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La Repubblica non può restare appesa a Draghi e Mattarella @fattoquotidiano

“Un lavoro so trovarmelo da solo”. Questa secca frase pronunciata con irritazione da Mario Draghi contiene molti elementi che non debbono essere sottaciuti. Certo c’è anche una sottile e assolutamente comprensibile critica nei confronti di coloro che non hanno voluto o saputo favorirne l’elezione al Quirinale. Soprattutto, però, è un messaggio ai dirigenti dei partiti per quello che fanno e quello che non fanno. Troppo affannati a rincorrere l’ultima dichiarazione di un qualsiasi parlamentare e a soffermarsi su polemichette di corto respiro e poco interesse, troppi commentatori perdono di vista gli elementi strutturali della politica italiana. Alla nascita del governo Draghi, che riduceva notevolmente potere e presenza dei partiti, molti sostennero che all’ombra del governo, i partiti avrebbero avuto modo e tempo per cercare di ridisegnare le loro strategie, ma soprattutto di riorganizzarsi e rimettersi in sintonia con gli italiani. Non è avvenuto praticamente nulla di tutto questo. Al contrario, l’elezione presidenziale ha dimostrato l’impreparazione di tutti i protagonisti e l’inadeguatezza delle loro visioni politiche. Per evitare la cosiddetta “crisi di sistema” il Parlamento ha richiamato il non troppo reticente Presidente uscente facendone quasi un uomo della Provvidenza. L’altro uomo della Provvidenza, ovvero Mario Draghi, insostituibile, ha potuto così continuare alla guida del governo per proseguire e portare a augurabile compimento l’opera di ripresa e resilienza consentita all’Italia dagli ingenti fondi europei.

   Personalmente, non credo alla crisi di sistema, ma appendere le sorti della Repubblica italiana alla longevità di Mattarella e al prolungamento di un ruolo politico per Draghi significherebbe comunque, rimanere sostanzialmente nella crisi politica che ha caratterizzato tutta la legislatura in corso. La controprova viene dai partitini, un tempo sarebbero stati definiti “cespugli”, assembrati intorno al centro geopolitico, che la loro convergenza vorrebbero effettuarla sotto la guida di Draghi contando su voti aggiuntivi che, discutibilmente, il nome del Presidente del Consiglio apporterebbe loro. Di idee ricostruttive che scaturiscano da quei cespugli: la “moderazione”? la “fine del bipolarismo feroce”?, proprio non se ne vedono. Nel frattempo, nel centro-destra, che alcuni di loro propagandisticamente definiscono “compatto”, permane una lotta dura per la leadership e soprattutto appare enorme la distanza nelle posizioni relativamente all’Unione Europea. Il campo nel quale si è insediato il Partito Democratico è largo nelle intenzioni, ma non demograficamente in crescita, in attesa di elettori le cui aspettative non vengono soddisfatte da messaggi politici rilevanti e innovativi. Troppo facile parlare di lotta alle diseguaglianze senza indicare con precisione gli obiettivi da perseguire e le relative modalità. Eppure, è proprio dalla ripresa dell’economia che bisogna sapere trarre stimoli per procedere verso la riduzione delle diseguaglianze e l’ampliamento delle opportunità.

   La cosiddetta “agenda Mattarella” esplicitata nel discorso del Presidente contiene una indicazione molto significativa concernente il ruolo del Parlamento che non va compresso e schiacciato dal governo, meno che mai a colpi di decreti accompagnati dalla imposizione di voti di fiducia. Quel ruolo potrà migliorare, ma di poco, grazie alla riforma dei regolamenti parlamentari, ma riuscirà ad affermarsi soltanto se i parlamentari saranno eletti con modalità che li liberino dalla sudditanza ai capipartito e capicorrente che li hanno nominati e li obblighino sia a trarre consenso dai loro elettori sia a essere responsabili nei loro confronti. Il cattivo funzionamento del parlamento è la condizione prima e fondamentale che incide sulla qualità di una democrazia parlamentare e che rischia di aprire una crisi di sistema senza prospettive.

