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Senso delle istituzioni e opportunisti di oggi, ieri e domani.

Dopo la legge elettorale che “tutta l’Europa c’invidierà che metà Europa imiterà” (largamente cassata dalla Corte Costituzionale), è arrivata la legge firmata dal capogruppo del PD alla Camera, Ettore Rosato, noto esperto di leggi elettorali, certo più di Roberto D’Alimonte. La legge di Rosato di europeo non ha proprio nulla. Per di più, non consentirà di sapere la sera stessa chi ha vinto le elezioni e chi governerà (né l’uno né l’altro obiettivi ritenuti prioritari e perseguiti dai sistemi elettorali europei), ma impone la formazione di coalizioni pre-elettorali (che si scomporranno per dare vita ad una coalizione di governi) rendendo impossibile agli elettori di darne una valutazione disgiunta dal loro voto a favore o contro il candidato nel collegio uninominale. Se questa non è “la sua legge”, come Renzi ha dichiarato più volte sdegnosamente con il labbro all’insù, trovando spazio nei reportages di Maria Teresa Meli, il segretario ha subito una sconfitta (e con lui Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro). Sconfitto, invece, non è il giurista del PD Stefano Ceccanti per il quale è andato sempre tutto ottimamente: lo spagnolo in salsa tedesca e viceversa, l’Italicum e, adesso, almeno per qualche tempo, il bruttamente detto Rosatellum.

Che, poi, Camera e Senato abbiano legiferato con la pesante tagliola del voto di fiducia che ha impedito ai non molti parlamentari che ne hanno il coraggio di esprimere le loro preferenze e formulazioni alternative, è parso grave soltanto al Presidente del Senato Grasso che ha abbandonato il Gruppo del Partito Democratico dopo il voto. I commentatori a chiedersi dove andrà e cosa farà da grande invece di porsi il problema del senso delle istituzioni del segretario del PD e dei molti, troppi, suoi parlamentari alla ricerca della (ri)candidatura. Disposti a tutto, specialmente, alla Camera dove, grazie al premio in seggi del 2013, almeno un centinaio di loro non torneranno più (mai dire mai), 211 parlamentari del PD hanno approvato una classica mozione tanto improponibile quanto populista. Gli eletti (aggiungere dal popolo, trattandosi di designati dai capipartito e corrente sarebbe quasi offensivo) si sono audacemente posti a difesa dei risparmiatori contro il banchiere Ignazio Visco, noto nemico del popolo, accusato di non avere utilizzato gli strumenti di vigilanza della Banca d’Italia. Sobillati dal loro segretario che ha rivendicato la scelta e difeso l’esito (persino contro il coro di suoi tardivi critici da Napolitano a Prodi, ma non ho letto di Arturo Parisi), quei parlamentari, hanno gravemente interferito nei poteri del capo del governo, del Consiglio dei Ministri del Presidente della Repubblica ai quali, oramai lo sappiamo tutti, speriamo di ricordarcene, spetta la proposta, la nomina, la firma. La legittima espressione di critiche al governatore in carica Ignazio Visco avrebbe potuto trovare una legittima sede nella appositamente istituita Commissione d’inchiesta sulle banche alla cui Presidenza era stato nominato il tuttologo PierFerdinando Casini, già referendario del “sì”, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato. Il senso istituzionale del doppio incarico mi sfugge. Non mi sfugge l’alto livello di dilettantismo di Casini.

Sconfitto nel suo referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale, frustrato nel suo tentativo di ottenere elezioni anticipate, innervosito dalla popolarità acquisita dal Primo Ministro Gentiloni, leader tranquillo, ma certo non entusiasmante, Renzi sta menando colpi a destra e a manca contro le regole e le istituzioni. Non è l’inizio, ma la prosecuzione di un’avventura che rischia di travolgere i principi della democrazia rappresentativa parlamentare italiana che qualche commentatore ha svilito nel corso della campagna referendaria e che altri, come Paolo Mieli, ritengono inadeguata per mancanza di alternanza (e non piuttosto per carenza di senso delle istituzioni, qualità delle quale tutti gli azionisti furono sempre abbondantemente provvisti).

Non frequento l’astrologia, ma non ne ho bisogno per prevedere che un capo partito che non ha senso delle istituzioni (e neppure alternative occupazionali) alzerà il tiro della sua campagna elettorale fino al parossismo rendendo difficilissima la formazione del primo governo della legislatura che comincerà nella primavera 2018. In questo modo si renderà degno della qualifica di “mattatore trascendente” offertagli (Il Mattino 30 ottobre) con understatement anglosassone dal politologo per il “sì” Mauro Calise. Non riesco a dimenticare di avere imparato da James Madison che poiché gli uomini, ma neppure le donne, non sono angeli, è necessario un governo ovvero istituzioni che stabiliscano i limiti e le modalità accettabili dei conflitti e delle loro risoluzioni. Chi attenta alle istituzioni distrugge beni preziosi. Prendo atto che stuoli di commentatori politici non condividono l’importanza di salvaguardare le istituzioni della democrazia italiana. I chierici non tradiscono mai una volta sola.

