proposta dalla ministra Casellati, che introduce una sorta di premierato all’italiana?

Ho scritto, credo nel 2003, un articolo accademico sulla rivista italiana di Scienza politica, nel quale affermavo che il premierato non esiste. E dunque inevitabilmente questa riforma risulterà un pasticcio. Quando si parla poi di “premierato all’italiana” è ancora peggio perché sappiamo benissimo che una cosa fatta “all’italiana” non è una buona cosa. Basti pensare all’Italicum, che non era una buona legge elettorale. Se poi premierato vuol dire elezione diretta del presidente del Consiglio, questa formula è esistita in un solo paese, cioè Israele, per tre volte. E ogni volta il progetto è stato poi abbandonato. Chi viene dopo dovrebbe imparare dagli errori, non imitarli.

La maggioranza, e anche Matteo Renzi, invitano a leggere i testi proposti, e guardano al modello inglese. Cosa non la convince?

Il premier inglese non è eletto direttamente dagli elettori. Il capo del governo è colui che ha una maggioranza assoluta, o quasi perché a volte ci sono degli escamotages, in Parlamento. Inoltre sappiamo che la forma parlamentare all’inglese si regge su un sistema maggioritario a turno unico. Non ho letto il testo della proposta Casellati ma ho letto quello di Renzi, ed è una stupidaggine colossale. È il tentativo di trasportare a livello nazionale il sistema per l’elezione dei sindaci. Ma come si fa a pensare che si possa governare l’Italia con il sistema con cui si governa, non so, Benevento? É un’idea sbagliata e per di più neanche originale. Il sindaco d’Italia non è un’idea di Renzi ma di Mario Segni, in qualche modo un riformatore, ma era già sbagliata all’epoca e lo è oggi.

Con la riforma cambierebbe anche la legge elettorale?

La riforma del sindaco d’Italia implica automaticamente un nuovo sistema elettorale, cioè quello già previsto per l’elezione del sindaco nei paesi con più di 15mila abitanti. Sappiamo che il sindaco viene eletto con il sistema a doppio turno e quindi con la maggioranza assoluta e anche con un premio di maggioranza che si trasforma in seggi. Ma si immagina a livello nazionale fin dove può arrivare un sistema che prevede un grosso premio di maggioranza? E infatti questo è uno dei motivi per cui l’Italicum fu dichiarato incostituzionale.

Cosa dovrebbe proporre l’opposizione per istillare il dubbio nella maggioranza?

Non è un problema della maggioranza, ma della maggioranza più Renzi. Ed è questo che la rende forte. La risposta dovrebbe essere una sola. Basterebbe puntare sul rafforzamento del governo attraverso il voto di sfiducia costruttiva di tipo tedesco. In Germania si vota contro il cancelliere in carica ed entro 48 ore a favore del nuovo cancelliere, sempre a maggioranza assoluta. In Spagna c’è la mozione di sfiducia il cui primo firmatario, se viene approvata, diventa capo del governo. Con un colpo solo, Sanchez è diventato presidente del governo. Il modello tedesco consente anche eventuali ripensamenti tra la prima sfiducia e la nuova fiducia. E consente in qualche modo adattamenti per decidere bene cosa fare in quelle 48 ore. Il tempo non è stato scelto a caso ma è il tempo tecnico affinché tutti sappiano che devono tornare da eventuali missioni all’estero e tornino.

La maggioranza dice che verrà mantenuto il potere di garanzia del presidente della Repubblica…

Questa storia di mantenere il potere di garanzia del Quirinale non ha senso. Perché il presidente della Repubblica non potrà nominare il presidente del Consiglio e non potrà sciogliere il Parlamento. Nelle città è il sindaco che decide se sciogliere il consiglio comunale, ma in quel momento cade anche lui. Insomma, sarebbe un disastro.

Crede che lo scambio riforma istituzionale- autonomia tra Fdi e Lega arriverà a conclusione?

Non mi faccia fare l’astrologo, diciamo che se vogliono probabilmente ci arrivano. Poi debbo ricordare che anche in quel caso la parola passerete agli elettori con il referendum.

Eppure le tensioni ci sono e la Lega sembra pronta a forzare la mano sull’Autonomia, vista la tenacia del ministro Calderoli…

L’Autonomia differenziata è la cosa meno sexy che si possa immaginare. È una cosa che serve alle regioni potenti per diventare ancora più potenti e a quelle più deboli per cercare di avere maggior potere che tuttavia difficilmente otterranno. Ma sono d’accordo sul fatto che sia solo una questione negoziale che serve alla Lega per dire “dateci l’autonomia sennò non votiamo la riforma istituzionale”.

