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Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Forni e fornai nelle democrazie parlamentari #CrisiDiGoverno

Non importa quanti forni ci sono. Importa la qualità del loro pane, delle loro offerte. In tutte le democrazie parlamentari con sistemi multipartitici, sono diversi i partiti in grado di dare vita a coalizioni di governo. Abitualmente, i due criteri più importanti sono la compatibilità ideologica e la contiguità politica. Il secondo criterio vale specialmente laddove i partiti riconoscono l’esistenza di destra e sinistra. In Italia il Movimento 5 Stelle ha rifiutato questa distinzione fin dalla sua nascita, ma anche buona parte degli elettori leghisti afferma di non riconoscerla. L’indipendentismo e il federalismo guardano oltre. Le ideologie classiche sono oramai scomparse, non solo in Italia, ma, nel frattempo è nato il sovranismo in opposizione all’europeismo. Misuratosi con successo nelle urne europee, il sovranismo della Lega è diventato un fattore, forse il più importante, della crisi del governo giallo-verde. Oggi il riconoscimento della scelta europeista è la prima condizione che il Partito Democratico (im)pone alle Cinque Stelle per procedere alla formazione di un governo. Il PD chiede anche che le Cinque Stelle s’impegnono a non cercare un altro forno, cioè quello leghista. È una richiesta legittima, ma sostanzialmente impossibile da soddisfare. Infatti, le Cinque Stelle possono andare a vedere le carte del PD e presentare le proprie senza trattare in contemporanea con la Lega. Però, da un lato, la Lega, sull’orlo di una crisi di nervi per avere perso il governo e tutto quello che comporta, ha già messo sul tavolo le sue carte nuove, le vecchie essendo ben note alle Cinque Stelle. Dall’altro, nel caso fallisse lo scambio programmatico con il Partito Democratico, nessuno, neppure il Presidente Mattarella, potrebbe impedire alle Cinque Stelle di tornare a un rapporto a condizioni più favorevoli con un Salvini notevolmente ridimensionato e formare un Conte-bis, quel Conte sul quale il PD pone il veto.

D’altronde, qualsiasi negoziato per la formazione di un governo deve tenere conto anche delle persone, di coloro ai quali spetterà il delicato compito di attuare le politiche concordate. Talvolta questi “fornai” ottengono la carica di governo grazie al potere politico di cui godono nel loro partito. La loro presenza al governo è garanzia che contribuiranno a mantenerne il sostegno e non lo destabilizzeranno. L’elemento di grave disturbo a un eventuale governo Cinque Stelle-PD è dato dall’autoesclusione di Renzi e dei suoi, potenziali distruttori. Talaltra i fornai sono persone scelte per la loro competenza specifica: economica, sociale, di politica estera, della difesa, della giustizia. Privi di informazioni sulle rispettive preferenze derivanti da incontri precedenti, i dirigenti dei due partiti hanno bisogno di tempo per capirsi. Furono necessari circa ottanta giorni per dare vita al governo Conte. È irrealistico e controproducente, in particolare se si mira ad un governo di legislatura, fare fretta a Zingaretti e Di Maio. I forni hanno i loro tempi.

Pubblicato AGL il 26 agosto 2019

Cosa significa “parlamentarizzare” la crisi

Il presidente del Consiglio Conte parli in Aula, accetti il dibattito, svolga la replica e poi si proceda alla votazione. Questi non sono stanchi rituali della Prima Repubblica

Ottimo il proposito manifestato dal Presidente del Consiglio Conte di parlamentarizzare la crisi. La situazione dei rapporti fra i due alleati che fanno parte del suo governo appare non solo conflittuale, ma contraddittoria e confusa.

Le prospettive sembrano ugualmente avvolte in incertezze e calcoli oscuri. Il governo Conte nacque, non perché “eletto dal popolo”, ma ottenendo la fiducia del Parlamento, come avviene, con modalità leggermente diverse, in tutte le democrazie parlamentari (anche quando il capo dello Stato è un monarca). Al Parlamento il governo deve rispondere dei suoi comportamenti: del fatto, del non fatto, del fatto male.

