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La giacchetta del Senato

TerzaRepubblica intervista Pasquino. Ecco come tutti i difetti della riforma verranno al pettine

La terza Repubblica

Noi di Terza Repubblica, travolti e francamente sconvolti da un’overdose di pareri giuridici sulla riforma del Senato, abbiamo deciso di fare alcune domande a un autorevole scienziato della politica.

D. Davvero per capire che riforma è quella del Senato bisogna usare strumenti giuridici?

R.Certamente, no. Quegli strumenti da azzeccagarbugli sono spesso fuorvianti, e inutili. La riforma dell’imperfetto bicameralismo italiano va collocata nel quadro politico dei rapporti fra le istituzioni: “Regioni-Parlamento-Governo-Presidente della Repubblica” e del potere degli elettori. A costoro viene tolto moltissimo potere, elettorale (rappresentanza politica c’è soltanto quando libere elezioni la producono) e politico, che viene dato alle classi politiche peggiori che il paese abbia espresso nell’ultimo ventennio, quelle dei Consigli regionali che, in un modo o nell’altro, nomineranno i Senatori. Con la Camera delle autonomie né le Regioni né i sindaci acquisteranno potere positivo. Al massimo eserciteranno un po’ di potere negativo nei confronti sia della rimanente Camera dei deputati sia del Governo. Altro che velocizzazione dei procedimenti legislativi.

D. E il Presidente della Repubblica che nominerà cinque Senatori?

R.E’ l’elemento più assurdo e ridicolo della composizione del Senato. Napolitano e Mattarella dovrebbero dirlo chiaro e forte che non ci pensano neanche per un momento a esercitare il potere di nomina.

D. Molti dicono, e ineffabili “quirinalisti” si affannano a sostenere, che non dobbiamo tirare i Presidenti per la giacchetta.

R.Il “tiro per la giacchetta” è un’attività eminentemente democratica se accompagnata da motivazioni che, in questo caso, riguardano sia quegli inutili poteri di nomina sia la perdita di poteri del Presidente derivante dalla legge elettorale. Il cosiddetto “arbitro”, secondo Mattarella, non potrà più nominare (come dice esplicitamente la Costituzione) il Presidente del Coniglio e neppure opporsi allo scioglimento del Parlamento, ovvero della Camera dei deputati, richiesto da un capo di governo premiato dai seggi dell’Italicum. Il Senato delle autonomie continuerà come se nulla fosse, tanto avrà sempre pochissimo da fare.

D.Sarebbe dunque stato meglio abolirlo tout court?

R.Oh, yes. Magari non guardando al passato né quello in Assemblea Costituente (che, pure, è opportuno conoscere nella sua interezza) né quello delle Bicamerali (neanche loro nullafacenti), ma chiedendosi per il futuro: a che cosa deve servire una seconda camera? Adesso è tardino per un limpido monocameralismo (perfetto?) che farebbe risparmiare denaro e, forse tempo, ma richiederebbe una profonda modifica dell’imperfetto Italicum. E’ un po’ patetico il Presidente del Consiglio che con la sua serafica ministra Boschi minaccia di cancellare il Senato.

D. Insomma, prof, non c’è proprio nulla di buono nella riforma del Senato?

R. Oh, no. C’è molto di buono, soprattutto è l’insieme che è promettente. Cominceranno gli inconvenienti quando le Regioni dovranno nominare i loro Senatori (la presenza eventuale, di cui si discute come se fosse equivalente all’elettività, di un apposito listino, scelto da chi?, non cambia niente). Poi, quando eventuali crisi porteranno qualche regione a elezioni anticipate e cambi di maggioranze alle quali faranno seguito tensioni per i rappresentanti da sostituire in Senato. Poi, ancora, quando esploderanno scontri fra il Senato delle autonomie e la Camera dei deputati e/o il governo. Quando qualche Senatore rivendicherà la sua libertà di voto “senza vincolo di mandato”. Sono certo che alla prova dei fatti ne vedremo delle brutte. Qui sta l’elemento positivo della riforma. E’ così malfatta e rabberciata che le sue magagne spingeranno molti a tirare la giacchetta del Presidente della Repubblica e la prossima maggioranza a procedere a modifiche profonde.

