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La piazza di Salvini e Meloni non aiuta la destra. Pasquino spiega perché @formichenews

Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Alla destra italiana il compito di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Il commento di Gianfranco Pasquino

 

Le piazze del 2 giugno hanno messo in mostra il vero volto della destra italiana. Nel giorno della Festa della Repubblica, ammirevolmente “interpretata” dal Presidente Mattarella, i sovranisti, che pure questa Repubblica dovrebbero esaltare, hanno fatto i loro piccoli e meno piccoli sfregi. Peccato che Tajani (Forza Italia) non si sia sentito imbarazzato e non abbia preso le distanze. La libertà di manifestare non è minimamente in discussione. Dopodiché, se gli assembramenti sono vietati, una destra “legge e ordine” non si accalca. Mantiene le distanze. Non si sbraccia e abbraccia. Si mette e conserva le mascherine. Se la destra vuole criticare il governo Conte, lo può fare. Non è un “diritto”, ma una facoltà da esercitare dove e quando vuole, magari in Parlamento (che, lo voglio ricordare solennemente, può essere autoconvocato da un terzo dei parlamentari, art. 62), meglio se non in una ricorrenza nazionale. Almeno la Repubblica dovrebbe essere patrimonio di tutti gli italiani (o quasi), anche di quelli che un tempo non molto lontano facevano un uso improprio (che classe!) del tricolore.

Non ho nessun dubbio che anche il Presidente della Repubblica può, in una democrazia, essere criticato, che non è la stessa cosa del diventare oggetto di insulti e di offese. No, non hanno dato un bello spettacolo la destra e i suoi sostenitori piazzaioli. Con tutta probabilità, non poteva essere diversamente. In quanto predicatore di “buona Politica”, sono costretto a ricordare a chi esibisce il rosario le parole della Bibbia (che stanno sicuramente scritte anche nella Bibbia sventolata dal convertito Trump): “Chi semina vento raccoglie tempesta”. E, aggiungo, perde credibilità.

La destra italiana ha mostrato le sue grandi difficoltà di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Si può chiedere di più all’Unione europea, meglio se, per essere appunto credibili, si riconosce quello che ha già fatto, comunque promesso. Naturalmente, “chiedere” all’Unione europea significa prendere atto che l’Italia non ha né perso né ceduto la sua sovranità, ma la condivide con altri Stati, la maggioranza dei quali intende cooperare, coordinare i suoi sforzi per alleviare l’impatto della pandemia e attutirne le conseguenze. Riconoscere questo “stato dell’arte” implica fare esplodere la dottrina (sic) del sovranismo, curiosamente intrattenuta anche da frange di sinistra: i sovranisti convergenti.

No, l’Italia non starebbe meglio se, lo scrivo con un verbo vago, si allontanasse dall’Europa e si ponesse in una condizione di lockdown politico. Privata della carta del sovranismo, che cosa è la destra italiana, più precisamente, che cosa sono la Lega per Salvini premier e Fratelli d’Italia? Personalmente, sono molto “antico” e quindi chiedo: quale cultura politica (non solo rivendicazioni) nutre e sostiene la destra italiana? Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Play it again, Sal.

Pubblicato il 3 giugno su formiche.net

 

Adelante, Conte, con judicio. Ecco l’opinione di Pasquino (con tirata d’orecchie) @formichenews

 

Perché parlare prima dei nomi, e non dei progetti, si chiede il prof. Pasquino, che lamenta i limiti del dibattito politico. Serve maggiore giudiziosità, la stessa che sembra mancare a troppi commentatori italiani sulla scena e dietro la scena

Basics. Quel che non dobbiamo dimenticare. Il governo Conte 2 è una coalizione composita fra un Movimento 5 Stelle diversificato dalle molte mai ricomposte provenienze e con obiettivi tanto ambiziosi quanto ambigui e un Partito, uno: Democratico, e trino: Leu e Italia Viva. Rappresentano elettorati abbastanza, qualche volta molto, differenziati anche perché la società italiana è diversificata, frammentata, addirittura fratturata lungo una pluralità di linee: geografiche, sociali, generazionali, “europee”, di egoismi e di progettualità difficili da ricomporre per chiunque. Ancora più complicata è la ricomposizione in una situazione di crisi pandemica che colpisce i più deboli, che richiede scelte dolorose, che impone proprio al potere politico di esercitare al massimo la sua capacità di intervento, di ri-orientamento, di previsione e di correzione poiché nessuno è in grado di fare scelte impeccabili al primo colpo senza necessità di revisioni frequenti.