Quel Parlamento ha il potere di porre termine all’esistenza del governo, ma anche di trasformarlo attraverso rimpasti e persino semi-ribaltoni. Si fa così dalla Germania alla Spagna fino alla madre di tutte le democrazie parlamentari: la Gran Bretagna. É legittimo e nient’affatto scandaloso che i parlamentari tengano al loro seggio (non poltrona) e difendano i loro posti di lavoro proprio come il Ministro Salvini ei sottosegretari leghisti dimostrano di tenere alla loro carica. Infatti, nonostante la sfiducia da loro espressa nel governo di cui fanno parte, non l’hanno ancora abbandonata.

La parlamentarizzazione di una crisi di governo non si può esaurire nel pure importante e forse decisivo discorso del capo del governo. Conte dovrà ovviamente spiegare ai parlamentari che cosa è successo e quali sono le sue valutazioni, ma la parlamentarizzazione vuole qualcosa di più. Se, terminato il suo discorso, Conte subito salirà al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente Mattarella parleremo al massimo di parlamentarizzazione interrupta.

Invece, Conte dovrebbe sentire l’obbligo istituzionale e politico di aprire il confronto con i partiti rappresentati in parlamento, sollecitarne consenso e dissenso, chiederne le spiegazioni, procedere a una replica, al limite, volere dai parlamentari anche un voto esplicito sul suo operato. Non dovrebbe sfuggire/rifuggire dal voto pensando che, se sconfitto, metterebbe a repentaglio un possibile re-incarico. Comunque, con una diversa maggioranza potrebbe senza nessun ostacolo istituzionale riprendere a fare il Presidente del Consiglio.

Tutti questi: discorso, dibattito, replica, voto in parlamento, persino il re-incarico, non sono stanchi rituali della Prima Repubblica, nella quale, incidentalmente, nessuna crisi di governo fu mai parlamentarizzata con i canoni che ho appena delineato. Questi passi corrispondono a qualcosa di molto importante per il Parlamento e per la politica. Governanti e rappresentanti, ministri e parlamentari si assumono visibilmente di fronte all’elettorato il massimo di responsabilità: decidere della funzionalità e della vita di un governo e della formazione di un altro governo.

Il dibattito serve a fare sì che gli elettori acquisiscano un’alta quantità di informazioni rilevanti, si formino un’opinione, giungano a valutazioni adeguate che saranno loro utili nel caso di eventuali nuove elezioni. Certo, nessuno deve avere paura delle elezioni, ma nessuno può pensare che la democrazia, né quella parlamentare né le altre fattispecie, si esaurisca nel voto. Votare è un passaggio importante (meglio quando esiste una legge elettorale non indecente), ma la democrazia è anche informazione e assunzione di responsabilità.

Non mi resta che augurarmi che la concezione di “parlamentarizzazione della crisi” del Presidente del Consiglio sia ricca e articolata e ricomprenda un dibattito chiarificatore. Avrà effetti positivi per la soluzione della probabile crisi, per la formazione su limpide basi del prossimo governo e, comunque, anche per eventuali lezioni anticipate.