Pubblicato il 19 settembre 2015

L’Italicum nelle condizioni date

Larivistailmulino

Da “il Mulino“, n. 4/2015, pp. 631-639

Con la sola eccezione della Quinta Repubblica francese, nessuna democrazia dell’Europa occidentale ha riformato il suo sistema elettorale nel secondo dopoguerra. Il sistema adottato all’inizio della vita di quasi tutte le democrazie occidentali è rimasto tale nella sua sostanza tranne qualche piccolo ritocco. Peraltro, la Francia offre molteplici esempi di riforme elettorali e di cambiamenti di repubbliche. Nel 1985, il Presidente François Mitterrand impose l’abbandono del doppio turno nei collegi uninominali a favore di una legge elettorale proporzionale che non impedì la vittoria del centro-destra di Jacques Chirac, ma aprì le porte dell’Assemblea nazionale al Front National di Jean-Marie Le Pen. Subito dopo la sua vittoria, Chirac re-instaurò il doppio turno che non è più stato toccato. In Italia, invece, oltre al tentativo, fin troppo spesso menzionato, della legge truffa (1953), si sono avute nell’ultimo ventennio due riforme elettorali molto incisive e un ritocco nient’affatto marginale. Suggerirei a chi paragona l’Italicum alla legge truffa di farlo non guardando soltanto ai meccanismi, in buona misura comunque diversi, ma al contesto e alle presumibili conseguenze. Quanto ai meccanismi, il semplice fatto che il premio della legge truffa sarebbe stato attribuito ad una coalizione (non ad un partito) che avesse ottenuto il 50 per cento più uno dei voti, è un elemento decisivo di cui tenere grande conto per qualsiasi buona comparazione.

Del contesto della legge truffa sappiamo che De Gasperi voleva difendere le coalizioni centriste dalle pressioni di coloro, Vaticano compreso, che auspicavano un’alleanza con i neo-fascisti. Almeno una delle possibili conseguenze della legge truffa è da tenere in grande considerazione, vale a dire che con i due terzi dei parlamentari, acquisiti grazie al premio di maggioranza, i centristi gonfiati sarebbero stati in grado di eleggere chi volevano alla Presidenza della Repubblica, ma, soprattutto, avrebbero potuto passare “dall’ostruzionismo di maggioranza” (copyright Piero Calamandrei), nella non attuazione della Costituzione, allo stravolgimento degli istituti più innovativi e meno graditi, neppure ancora esistenti: Corte Costituzionale e Consigli regionali. Il resto della comparazione della legge truffa con l’Italicum lo lascio, temporaneamente, al lettore, ma chi volesse avventurarsi, lo sconsiglio, nella comparazione Italicum/sistema elettorale francese deve sapere che il primo è un sistema proporzionale in circoscrizioni con più eletti, il secondo un sistema maggioritario in collegi uninominali: due logiche diverse quando non addirittura opposte. Quanto all’eventuale comparazione fra Mattarellum e Italicum, l’affermazione di Renzi (conferenza stampa di fine 2014) che “l’Italicum è un Mattarellum con preferenze”, non criticata da nessun giornalista né mai ripresa e rilanciata da nessun costituzionalista e filosofo renziano , lascia allibiti. L’Italicum è un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, mentre il Mattarellum è un sistema elettorale maggioritario con recupero proporzionale. Definirli entrambi sistemi misti equivale a cancellarne con nessun vantaggio cognitivo proprio la differenza che conta nella traduzione di voti in seggi. In entrambi, all’incirca i tre quarti dei seggi sono attribuiti rispettivamente con formula proporzionale l’Italicum, con formula maggioritaria il Mattarellum.

Se nel 1993 e nel 2005, ma anche nel 1991, sono state fatte due riforme elettorali e un intervento dalle notevoli conseguenze, la narrazione renziana, come ho già avuto modo di scrivere su questa Rivista, dei “trent’anni senza fare riforme”, crolla come un castello di carte truccate. E’ vero che il ritocco, vale a dire, il passaggio da tre o quattro voti di preferenza alla preferenza unica da esprimersi scrivendo il nome del candidato/a fu prodotto da un voto referendario nel 1991 (con la campagna elettorale intelligentemente centrata sulla possibilità per l’elettore di scegliere il suo rappresentante), ma è anche vero che il Mattarellum fu scritto dalla Camera dei Deputati su impulso, ma non su dettatura, del referendum del 1993. Ancora più vero è che l’importante e ben funzionante legge sui sindaci fu redatta dal Parlamento, nel quale giacevano utili disegni di legge in materia (fra i quali uno scritto da me per la Sinistra Indipendente del Senato), proprio per sventare un referendum dal contenuto ancora più maggioritario.

