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Coerenza, vo cercando ch’è sì cara…

Dove sta la linea divisoria fra coerenza e opportunismo? Ho sempre pensato che i due grandi paesi anglosassoni, capostipiti, rispettivamente delle Repubbliche presidenziali e delle democrazie parlamentari, offrissero gli esempi migliori della coerenza in politica, di politici coerenti che maturano una posizione, la mantengono nelle avversità, ne accettano la totale responsabilità. Di recente, ho visto queste qualità in Robert Kennedy e in John McCain, ma anche, pur ritenendo le sue politiche sbagliate, in Margaret Thatcher (troppo facile citare Winston Churchill). Poi, brutto segno dei tempi, sulla scena politica USA ha fatto irruzione Donald Trump e, più di recente, sulla scena londinese si è affermato Boris Johnson. Entrambi esemplari di opportunismo, che non definirò mai “puro”, per i quali l’unica coerenza è la ricerca del potere, la soddisfazione del narcisismo, lo sberleffo.

La politica, l’ho imparato da tempo, è l’arte di costruire le condizioni del possibile, pongo l’enfasi sul verbo costruire, quindi di afferrare le opportunità, di utilizzarle, piegarle, indirizzarle. Chi si chiama fuori è perduto. Chi è senza una bussola di valori ondeggia, oscilla, diventa preda di altri. C’è un solo modo, weberiano, di chiamarsi fuori rimanendo coerenti: accettare la sconfitta e ricominciare da capo. Senza sostenere di avere comunque avuto ragione e che i tempi non erano maturi. Sono sempre stato in disaccordo con l’affermazione che si meritano la sconfitta coloro che hanno ragione in anticipo sui tempi, troppo presto sostengono gli opportunisti. Non ritengo affatto geniali i comportamenti di coloro che contraddicono platealmente quanto hanno affermato poco tempo prima senza neppure curarsi di offrire una spiegazione. Neppure l’affermazione che solo le persone stupide non adattano i loro comportamenti alle mutate situazioni mi ha mai convinto pienamente. Certo, cambiare i comportamenti è possibile e spesso auspicabile, ma lo si deve fare riconoscendo gli errori insiti nei comportamenti precedenti, magari chiarendo le motivazioni dei comportamenti sbagliati e quelle dei nuovi comportamenti.

Non sono in grado di valutare le ragioni (non può essere quella da lui addotta “sterilizzare l’aumento dell’IVA”, sarebbe banale e preoccupante per povertà di visione) che hanno spinto Matteo Renzi a chiedere quel governo con le Cinque Stelle che lui aveva fermamente rigettato dopo la sua pesante sconfitta elettorale del marzo 2018. Qui, non scenderò in nessun particolare poiché in quanto a coerenza anche il gruppo dirigente delle Cinque Stelle ha molto su cui riflettere. Invece, il Presidente del Consiglio Conte, attraverso errori e ripensamenti e soprattutto apprendimenti accelerati, sembra essere riuscito a capire e a fare capire come sono maturate le sue posizioni che ne giustificano la permanenza a Palazzo Chigi seppure con una compagine governativa molto diversa, oppure proprio per questo.

Adesso, il discorso sulla coerenza si sposta sulle politiche del governo e soprattutto sui rapporti con l’Unione Europea. Coerenza è mantenere gli impegni presi dall’Italia, molti dei quali si trovano nei Trattati, in particolare in quello di Lisbona. Coerenza è credibilità delle posizioni che i Ministri italiani prenderanno e delle responsabilità che si assumeranno. Coerenza, infine, è spiegare agli italiani che il problema non è riacquisire quella sovranità che condividiamo con gli altri stati-membri dell’Unione, ma procedere e approfondire affinché diventi presto possibile sentirsi e essere al tempo stesso concretamente italiani e europei-europei perché italiani. Allora coerenza è insegnare l’educazione civica in chiave di patriottismo europeo e praticarla nella speranza che gli operatori dei massa media sappiano (e vogliano) “narrarla” senza stravolgimenti. Amen.