Pensa che con l’opposizione alla riforma istituzionale il Pd di Schlein possa ritrovare la centralità che viene minacciata ogni giorno dal M5S di Conte?

Da un lato sono convinto che il Pd faccia bene a sottolineare il fatto di essere un partito nel quale si discute e si hanno posizioni diverse, entro certi limiti. E questo lo apprezzo. Dall’altro lato però su certe questioni deve dimostrarsi compatto. In primis sull’Europa. Il Pd è l’unico partito veramente europeista in Italia, con l’aggiunta di + Europa che però è un piccolo partito. Il punto di partenza deve essere l’europeismo, dividersi su questo è suicida.

E sul premierato?

Sulle riforme istituzionali è bene che dicano che si possono fare aggiustamenti precisi e puntuali senza stravolgere la Costituzione, che è un edificio nel quale se si toglie un mattoncino bisogna sapere dove ricollocarlo, altrimenti crolla tutto. Con due o tre piccole e mirate riforme il sistema può funzionare meglio. Detto questo, il problema italiano non è costituzionale ma politico, perché i partiti sono diventate macchine poco funzionanti che si aggrappano al guidatore. Ma il problema è annoso e parte da prima di Tangentopoli, quando i democristiani si sono cullati sul loro potere, i comunisti non hanno riformato il partito come avrebbero dovuto fare dopo la morte di Berlinguer, e i socialisti si sono buttati anima e cuore su Craxi.

Pubblicato il 31 agosto si Il Dubbio

Il premierato dei patrioti è simile al sindaco d’Italia di Renzi e per questo non funzionerà mai @DomaniGiornale

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si trova la proposta del presidenzialismo. Poi, talvolta, Giorgia Meloni si è espressa senza precisione a favore del molto diverso semipresidenzialismo francese. Adesso sembra che il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia pronta una bozza che configura una forma finora ignota di Premierato. L’unico elemento che accomuna presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato all’italiana è l’elezione popolare diretta del capo dell’Esecutivo (nel premierato il Primo ministro) che implica la trasformazione della forma italiana di governo dal parlamentarismo ad un generico presidenzialismo.

   Non ho abbastanza informazioni per discutere la bozza Casellati. Mi propongo di farlo a suo tempo. Tuttavia, non poche indiscrezioni suggeriscono che a suo fondamento sta il disegno di legge di revisione costituzionale intitolato “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, primo firmatario Renzi. Un inedito “presidenzialismo” ne sarebbe l’esito concreto. I firmatari preferiscono sostenere che si propongono il passaggio dalla democrazia rappresentativa ad una non meglio definita democrazia decidente. Questa aggettivazione, sostanzialmente assente nella discussione e nelle analisi delle democrazie realmente esistenti, fu ampiamente propagandata, fra gli altri dall’ex-presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, dai sostenitori del referendum costituzionale del 2016 poi sonoramente bocciato dagli elettori.

   Per definire la sua proposta costituzionale in numerose occasioni, per lo più senza essere contrastato e corretto, Renzi ha fatto ricorso alla nient’affatto originale espressione Sindaco d’Italia, inventata più di dieci anni fa da Mario Segni e mai precisata. Non approfondisco il problema, che dovrebbe immediatamente apparire evidente, della differenza enorme fra governare un comune e governare una nazione (sic). Non faccio neppure riferimento al fatto che, utilizzata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata poi abbandonata (Emanuele Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino, a cura di, Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181). Mi limito, invece, a analizzare il disegno di legge Renzi et al. nelle sue carenze e nelle sue implicazioni. Della carenza più flagrante i proponenti sono consapevoli e lo dichiarano. Nel disegno di legge dedicato all’elezione del capo dell’esecutivo manca qualsiasi indicazione concernente, non dirò la legge elettorale (meno che mai l’improponibile semi-incostituzionale Italicum), ma il meccanismo con il quale quel capo sarà eletto. Peraltro, se all’origine stanno le modalità con le quali vengono eletti i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, quella legge la conosciamo: vince al primo turno il candidato/a che ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi altrimenti passano al ballottaggio le due candidature più votate. Importante è ricordare che i vincenti hanno diritto al 60 per cento dei seggi nel consiglio comunale. Si pone qui il problema dell’attribuzione di questo premio di maggioranza in una situazione di Parlamento bicamerale. Dal testo del disegno di legge sembra potersi dedurre che l’elezione del Presidente del Consiglio, pur contestuale a quella delle Camere, sarà separata, immagino su una scheda apposita sulla quale con ogni probabilità dovranno apparire i simboli dei partiti che lo sostengono.