Nell’ottobre-dicembre 2005 tanto velocemente che si può dire frettolosamente, la maggioranza di centro-destra formulò e approvò il Porcellum (e molto altro in materia di riforme costituzionali). Non è che delle riforme che non piacciono è lecito dire che non sono riforme poiché, altrimenti, anche dell’Italicum diventa obbligatorio consentire agli oppositori di sostenere che non è vera riforma. Inoltre, non si dimentichi che anche nel caso dell’Italicum la spinta riformatrice è stata esogena: la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale che ha fatto uno spezzatino del Porcellum. Dopo avere esordito con un ventaglio di tre proposte, Renzi ha mercanteggiato con Berlusconi, contraente unico del Patto del Nazareno, un sistema che, nella sua impostazione, nella sua struttura, in molte sue clausole, è sostanzialmente un Porcellinum. Vi si trova quasi tutto quello che c’è nel Porcellum, ma in misura ridotta. Liste bloccate, ma non del tutto; candidature multiple, ma non dappertutto; soglie di accesso alla Camera dei deputati, ma più basse; premio di maggioranza, ma con soglia percentuale predefinita e relativamente elevata per guadagnarlo. Se nessuna lista/partito supera la soglia, qui sta la novità, che poteva essere ancora migliore, il premio sarà attribuito soltanto dopo un ballottaggio fra i due partiti o le due liste che hanno ottenuto più voti senza raggiungere il 40 per cento. Meglio sarebbe stato stabilire che: 1) il ballottaggio deve tenersi comunque, anche se un partito supera il 40 per cento dei voti; 2) al ballottaggio sono consentiti, come già avviene per l’elezione dei sindaci, gli apparentamenti. Ad ogni buon conto, il ballottaggio, pure molto apprezzabile per il potere che dà agli elettori, contraddice platealmente uno degli slogan renziani: sapere chi ha vinto la sera delle elezioni. Per lo più, ci vorranno un paio di settimane per conoscere il nome del vincitore. Più seriamente, sono molti i sistemi elettorali, a cominciare da quello tedesco, che, pur senza premio di maggioranza, hanno regolarmente consentito agli elettori di conoscere rapidamente il nome del vincitore. Nessuno, ma proprio nessuno degli studiosi di sistemi elettorali (mi limito a citare i più grandi, da Duverger a Rae, da Rokkan a Lijphart, tutti notissimi agli studiosi) ha mai preso in considerazione questo elemento né lo ha ritenuto rilevante nel valutare la qualità dei sistemi elettorali.

Il ballottaggio sempre e comunque si giustifica poiché è una delle modalità più sicure per dare potere agli elettori. Non solo due voti sono meglio di uno, ma il voto del ballottaggio è effettivamente un voto al governo e, se proprio lo si vuole leggere come un mandato, un voto anche a favore del capo della maggioranza vittoriosa. Poiché l’Italicum impedisce la formazione di coalizioni pre-elettorali, la possibilità di apparentamenti in caso di ballottaggio allontanerebbe meno l’Italia dalle altre democrazie parlamentari europee. In tutte queste democrazie, ad eccezione della Gran Bretagna (dopo la fase di coalizione Conservatori-LiberalDemocratici, 2010-2015), la Spagna (in attesa delle elezioni di fine anno, ma con la consapevolezza che i partiti regionali, specie quelli catalani, hanno costantemente offerto il loro aiutino sia ai Socialisti sia ai Popolari) e la Svezia (quando i Socialdemocratici non ottengono abbastanza seggi per fare e guidare un governo di minoranza) sono stati e continueranno ad essere di coalizione. E’ vero che le coalizioni italiane hanno una storia dei rissosità e di disomogeneità, ma un partito grande e un capo capace e motivato, che non pensi di essere un “assistente sociale”, ma sappia agire da leader politico, possono cambiare questa storia non edificante, ma neppure tutta ingenerosamente e ignorantemente da buttare. Infatti, le coalizioni di governo sono potenzialmente in grado di offrire due vantaggi. Primo, una coalizione è regolarmente più rappresentativa di preferenze, interessi, ideali di un qualsiasi partito unico quand’anche questo partito tenti minacciosamente di presentarsi come Partito della Nazione. Secondo, qualsiasi coalizione impone ai contraenti che formano il governo di espungere i loro punti programmatici estremi, quindi più controversi, a favore di un programma più moderato, più aderente alle aspettative dell’elettorato, più facile da tradurre in politiche pubbliche.

Saranno i voti (e i seggi) ottenuti dai partiti coalizzati/apparentati a consentire loro di attuare le politiche pubbliche preferite senza incamminarsi, grazie alle resistenze opposte dai rispettivi elettorati, su strade settarie. Sarà il partito più grande in termini di voti ad avere, come accade in tutte le democrazie parlamentari europee, più cariche, più potere, più responsabilità. Senza necessariamente essere un teorico delle coalizioni, Roberto Ruffilli aveva auspicato in Commissione Bozzi che in Italia si costruisse una “cultura della coalizione”. Farne, come ha detto gongolante a “Porta a porta” il vicesegretario del PD Lorenzo Guerini, un sostenitore ante litteram dell’Italicum perché il libro di Ruffilli ha come titolo Il cittadino come arbitro non è solo una manipolazione. E’ un’aberrazione imperdonabile. Incidentalmente, for the record, in Commissione Bozzi sia Ruffilli sia Barbera (con Andreatta, Scoppola, Segni) votarono un ordine del giorno a favore del sistema elettorale tedesco.