I partiti al governo hanno la maggioranza dei seggi sia alla Camera sia, in maniera risicata, al Senato. Sono in grado di durare se lo desiderano anche se debbono temere lo stillicidio di defezioni ad opera di parlamentari pentastellati alla ricerca di un loro personale futuro. I governanti possono anche sperare in un non impossibile sostegno occasionale, ma riproducibile, di parlamentari responsabili, che curano i loro destini, ma anche quelli del paese al quale una crisi di governo hic et nunc non gioverebbe affatto. Il Presidente del Consiglio ha rapidamente capito che le coalizioni si tengono insieme mediando, riconciliando, ricomponendo tensioni e conflitti, inevitabili in tutte le coalizioni, senza esagerare, ma anche senza cedere sull’essenziale che è soprattutto continuare nella convinzione che the best has yet to come. Qualche miglioramento è possibile, con e in questa coalizione. Soprattutto, il capo del governo ha imparato che deve metterci la faccia. Forse, come lo rimproverano, la faccia ce l’ha messa troppo spesso, ma i sondaggi lo hanno premiato. D’altronde, le altre facce, Di Maio e Zingaretti, Crimi e qualsiasi altro dirigente del PD non è detto che fossero più accettabili e più convincenti.

A livello europeo, probabilmente anche grazie ad un gioco di squadra con Gentiloni e Gualtieri, il capo del governo ha ottenuto risultati, MES senza condizionalità compreso, impensabili, purtroppo non ancora capiti in tutta la loro importanza presente e futura. Conte è consapevole che il Presidente della Repubblica, che ne ha viste molte, non dà troppo peso agli scricchiolii nella sua coalizione e alle differenze di opinioni, inevitabili, spesso esagitate e esaltate a scopi di visibilità personale e incomprimibilmente narcisistica. Inoltre, Mattarella ha come compito quello di sostenere l’esistente governo fintantoché la sua maggioranza è operativa (lo è). Non ascolta le sirene (sic) degli opinionisti e dei retroscenisti che annunciano, oramai da mesi, una crisi strisciante. Meno che mai si fa suggerire la soluzione della crisi.

Prima il progetto poi i nomi è il mantra politichese. E allora perché fare il nome senza chiedersi quale sarebbe la maggioranza a sostegno di un europeista convinto? Non è vero che “tutto va bene, Madama la Marchesa”, ma, se non tutto, molto potrebbe andare peggio. Dunque, “adelante, Conte, con juicio”, con quella giudiziosità che sembra mancare a troppi commentatori italiani (anche di Formiche.net) sulla scena e dietro la scena.

Pubblicato il 13 maggio 2020 su formiche.net

Essere più buoni (e più costituzionali) ai tempi di Covid-19 @formichenews

Tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. E allora, sull’emergenza, potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando alle Camere il compito di precisare, limare, eventualmente migliorare.

Trovo molto fastidiosa la pretesa di alcuni, giuristi e giornalisti, di qualificarsi come più buoni, più rispettosi della Costituzione, più protettori delle libertà dei cittadini e dunque più autorizzati, anzi, i soli autorizzati a criticare il governo e, in particolare, il Presidente del Consiglio. La maggior parte delle critiche sono pretestuose, politicamente (im)motivate e, infine, diseducative. Due sono i punti più discutibili: i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e la (eventuale) limitazione delle libertà personali.

