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Meglio l’elezione diretta

Dopo essersi dimostrati ignobilmente incapaci di eleggere un Presidente ed essere stati costretti a rieleggere Napolitano, la maggioranza dei parlamentari e dei dirigenti che li hanno nominati sono in attesa fervente di poterci provare un’altra volta. La notizia che Napolitano si dimetterebbe già verso metà gennaio 2015 li manda tutti in fibrillazione. Per alcuni, i “presidenziabili”, la fibrillazione è contenutissima, accompagnata da qualche frasetta ipocrita sullo “spirito di servizio” e dalla speranza che i quotidiani citino il loro nome non molto spesso (ma qualche volta, oh, sì) per non bruciarlo. Hanno tutti interpretato male le indiscrezioni dei cosiddetti quirinalisti i quali ne sanno sempre molto meno di Napolitano. Con una nota evidentemente redatta di suo pugno, il Presidente fa sapere, puntigliosamente, com’è nel suo stile, che “non conferma e non smentisce”, ma neanche aggiunge che la notizia sulle sue prossime dimissioni, annunciate già nel suo discorso di accettazione del secondo mandato nell’aprile 2013, è stata fatta circolare apposta. Il senso è che il Presidente Napolitano è irritatissimo. Ogni volta che succede qualcosa il giovane capo del governo corre dal Presidente perché vuole i consigli di Napolitano, che, non poche volte, lo ha rimbrottato e gli ha fatto cambiare idea, ad esempio su alcune nomine quantomeno abborracciate. L’economia continua a non andare affatto bene e certamente Napolitano non crede, come sostiene Renzi, che sia colpa dei tecnocrati di Bruxelles. Per sua fortuna Draghi se la cava perché abita a Francoforte, ma il suo posto al vertice dei tecnocrati è meritatissimo. E’ anche un titolo di merito per diventare Presidente della Repubblica italiana?

Il Presidente in carica ha anche fatto sapere che, a quasi due anni dalla sua non desiderata rielezione, di riforme costituzionali ne intravvede solo l’ombra, bruttina, per di più esposta “a opportune verifiche di costituzionalità” parole che, a chi sa qualcosa di costituzione, dovrebbero suonare come un severo richiamo. Con le modifiche di cui si discute a una legge elettorale che rimane indigeribile, sembra addirittura che si rompa il Patto del Nazareno, sul quale, con stile, Napolitano non ha mai fatto filtrare il suo giudizio. Se non fate le riforme, fa sapere Napolitano ai parlamentari nominati e ai dirigenti e governanti, inetti, me ne vado. Naturalmente, non darà seguito poiché non vuole lasciare il paese nei pasticci in cui si trovava una ventina di mesi fa. Lui non si vanta del suo “spirito di servizio”, ma fa parlare le sue azioni, compresa la recente tempestiva nomina dei due giudici costituzionali di sua competenza. Non confermando e non smentendo le sue prossime dimissioni, con grande delusione del Direttore de “Il Giornale”, Sallusti, e dell’editorialista principe de “Il Fatto Quotidiano”, Travaglio, curiosamente entrambi suoi critici impenitenti, Napolitano fa sapere ai parlamentari nominati e inetti che le riforme dovrebbero farle prima che tocchi loro svolgere il compito della elezione di un altro Presidente (pardon, Signora Presidente della Camera Laura Boldrini), una donna alla Presidenza della Repubblica, conoscendo il nome della candidabile si potrebbe discuterne. Questo è, infatti, quasi sicuramente contro la visione costituzionale del parlamentarista Napolitano, il problema emergente.

Probabilmente è venuto il tempo, dopo la straordinaria utilizzazione al limite dei poteri presidenziali ad opera di Napolitano, sicuramente al disopra delle parti ovvero, come, piccato dalle accuse di Berlusconi, lui stesso puntualizzò: “dalla parte della Costituzione”, che l’elezione del Presidente della Repubblica italiana non sia più nelle mani di una maggioranza, per di più artificialmente creata dal premio in seggi della legge elettorale. L’elezione di un Presidente che molti sostengono dovrebbe essere di garanzia, ma i pochi che contano vorrebbero “amico” e debitore della sua elezione, non deve più essere affidata al Parlamento, ma ai cittadini. Quello che sappiamo delle non molte (almeno nove hanno a capo dello Stato un re o una regina) democrazie europee che fanno eleggere il Presidente dai loro cittadini, è che l’eletto cerca poi di rappresentare la nazione, non il “partito della nazione”, ma il “partito dei cittadini”, anche di coloro che non lo hanno votato. I cittadini italiani non farebbero certamente peggio dei parlamentari che non hanno potuto eleggere e che non riusciranno a scalzare.