In maniera che sarebbe divertente, se non fosse stupida, i sostenitori dell’Italicum ne hanno vantato la minore disproporzionalità dell’esito rispetto a quanto avvenuto nelle elezioni inglesi del 7 maggio 2015. Quand’anche il paragone non fosse platealmente improprio e, fra l’altro, improponibile poiché l’Italicum non ha ancora avuto nessuna applicazione, sarebbe preferibile paragonare i due sistemi in termini di rappresentanza politica, uno dei punti maggiormente vantati dagli italioti. Nei collegi uninominali sia inglesi sia francesi, gli elettori sanno come i candidati sono stati prescelti, li vedono e li ascoltano, talvolta persino interloquiscono con loro. A loro volta, i candidati che, con pochissime qualificate eccezioni, sono espressione sociale, culturale, politica di quel collegio, vedono gli elettori, li ascoltano e rispondono alle loro domande prima di tornare, periodicamente e alla fine del loro mandato, a rispondere dei loro comportamenti in Parlamento, di quanto hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Sono le personalità e le azioni e omissioni dei candidati che ne determinano elezione e rielezione. Invece, nell’Italicum, ha affermato giuliva il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi, sarà il capolista bloccato ad avere il ruolo di rappresentante di collegio. Personalmente, lo riterrei piuttosto un “commissario politico”. Poiché i collegi sono cento sicuramente il Partito Democratico avrà cento “rappresentanti di collegio”, ma nello stesso collegio saranno altrettanto sicuramente eletti anche alcuni candidati del Partito Democratico oltre che, quantomeno, anche un rappresentante del Movimento Cinque Stelle, probabilmente un rappresentante di (quel che resta di) Forza Italia, in tutti i collegi del Nord un rappresentante della Lega di Salvini, in maniera sparsa ed episodica molti dei capilista bloccati del Nuovo Centro Destra e dei Fratelli d’Italia. Insomma, saranno molti gli elettori a godere della straordinaria e insperata condizione di essere “rappresentati” addirittura da quattro o cinque diversi rappresentanti di collegio, magari non nati lì, mai vissuti lì, diventati rappresentanti di non sapranno bene che cosa tranne, questo lo sanno benissimo e sarà ricordato loro di frequente, del leader che li ha nominati e lì li ha piazzati.

Nei collegi uninominali, chi vince sa benissimo che cosa deve e che cosa può rappresentare. Sa anche che il suo mandato serve ad imparare a conquistare elettori aggiuntivi che vadano a sostituire quegli elettori che, inevitabilmente, si sentiranno insoddisfatti. In quei collegi, la politica ravvicina elettori ed eletti. Ai capilista bloccati questo ravvicinamento non potrebbe importare di meno. Degli elettori non si cureranno, ma guarderanno e passeranno alla faccia della rappresentanza del collegio, di un collegio che molti conosceranno poco e male. Poiché gli elettori avranno anche la possibilità di dare uno o due (in questo caso obbligatoriamente sia per un uomo sia per una donna) voti di preferenza, potrebbero anche verificarsi casi di uomini e donne davvero espressione di quei collegi. Che là vivono, che vi hanno fatto attività politica, che hanno una biografia professionale di rilievo, che si sono rivelati in grado di ottenere un alto numero di preferenze, ma che, per il cattivo andamento del loro partito in quel collegio, non sono riusciti a vincere il seggio. Alla faccia della rappresentanza, il capolista bloccato entrerà in Parlamento; il candidato molto preferenziato ne rimarrà fuori e con lui si sentiranno tagliati fuori da una buona e affidabile rappresentanza anche tutti gli elettori che lo hanno votato (magari con qualche riluttanza non gradendo del tutto il partito, ma fidandosi della persona, delle sue qualità, della sua storia). Ci sarebbe da dire anche sulla doppia preferenza su base di genere che rischia di re-introdurre sgradevoli fenomeni di piccole cordate che poco avranno a che vedere con la rappresentanza e molto con il potere anche clientelare.

Fra i grandi meriti (a futura memoria) dell’Italicum vantati dagli italioti un posto centrale occupa il bipolarismo. Non soltanto l’Italicum lo preserverebbe, lo incoraggerebbe e lo incardinerebbe, ma lo trasformerebbe da sgangherato, muscolare e feroce in funzionale, temperato, buono. Come il buon bipolarismo possa essere incoraggiato e preservato da una legge che, primo, come abbiamo visto, impedisce la formazione di coalizioni; secondo, con la bassa soglia di accesso alla Camera dei deputati, un risibile 3 per cento, consente e quasi premia la frammentazione partitica, appare un mistero assolutamente inglorioso. Solo parzialmente l’eventualità del ballottaggio va nel senso di incoraggiare il bipolarismo. Infatti, se le aggregazioni prima del ballottaggio sono vietate, l’esito più probabile è la corsa di tutti contro tutti, all’insegna del “o la va o la spacca”. Altro non si può fare. Pur essendo inevitabile constatare che, nella situazione data, al ballottaggio arriverebbe il Movimento Cinque Stelle, non ne consegue affatto che l’Italia avrebbe un assetto bipolare nella Camera dei deputati. Come minimo vi sarebbero rappresentati cinque partiti (PD, Cinque Stelle, Lega, Forza Italia, Area Popolare-NCD), forse sei (Fratelli d’Italia). Se, innamorati dell’esperienza inglese, cercassimo un governo-ombra, elemento cardine di quel bipolarismo, non sapremmo proprio dove andare a trovarlo. Tralascio il fatto che non tanto il Movimento Cinque Stelle è tecnicamente e orgogliosamente “anti-sistema”, vale a dire che potendo cambierebbe non il governo, ma il sistema, bensì che le clausole dell’Italicum non gli impongono alcuna costrizione a cambiare strategia e posizionamento, a cercare alleati, a entrare nella logica di una competizione sanamente bipolare. Anche se non porta al governo, questa competizione spinge nel senso della costituzione di un’opposizione parlamentare che si darà comportamenti tali da caratterizzarsi come effettiva e praticabile alternativa di governo. Invece, no: avremo un partito gonfiato dal premio di maggioranza che sarà punzecchiato, ma mai veramente controllato e sfidato dalle minoranze parlamentari che non riescono a farsi opposizione vera.