Con i DPCM il “cattivo” Conte avrebbe imposto la sua linea “a prescindere”, secondo alcuni fuoriuscendo dalla Costituzione, secondo altri andando contro la Costituzione, ma, evidentemente, con il sostegno della “sua” maggioranza. Poiché continuo a credere che il custode della Costituzione è il Presidente della Repubblica, ritengo il silenzio di Mattarella assolutamente eloquente. So anche che da Palazzo Chigi al Quirinale funzionano linee telefoniche, c’è anche, come si dice, una “batteria” e, dunque, sono certo che le due autorità si sono confrontate. Tralascio tutto il discorso sui decreti, che dovrebbero essere emanati soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art.77) quando è arcinoto che entrambi i requisiti sono sistematicamente violati, l’urgenza essendo spesso procurata. Ma, scrive giustamente Vincenzo Lippolis, “le norme costituzionali vanno interpretate con riferimento al contesto” cosicché mi pare lecito aggiungere e sottolineare che i DPCM si giustificano pienamente proprio con riferimento al contesto.

Giuristi e giornalisti hanno lamentato la compressione del Parlamento, la sua emarginazione, il suo mancato funzionamento. Credo che il Presidente della Camera Roberto Fico abbia già risposto soddisfacentemente. Rilevo che il Parlamento italiano oggi è un’istituzione nella quale stanno uomini e donne di partito malamente eletti da una pessima legge elettorale che li rende dipendenti da chi li ha candidati: capipartito e capicorrente (con aiutini da parte di qualche lobby). Sono loro a non fare funzionare il Parlamento, non il Presidente del Consiglio. Infatti, “un Parlamento che non vuole essere emarginato ha tutte le possibilità per chiamare il governo a spiegare la sua linea d’azione e a controllare il suo operato” (Lippolis).

A maggior ragione il Parlamento dovrebbe chiamare il governo a rispondere nei casi in cui ravvisi violazioni delle libertà e dei diritti. Qui entrano in campo anche i filosofi e i sociologi. Davvero la libertà di circolazione è un diritto assoluto? Quando la libertà di circolazione incide sul mio (e vostro) diritto alla salute, non potrebbe/dovrebbe essere limitata, circoscritta, anche con un’apposita tecnologia? È possibile suggerire come punto di partenza quantomeno che tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. Potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando al parlamento di precisare, limare, eventualmente migliorare. John Locke suggerirebbe un elenco che vede al primo posto la vita, poi, la proprietà, al terzo posto la libertà. Lo interpreto flessibilmente. Se non c’è vita (quindi la salute), la proprietà non serve a nulla, ma come si può esercitare la libertà senza il possesso di un minimo di risorse personali? Ecco, forse, proprio questo Primo Maggio è più appropriato di altri a farci riflettere senza formalismi e garbugli sull’elenco (e le priorità che mi paiono attualissime) di Locke.

Pubblicato il 1° maggio 2020 su formiche.net

Più fiducia più responsabilità #Messaggio di Fine Anno del Presidente #Mattarella