Pubblicato AGL 11 novembre 2014

Il Quirinale e la riforma

l'Unità

Saremmo davvero tutti troppo ingenui se pensassimo che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non sia grandemente interessato alla legge elettorale. Saremmo altrettanto ingenui se ritenessimo che il Presidente non ha le sue preferenze in materia elettorale. Chi lo conosce sa che Napolitano ha sempre difeso una qualche proporzionalità fra i voti espressi e i seggi attribuiti ai partiti. Da leader di partito e da parlamentare non si è certo trovato sulla trincea dei referendari e neppure dei maggioritari. Certamente, il bipolarismo sta nella sua concezione della politica tanto quanto sta la sua visione di una democrazia parlamentare. E’ molto difficile, quindi, pensare che non abbia espresso le sue opinioni ogniqualvolta è stato, certo, in maniera riservata, interpellato a proposito della riforma elettorale e delle altre riforme istituzionali e costituzionali. In occasione della Festa delle Donne, ha anche manifestato pieno appoggio alla richiesta di parità di genere nelle liste elettorali. Peraltro, la parità può essere acquisita in molti modi e quello che si va profilando, se lo schieramento trasversale delle donne avrà successo, non è necessariamente il migliore.

Può anche darsi che il Presidente Napolitano abbia espresso la sua contrarietà all’importazione del sistema elettorale spagnolo facendo valere, afferma oggi uno dei parenti non troppo lontani del progetto di legge elettorale in discussione alla Camera, la sua “moral suasion”. Se di esercizio di sola persuasione si tratta, allora la responsabilità di avere abbandonato queIla che, comunque, appariva una confusa imitazione di un sistema elettorale che elegge soltanto trecentocinquanta deputati, che non riguarda il Senato, che si accompagna all’elezione del Capo del governo in Parlamento con il meccanismo del voto di sfiducia costruttivo, che sta nel contesto di una monarchia costituzionale, rimane tutta dei prolifici riformatori elettorali che avevano presentato al Presidente almeno altre due alternative. Poi, il progetto prescelto attualmente in discussione non discende da nessuna di quelle, peraltro non migliori, alternative.

Il punto di questa escursione nelle asserite preferenze e discriminazioni elettorali del Presidente è duplice: da un lato, riconoscere che il Presidente ha la facoltà di valutare, di sostenere e di sconsigliare ogniqualvolta lo desideri, tutte le volte che glielo viene richiesto, ma anche di sua spontanea volontà; dall’altro, ricordare che coloro che chiedono sostegno sanno a quali condizioni possono ottenerlo e coloro che desiderano consigli presidenziali non sono affatto obbligati ad attenervisi. In una democrazia pluralista è poi anche giusto, persino opportuno che coloro che hanno competenze e energie si attivino per sostenere un progetto di legge oppure per contrastarlo, come hanno fatto con un apposito documento alcuni giuristi che intravvedono nel progetto in discussione alcuni persistenti elementi di incostituzionalità proprio alla luce della sentenza n. 1/ 2014 della Corte Costituzionale. Toccherà poi al Presidente, come lui stesso ha già dichiarato, valutare con la massima attenzione anche le motivazioni e i tentativi di “persuasione” degli oppositori della legge prima di procedere alla sua promulgazione.

Incidentalmente, pur rilevando i molti inconvenienti della legge vigente, la Corte non aveva dato nessuna importanza alla tematica parità di genere. Questo non significa che la tematica non esista, eccome, ma credo che siano i meccanismi e, in particolare, il permanente potere di nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti (e delle correnti) che dovrebbero essere messi in discussione. La mia risposta non è tornare al voto di preferenza, ma introdurre i collegi uninominali. Nell’incombente, nient’affatto deplorevole e tanto meno incostituzionale, presenza del Presidente della Repubblica nei procedimenti di riforma elettorale, istituzionale e costituzionale, colgo l’imprescindibile necessità di ridefinire meglio ruolo e compiti della figura presidenziale. Quella figura che, nelle autorevoli parole di un Presidente della Corte, tanto prudente quanto colto come fu Livio Paladin, i Costituenti hanno definito in maniera “indeterminata” e che, ancora nelle parole di Paladin, potrebbe evolvere “magari nell’ottica di un sistema semi-presidenziale alla francese” (che, naturalmente, richiederebbe una legge elettorale appropriata).  Probabilmente contro la sua volontà, è la stessa azione di Napolitano stesso che, influenzato dalle circostanze, ha oramai posto il problema.

Lunedì 10 Marzo 2014