L’eletto/a nominerà i ministri e avrà il potere di revocarli. Potrà essere sfiduciato dalle Camere. In caso di “dimissioni, morte o impedimento permanente”, il Presidente della Repubblica “scioglie le Camere”. In maniera data sostanzialmente per scontata (as a matter of fact direbbero gli anglosassoni), vengono colpiti i due più importanti poteri costituzionali del Presidente della Repubblica italiana: la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei ministri (art. 92) e lo scioglimento (oppure no) del Parlamento (art. 88). Nelle circostanze sopra elencate sarà obbligo costituzionale del Presidente sciogliere il parlamento. Perderà qualsiasi discrezionalità e qualsiasi ruolo configurabile nell’ambito dei “freni e contrappesi” di cui una democrazia liberal-costituzionale ha assoluta necessità e sui quali poggiano la sua democraticità e la sua flessibilità.

In attesa di conoscere i cruciali meccanismi con il quale il capo del governo sarà eletto/a, due rilievi fortemente critici sono già formulabili. Il primo attiene alla rigidità del modello previsto contro la flessibilità delle forme di governo parlamentare che consente loro di affrontare situazioni politicamente, socialmente, economicamente emergenziali. Il secondo è che il modello non garantisce affatto né decisionalità né governabilità, entrambe, affermerebbe il grande politologo Giovanni Sartori, derivanti più dalle qualità del personale politico che da scelte e strumenti istituzionali, ma soprattutto comporta il rischio dello stallo, dell’immobilismo. Per evitare lo scioglimento automatico, Presidente del Consiglio, parlamentari e partiti cercheranno regolarmente il minimo comun denominatore o il “nessun” comune denominatore, preferendo l’indecisione allo scioglimento. Dominus, però, sarà sempre il Presidente del Consiglio che avrà la possibilità di scegliere il momento migliore per lui e per il suo partito nel quale (ri)chiamare alle urne l’elettorato.    Concludendo, nei termini nei quali è descritta nel ddl Renzi et al. l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri implica tre conseguenze a mio parere molto negative. Primo, sterilizza il Presidente della Repubblica strappandogli qualsiasi possibilità di essere e agire come “freno e contrappeso” al Presidente del Consiglio. Secondo, esalta in misura non valutabile il Presidente del Consiglio e il suo potere sulla sua stessa maggioranza e sul Parlamento. Terzo, irrigidisce la forma di governo in maniera esagerata e probabilmente controproducente. Rigidità e manipolazione vanno di pari passo e non comporterebbero in nessun modo un miglior funzionamento del sistema politico e della democrazia. Se la bozza Casellati si muove secondo le direttive renziane parte molto male.

Pubblicato il 1° settembre 2023 su Domani

Critica delle riforme impure #DemocraziaFutura @Key4biz

Perché raddrizzare una discussione appena incominciata, abbastanza male indirizzata. Il punto di Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica e Socio dell’Accademia dei Lincei.

A meno di una settimana dall’avvio delle consultazioni del governo con i rappresentanti delle opposizioni, Gianfranco Pasquino, in un articolo per Democrazia futura ” Critica delle riforme impure”, spiega – come recita l’occhiello – “Perché [occorra raddrizzare una discussione appena incominciata, abbastanza male indirizzata”. Il noto scienziato politico, dopo aver denunciato “la confusione fra premierato e sindaco d’Italia”, descrivendo i principali casi di premierato ovvero “Il modello Westminster di cabinet government del Regno Unito”, nonché “Il caso del Cancellierato tedesco e della Presidenza del governo spagnola”, chiarisce “Perché va[da] respinta drasticamente la proposta del Sindaco d’Italia, di un (quasi) presidenzialismo”, prima di soffermarsi su “Le differenze importanti fra presidenzialismo USA e semi presidenzialismo alla francese” e di motivare la  sua predilezione verso “l semipresidenzialismo alla francese dotato – a suo parere – di elasticità istituzionale e politica”, sottolineando in conclusione la necessità, qualunque sia il modello prescelto, di “Associare al modello costituzionale una legge elettorale decente”.