Siamo anche i discendenti alla molto lontana di Leonardo, Raffaello e Dante, citati dal Presidente Mattarella in apertura del suo discorso di fine d’anno, dei quali giustamente celebriamo le opere stupefacenti, ma da allora troppa acqua è passata sotto i ponti italiani. Senza bacchettare i politici, cosa sempre buona e giusta, Mattarella ha preferito rivolgersi a noi cittadini e solo indirettamente a chi ha potere politico. Le due parole chiave, intorno alle quali, da qualche tempo, ruotano le spiegazioni delle scienze sociali riguardanti la qualità delle democrazie e lo sviluppo economico e culturale, sono fiducia e responsabilità. Il Presidente le ha declinate sobriamente, ma con precisione ed efficacia. Una società funziona in maniera apprezzabile quando gli uomini e le donne hanno fiducia, non soltanto in se stessi, ma, è mia personale aggiunta, gli uni negli altri. Sanno che tutti, o quasi, si comporteranno secondo le regole e che nessuno, o quasi, cercherà di prevaricare. Quando gli impegni assunti sono (quasi) sempre rispettati. Alla fiducia reciproca s’accompagna la responsabilità. Chi ha assunto impegni è responsabile della loro attuazione. La responsabilità è la virtù democratica per eccellenza. Mattarella si è affrettato a ricordare che i cittadini debbono ricevere il buon esempio dalle istituzioni. A coloro che hanno incarichi istituzionali spetta per primi l’onere (e l’onore) di comportarsi in maniera responsabile. La responsabilità è “il più forte presidio di libertà”. Non so quanti fra i detentori del potere politico e istituzionale si siano sentiti fischiare le orecchie, ma chiarissimo è il messaggio. La coesione sociale emerge, si manifesta, si mantiene producendo esiti positivi per una nazione, ma anche, a livello più elevato, nell’Unione Europea, quando esistono alte dosi di fiducia e i cittadini, i rappresentanti, i governanti, accettano e si sforzano di operare responsabilmente. Certo, Leonardo, Raffaello e Dante non sono più qui con noi, italiani, ma, agli occhi degli stranieri continuiamo ad avere grandi potenzialità. Esistono uomini e donne in questo paese che sanno agire con abnegazione, che spesso compiono atti di eroismo. Ferma restando l’eccezionalità di alcuni comportamenti, da lodare, e il Presidente l’ha fatto, è nella quotidianità che i cittadini debbono migliorare. Senza nessun cedimento a sentimenti buonisti e melliflui, il Presidente affida ai giovani una ragionevole speranza di miglioramento complessivo, diffuso della società italiana. Dalla loro consapevolezza della gravità dei problemi, a cominciare da quello ambientale, e dalla loro sensibilità è possibile attendersi cambiamenti significativi, tutti da conquistare. Per concludere con Dante, il Presidente Mattarella si è premurato di dire agli italiani che “la dritta via” non è del tutto “smarrita”. Che dobbiamo avere fiducia. Agendo con responsabilità riprenderemo il difficile cammino che conduce a una società civile e prospera. Buon Anno.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2020

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Forni e fornai nelle democrazie parlamentari #CrisiDiGoverno

Non importa quanti forni ci sono. Importa la qualità del loro pane, delle loro offerte. In tutte le democrazie parlamentari con sistemi multipartitici, sono diversi i partiti in grado di dare vita a coalizioni di governo. Abitualmente, i due criteri più importanti sono la compatibilità ideologica e la contiguità politica. Il secondo criterio vale specialmente laddove i partiti riconoscono l’esistenza di destra e sinistra. In Italia il Movimento 5 Stelle ha rifiutato questa distinzione fin dalla sua nascita, ma anche buona parte degli elettori leghisti afferma di non riconoscerla. L’indipendentismo e il federalismo guardano oltre. Le ideologie classiche sono oramai scomparse, non solo in Italia, ma, nel frattempo è nato il sovranismo in opposizione all’europeismo. Misuratosi con successo nelle urne europee, il sovranismo della Lega è diventato un fattore, forse il più importante, della crisi del governo giallo-verde. Oggi il riconoscimento della scelta europeista è la prima condizione che il Partito Democratico (im)pone alle Cinque Stelle per procedere alla formazione di un governo. Il PD chiede anche che le Cinque Stelle s’impegnono a non cercare un altro forno, cioè quello leghista. È una richiesta legittima, ma sostanzialmente impossibile da soddisfare. Infatti, le Cinque Stelle possono andare a vedere le carte del PD e presentare le proprie senza trattare in contemporanea con la Lega. Però, da un lato, la Lega, sull’orlo di una crisi di nervi per avere perso il governo e tutto quello che comporta, ha già messo sul tavolo le sue carte nuove, le vecchie essendo ben note alle Cinque Stelle. Dall’altro, nel caso fallisse lo scambio programmatico con il Partito Democratico, nessuno, neppure il Presidente Mattarella, potrebbe impedire alle Cinque Stelle di tornare a un rapporto a condizioni più favorevoli con un Salvini notevolmente ridimensionato e formare un Conte-bis, quel Conte sul quale il PD pone il veto.