No, l’Italicum non dà vita al sindaco d’Italia, che è una brutta formula e che, a livello nazionale, configurerebbe un pessimo esito. Infatti, all’Italicum mancano i due cardini della competizione per vincere la carica di sindaco, vale a dire: a) la possibilità di coalizioni pre-elettorali e b) la facoltà di apparentamenti in caso di ballottaggio fra i due candidati sindaco più votati. Inoltre, nelle leggi per l’elezione del sindaco esiste il voto di preferenza per i consiglieri comunali. Tuttavia, non c’è dubbio che l’Italicum dà grande visibilità e grande potere al capo del partito che vince il premio di maggioranza. Non sono fra i cultori della deriva autoritaria della democrazia italiana già di per sé di bassa qualità. Credo che i paragoni fra Renzi e Mussolini siano assolutamente malposti e per nulla illuminanti, addirittura fuorvianti (suggerirei anche di non fare inutili paragoni fra la Legge Acerbo e l’Italicum). Dare grande potere a chi non ha particolari qualità non sfocia nell’autoritarismo, ma, forse, in tentazioni di autoritarismo, più probabilmente in disfunzionalità le cui avvisaglie abbiamo già variamente visto. Intravvedo, questo sì, un po’ di presidenzializzazione negli effetti presumibili dell’Italicum con sconfinamenti del governo sia sul versante della Corte Costituzionale sia sul versante di quel tanto o poco di indipendenza il Parlamento e i parlamentari dovrebbero cercare di mantenere ed esercitare sia, infine, nei confronti del Presidente della Repubblica. Continuo a meravigliarmi del favore con cui molti commentatori che si autodefiniscono “liberali” accolgono il potenziamento del governo e del capo del governo senza neppure suggerire qualche contrappeso.

Faremmo troppo onore agli inventori pitagorici dell’Italicum se pensassimo che si erano resi conto delle conseguenze sistemiche del loro tipo di legge elettorale sulle altre istituzioni (qui mi corre l’obbligo di segnalare, per approfondimenti, le posizioni che ho elaborato, tenendo conto del sistema, in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea, 2015), ma quelle sul potere del Presidente sono troppo visibili per non essere state almeno intraviste. Qualcuno discuterà del quorum necessario all’elezione del (prossimo) Presidente affinché la gonfiata maggioranza di governo (non) vi possa procedere prepotentemente da sola. Qui mi limito a rilevare che al Presidente della Repubblica viene, almeno in prima battuta, sottratto il potere di “nominare” il Presidente del Consiglio. Difficilmente potrà operare per la sua sostituzione nel caso di comportamenti erratici, riprovevoli oppure, semplicemente, inadeguati. Non avrà più il potere reale di sciogliere il Parlamento ovvero, meglio, di rifiutarne uno scioglimento opportunistico. L’elasticità della forma parlamentare di governo, una delle caratteristiche più preziose delle democrazie parlamentari, in sé e non soltanto se paragonate alla rigidità dei presidenzialismi, è da considerarsi sostanzialmente cancellata con conseguenze la cui gravità speriamo di non dovere mai misurare. Chi sa se il Presidente Mattarella si è già reso conto di essere stato circoscritto e dimezzato, messo sul binario delle funzioni cerimoniali, per di più, in competizione con il Presidente del Consiglio? Chi rappresenterà la Nazione? Non i parlamentari nominati (e paracadutati). Non un Presidente eletto da una maggioranza resa forte grazie ad un premio. Probabilmente, la rappresentanza della Nazione sarà rivendicata dal capo del sedicente Partito della Nazione (e dalle sue corifee).

L’Italicum non è affatto, come i renziani hanno pappagallescamente sostenuto, l’unica legge elettorale possibile nelle condizioni date. Tanto per cominciare, “le condizioni date” sono cambiate almeno un paio di volte e non di poco, ridimensionando il potere di veto di Berlusconi. In secondo luogo, la politica è proprio l’attività che mira a cambiare le condizioni date, ma nessuno dei renziani ha mai saputo né voluto tentare di cambiare quelle condizioni. Poche idee ossessivamente difese non promettono nessuno sbocco innovativo, nessuno sbocco europeo come, d’altronde, rivela, persino inconsciamente, il nome della (non tanto) nuova legge elettorale. Per essere europei bisogna non soltanto guardare alle democrazie europee che funzionano, non sono poche, ma sapere imitare i modelli a partire dalla loro ratio, la loro logica istituzionale. In conclusione, non sarò così ipocrita da affermare che mi auguro che l’Italicum funzioni. No, al contrario, è preferibile che questo brutto sistema elettorale malamente proporzionale riveli fin dalla prima applicazione le sue molte magagne e sia rapidamente e incisivamente riformato ovvero, ancora meglio, completamente sostituito. Amen.

