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Chi vuol essere #Presidente (della Repubblica italiana)?

FQ

Chi vuol esser Presidente (della Repubblica italiana)? Ci sarebbe da rappresentare, com’è scritto con estrema ed esemplare chiarezza nella Costituzione, “l’unità nazionale”. Cosicché non basta, come dichiara di sé, esemplarmente, Stefano Rodotà, già candidato dei grillini, ricordare “con amarezza” e non fare polemiche “per eleganza e riservatezza” sulla sua mancata elezione. Non basta neanche per Prodi sostenere che non c’è nessuna ferita da chiudere per l’agguato dei 101 franchi tiratori. Lo dica ai suoi loquaci e voraci sostenitori che, un giorno sì e l’altro pure, addirittura si mettono le T-shirts con quel numero, mentre noi continueremo a insistere per sapere con quali ragionamenti (o per quali ordini, “senza vincolo di mandato”) 394 parlamentari abbiano votato Prodi. Il fatto è che né l’uno né l’altro soddisfacevano allora né soddisferebbero oggi la condizione essenziale di cui sopra. Via gli uomini di parte (insieme alle donne di parte), si cominci a pensare anche a qualche altra non marginale qualità. Allora, i ventidue nomi messi in elenco da un quotidiano potrebbero essere cassati quasi tutti. E’ ipotizzabile che alcuni abbiano fatto balzi di gioia per l’inclusione, mentre i lettori più politicamente avveduti hanno sicuramente rabbrividito.

L’identikit del nuovo Presidente

Fermo restando che il first best continua a essere la prosecuzione della presidenza Napolitano fino a quando lui vorrà e potrà, qualsiasi identikit è legittimo purché argomentato. Il mio identikit preferito è un outsider, anche uomo, segnale per la Boldrini alla quale bisognerà pure fare sapere che dire “una donna” non è affatto sufficiente, sostiene “la casalinga di Voghera” che mi ha appena mandato un irritatissimo tweet dichiarando la sua immediata disponibilità (sostiene di saperne molto di più della cuoca di Lenin), bisogna dire un nome e giustificarlo convincentemente. Meglio sarebbe un professore di Scienza politica, magari emerito, con un buon passato di senatore della Sinistra Indipendente, che si è anche occupato professionalmente di istituzioni, Costituzione, legge elettorale, scrivendo importanti (sic) articoli e libri, tra cui l’ultimo dal titolo: Partiti, istituzioni, democrazie, Il Mulino 2014. Ah, assomiglia troppo al mio personale profilo? Non smentisco e non confermo. Dichiaro, però, che sono, s’intende per “puro spirito di servizio”, disponibile, ma che, purtroppo, non sono mai stato berlusconiano e non ce l’ho ancora fatta a diventare renziano. In attesa degli eventi, passo all’analisi e alla ricerca del third best.

Il duro compito dei successori

Napolitano ha spinto, per necessità e virtù, i poteri presidenziali all’estremo. I suoi successori rischiano di trovarsi in situazioni complicatissime nelle quali molto si chiederà loro, ma soprattutto indipendenza e autonomia di giudizio senza inchini al Patto del Nazareno. L’unico patto tollerabile e, in verità, fecondo, sarà quello con gli italiani. Quindi, il prossimo Presidente non dovrà essere eletto dal Parlamento dei nominati la maggioranza dei quali, altro che i 101, dà quotidianamente pessima prova di sé e dei loro dirigenti, ma dai cittadini italiani. Eccolo, è qui il very best: chi avrà il coraggio, sì, uomo e donna, di candidarsi in un’elezione popolare, chiarendo perché ritiene di avere le qualità richieste e spiegando che paese vuole rappresentare e contribuire a costruire. Dai candidati del 2013 e da quelli della lista ne sentiremmo di tutti i colori, ma potremmo farci un’opinione prima di non votare quasi nessuno di loro cercando di portare al ballottaggio i due la cui storia politica e personale, questa è la “narrazione” che conta, dia le migliori garanzie. Se, invece, com’è purtroppo altissimamente probabile, toccherà ai parlamentari nominati, dai quali non ci aspettiamo nessun scatto d’orgoglio, che almeno siano i candidandi a pronunciare qualche parola di verità e i mass media a estorcergliela. The worst has yet to come, ma, temendo il peggio, saremo in grado di attrezzarci.