L’obiettivo dichiarato delle riforme costituzionali di Giorgia Meloni è garantire la stabilità del capo del governo per tutta la durata del mandato. Strumento, ma al tempo stesso anche obiettivo di rivendicazione radicata nella storia della destra italiana, è il presidenzialismo (questo sta scritto nel programma elettorale di Fratelli d’Italia), oggi variamente definito come elezione popolare diretta della più alta carica dello Stato e di governo.

Una immediata nota di cautela, quasi un impossibile veto, è stata introdotta, in special modo, ma non solo, da Giuseppe Conte, dalla sinistra, dal PD: la Presidenza italiana dovrebbe comunque mantenere il suo ruolo e i suoi poteri di garanzia.

Prima di qualsiasi discussione e approfondimento, due precisazioni generali (quelle particolari seguiranno) sono assolutamente necessarie.

Prima precisazione: la stabilità nella carica ha valore positivo se intesa come premessa per la produzione di decisioni, ovvero se accompagnata dall’efficienza e efficacia decisionale.

Seconda precisazione: è imperativo chiarire quale modello di elezione popolare diretta viene prescelto per essere in grado di valutare quanta stabilità offra, a quale prezzo e con quali conseguenze.

Aggiungo subito che una valutazione più convincente discenderebbe dalla comparazione fra una pluralità di modelli, includendovi anche alcuni modelli parlamentari nei quali non è contemplata nessuna elezione popolare diretta del capo del governo

La confusione fra premierato e “sindaco d’Italia”

Nella ridda di dichiarazioni, molti esponenti della maggioranza governativa hanno variamente – giulivamente affermato che è possibile eleggere direttamente il capo dell’esecutivo mettendo sullo stesso piano presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato. Il modello del premierato non è mai stato specificato: dove, quando, come, e la situazione si è ulteriormente complicata quando alcuni esponenti di governo hanno dichiarato che anche il modello del Sindaco d’Italia, proposto da Matteo Renzi di Italia Viva, può essere preso in considerazione.

Tecnicamente, premierato dovrebbe significare governo del Premier, del capo di governo in una democrazia parlamentare. Però, in nessuna democrazia parlamentare il capo del governo viene eletto dai cittadini. Dappertutto, il capo del governo viene scelto dal partito di maggioranza o dai partiti che danno vita ad una coalizione in grado di governare. Ha fatto eccezione a questa regola, quasi, come vuole il proverbio, a sua conferma, Israele eleggendo per tre volte, 1996, 1999, 2001, il Primo ministro, poi non avendone tratto benefici né politici né istituzionali, tornando alle negoziazioni parlamentari.

Il modello Westminster di cabinet government del Regno Unito

L’espressione premierato è ovviamente di origine inglese anche se il cosiddetto “modello Westminster” è meglio definito cabinet government dove il/la Primo Ministro è un primus talvolta primissimus fra i ministri più autorevoli che compongono il governo. Nessuno di loro, né nel Regno Unito né in Australia, Canada, Nuova Zelanda, è mai stato eletto direttamente. Risibile e deplorevole è sostenere, come hanno fatto alcuni cattivi maestri del Diritto Costituzionale, che nel Regno Unito esiste l’elezione “quasi” diretta del Primo ministro.

Non solo la condizione essenziale per diventare Primo ministro è quella di essere il capo della maggioranza parlamentare, ma sono ormai molto numerosi (troppi per citarli) i casi di Primi ministri subentrati a legislatura in corso senza nessun passaggio elettorale.

Potremmo dedurne che alla stabilità nella carica viene preferita l’elasticità che consenta il rilancio dell’azione di governo senza “logorare” l’elettorato con frequenti ritorni alle urne e, ovviamente, senza rischiare la sconfitta elettorale.

Il caso del Cancellierato tedesco e della Presidenza del governo spagnola

Le due democrazie parlamentari europee i cui capi di governo sono rimasti solidamente in carica e per lungo tempo sono Germania e Spagna. In nessuna delle due il Cancelliere e il Presidente del governo, come sono rispettivamente chiamati, sono eletti direttamente dal “popolo”.

Il meccanismo nient’affatto segreto che li stabilizza e consente loro di essere, se ne hanno la capacità personale e politica, efficaci, si chiama rispettivamente voto di sfiducia costruttivo e mozione di sfiducia costruttiva.

Sono le rispettive camere basse a votare in carica il capo del governo e, se lo sfiduciano, ad avere la possibilità di cambiarlo eleggendone un altro, il tutto a maggioranza assoluta.