Ecco la “percentuale” che spaventa Renzi

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

POLITICA
SCENARIO/ Pasquino: ecco la “percentuale” che spaventa Renzi
giovedì 3 settembre 2015

Renzi non deve temere né l’ondata dei migranti né l’ascesa di Grillo, perché gli italiani sanno bene che non sono problemi che ha creato lui. La sua unica preoccupazione dovrebbe essere il fatto che il Pil allo 0,7% non basta a ridare al Paese la crescita economica di cui ha bisogno”. E’ l’analisi di Gianfranco Pasquino, politologo, secondo cui “è proprio sulla mancata ripresa che il settembre politico di Renzi rischia di essere contrassegnato da una serie di nuovi annunci privi di sostanza”. Nell’intervista al Corriere della Sera Renzi aveva sottolineato che “se vogliamo fare una forzatura sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono, come sempre ci sono stati. Chi ci dice che mancano i numeri sono gli stessi che dicevano che mancavano i voti sulla legge elettorale, sulla scuola, sulla Rai, sul Quirinale”.

Che cosa ne pensa del modo con cui Renzi intende affrontare la questione della riforma del Senato?

Quella da parte di Renzi è la solita esibizione di boria, che non ha nulla a che vedere con la bontà della riforma ma soltanto con la voglia di portarla a casa per dimostrare la propria forza. Resta il fatto che questa rimane una riforma brutta, e segnala l’incapacità di negoziare che dovrebbe invece caratterizzare un capo di governo riformista.

Se Renzi tira dritto sulla riforma del Senato, si potrebbe arrivare a una scissione del Pd?

La scissione è soprattutto il prodotto della volontà di chi è al potere di cacciare fuori quanti lo ostacolano. Chi è contrario vuole dei cambiamenti sul contenuto, Renzi invece vuole dimostrare che ha il potere. Dopo di che, a furia di tirare la corda, si logorerà a tal punto che diventerà politicamente e psicologicamente impossibile rimanere in un partito dove i dissidenti sono sbeffeggiati e spesso dichiarati l’ostacolo maggiore a una non meglio definita politica riformista.

Che cosa ne pensa dei cinque senatori nominati dal Quirinale inseriti nella riforma?

Quello che mi sorprende è che né il presidente emerito Napolitano né il presidente in carica, Mattarella, abbiano spiegato quale senso abbia l’idea di avere cinque senatori nominati dal Quirinale, in un Senato che dovrebbe essere la Camera delle autonomie. Di fatto questo aspetto non ha nessun senso, e dovrebbero essere Mattarella e Napolitano a chiederne la cancellazione.

Con settembre ricomincia l’attività parlamentare. Il governo raccoglierà i frutti dopo avere seminato?

Perché ciò avvenga mancano tanti tasselli fondamentali. In primo luogo, il rilancio dell’occupazione attraverso il Jobs Act passa anche per la crescita, perché se il Paese non cresce i posti di lavoro non si moltiplicano. La spending review inoltre è stata prima affidata a Cottarelli, e poi non se n’è fatto nulla. Allo stesso modo non vedo i decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione, e neppure flessibilità e dinamismo in quello che dovrebbe essere uno Stato capace di fare le riforme. Mi aspetto quindi che Renzi trovi presto qualcosa di nuovo da annunciare, e poi vedremo come si andrà avanti.

Di che cosa ha più paura Renzi in questo momento? Di Grillo, degli immigrati o della mancata crescita?

Mettermi nei panni di Renzi è sempre un’operazione che preferirei evitare. Dovrebbe però avere paura di un’economia che continua a non crescere. Gli italiani sanno che alcuni problemi, come i migranti o il rafforzarsi dell’M5S, non sono stati prodotti da Renzi. Il premier deve quindi soltanto temere il semplice fatto che il Pil allo 0,7 % non produce la crescita di cui l’Italia ha bisogno. Dopo la Grecia, l’Italia continua a essere il fanalino di coda. Altro che maglia rosa.

E’ sull’economia che Renzi si gioca le prossime elezioni?

Sì, perché questo è un problema che gli italiani sperimentano di tasca propria ogni volta che vanno al supermercato. Ciò che occorrono sono delle soluzioni più profonde e durature, mentre per fare la riforma del Senato si può anche usare la spada di Gordio. Anche se non lo si dovrebbe fare, perché le istituzioni sono qualcosa che va trattato non con la spada ma con il bisturi.

Secondo Piepoli, nessun partito supererebbe il 40%, Pd ed Ncd insieme prenderebbero il 28%, l’M5S il 29%, FI e Lega il 26%. Quale scenario ci dobbiamo aspettare?