Pubblicato il 15 febbraio 2022 su Il Fatto Quotidiano

Quo vadis Italia di Mattarella e Draghi?

Appena si saranno placati i troppi sospiri di sollievo, alcuni davvero esagerati, altri ipocriti, che hanno accompagnato la rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, sarà imperativo porsi qualche interrogativo. Non conta tanto sapere chi ha perso e chi ha vinto. Salvini, Berlusconi e Casellati hanno sicuramente perso. Il centro-destra ha sicuramente perso, ma perché aveva una falsa coscienza di sé: mai blocco compatto, ma solcato da tensioni “governo/opposizione”, “pro-Unione Europea/Cambiare l’Europa”. Quella falsa coscienza gli renderà difficile fare la campagna elettorale e, eventualmente, se premiato dal voto renderà complicato formare il governo e farlo funzionare. Non hanno vinto né Conte né Letta (né Renzi). Giorgia Meloni potrà vantare la sua granitica coerenza, ma forse starà prendendo atto che da sola non va da nessuna parte e che i suoi necessari accompagnatori sono assolutamente poco affidabili. Se, come viene variamente riportato, alla fine è stato Mario Draghi a convincere Mattarella a tornare con i suoi scatoloni ad abitare al Quirinale, allora potremo intestargli una vittoria. Però è una vittoria, da un lato, sicuramente molto al di sotto delle sue aspettative di “nonno” che aveva fatto intendere che il suo prossimo “servizio alle istituzioni” intendeva renderlo dal Quirinale. Dall’altro, è una vittoria dai contorni incerti, dai contenuti al momento inverificabili, dal futuro periglioso.

   Temporaneamente, Draghi ha salvato il suo governo e, sperabilmente, quel che più dovrebbe contare, l’attuazione più puntuale e più efficace possibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Venti di rimpasto stanno già investendo il governo. Saranno subito bloccati con fermezza dal Presidente Mattarella? Un Presidente rieletto gode ancora di una luna di miele oppure quel Parlamento alle cui pressioni e preferenze ha ceduto è già pronto a rivendicare meriti di dubbia entità? Fra i sicuri perdenti tutti collocano senza originalità e senza spiegazioni la politica. Eppure in qualche modo Draghi ha fatto politica, ovvero ha usato della sua carica e del suo potere per conseguire un obiettivo. Dal canto suo, Mattarella è un politico di lungo corso e ha accettato la rielezione proprio sulla base di motivazioni eminentemente politiche. Perdenti sono numerosi uomini e donne (mai capaci di trovare e sostenere una di loro) in politica, ma non hanno affatto perso quei molti parlamentari che volevano, non soltanto per avere il vitalizio, la continuazione della legislatura. Da adesso a Mattarella e a Draghi dovremmo un po’ tutti chiedere che in tandem si ricordino che oramai spetta soprattutto a loro costruire le condizioni per la ristrutturazione della politica italiana anche attraverso una nuova legge elettorale che sia quanto meno decente. Né potranno ritrarsi se qualcuno ponesse, nei tempi e nei modi giusti, fuori del protagonismo e dell’improvvisazione, il tema di una riforma semi-presidenziale. Hic Quirinale hic salta.    

Pubblicato AGL il 1° febbraio 2022

Temo la rielezione anche quando (com) porta un buon Presidente @formichenews

Il professore emerito di Scienza Politica scrive al neo eletto Capo dello Stato: nella rielezione c’è una torsione non tanto personalistica, ma di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, e la convinzione da parte dei cittadini che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando

Caro Presidente Mattarella,

congratulazioni. La ri-elezione è un meritato premio al tuo settennato che, però, sarà opportuno rivisitarlo anche per imparare non tanto dagli errori, ma dalle soluzioni date, non solo da te, ai problemi. Il problema, non esclusivamente personale, che mi sono subito posto è: ti ho frainteso quando, sembra quattordici volte, hai dichiarato la tua indisponibilità ad accettare la rielezione per ragioni personali, ma anche per, forse più importanti, valutazioni istituzionali? Sette anni, e quali anni!, sono lunghi, faticosi, anche dolorosi, estenuanti. Quattordici anni non violano la lettera della Costituzione, ma lo spirito con tutta probabilità sì. Quindi, apprezzo la tua assunzione di responsabilità/doveri in quella che i partiti in Parlamento hanno finalmente dimostrato essere in maniera lampante una crisi di sistema, ma una domanda mi preoccupa fortemente. La tua rielezione è una soluzione, o almeno un inizio, alla crisi di sistema oppure rischia di approfondirla, di farla esplodere con esiti imprevedibili e incontrollabili? Davvero il sistema politico italiano non ha alternative alla Presidenza Mattarella (e al capo del governo Draghi)? Siamo appesi a due sole personalità sia pure di grande prestigio di enorme autorevolezza, stimabilissimi e stimatissimi? In Italia non esistono altre personalità in grado di svolgere quei compiti istituzionali a cominciare dalla presidenza della Repubblica? Fra i nomi che sono circolati almeno cinque, a mio parere, hanno diversamente qualità che li rendono presidenziabili.

   Il futuro mi preoccupa, e sapendone molto meno di te, addirittura penso che tu sia ancora più preoccupato di me. La mal posta euforia dei dirigenti dei partiti, ad eccezione di Giorgia Meloni, giustamente critica, nasconde la loro provata e flagrante inadeguatezza. Hai risolto per loro un problema sistemico o la tua rielezione è soltanto un modo di posticipare, rimandare, prorogare? Quel problema, forse aggravato, non si ripresenterà fra sette anni –se non anche prima, ma tutto ti suggerirei meno considerare il tuo mandato rinnovato soltanto per il tempo che vorrai tu.

   Per usare il politichese, non mi appassiono al semipresidenzialismo, meno che mai a quello de facto, né al presidenzialismo, meno che mai quando viene tirato fuori dal cappello da chi ha avuto la grande occasione delle riforme costituzionali e l’ha clamorosamente sprecata. Però, mi chiedo nelle ore convulse che hanno preceduto la tua rielezione hai potuto riflettere quale torsione personalistica ne derivi? Non tanto, ma anche in termini di aspettative, “tocca al Presidente affrontare le sfide”, ma in termini di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, nonché soprattutto di crescita fra gli elettori dell’opinione, sbagliata e densa di pericolose implicazioni, che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando. So che dovrei concludere non soltanto formulando i migliori auguri per il settennato 2022-2029, che non sia seguito da un’altra rielezione …, ma dicendo più o meno ipocritamente, “spero di sbagliarmi”. Tuttavia, la mia speranza è poca cosa, molto piccolina rispetto ai miei timori.  

Pubblicato il 30 gennaio 2022 su formiche.net

Per una Presidenza di qualità #Quirinale #Elezione

Toto nomi? No, grazie. Enough is enough. Cambiamo il paradigma e facciamo il toto qualità. Non debbono essere qualità a caso che riflettano le preferenze e i pregiudizi di chi le formula. Propongo che si individuino le qualità presidenziali facendo riferimento a due fonti diverse, ma entrambe autorevoli. La prima è la Costituzione. Art. 87: . Il Presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Art. 54: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. La seconda fonte è un Presidente stesso. Nel suo discorso di fine anno (e fine mandato), Mattarella ha detto che il Presidente deve “spogliarsi della sua appartenenza”; perseguire l’interesse nazionale; tutelare ruolo, prerogative, poteri della Presidenza. Se la Costituzione fosse un documento adeguatamente noto ai politici e ai commentatori, potrei limitarmi ad affermare “a buon intenditore poche parole”. Invece, mi sento costretto a fare qualche essenziale chiosa. Per rappresentare l’unità nazionale è decisivo che il Presidente abbia dato prova di non perseguire pervicacemente i proprio interessi politici e personali.