D’altronde, qualsiasi negoziato per la formazione di un governo deve tenere conto anche delle persone, di coloro ai quali spetterà il delicato compito di attuare le politiche concordate. Talvolta questi “fornai” ottengono la carica di governo grazie al potere politico di cui godono nel loro partito. La loro presenza al governo è garanzia che contribuiranno a mantenerne il sostegno e non lo destabilizzeranno. L’elemento di grave disturbo a un eventuale governo Cinque Stelle-PD è dato dall’autoesclusione di Renzi e dei suoi, potenziali distruttori. Talaltra i fornai sono persone scelte per la loro competenza specifica: economica, sociale, di politica estera, della difesa, della giustizia. Privi di informazioni sulle rispettive preferenze derivanti da incontri precedenti, i dirigenti dei due partiti hanno bisogno di tempo per capirsi. Furono necessari circa ottanta giorni per dare vita al governo Conte. È irrealistico e controproducente, in particolare se si mira ad un governo di legislatura, fare fretta a Zingaretti e Di Maio. I forni hanno i loro tempi.

Pubblicato AGL il 26 agosto 2019

Cosa significa “parlamentarizzare” la crisi

Il presidente del Consiglio Conte parli in Aula, accetti il dibattito, svolga la replica e poi si proceda alla votazione. Questi non sono stanchi rituali della Prima Repubblica

Ottimo il proposito manifestato dal Presidente del Consiglio Conte di parlamentarizzare la crisi. La situazione dei rapporti fra i due alleati che fanno parte del suo governo appare non solo conflittuale, ma contraddittoria e confusa.

Le prospettive sembrano ugualmente avvolte in incertezze e calcoli oscuri. Il governo Conte nacque, non perché “eletto dal popolo”, ma ottenendo la fiducia del Parlamento, come avviene, con modalità leggermente diverse, in tutte le democrazie parlamentari (anche quando il capo dello Stato è un monarca). Al Parlamento il governo deve rispondere dei suoi comportamenti: del fatto, del non fatto, del fatto male.

Quel Parlamento ha il potere di porre termine all’esistenza del governo, ma anche di trasformarlo attraverso rimpasti e persino semi-ribaltoni. Si fa così dalla Germania alla Spagna fino alla madre di tutte le democrazie parlamentari: la Gran Bretagna. É legittimo e nient’affatto scandaloso che i parlamentari tengano al loro seggio (non poltrona) e difendano i loro posti di lavoro proprio come il Ministro Salvini ei sottosegretari leghisti dimostrano di tenere alla loro carica. Infatti, nonostante la sfiducia da loro espressa nel governo di cui fanno parte, non l’hanno ancora abbandonata.

La parlamentarizzazione di una crisi di governo non si può esaurire nel pure importante e forse decisivo discorso del capo del governo. Conte dovrà ovviamente spiegare ai parlamentari che cosa è successo e quali sono le sue valutazioni, ma la parlamentarizzazione vuole qualcosa di più. Se, terminato il suo discorso, Conte subito salirà al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente Mattarella parleremo al massimo di parlamentarizzazione interrupta.

Invece, Conte dovrebbe sentire l’obbligo istituzionale e politico di aprire il confronto con i partiti rappresentati in parlamento, sollecitarne consenso e dissenso, chiederne le spiegazioni, procedere a una replica, al limite, volere dai parlamentari anche un voto esplicito sul suo operato. Non dovrebbe sfuggire/rifuggire dal voto pensando che, se sconfitto, metterebbe a repentaglio un possibile re-incarico. Comunque, con una diversa maggioranza potrebbe senza nessun ostacolo istituzionale riprendere a fare il Presidente del Consiglio.

Tutti questi: discorso, dibattito, replica, voto in parlamento, persino il re-incarico, non sono stanchi rituali della Prima Repubblica, nella quale, incidentalmente, nessuna crisi di governo fu mai parlamentarizzata con i canoni che ho appena delineato. Questi passi corrispondono a qualcosa di molto importante per il Parlamento e per la politica. Governanti e rappresentanti, ministri e parlamentari si assumono visibilmente di fronte all’elettorato il massimo di responsabilità: decidere della funzionalità e della vita di un governo e della formazione di un altro governo.