Non è affatto sorprendente che il Pd non riesca a superare il 40%, perché l’ha fatto una sola volta grazie a un colpo di fortuna. Non mi sorprende neppure che ci sia una crescita di FI e Lega, anche perché Salvini è quello che fa più politica sul territorio. Rispetto a Salvini, nel bene e nel male si stanno facendo gli stessi errori che si fecero con Berlusconi: la demonizzazione porta infatti voti al demonizzato. Infine non mi sorprende neppure che cresca il consenso dell’M5S. C’è infatti uno zoccolo duro di italiani insoddisfatti che voteranno il partito che si caratterizza come il più credibile se confrontato con i vecchi partiti. Con questo sistema elettorale l’M5S va al ballottaggio, e dopo ne vedremo delle belle, anzi delle stelle.

Gli elettori di centrodestra però non voterebbero mai M5S al secondo turno…

Questo lo dice lei. Alle Comunali a Parma gli elettori di centrodestra hanno certamente votato per Pizzarotti. A Livorno è stata invece una parte di Pd a votare per il candidato dell’M5S, Nogalin. Al ballottaggio quindi potrebbe avvenire la stessa cosa.

(Pietro Vernizzi)

Senato. La fretta è nemica del bene

La lettera al “Corriere della Sera” del Presidente Emerito Napolitano è stata un intervento a gamba tesissima per invitare ad andare avanti nella modifica di quello che molti, sbagliando, continuano a chiamare bicameralismo “perfetto”. Però, la riforma che dovrebbe produrre il bicameralismo imperfetto è, Napolitano per primo lo sa certamente, abborracciata, brutta, male inseribile nel contesto dei rapporti fra “governo-Parlamento-Presidente della Repubblica”. I tempi per fare facilmente meglio ci sono tutti dal momento che il Presidente del Consiglio avvisa un giorno sì e quello dopo anche che intende arrivare fino al 2018. Sbagliato e offensivo è pensare, come ha sostenuto Renzi, che gli oppositori della sua riforma (la maggioranza dei quali non saranno comunque rieletti) siano interessati soltanto al mantenimento della prestigiosa carica senatoriale e della relativa indennità. Invece, i problemi sono almeno di tre tipi. Il primo riguarda le modalità di selezione dei Senatori, non più eletti, ma tutti variamente nominati dai Consigli regionali, tranne cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Almeno su questi, Napolitano avrebbe dovuto dire “no, grazie” e, magari, Mattarella farebbe ancora in tempo a esprimersi in questo senso.

Non è neppure da demonizzare l’idea che i cento senatori siano eletti dagli italiani, ma il secondo problema è quali attività dovranno svolgere e quali poteri manterranno. Infatti, relegare il Senato ad attività marginali e togliergli poteri reali (il punto del contendere è il voto di fiducia) significa preservare in vita un organismo inutile. Allora, meglio sopprimerlo coraggiosamente dando soddisfazione a tutti coloro che semplicisticamente credono, sbagliando, che l’instabilità e l’inefficacia dei governi derivi dal bicameralismo all’italiana. Se la proposta di monocameralismo venisse da Napolitano, attualmente senatore a vita, acquisirebbe maggiore credibilità e vigore. Infine, il problema più grande e più serio è l’enorme squilibrio istituzionale prodotto dal Senato ridimensionato e indebolito. Al riguardo, gli oppositori della riforma hanno sicuramente ragione e attendono risposte convincenti. Con l’approvazione dell’Italicum, in attesa che si ponga rimedio ai suoi subito evidenti difetti e inconvenienti, si è avuto un enorme spostamento di potere nelle mani di una maggioranza artificialmente creata dal premio in seggi.

Tutto il sistema costituzionale ne subirà contraccolpi, potendo quella maggioranza esautorare, anzitutto, il Presidente della Repubblica che dovrà limitarsi a ratificare come Presidente del Consiglio il capo della maggioranza premiata e non avrà più nessuna discrezionalità in materia di (non)scioglimento del Parlamento. Quella maggioranza, incidentalmente, fatta da parlamentari “nominati”, si eleggerà facilmente il prossimo Presidente della Repubblica e farà man bassa dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare. Per quanto (populisticamente) attraente possa essere l’idea di mandare a casa 215 senatori e di mantenerne soltanto 100 a carico delle casse delle Regioni, nessuno dovrebbe perdere di vista i gravissimi equilibri sistemici della riforma. Quindi, l’invito riformatore non dovrebbe affatto essere ad andare avanti, ma a fermarsi, riflettere, guardare alle seconde camere meglio funzionanti altrove, su tutte il Bundesrat tedesco, a cambiare verso. Riformare (male) non è un successo di prestigio. Non ci corre dietro nessuno: non l’Unione Europea, non il Fondo Monetario, meno che mai la Banca Centrale Europea. Neanche l’abitualmente molto riflessivo Napolitano dovrebbe cedere a una procurata, ma non reale e non necessaria, fretta.