Darei credito al Costituente repubblicano Tommaso Perassi di avere immaginato con il suo giustamente famoso ordine del giorno la formulazione di un meccanismo dello stesso tipo per stabilizzare il governo italiano. Se Elly Schlein propone qualcosa di simile ha scelto la strada giusta, nettamente alternativa ai presidenzialismi finora neppure abbozzati dal destra-centro.

Perché va respinta drasticamente la proposta del Sindaco d’Italia, di un (quasi) presidenzialismo

Dalla spazzatura della cavalcata costituzionale di Renzi sconfitto nel referendum 2016 è riemerso il fantomatico Sindaco d’Italia, il (quasi)presidenzialismo de noantri. Tralascio qualsiasi considerazione sulla necessità di tenere conto che quello che ha funzionato (fui tra gli sponsor di quel tipo di legge) per i comuni non è affatto detto che riesca a funzionare a livello nazionale. Anzi, probabilmente, no. Basterebbero alcune obiezioni per neanche soffermarsi su una proposta che è sbagliata e strumentale, ma anche strumentalmente intrattenuta da alcuni malintenzionati del destra-centro. Il Sindaco d’Italia farebbe strame del ruolo di salvaguardia/garanzia del Presidente della Repubblica.

Un sindaco eletto dai cittadini toglie al Presidente qualsiasi potere di nomina né, ovviamente, del candidato risultato vittorioso alle urne né degli assessori(/ministri) che il Sindaco avrà negoziato con gli alleati che lo hanno fatto vincere i quali, pertanto, hanno diritto a ricompense adeguate.

Il Presidente non potrà sciogliere il Consiglio/Parlamento (ovviamente monocamerale) neppure se paralizzato da veti incrociati e incapace di governare

Quel Consiglio con il suo sindaco potrà durare anche per tutto il mandato al fine di evitare di confessare le proprie inadeguatezze e di essere costretto dal fallimento a un salto nel vuoto elettorale.

Oppure sarà automaticamente sciolto, e Il Presidente non potrebbe opporvisi, se il sindaco preferirà andarsene per più elevate cariche oppure sarà costretto a dimettersi per malefatte. Alla faccia della stabilità.

Le differenze importanti fra presidenzialismo USA e semi presidenzialismo alla francese

Tornando a presidenzialismo e semipresidenzialismo, le loro logiche di funzionamento e i loro problemi istituzionali presentano differenze tanto chiare quanto importanti.

Per il presidenzialismo negli Stati Uniti d’America (immagino che Giorgia Meloni non abbia come riferimento i presidenzialismi latino-americani, peraltro, non tutti da mettere nello stesso sacco), comincerò con il notare che si accompagna ad un federalismo radicato e vigoroso che, fra l’altro, si esprime nell’elezione popolare diretta di due Senatori per ciascuno Stato dando vita a quella che è unanimemente considerata l’assemblea elettiva più forte al mondo.

Sottolineo che il Presidente non ha il potere di iniziativa legislativa (supplendovi in una varietà, non sempre apprezzabile e commendevole, di modi), che appartiene al Congresso.

Chiudo per ragioni di tempo e di spazio soffermandomi sull’inconveniente più grave, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo diventato molto frequente: il governo diviso.

La formula del presidenzialismo USA fu definita nel 1960 da Richard Neustadt: separate institutions sharing powersVent’anni dopo la formula fu precisata: separate institutions competing for power, vale a dire che, comunque, il Presidente non è mai dominante. Deve sempre fare i conti con la Corte Suprema e con il Congresso.

Quando, per 34 anni sui recenti 48 (12 presidenze, ovvero 7 Presidenti), in uno o in entrambi i rami del Congresso, il partito del Presidente non ha la maggioranza, ne consegue la situazione di governo diviso (apparentemente non noto oppure gravemente sottovalutato dai presidenzialisti italiani). Il Presidente vedrà non gradite, non accettate, non votate le proposte di legge introdotte dai suoi parlamentari e il Congresso vedrà il Presidente porre il veto sui suoi disegni di legge.

In un Congresso polarizzato la maggioranza dei due terzi indispensabile a superare il veto presidenziale si manifesterà rarissimamente. Il Congresso accuserà il Presidente di bloccare le riforme, accusa che il Presidente con la potenza di fuoco della Casa Bianca ritorcerà contro i suoi avversari nel Congresso a tutto scapito della possibilità per gli elettori di attribuire limpide responsabilità politiche. L’uomo al comando non tradurrà il suo mandato in politiche promesse e coerenti e si troverà triste, solitario y final (la sua rielezione inevitabilmente in dubbio).