Pubblicato il 19 agosto 2019 su huffingtonpost.it

Da Losanna a Bruxelles la strada non è breve

Ricordo di avere letto tempo fa una ricerca sul grado di fiducia che i cittadini degli Stati-membri dell’Unione Europea avevano gli uni negli altri. Non so quanti fra quei cittadini fossero stati lettori dell’Eneide e ricordassero la frase del troiano Laocoonte “timeo Danaos et dona ferentes” che voleva rifiutare il dono del famigerato cavallo, ma solo un terzo degli Europei dichiarò di avere fiducia nei greci che, infatti, ne stavano facendo di cotte e di crude con la loro finanza e i loro numeri. Gli italiani godevano della fiducia del 50 per cento degli Europei. Nonostante i loro stivali e i loro carri armati Panzer avessero schiacciato tutti gli Stati-membri, i tedeschi sono riusciti a (ri)conquistarsi la fiducia dell’80 per cento degli europei. Prevedibilmente ai livelli più elevati, sopra il 90 per cento stavano tutti i paesi scandinavi, nordici. La buona notizia è che, almeno nell’importante occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali, molti dei delegati sportivi hanno creduto al progetto italiano, hanno valutato positivamente gli elementi tecnici, sportivi, logistici e con una notevole quantità di voti hanno assegnato le Olimpiadi a Milano e Cortina. La decisione è probabilmente stata influenzata in modo positivo anche dal segnale di unità e coesione che ha inviato la delegazione italiana e dal discorso del Presidente Mattarella che, com’è noto, riscuote notevole fiducia dei capi di governo e di Stato un po’ dappertutto. È giusto festeggiare anche perché, organizzate bene, come fece Torino nel 2006, le Olimpiadi promettono posti di lavoro, investimenti in infrastrutture, ritorni di immagine e di prestigio di cui l’Italia, mi viene da scrivere, “soprattutto in questa fase”, ha assoluta necessità. Sappiamo tutti, anche quelli che preferiscono chiudere gli occhi e le orecchie e accusano complotti, che la credibilità del governo Cinque Stelle-Lega, di alcuni ministri prominenti, dello stesso capo del governo (definito, in maniera sgradevole, un burattino da un pur autorevole esponente del raggruppamento liberaldemocratico europeo) è molto bassa a Bruxelles. Le promesse a vuoto e gli impegni disattesi, le giustificazioni basate su cifre e proiezioni che i Commissari ritengono come minimo fantasiose, il cambiar le carte in tavola (senza neppure sufficiente destrezza) hanno creato un clima non favorevole all’Italia. È auspicabile che, rallegrati dalla lusinghiera vittoria di Losanna, i governanti, a partire da Conte, si preparino al meglio per giocare una partita più importante che abbiamo iniziato e finora condotto davvero molto malamente. La porta della Commissione rimarrà pure sempre aperta all’Italia, come ha affermato il non-falco Pierre Moscovici, ma dietro quella porta stanno molti commissari, sicuramente la maggioranza, sospettosi delle mosse italiane e disposti non ad una ennesima apertura di credito, ma all’apertura della procedura di infrazione. Il passo da Losanna a Bruxelles non è breve.

Pubblicato AGL 25 giugno 2019

Il Governo funziona male, ma le elezioni non migliorerebbero nulla

Chi intende il “dialogo” come chiacchierata a pranzo, a cena, negli intervalli di lavoro di una giornata, nel quale ci si limita a scambiare senza impegno parole parole parole, non può pensare che questo significhi negoziare e, neppure, ottenere assenso. Se, poi, come ripetutamente hanno detto, in ordine di rilevanza, Salvini, Di Maio, Tria, Conte, sì al dialogo, però, “la manovra non cambia”, allora meglio non andare a Bruxelles, ma andare al mare. Ciononostante, non dobbiamo, come interpreto la dura riflessione di Cisnetto, abbandonare le speranze poiché, contrariamente alla scommessa dei governanti giallo-verdi, tirare per le lunghe non significa affatto evitare di tirare le cuoia. Al contrario, già nel medio periodo, mercati e spread potrebbero insegnare qualcosa anche a chi ha ampiamente dimostrato poca dimestichezza con i numeri (e con Babbo Natale). La letterina della Commissione arriverà e sarà severa. Chi ha la pazienza di aspettare, ma spero che i piccoli e medi industriali del Nord l’abbiano già persa questa pazienza, potrebbe vedere il governo cambiare qualcosa di sostanziale. Magari avendo capito che il mantra al quale fanno ricorso: “i fondamentali dell’economia italiana sono sani”, è profondamente sbagliato. Il 131 per cento di debito pubblico non è sano. È molto malsano. Evadere 20-25 percento di tasse non è sano. La crescita più bassa di quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione è malsanissima, ed è difficile credere che la manovra riuscirà a rovesciare una tendenza ventennale. Lascio da parte il costo, ingente, della corruzione politica che, naturalmente, non riguarda affatto solamente i politici.