Pubblicato AGL 9 agosto 2015

La scelta difficile del Colle

Immagino che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevuto il testo dell’Italicum, lo stia leggendo con la meticolosità che ha sempre dimostrato da parlamentare e da ministro. L’art. ottantasette della Costituzione gli dà il potere di promulgare le leggi ed emanare i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Il Presidente s’intende assai di leggi elettorali. Non ha dimenticato che, sulla possente spinta dei referendari, la Camera dei deputati presieduta da Giorgio Napolitano, gli affidò la stesura della legge elettorale che divenne notissima come Mattarellum. Uomo dotato di sottile ironia, l’allora on. Mattarella non se la prese. Non rispose neanche alle critiche, alcune delle quali fondate, poiché in sostanza il tempo galantuomo ha dimostrato che la legge che porta il suo nome rimane migliore sia della proporzionale, che troppi suoi colleghi democristiani avevano difeso fino alla morte (della DC), ma anche del Porcellum dei cosiddetti quattro saggi del centro-destra che si riunirono a Lorenzago. Tuttavia, non userà il “metro” della sua legge per valutare il porcellinum partorito da Renzi, Boschi e i loro deputati renziani di tutte le ore.

Sergio Mattarella ha già dovuto usare un altro “metro”, ineludibile per giudicare il Porcellum, quello della corrispondenza di una legge, per di più tanto importante poiché riguarda i rapporti che fondano una democrazia: quelli fra i cittadini, i loro rappresentanti in Parlamento, i governanti. Sono la Costituzione e i suoi principi fondamentali a misurare la qualità e l’accettabilità di qualsiasi legge, ovviamente anche di quella elettorale. Con i suoi colleghi, il giudice Mattarella, anche se non è stato relatore di quella sentenza, ha sonoramente bocciato, totalmente triturandolo, il Porcellum. Purtroppo, poiché in Italia, a differenza che negli Stati Uniti d’America, i giudici non possono argomentare il loro voto, neanche quello favorevole, e neppure le loro opinioni dissenzienti, non c’è dato sapere quale concretamente sia sta la posizione di Mattarella. Sono certo, però, che, con il suo caratteriale rifiuto di qualsiasi protagonismo, non abbia mai proceduto alla comparazione del Mattarellum con il Porcellum, troppo facile troppo vincente.

Avendo cofirmato quella bocciatura, il Presidente Mattarella sta probabilmente riflettendo se il porcellinum abbia tutti i crismi di costituzionalità. Le candidature multiple non sono un trucco ai danni degli elettori? E non vale dire che anche il Mattarellum consentiva candidature multipli, ma non più di tre, poiché i pluricandidati dell’Italicum hanno la certezza dell’elezione, mentre quelli del Mattarellum si trovavano in un sistema competitivo che di certezza ne dava poche. Lo stesso candidato Mattarella, sconfitto nel 1994 in un collegio uninominale, entrò in Parlamento grazie al recupero proporzionale. I capilista bloccati, il cui nome apparirà sulla scheda, altro che “rappresentanti di collegio” se saranno inevitabilmente scelti dai dirigenti di partito e non s’imporrà il requisito della residenza per almeno tre anni in quel collegio, portano via una bella fetta di potere ai cittadini elettori. Per chi è arrivato a credere -i democristiani, anche di quelli di sinistra, c’hanno messo un po’ di tempo- che il bipolarismo è la modalità preferibile di competizione fra partiti e fra coalizioni, il premio alla lista e l’impossibilità di apparentamenti al ballottaggio non può essere una cosa buona. Pessima, poi, è la soglia bassissima, 3 per cento, per l’accesso alla Camera dei deputati (quella del Mattarellum era 4 per cento: sì, quell’uno per cento fa una differenza) che garantisce la frammentazione delle opposizioni parlamentari e l’impraticabilità del bipolarismo.

Il Presidente potrebbe rimandare la legge ai deputati per un’altra lettura, anche tenendo conto dell’ampio dissenso emerso fra loro, accompagnandola, esistono numerosi precedenti, da preganti osservazioni. Potrebbe anche inviare, ma questo sarebbe un atto forse troppo solenne, un messaggio al Parlamento tutto. Forse i giudici costituzionali suoi ex-colleghi gli hanno comunicato di non preoccuparsi. L’Italicum arriverà da loro per quelle che, in corso d’opera, Napolitano aveva definito “opportune verifiche costituzionali”. Infine, Mattarella potrebbe esercitare la sua moral suasion nei confronti di Renzi (non scrivo “del governo” poiché da qualche tempo avremmo dovuto capire che l’uomo solo al comando già c’è) ricordandogli che la riforma del Senato, per la quale i numeri sono traballanti, dovrà tenere conto delle pecche dell’Italicum ed essere molto più equilibrata. In quella sede, una bocciatura, non del tutto improbabile, aprirebbe scenari turbolenti.

Pubblicato AGL 6 maggio 2015

Resistenza e memoria offuscata

La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.

Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.

Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.

Pubblicato AGL 26 aprile 2015