Il dibattito serve a fare sì che gli elettori acquisiscano un’alta quantità di informazioni rilevanti, si formino un’opinione, giungano a valutazioni adeguate che saranno loro utili nel caso di eventuali nuove elezioni. Certo, nessuno deve avere paura delle elezioni, ma nessuno può pensare che la democrazia, né quella parlamentare né le altre fattispecie, si esaurisca nel voto. Votare è un passaggio importante (meglio quando esiste una legge elettorale non indecente), ma la democrazia è anche informazione e assunzione di responsabilità.

Non mi resta che augurarmi che la concezione di “parlamentarizzazione della crisi” del Presidente del Consiglio sia ricca e articolata e ricomprenda un dibattito chiarificatore. Avrà effetti positivi per la soluzione della probabile crisi, per la formazione su limpide basi del prossimo governo e, comunque, anche per eventuali lezioni anticipate.

Pubblicato il 19 agosto 2019 su huffingtonpost.it

Da Losanna a Bruxelles la strada non è breve

Ricordo di avere letto tempo fa una ricerca sul grado di fiducia che i cittadini degli Stati-membri dell’Unione Europea avevano gli uni negli altri. Non so quanti fra quei cittadini fossero stati lettori dell’Eneide e ricordassero la frase del troiano Laocoonte “timeo Danaos et dona ferentes” che voleva rifiutare il dono del famigerato cavallo, ma solo un terzo degli Europei dichiarò di avere fiducia nei greci che, infatti, ne stavano facendo di cotte e di crude con la loro finanza e i loro numeri. Gli italiani godevano della fiducia del 50 per cento degli Europei. Nonostante i loro stivali e i loro carri armati Panzer avessero schiacciato tutti gli Stati-membri, i tedeschi sono riusciti a (ri)conquistarsi la fiducia dell’80 per cento degli europei. Prevedibilmente ai livelli più elevati, sopra il 90 per cento stavano tutti i paesi scandinavi, nordici. La buona notizia è che, almeno nell’importante occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali, molti dei delegati sportivi hanno creduto al progetto italiano, hanno valutato positivamente gli elementi tecnici, sportivi, logistici e con una notevole quantità di voti hanno assegnato le Olimpiadi a Milano e Cortina. La decisione è probabilmente stata influenzata in modo positivo anche dal segnale di unità e coesione che ha inviato la delegazione italiana e dal discorso del Presidente Mattarella che, com’è noto, riscuote notevole fiducia dei capi di governo e di Stato un po’ dappertutto. È giusto festeggiare anche perché, organizzate bene, come fece Torino nel 2006, le Olimpiadi promettono posti di lavoro, investimenti in infrastrutture, ritorni di immagine e di prestigio di cui l’Italia, mi viene da scrivere, “soprattutto in questa fase”, ha assoluta necessità. Sappiamo tutti, anche quelli che preferiscono chiudere gli occhi e le orecchie e accusano complotti, che la credibilità del governo Cinque Stelle-Lega, di alcuni ministri prominenti, dello stesso capo del governo (definito, in maniera sgradevole, un burattino da un pur autorevole esponente del raggruppamento liberaldemocratico europeo) è molto bassa a Bruxelles. Le promesse a vuoto e gli impegni disattesi, le giustificazioni basate su cifre e proiezioni che i Commissari ritengono come minimo fantasiose, il cambiar le carte in tavola (senza neppure sufficiente destrezza) hanno creato un clima non favorevole all’Italia. È auspicabile che, rallegrati dalla lusinghiera vittoria di Losanna, i governanti, a partire da Conte, si preparino al meglio per giocare una partita più importante che abbiamo iniziato e finora condotto davvero molto malamente. La porta della Commissione rimarrà pure sempre aperta all’Italia, come ha affermato il non-falco Pierre Moscovici, ma dietro quella porta stanno molti commissari, sicuramente la maggioranza, sospettosi delle mosse italiane e disposti non ad una ennesima apertura di credito, ma all’apertura della procedura di infrazione. Il passo da Losanna a Bruxelles non è breve.