Se il non-negoziato Commissione- Italia non porta a nulla, allora, sostiene Cisnetto, meglio andare alle urne. La penso molto diversamente per un insieme di ragioni. In maniera sorprendente, ma non incredibile tutti i sondaggi concordi rilevano che né il governo né l’evanescente Presidente del Consiglio (dal quale stiamo attendendo che operi davvero da “avvocato del popolo”) hanno perso popolarità. Probabilmente questa solidità del consenso dipende dal fatto che l’opposizione di Forza Italia è molto ambigua e quella del Partito Democratico è da tutti i punti di vista: leadership, proposte, credibilità, assolutamente irrilevante. Secondo né la Lega avanzante né le Cinque Stelle declinanti possono permettersi il lusso di gettare la spugna andando di fronte all’elettorato come dei falliti. Terzo, Mattarella sconsiglierebbe nuove elezioni che, inevitabilmente, avrebbero effetti deleteri sul bilancio dello Stato e esplorerebbe tutte le alternative possibili. Ce ne sono? Dipende dal rinsavimento di alcuni dirigenti politici, ma le democrazie parlamentari hanno sempre molte frecce al loro arco. Infine, non è affatto detto che dalle urne uscirebbe un’alternativa numericamente valida all’attuale governo. Potrebbe benissimo succedere che l’ascesa di Salvini si riveli insufficiente ad una maggioranza di centro-destra e che l’unica coalizione possibile torni ad essere quella Cinque Stelle(ine) e Lega.

Che fare, dunque? Due tipi di azioni sono possibili, entrambe contemplate e praticate nelle democrazie parlamentari. Primo, premere sul governo affinché prenda atto che ci sono politiche che non può attuare. Le cambi, oppure, come dice flautatamente Giuseppe Conte, le “rimoduli”, anche nei numeri (magari con la spinta del Quirinale che non dovrebbe fare fatica a cogliervi già alcuni elementi di incostituzionalità). Secondo, si proceda a un rimpasto che non è “vecchia politica”: la May in Gran Bretagna l’ha già fatto un paio di volte e certo la vecchia politica non abita lì, mandando a casa i ministri palesemente inadeguati –e se a Toninelli fischiano le orecchie è solo giusto così, ma anche Conte e Tria meritano qualche fischio) reclutando persone più competenti, in grado di avere maggiore capacità di intervento in Italia e di convincimento a Bruxelles. Poco? Certo, ma meglio di niente –e meglio di elezioni quasi sicuramente inconcludenti.

Pubblicato il 24 novembre 2018 su Terza Repubblica

Apprendisti riformatori sul palco

Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.

Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.

Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018

I primi 100 giorni del governo Conte analizzati da Gianfranco Pasquino

Il professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna percorre le prime tappe del governo gialloverde e guarda al futuro: l’attesa è grande per la legge di bilancio

Cento giorni di un “normale” governo di coalizione fra due partecipanti che non si conoscevano e che sanno di essere in competizione: questa è la premessa di qualsiasi valutazione. Un minimo di comparazione con i cento giorni di alcuni governi precedenti indica che Cinque Stelle e Lega hanno fatto meno decreti e iniziato meno leggi. Questo attivismo inferiore al passato potrebbe essere un aspetto positivo dato che, da un lato, è giusto criticare l’eccesso di decretazione d’urgenza (peraltro, il decreto Dignità merita la critica relativa alla sua disomogeneità), dall’altro, è opportuno ricordare che molte leggi non significa mai necessariamente buone leggi.

In cento giorni il governo giallo-verde ha impostato, senza nessun disturbo proveniente da due opposizioni diversamente irrilevanti, il lavoro futuro che, per l’appunto, sarà poi il vero oggetto della valutazione. Propongo due prospettive. La prima riguarda lo stile, in questo caso, non del governo, ma dei leader dei due partiti contraenti. Salvini è partito all’arrembaggio, favorito anche dalla problematica che sembra preoccupare di più gli italiani: l’immigrazione. Ha ottenuto qualche risultato in quanto a riduzione degli sbarchi, ma nessuno per quel che riguarda la redistribuzione degli arrivi. Di Maio sembra giocare di rimessa, cercando qualche vittoria nel comunicare la sua azione, i cui effetti, però, a cominciare dal decreto dignità non possono essere immediati. La chiusura della faccenda Ilva non produce comunque il consenso trasversale che l’immigrazione ha dato a Salvini.