Pubblicato il 2 novembre 2017 su PARADOXAforum

Tagliole, ghigliottine e paralisi

La riforma del Senato deve avere qualche problema serio. Il testo, già abbondantemente rivisto rispetto alla sua stesura iniziale, è finito proprio nella palude di migliaia di emendamenti dai quali non uscirà, come vorrebbe il velocissimo Matteo Renzi. A suo sostegno, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo, credo proprio che sia il verbo giusto, addirittura il Presidente della Repubblica. Colui che è stato uno dei più convinti e coerenti “parlamentaristi” italiani ha affermato che è da tempo che il bicameralismo paritario (non, per favore, “perfetto”) deve essere riformato. Preoccupato dalla paralisi parlamentare, il Presidente, che pure ha conosciuto non pochi ostruzionismi quando era deputato, mercoledì ha addirittura convocato il Presidente Grasso per invitarlo ad accelerare. Martedì, in un altro discorso, curato, come solo lui sa fare, in ogni particolare lessicale, Napolitano aveva smentito qualsiasi scivolamento autoritario a effettuare il quale non sarà certamente sufficiente nessuna riforma del Senato. Sul punto, il Presidente ha sicuramente ragione, ma coloro che denunciano involuzioni autoritarie guardano al quadro complessivo che include anche la legge elettorale nel testo approvato dalla Camera e alle maggiori difficoltà con le quali i cittadini potranno accedere al referendum.

Curiosamente, proprio i giornalisti parlamentari ai quali Napolitano ha espresso le sue posizioni istituzionali, hanno messo in secondo piano le severissime critiche presidenziali alla legge elettorale. Infatti, nel resoconto virgolettato del “Corriere della Sera” (non un quotidiano di opposizione dura e pura), si legge che il Presidente ha dato per scontato che il testo approvato alla Camera venga “ridiscusso con la massima attenzione per criteri ispiratori e verifiche di costituzionalità che possono indurre a concordare significative modifiche”. Se qualcuno sostenesse che il Presidente Napolitano, al quale spetterà poi di promulgare la legge, ha affossato l’Italicum nella sua versione attuale, sarebbe vicinissimo al vero. E’ possibile che l’intenzione di Napolitano fosse di far sapere al Presidente del Consiglio Renzi che, invece di flettere i muscoli in estenuanti prove di forza, di piazzare tagliole e di proporre ghigliottine agli emendamenti dei senatori, farebbe meglio ad andare a qualche trattativa anche perché nella legge elettorale molte modifiche saranno indispensabili.

Da sempre Napolitano ha detto di preferire che, per fare le riforme istituzionali, si produca un’ampia convergenza, mentre, fin dall’inizio Renzi ha scelto la strada della piccola convergenza con Berlusconi e con il suo ancor più rimpicciolito partito dopo le elezioni europee. I Senatori di Forza Italia non sembrano convintamente convergenti cosicché l’eventuale maggioranza riformatrice finisce per essere appesa a pochi voti. Al Senato non si sta combattendo una battaglia, come si dovrebbe, per fare cambiare verso all’Italia. La battaglia ha una posta più grande e sostanzialmente sbagliata: non perdere la faccia. Renzi sostiene di avere ottenuto un mandato dal 40,8 per cento di elettori che lo hanno votato alle Europee, ma che, appunto, erano le elezioni per il Parlamento europeo, non per la riforma del Senato italiano. Gli oppositori della riforma non stanno semplicemente difendendo posto di lavoro e indennità, una brutta accusa formulata dal Presidente del Consiglio e dai suoi zelanti sostenitori. La maggioranza di loro hanno una storia politica che può chiudersi in questa legislatura poiché dispongono di una professione alla quale tornare. Gli oppositori stanno proponendo una riforma diversa che, in maniera tutt’altro che truffaldina o episodica, coinvolga anche la Camera, sicuramente ipertrofica e mai impeccabile nel suo funzionamento, come sa Napolitano che ne fu Presidente (1992-1994). In assenza di una legge elettorale decente e nel semestre europeo di presidenza italiana, la minaccia di un ritorno alle urne è spuntata. Nessuna tagliola e nessuna ghigliottina: meglio un saggio ritorno al confronto su pochi punti.

Pubblicato circuito AGL il 25 luglio 2014

Cara Boldrini, ti scrivo …

Come non rallegrarsi? La Presidente della Camera annuncia agli italiani un bellissimo, ancorché imprecisato, regalo, se non di Natale, almeno per l’Anno Nuovo. Metterà il suo impegno prioritario al servizio di una nuova legge elettorale. Qualcuno, per esempio, Napolitano, che assistette impotente alla nascita del Mattarellum, oppure Casini, che non fece proprio un bel niente contro il Porcellum, dovrebbe comunicare all’on. Laura Boldrini che i Presidenti delle Camere non si immischiano in materie elettorali. Addirittura, il Presidente del Senato Grasso ha compiuto il suo atto politico più rilevante accettando, con un profondo respiro liberatorio e senza raccomandabili sensi di colpa, che la riforma della legge elettorale trasmigrasse dal Senato, nella cui Commissione Affari Istituzionali si era colpevolmente arenata, alla Camera. Ciò detto, a nessuno sono note, non le preferenze, che la Presidente Boldrini vorrà pure comunicare agli italiani “popol suo”, ma le sue competenze “elettorali”.

Una new entry nel dibattito già abbondantemente inquinato da incompetenti, da plagiatori, da approfittatori e da frenatori, dovrebbe sentirsi obbligata a fare chiarezza sul traguardo che si prefigge e. dato il suo potere, sulle modalità con le quali intende perseguirlo e conseguirlo. I proclami vuoti, anche quando sono espressi dai nuovi politici, sono quel che di peggio la vecchia politica ci ha lasciato. La Presidente Boldrini ha sicuramente voluto gettare il suo cuore buonista oltre l’ostacolo rappresentato dai mattarelli e dai porcelli, dai doppio turnisti di coalizione e dai proporzionalisti. Adesso, è lecito attendersi che chiarisca in che modo solleciterà i “suoi” deputati a procedere spediti verso l’approvazione di una riforma, in tempi decenti, che non irritino la suscettibilità dei giudici costituzionali. Soprattutto, nella sua prossima ventura esternazione, dovrà regalarci una spiegazione convincente del modello al quale dovrà ispirarsi la nuova legge elettorale. Questa è, cara Presidente, trasparenza e assunzione di responsabilità.