Perché prediligo il semipresidenzialismo alla francese dotato di elasticità istituzionale e politica

Tutt’altra è la storia del semipresidenzialismo alla francese il cui finale non è mai scritto in anticipo poiché è un modello dotato di elasticità istituzionale e politica.

Anzitutto, il Presidente è eletto direttamente dal popolo con un sistema che, se al primo turno nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta, obbliga al ballottaggio. Dunque, agli elettori si offre l’opportunità di valutare con cura le alternative in campo e le loro conseguenze. Dopo la riforma costituzionale del 2002, l’elezione dell’Assemblea Nazionale segue quelle presidenziali che vi esercitano un effetto di trascinamento, cioè, gli elettori sono inclini a consegnare al Presidente appena eletto una maggioranza parlamentare operativa.

Qualora non avvenisse così, la coabitazione fra Presidente, capo di una maggioranza, e maggioranza opposta, che esprime il Primo ministro, da un lato, non porrebbe in stallo il sistema poiché il Primo ministro avrebbe i numeri per governare, dall’altro, passato un anno, il Presidente ha il potere di scioglimento dell’Assemblea nel tentativo di ottenere dall’elettorato, che ha seguito gli avvenimenti, una maggioranza a lui favorevole.

Infatti, sarà sufficientemente chiaro chi, Presidente o Primo ministro, è responsabile del fatto, non fatto, fatto male.

Come abbiamo visto di recente, grazie all’articolo 49 comma tre, in casi eccezionali il Presidente può anche imporre l’attuazione di una legge se la sua maggioranza è restia, fermo restando che su richiesta di un decimo dei parlamentari viene attivato il voto di sfiducia nei confronti del/la Primo ministro. Inoltre, sessanta parlamentari hanno la possibilità di fare direttamente ricorso al Conseil Constitutionnel per bloccare leggi ritenute incostituzionali.

Conclusioni. Una discussione male indirizzata assolutamente da raddrizzare

Per rientrare nelle preoccupazioni italiane, è inevitabile che i due Presidenti, espressione delle preferenze politiche dei loro cittadini, a quelle preferenze cerchino di rispondere e non siano classificabili come organismi di garanzia. Entrambi, però, sicuramente intendono e, per lo più, lo dicono alto e forte, rappresentare la loro nazione, il popolo. Che vi riescano o no, lo diranno i risultati elettorali e lo scriveranno gli studiosi.

D’altronde, quando mai i partiti italiani del centro-destra hanno riconosciuto imparzialità, terzietà, equilibrio, garanzia ai Presidenti Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), Giorgio Napolitano (2006-2013; 2013-2015)? Solo di recente hanno scoperto queste doti in Sergio Mattarella, non certo nei primi anni del suo primo mandato (2015-2022).

Nella democrazia parlamentare spagnola, la garanzia sta, come per tutti i sistemi politici dell’Europa occidentale che sono monarchie, nelle mani del Re.

In Germania, il Presidente della Repubblica è il garante anche grazie al fatto che la sua elezione è stata sostanzialmente sempre concordata fra i partiti.

Associare al modello costituzionale una legge elettorale decente

Nessuna discussione dei modelli di governo può dirsi esaurita e meno che mai esauriente se non è accompagnata da una descrizione e valutazione delle leggi elettorali con le quali vengono formati i rispettivi parlamenti.

Questo non è un altro discorso, poiché le relazioni Presidente/Parlamento sono di cruciale importanza per il funzionamento di qualsiasi (semi)presidenzialismo.

Lampante che la legge Rosato, già pessima per qualsiasi democrazia parlamentare, non potrà essere preservata nel suo impianto neppure ritoccandola con l’eliminazione delle scandalose pluricandidature e con l’inserimento del voto di preferenza.

Al momento, il silenzio sulla legge elettorale non consente di procedere a riflessioni più approfondite, ma fin d’ora va affermato che qualsiasi modello sarà prescelto, dovranno essere formulate leggi elettorali apposite e che nei presidenzialismi non esistono leggi elettorali con premi di maggioranza.

Complessivamente, la discussione appena cominciata appare già abbastanza male indirizzata, chi la raddrizzerà?

Riferimenti bibliografici essenziali

Gianfranco Pasquino, Sistemi politici comparatiFrancia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti, Bologna, Bononia University Press, 2007, 173 p.

Gianfranco Pasquino (a cura di), Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, 373 p.

Pubblicato il 15 maggio 2023 su Key4biz