L’attesa è grande per la legge di bilancio sulla quale i due leader si giocano parte della loro credibilità agli occhi quantomeno dei rispettivi elettorati. Assente in tutte queste operazioni è il professor Giuseppe Conte, non eletto dal popolo, facente funzione di Presidente del Consiglio. Molto presente, invece, è il Ministro dell’Economia Giovanni Tria. Toccherà a lui cercare di combinare quel che si può del reddito di cittadinanza con quel che si può della flat tax. La somma complessiva deve al massimo “sfiorare” e non “sforare” il 3 per cento. Qui sta l’elemento più interessante del bilancio dei cento giorni di Di Maio e Salvini. Entrambi sembrano avere compreso che, da un lato, esistono dei freni all’azione del governo, dall’altro, si manifestano dei contrappesi. Non sono le oligarchie e i poteri forti, ma l’Unione Europea e i mercati a mettere il freno a scelte sconsiderate. Alcune dichiarazioni e alcuni comportamenti, ad esempio, nella critica ai magistrati e in improvvide richieste di intervento del Presidente Mattarella, vengono bloccate sul nascere dall’esistenza di contrappesi istituzionali e politici. La spinta populista di Salvini, “gli italiani stanno con me” e “i magistrati non li ha eletti nessuno”, va a sbattere, in parte, contro alcuni principi che le Cinque Stelle non possono abbandonare, in parte, contro i poteri separati che la Costituzione attribuisce alle istituzioni.

Senza nessuna illusione che i populisti/sovranisti limiteranno le loro esternazioni, leggere i cento giorni di governo anche come un processo di apprendimento serve a capire quale potrà essere il seguito. Finora il sistema politico ha retto l’urto. Il Governo del Cambiamento è stato obbligato a tenere conto delle forme e dei limiti nei quali esercitare il suo potere anche se gratificato da un consenso popolare al di sopra della maggioranza assoluta. Il pluralismo democratico, per quanto non rigoglioso, dà insegnamenti anche a chi è inesperto, impreparato, incompetente. Per fortuna, in democrazia (i bilanci e) gli esami non finiscono mai.

Pubblicato il 9 settembre 2018 su formiche.net

Tutti i limiti dell’avvocato Presidente

Prendi un professore, come almeno cento (stima prudente) altri in Italia, totalmente privo di esperienze e di competenze politiche, miracolato, che gonfia i titoli, ma non può gonfiare i muscoli, e affidagli la più alta carica di governo. Subito dimostrando di non sapere dove è arrivato e per fare che cosa, lui dichiara che sarà “l’avvocato degli italiani”. Però, dal (l’eventuale) Presidente del Consiglio gli italiani vorrebbero avere una guida che indica la strada, il mezzo di trasporto, la velocità e il traguardo. All’opposizione, in particolare al Partito Democratico, se e quando si sveglierà dal suo torpore, tocca il ruolo dell’avvocato: difendere con arringhe vigorose fondate sui fatti e sui misfatti gli italiani dalle politiche che si annunciano molto pericolose di cui Conte sarà, se ci riesce, mero esecutore. Tra il Contratto di Programma del Governo di Cambiamento (tutte maiuscole del retorico e enfatico Di Maio) e le politiche concrete che i ministri di Conte dovranno attuare si colloca cortesemente arcigno il Presidente della Repubblica Mattarella. La Costituzione consente che sia il Presidente del Consiglio a proporre i ministri. Conte si limiterà, non è uno scandalo, ma la presa d’atto della sua limitata, probabilmente inesistente autonomia, a consegnare a Mattarella la lista dei proposti. Al Presidente della Repubblica spetta la nomina e, di conseguenza, anche la facoltà di non nominare. Mattarella preferirebbe evitare lo scontro, ufficialmente con il Presidente del Consiglio, ma in pratica con i capi dei due partiti che si sono coalizzati. Almeno in tre importanti momenti Mattarella ha detto chiaro e forte che l’Italia deve rimanere nell’Unione Europea e svolgere un ruolo attivo. L’eventuale nomina dell’ottantunenne Paolo Savona, nemico aperto e giurato dell’Euro, al Ministero dell’Economia non è ovviamente il segnale che il Presidente della Repubblica desidera e si aspetta. Sembra che neppure i mercati e la Commissione Europea gradiscano lo scivolamento (o scivolone) dell’Italia fuori dagli impegni assunti nell’Unione Europea.