Pubblicato il 12 novembre 2014 su Futuroquotidiano.it

Meglio l’elezione diretta

Dopo essersi dimostrati ignobilmente incapaci di eleggere un Presidente ed essere stati costretti a rieleggere Napolitano, la maggioranza dei parlamentari e dei dirigenti che li hanno nominati sono in attesa fervente di poterci provare un’altra volta. La notizia che Napolitano si dimetterebbe già verso metà gennaio 2015 li manda tutti in fibrillazione. Per alcuni, i “presidenziabili”, la fibrillazione è contenutissima, accompagnata da qualche frasetta ipocrita sullo “spirito di servizio” e dalla speranza che i quotidiani citino il loro nome non molto spesso (ma qualche volta, oh, sì) per non bruciarlo. Hanno tutti interpretato male le indiscrezioni dei cosiddetti quirinalisti i quali ne sanno sempre molto meno di Napolitano. Con una nota evidentemente redatta di suo pugno, il Presidente fa sapere, puntigliosamente, com’è nel suo stile, che “non conferma e non smentisce”, ma neanche aggiunge che la notizia sulle sue prossime dimissioni, annunciate già nel suo discorso di accettazione del secondo mandato nell’aprile 2013, è stata fatta circolare apposta. Il senso è che il Presidente Napolitano è irritatissimo. Ogni volta che succede qualcosa il giovane capo del governo corre dal Presidente perché vuole i consigli di Napolitano, che, non poche volte, lo ha rimbrottato e gli ha fatto cambiare idea, ad esempio su alcune nomine quantomeno abborracciate. L’economia continua a non andare affatto bene e certamente Napolitano non crede, come sostiene Renzi, che sia colpa dei tecnocrati di Bruxelles. Per sua fortuna Draghi se la cava perché abita a Francoforte, ma il suo posto al vertice dei tecnocrati è meritatissimo. E’ anche un titolo di merito per diventare Presidente della Repubblica italiana?

Il Presidente in carica ha anche fatto sapere che, a quasi due anni dalla sua non desiderata rielezione, di riforme costituzionali ne intravvede solo l’ombra, bruttina, per di più esposta “a opportune verifiche di costituzionalità” parole che, a chi sa qualcosa di costituzione, dovrebbero suonare come un severo richiamo. Con le modifiche di cui si discute a una legge elettorale che rimane indigeribile, sembra addirittura che si rompa il Patto del Nazareno, sul quale, con stile, Napolitano non ha mai fatto filtrare il suo giudizio. Se non fate le riforme, fa sapere Napolitano ai parlamentari nominati e ai dirigenti e governanti, inetti, me ne vado. Naturalmente, non darà seguito poiché non vuole lasciare il paese nei pasticci in cui si trovava una ventina di mesi fa. Lui non si vanta del suo “spirito di servizio”, ma fa parlare le sue azioni, compresa la recente tempestiva nomina dei due giudici costituzionali di sua competenza. Non confermando e non smentendo le sue prossime dimissioni, con grande delusione del Direttore de “Il Giornale”, Sallusti, e dell’editorialista principe de “Il Fatto Quotidiano”, Travaglio, curiosamente entrambi suoi critici impenitenti, Napolitano fa sapere ai parlamentari nominati e inetti che le riforme dovrebbero farle prima che tocchi loro svolgere il compito della elezione di un altro Presidente (pardon, Signora Presidente della Camera Laura Boldrini), una donna alla Presidenza della Repubblica, conoscendo il nome della candidabile si potrebbe discuterne. Questo è, infatti, quasi sicuramente contro la visione costituzionale del parlamentarista Napolitano, il problema emergente.

Probabilmente è venuto il tempo, dopo la straordinaria utilizzazione al limite dei poteri presidenziali ad opera di Napolitano, sicuramente al disopra delle parti ovvero, come, piccato dalle accuse di Berlusconi, lui stesso puntualizzò: “dalla parte della Costituzione”, che l’elezione del Presidente della Repubblica italiana non sia più nelle mani di una maggioranza, per di più artificialmente creata dal premio in seggi della legge elettorale. L’elezione di un Presidente che molti sostengono dovrebbe essere di garanzia, ma i pochi che contano vorrebbero “amico” e debitore della sua elezione, non deve più essere affidata al Parlamento, ma ai cittadini. Quello che sappiamo delle non molte (almeno nove hanno a capo dello Stato un re o una regina) democrazie europee che fanno eleggere il Presidente dai loro cittadini, è che l’eletto cerca poi di rappresentare la nazione, non il “partito della nazione”, ma il “partito dei cittadini”, anche di coloro che non lo hanno votato. I cittadini italiani non farebbero certamente peggio dei parlamentari che non hanno potuto eleggere e che non riusciranno a scalzare.

Pubblicato AGL 11 novembre 2014