Pubblicato il su paradoxaforum.com

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

Ritorsioni sulla strada per le Europee

Certamente, come sostiene il Presidente del Consiglio, il governo va avanti. Come se niente fosse? Anche se, dopo l’Abruzzo verrà la Sardegna, 24 febbraio, le 5 Stelle hanno subito imboccato la strada della ritorsione “programmatica”: NoTav , costa troppo. È un colpo al vittorioso Salvini che si sta godendo l’avanzata con la quale ha travolto sia le 5 Stelle sia, ancora una volta, Forza Italia. Qualcuno dentro le Cinque Stelle, nella mitica “base”, appare molto preoccupato, e fa bene. Vorrebbe anche chiederne conto ai vertici, nell’ordine, Di Maio, Di Battista e, forse, Casaleggio (con Grillo defilato). Con l’elezione di un Presidente di Regione di Fratelli d’Italia può giustamente esultare anche Giorgia Meloni. Tirano un sospiro di sollievo i dirigenti del Partito Democratico. Grazie all’apporto di una pluralità di liste hanno contenuto la sconfitta, ma che l’Operazione Abruzzo implichi logicamente il sostegno a un composito listone per le elezioni europee, come annunciato da Orfini, Zingaretti e Martina, sottoscrivendo il Manifesto di Calenda, rimane, a mio parere, alquanto dubbio. Preoccupante, soprattutto per chi si candida a fare il segretario del PD, è scoprire che il partito va meglio se si “annega” in un laghetto di liste civiche. Salvini va a vele spiegate per due ottime ragioni. Primo, continua a interpretare il desiderio di sicurezza degli elettori e di modernizzazione meglio di chiunque altro, senza troppi distinguo. Secondo, prende sul serio le campagne elettorali e le fa battendo il territorio, mettendoci, politichese, la faccia.

Il NO delle 5 Stelle alla TAV serve a rassicurare la “base” – i cui segreti, desideri e numeri, sono custoditi dalla piattaforma Rousseau, che sovrintende alle modalità e agli esiti delle votazioni– su uno dei temi di bandiera. Però, il capo politico Luigi Di Maio, da un lato, non sa che pesci prendere, dall’altro, deve assolutamente sperare che qualcosa funzioni da qui alle elezioni europee, passando il più indenne possibile dalle elezioni regionali sarde, già un po’ pregiudicate dalla sconfitta pesante subita nelle municipali di Cagliari. Quello che deve totalmente e rapidamente funzionare è il reddito di cittadinanza che entrerà in vigore ad aprile, in tempo, dunque, per fare sentire i suoi effetti. Comunque, Di Maio è in una posizione di sostanziale debolezza. Non può permettersi di fare saltare il governo poiché non ha nessuna alternativa. Finirebbe all’opposizione con poche prospettive future: duri, forse, ma, dopo una non esaltante esperienza di governo, non più puri. Non interessato alla “purezza”, ma disposto a “sporcarsi le mani” per attuare il suo programma, anche con durezza, Salvini ha una preoccupazione dominante: evitare di andare sotto processo, e una minore, immediata: recuperare sulla TAV. Poi la sua strada sarà in discesa almeno fino a maggio quando il peggio che gli possa succedere è che le aspettative siano troppo superiori all’esito del voto europeo. È un rischio che può permettersi di correre.

Pubblicato AGL il 13 Febbraio 2019

L’Abruzzo non è l’Ohio, ma non è da sottovalutare

Si dice che l’Ohio sia uno Stato chiave nelle elezioni presidenziali USA. In effetti, spesso i suoi voti sono stati decisivi per la vittoria, in particolare, dei candidati repubblicani alla Presidenza. Sconsiglio dall’assimilare l’Abruzzo all’Ohio. Per quanto interessante, l’esito del voto in Abruzzo non prefigura necessariamente un eventuale, peraltro, a mio modo di vedere, del tutto improbabile, voto politico nazionale. Tuttavia, non è neanche da sottovalutare. Senza fare il populista (non mi riesce difficile), quando il popolo, meglio, i cittadini parlano con il loro voto, nel quale hanno investito energie, tempo, forse anche denaro (per informarsi e andare alle urne), è sempre auspicabile ascoltarli, cercare di capire che cosa hanno voluto dire, quale messaggio contiene il loro voto, da quali fattori è stato influenzato. Tuttavia, il voto è sempre il prodotto di una relazione fra le promesse dei candidati e dei partiti e la ricezione, influenzata da una molteplicità di considerazioni, degli elettori.

Tanto per cominciare, poco meno della metà degli abruzzesi hanno deciso e detto che, no, le elezioni nella loro regione non erano abbastanza importanti da meritare la loro partecipazione. Questa risposta meriterebbe una qualche riflessione non ipocrita da parte dei dirigenti di partito. Non me l’aspetto, quindi soprassiedo, riservandomi il diritto di criticare chi, regolarmente, si strappa le vesti per qualche minuto (leggi il dopo-Cagliari), poi va avanti come se niente fosse. Minimizzeranno anche i dirigenti delle Cinque Stelle, il capo politico Di Maio, che ha finora collezionato sconfitte e perdite di voti nient’affatto trascurabili e non colmabili da nessun accordo con gilet gialli o di altri colori? E il comandante Di Battista impegnato sul fronte venezuelano? Qualcuno vorrà chiedere al Presidente del Consiglio Conte perché gli elettori abruzzesi non hanno capito che il 2019 sarà un anno bellissimo e non hanno deciso di incoraggiare la forza di governo, ancora per poco, maggioritaria?