Pubblicato AGL 25 giugno 2019

Il Governo funziona male, ma le elezioni non migliorerebbero nulla

Chi intende il “dialogo” come chiacchierata a pranzo, a cena, negli intervalli di lavoro di una giornata, nel quale ci si limita a scambiare senza impegno parole parole parole, non può pensare che questo significhi negoziare e, neppure, ottenere assenso. Se, poi, come ripetutamente hanno detto, in ordine di rilevanza, Salvini, Di Maio, Tria, Conte, sì al dialogo, però, “la manovra non cambia”, allora meglio non andare a Bruxelles, ma andare al mare. Ciononostante, non dobbiamo, come interpreto la dura riflessione di Cisnetto, abbandonare le speranze poiché, contrariamente alla scommessa dei governanti giallo-verdi, tirare per le lunghe non significa affatto evitare di tirare le cuoia. Al contrario, già nel medio periodo, mercati e spread potrebbero insegnare qualcosa anche a chi ha ampiamente dimostrato poca dimestichezza con i numeri (e con Babbo Natale). La letterina della Commissione arriverà e sarà severa. Chi ha la pazienza di aspettare, ma spero che i piccoli e medi industriali del Nord l’abbiano già persa questa pazienza, potrebbe vedere il governo cambiare qualcosa di sostanziale. Magari avendo capito che il mantra al quale fanno ricorso: “i fondamentali dell’economia italiana sono sani”, è profondamente sbagliato. Il 131 per cento di debito pubblico non è sano. È molto malsano. Evadere 20-25 percento di tasse non è sano. La crescita più bassa di quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione è malsanissima, ed è difficile credere che la manovra riuscirà a rovesciare una tendenza ventennale. Lascio da parte il costo, ingente, della corruzione politica che, naturalmente, non riguarda affatto solamente i politici.

Se il non-negoziato Commissione- Italia non porta a nulla, allora, sostiene Cisnetto, meglio andare alle urne. La penso molto diversamente per un insieme di ragioni. In maniera sorprendente, ma non incredibile tutti i sondaggi concordi rilevano che né il governo né l’evanescente Presidente del Consiglio (dal quale stiamo attendendo che operi davvero da “avvocato del popolo”) hanno perso popolarità. Probabilmente questa solidità del consenso dipende dal fatto che l’opposizione di Forza Italia è molto ambigua e quella del Partito Democratico è da tutti i punti di vista: leadership, proposte, credibilità, assolutamente irrilevante. Secondo né la Lega avanzante né le Cinque Stelle declinanti possono permettersi il lusso di gettare la spugna andando di fronte all’elettorato come dei falliti. Terzo, Mattarella sconsiglierebbe nuove elezioni che, inevitabilmente, avrebbero effetti deleteri sul bilancio dello Stato e esplorerebbe tutte le alternative possibili. Ce ne sono? Dipende dal rinsavimento di alcuni dirigenti politici, ma le democrazie parlamentari hanno sempre molte frecce al loro arco. Infine, non è affatto detto che dalle urne uscirebbe un’alternativa numericamente valida all’attuale governo. Potrebbe benissimo succedere che l’ascesa di Salvini si riveli insufficiente ad una maggioranza di centro-destra e che l’unica coalizione possibile torni ad essere quella Cinque Stelle(ine) e Lega.

Che fare, dunque? Due tipi di azioni sono possibili, entrambe contemplate e praticate nelle democrazie parlamentari. Primo, premere sul governo affinché prenda atto che ci sono politiche che non può attuare. Le cambi, oppure, come dice flautatamente Giuseppe Conte, le “rimoduli”, anche nei numeri (magari con la spinta del Quirinale che non dovrebbe fare fatica a cogliervi già alcuni elementi di incostituzionalità). Secondo, si proceda a un rimpasto che non è “vecchia politica”: la May in Gran Bretagna l’ha già fatto un paio di volte e certo la vecchia politica non abita lì, mandando a casa i ministri palesemente inadeguati –e se a Toninelli fischiano le orecchie è solo giusto così, ma anche Conte e Tria meritano qualche fischio) reclutando persone più competenti, in grado di avere maggiore capacità di intervento in Italia e di convincimento a Bruxelles. Poco? Certo, ma meglio di niente –e meglio di elezioni quasi sicuramente inconcludenti.

Pubblicato il 24 novembre 2018 su Terza Repubblica

Apprendisti riformatori sul palco

Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.

Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.

Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018