Quel ministro, sostengono all’unisono i due partner, attuerà la loro politica europea come scritta nel Contratto di Programma. Non sembra che sia proprio così poiché il Contratto ha toni, modi e linee molto meno bellicose di quanto Paolo Savona ha ripetutamente espresso anche nel suo libro più recente. Verrà il Ministero dell’Economia privato di alcuni poteri affidandoli, ad esempio, all’europeista Enzo Moavero Milanesi, uomo esperto e competente, già ministro proprio degli Affari Europei? Quale sarà il ruolo del Ministro degli Affari Esteri, forse l’ambasciatore Salzano, scelto da Di Maio fra i suoi conoscenti? Si preparano non pochi scontri e conflitti derivanti da differenze d’opinione tutt’altro che marginali su quella che, tutti dovrebbero averlo imparato, è una delle tematiche più importanti, se non la più importante, politicamente, economicamente e socialmente: se e come stare nell’Unione Europea. Poiché è noto che Salvini è un “sovranista” duro e conseguente (“L’Italia agli italiani”), mentre Di Maio sembrava essersi trasformato in un europeista blando, forse opportunista, se Savona diventerà ministro, nessuna acrobazia del capo politico delle Cinque Stelle potrà cancellare il suo cedimento.

Fermo restando che Salvini e Di Maio, nell’ordine, hanno il potere di indicare e Mattarella ha quello di decidere, due elementi appaiono fin da subito preoccupanti. Il primo è l’evidente emarginazione del Presidente del Consiglio incaricato poiché Giuseppe Conte non ha deciso, ma ha preso tempo, per i suoi committenti. Il secondo elemento preoccupante è che, nell’incertezza, sale di parecchio lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani e quindi crescono gli interessi sul debito pubblico. L’Italia sta già pagando il conto del probabile governo Conte e delle sue contraddizioni. Buon fine settimana.

Pubblicato AGL 26 maggio 2018

Le elezioni dicono chi siamo e cosa vogliamo. Si tratta solo di saperle interpretare

Un’analisi del voto e della situazione politica nata dopo il 4 marzo. 

Torino 22 maggio Nell’ambito dei “Martedì sera” del Centro Congressi Unione Industriale Torino, Anna Masera, Gianfranco Pasquino e Lorenzo Pregliasco hanno discusso sulla situazione politica nata dal voto del 4 marzo e sulla nuova alleanza di governo Di Maio – Salvini a partire dal libro “Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati un’analisi delle elezioni del 4 marzo” (Castelvecchi)

L’intervento di Gianfranco Pasquino

Elettori insoddisfatti, desiderosi di cambiare, volubili. Un sistema di partiti destrutturati. Un PD sull’orlo di una crisi di nervi e con un leader inadeguato. Che lo facciano i “vincitori” il governo, di “ricomposizione nazionale”. Tempi duri per tutti, anche per loro. Se ne accorgeranno.