Siamo sempre in attesa di una riflessione dei dirigenti del PD, a cominciare da quella che sul suo divano attrezzato con pop corn dovrebbe effettuare il due volte ex-segretario, sul voto del 4 marzo 2018. Adesso, però, qualche parola sulla necessità e utilità del PD di costruire davvero alleanze con una varietà di associazioni che operano sul “mitico” territorio (che è il luogo dove bisognerebbe tornare a fare politica, ovvero a interloquire con ci abita e vive) parrebbe assolutamente opportuna. Andare oltre il PD con associazioni che lo reputano utile, ma da solo non adeguato, sembra essere la strada da imboccare. Comunque, i tre candidati alla segreteria non hanno tuttora saputo indicarne nessuna.

Qual’è la sua strada Matteo Salvini la conosce molto bene: battere il territorio, sembra che sia stato il leader nazionale che ha visitato più di tutti l’Abruzzo, stando quando serve, e nelle elezioni locali serve eccome, con il centro-destra. Il messaggio che manda il capitano-Ministro Salvini è duplicemente chiarissimo. Sappia il centro-destra che la sua Lega è assolutamente indispensabile per vincere e governare a livello locale (e nel futuro, non si sa quanto prossimo, azzarderei non tanto, anche a livello nazionale). Sappiano le Cinque Stelle, non soltanto che la Lega continua a crescere elettoralmente, ma che, lui, ha una alternativa coalizionale. In caso di una crisi di governo, Salvini può vantare e contare su una comoda posizione di ricaduta. Tutto questo è estraibile dall’esito delle elezioni regionali in Abruzzo. Mi pare parecchio e interessante.

Pubblicato il 11 febbraio 2019 su formiche.net

Non sarà un anno bellissimo #governogialloverde

Qualsiasi paese che voglia contare sulla scena internazionale deve avere un governo credibile che, quando assume impegni, li rispetta e partecipa con gli altri paesi a creare e mantenere un ordine internazionale il meno turbolento possibile. Se vogliono incidere sul suo funzionamento, gli Stati-membri dell’Unione Europea, debbono, anzitutto, osservarne le regole. Potranno, poi, anche cercare di cambiarle. Ci riusciranno soltanto convincendo gli altri Stati membri. È facile capire che le critiche alla Commissione Europea e agli altri governi non creano un clima favorevole al paese che avanza quelle critiche se, nel frattempo, non osserva le regole. Fin dall’inizio il governo giallo-verde ha assunto una posizione di sfida nei confronti della Commissione e non ha trovato “sponde” negli altri Stati-membri. Di recente, il governo Conte-Salvini-Di Maio (non sono sicuro che questo sia l’ordine giusto, ma mi chiedo dove fosse il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi) ha impedito approvazione di un documento a favore di elezioni il prima possibile per il ritorno alla democrazia del Venezuela. È incomprensibile come si possa essere “equidistanti”, è l’aggettivo usato da Conte, fra il dittatore che reprime e affama i venezuelani e chi chiede elezioni libere, competitive, trasparenti.

Comprensibile, ma molto criticabile, è il comportamento di un ministro della Repubblica italiana, Luigi Di Maio, che è andato a incontrare e a offrire solidarietà a un pezzo del movimento Gilet Gialli che sfida il governo francese. Invece, quella del Ministro Salvini che annuncia la “convocazione” del Ministro francese degli Interni è una gaffe peraltro rivelatrice di mancata conoscenza dell’etichetta nelle relazioni fra Stati. Andando in Francia, paese con il quale l’Italia ha non pochi dossier aperti (immigrazione, Fincantieri, Tav, Alitalia), forse Di Maio voleva “soltanto” creare le premesse per una futura confluenza in un gruppo comune nel Parlamento Europeo degli eventuali eletti del Movimento dei Gilet. Forse Salvini non ha potuto/voluto prendere le distanze dal suo alleato di governo dei cui voti avrà bisogno per evitare di finire sotto processo.

Sicuramente, tanto Di Maio quanto Salvini hanno compiuto, il primo in maniera più plateale, atti politici all’insegna dell’improvvisazione e dell’impreparazione che rende improbabile stabilire i necessari rapporti di collaborazione con altri governi europei, meno che mai con la Francia. Tutt’e due hanno gli occhi puntati sulle elezioni europee di maggio quando i duri dati derivanti dai voti consentiranno di valutare quanto è cambiato il loro rispettivo consenso. Nel frattempo, però, le conseguenze del chiamarsi fuori da azioni comuni dell’Unione Europea e dell’interferenza nella politica interna della suscettibile Francia pregiudicano ulteriormente la attendibilità dell’Italia e rendono ancora più improbabile che il 2019 sarà, come annunciato incautamente dal Presidente del Consiglio Conte, “un anno bellissimo”.

Pubblicato AGL il 10 febbraio 2019

Salvini non vuol farsi processare? Il motivo è solo uno. Ma il governo non deve cadere

 

Intervista raccolta da Antonella Loi

Il politologo Pasquino: “Si difenda nel processo e non dal processo. Poi eventualmente valuti il passo indietro”. Ma l’esecutivo deve stare in piedi

 

Matteo Salvini alla resa dei conti. La giunta per le autorizzazioni del Senato comincia l’analisi dei documenti che i giudici del Tribunale dei ministri di Catania hanno trasmesso con la richiesta di procedere per il caso della nave Diciotti, il pattugliatore della Guardia costiera ormeggiato nel molo di Levante del porto di Catania blindato per cinque giorni con 177 persone a bordo. Tutti migranti naufraghi, molti destinatari di protezione internazionale. Una bella gatta da pelare per il governo che prova a fare quadrato intorno al ministro dell’Interno. Il premier Giuseppe Conte si assume la responsabilità di quei fatti e il M5S, temporeggia davanti a un bivio: votare sì o no? Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza gli ultimi accadimenti in due parole: “Un grande pasticcio”.

Cosa non torna professore?
Dovrebbero uscirne come si fa nei Paesi decenti. E cioè il ministro che ha ripetutamente detto che non ha paura dovrebbe dire ai suoi senatori di votare per l’autorizzazione a procedere, dovrebbe difendersi nel processo e non dal processo. Le motivazioni che fino a adesso ha addotto sono veramente mediocri.

Perché?
L’esercizio dei poteri ministeriali: la funzione non è esente da errori e forse anche da violazioni della legge e quindi questo non vale e l’avere protetto un interesse nazionale è tutto da dimostrare. Bene, lo faccia nel processo.

Salvini prima ha detto sì poi no, ha subodorato le conseguenze di una possibile condanna?
Certamente ha sentito che le sue motivazioni erano debolissime, si è fatto consigliare da qualche magistrato e a questo punto ha fatto marcia indietro. Però non si governa e non si fanno azioni degne di merito sulla base di opportunismi. E in questo caso Salvini dimostra di essere un politico qualsiasi, opportunista, non andando di fronte ai giudici.

L’alleato di governo, il M5S sembra in grande difficoltà. Di Maio non ha sciolto la riserva, ma all’interno del movimento si contano già diversi esponenti che dicono di volersi appellare all’articolo 67 della Costituzione invocando la libertà di coscienza.
A me sta benissimo la libertà di coscienza, dopo di che dovrebbero anche spiegarci quali sono le conoscenze che li spingono a votare sì o no. In un caso o nell’altro dovranno dirci quali sono le motivazioni. Il punto fondamentale è: dove sta il famoso fumus persecutionis. Se i parlamentari del M5S pensano che ci sia un fumus persecutionis dei magistrati ai danni di Salvini ci spieghino dove sta.

Se il Senato dice sì all’autorizzazione a procedere, il governo cade?
Non dovrebbe cadere, questo è il punto rilevante. Cioè i magistrati ritengono che ci sia stata una qualche violazione di legge o di costituzione nell’operato del ministro? Questo riguarda un caso specifico. Dopo di che il governo va avanti. È il ministro a quel punto può dire mi sollevo dalle funzioni e, se ha un minimo di coscienza giuridica e politica, deve dire che il governo va avanti.

 Conte sostiene che la responsabilità sia collegiale.
“Quello che ha detto il presidente del Consiglio è gravissimo. Anche Conte dovrebbe sollevarsi dalle sue funzioni che tra l’altro esercita già abbastanza malamente. Quello era un atto del ministro, non credo che ci sia stata una delibera del governo su cosa fare con la nave Diciotti”.

 Eppure il ministro Toninelli ha assicurato che la decisione è stata presa di comune accordo.
Questo è tutto da provare, io non penso che sia così. Toninelli sta a sua volta cercando di salvare il ministro e a sua volta il suo posto di ministro.

 Entrando nel merito della richiesta della procura, Salvini aveva il potere di fare quello che ha fatto o è andato oltre i limiti delle sue funzioni?
Questo non lo so ed è per questo che Salvini dovrebbe andare davanti al giudice. Viene accusato di sequestro di persona? Va al processo e spiega perché secondo lui non lo era, inoltre deve dimostrare che quel tipo di decisione serviva a evitare mali peggiori. Ma lo deve provare nel processo. Bisognerebbe vedere le carte dei magistrati che i componenti della giunta per le autorizzazioni immagino stiano leggendo. Aspettiamo di sentire poi quali sono le controdeduzioni di Salvini.  

Pubblicato il 30 gennaio 2019