 

Un politico che rinunci ai suoi poteri

Le idee camminano sulle gambe degli uomini” sosteneva memorabilmente quel gran maschilista di Mao Tse-tung. A giudicare dalla loro spasmodica attesa del nome del capo del prossimo governo, i notisti politici italiani a distanza di decenni gli stanno credendo quasi fino in fondo. Invece, no, replicano, qualche volta in maniera contraddittoria, alcuni pochi commentatori. Chiunque verrà scelto da Di Maio e Salvini come Presidente del Consiglio non sarà in grado di fare camminare le sue idee, ma dovrà veicolare le idee dei due capi politici tradotte nel Contratto di Governo. In verità, non è interamente così. Lo è, nel migliore dei casi, solo parzialmente. Primo, forse non saranno Di Maio e Salvini a scegliere il capo del loro governo. Che abbiano già ricevuto qualche monito dal Presidente della Repubblica, ad esempio, sull’inaccettabilità di alcune candidature, è possibile, persino probabile. Che qualcuno abbia ricordato loro che, secondo la Costituzione italiana, è il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio, è auspicabile. Che farebbero meglio a sottoporre una rosa di nomi sarebbe opportuno. Qualche pratica della cosiddetta Prima Repubblica, che non soltanto i democristiani seguivano con perizia, risulterebbe piuttosto utile ai neofiti di quella che, molto impropriamente, Di Maio, per attribuirsi il merito di esserne il fondatore, continua a definire Terza Repubblica. Incidentalmente, di Terza Repubblica (1871-1940) ne abbiamo vista una, quella francese, caratterizzata da non poco trasformismo gallico, che giunse del tutto impreparata alla Seconda Guerra Mondiale.

Vicendevolmente bloccatisi dalla corsetta a Palazzo Chigi, avrebbero messo fin da subito a repentaglio la formazione del “loro” governo, Di Maio e Salvini non hanno proposto e formulato nessun criterio per individuare il Presidente del Consiglio. Su un punto, però, sembrano, un giorno sì l’altro no, essere d’accordo: non potrà essere un tecnico (brutta espressione che non dice granché). Dovrà essere un politico. Di tipi “politici”, però, ce ne sono molti: qualcuno che ha già fatto politica? un ex-parlamentare? oppure un parlamentare attualmente in carica? Un rappresentante del Movimento 5 Stelle oppure della Lega? Qualcuno proveniente da uno schieramento terzo, meglio se non più esistente? Un politico senza potere personale, ma con un passato più o meno glorioso o sfumato? Qui fa inevitabilmente comparsa il quesito se il Presidente del Consiglio “giallo-verde” finirà per essere un mero esecutore del Contratto di Governo oppure se avrà/potrà svolgere un ruolo attivo.

Il paragone con i Presidenti del Consiglio della cosiddetta Prima Repubblica è alquanto fuorviante. Molti di quei capi di governo eseguivano le politiche formulate e decise dai dirigenti dei partiti che facevano parte della coalizione governante. Pochissimi avevano attivamente partecipato ai negoziati sulle politiche. In molti casi, la loro reale capacità consisteva nel tenere insieme il più a lungo possibile coalizioni litigiose e dirigenti/sfidanti ambiziosi nella consapevolezza che una loro caduta, molto probabile, non precludeva un re-incarico né un ritorno al governo in altra carica ministeriale. Nell’attuale congiuntura le incognite si sono moltiplicate. Certo, se il prossimo Presidente del Consiglio sarà un esecutore oppure riuscirà a essere/diventare un protagonista dipenderà moltissimo dalla sua biografia politica e dalle sue capacità da dimostrarsi in corso d’opera. Probabilmente, la sua statura si misurerà su una qualità che anche nella Prima Repubblica fu molto apprezzata: sapere stemperare i probabili conflitti, disinnescare le tensioni, garantire ascolto alle preferenze dei due leader e dei loro ministri, mediare senza eccedere, soprattutto senza acquisire una popolarità che vada a scapito dei due contraenti. Sarebbe la rivincita dello stile di leadership della Prima Repubblica, ma anche, tutto sommato, fatta salva la qualità, per ora non valutabile, delle politiche condivise, un buon viatico per il governo. Per adesso, Di Maio e Salvini sono ancora senza nome. Domani sarà un altro giorno?

Pubblicato AGL 15 maggio 2018