   Soltanto se riesce a combinare la sua visione con quella di altri in una sintesi virtuosa la sua “rappresentanza” diventerà effettivamente nazionale. Assurgerà allo stadio di patriota e sarà tanto più efficace se consapevole che il patriottismo non è autarchia, non è nazionalismo, non è sovranismo, ma è volontà e capacità di collaborare con i patrioti di altri paese per assicurare “la pace la giustizia fra le Nazioni” (art. 11). Sicuramente, una volta eletto il Presidente non dovrà più avere nessuna appartenenza partitica e politica. Però, Mattarella non ha, credo deliberatamente, aggiunto l’aggettivo “politica” nel suo riferimento all’appartenenza. Il Presidente non dovrà essere condizionato dalla sua appartenenza religiosa, ma neanche da sue appartenenze economiche, dalle attività che svolgeva prima dell’elezione e che debbono cessare immediatamente. Solo così potremo ragionevolmente pensare che le dichiarazioni e le azioni presidenziali saranno sempre, sistematicamente e esclusivamente, improntate al perseguimento di interessi politici nel senso di attinenza alla polis, al sistema politico.

   La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio alla carriera. Non è un risarcimento. Non è una carica cerimoniale. Il Quirinale è il vertice di un triangolo composto con il Governo e con il Parlamento. In una democrazia parlamentare come quella italiana le istituzioni interagiscono, si controllano a vicenda, entrano in competizione per l’esercizio dei poteri di rappresentanza e di governo (qualcuno, oggi, aggiungerebbe di comunicazione). Chi pensa che è giusto che gli equilibri siano dinamici e che nessuna istituzione, e neanche i partiti, possa prendere il sopravvento, deve desiderare che alla Presidenza venga eletta una persona capace per cultura, autorevolezza, prestigio, di usare al meglio tutti i poteri della carica. Deve, dunque, essere qualcuno che ha competenza e esperienza politica. Non aggiungo altro se non la raccomandazione ovvero, per richiamare il titolo del libro pubblicato dal Presidente Luigi Einaudi al termine del suo mandato (Prediche inutili 1955), la predica, che spero utile, di valutare le oramai molte candidature con riferimento, non agli “equilibri” di potere, ma alle indispensabili qualità presidenziali.

Pubblicato il 10 gennaio 2022 su PARADOXAforum     

L’ultimo #DiscorsoDiFineAnno del #PresidenteMattarella @Quirinale #31dicembre2021

In piedi, dritto, senza nessuna esitazione e senza nessun segno di fatica, il Presidente Mattarella ha tenuto l’ultimo discorso augurale di fine anno del suo mandato. Ha fatto un solo cenno alla conclusione di sette anni “impegnativi, complessi, densi di emozioni”. Anche se diversamente interpretabile, e subito da qualcuno considerato una specie di porta semiaperta ad un’eventuale rielezione, meglio è prendere atto che il Presidente considera la questione chiusa. Poiché, però, il Quirinale è uno straordinario luogo dal quale si può, sapendolo fare, osservare e, in qualche modo, indirizzare la vita politica e sociale, Mattarella ha opportunamente voluto sottolineare in particolare il ruolo importantissimo svolto da tutto (o quasi) il personale sanitario nella lotta contro il Covid. Per usare un termine rientrato di recente nel lessico italiano i veri patrioti sono stati i medici, gli infermieri e tutti loro collaboratori.

Nel suo discorso il Presidente ha più volte richiamato tutti alla solidarietà, a fare il proprio dovere assumendosi le relative responsabilità, a operare nel senso della coesione sociale, quella coesione minacciata dal crescere delle diseguaglianze dei più vari tipi, ma soprattutto economiche e di opportunità. I fondi che vengono dall’Unione Europea debbono essere utilizzati anche per questo importante obiettivo: ridurre le diseguaglianze.

   Al Presidente degli USA viene spesso attribuito il titolo di Commander-in-Chief. Ascoltando i discorsi dei Presidenti italiani, specialmente dei migliori di loro, ho la tentazione di definire qualche Presidente Preacher-in-Chief: predicatore capo. Terminato il suo mandato, Luigi Einaudi (1948-1955) pubblicò un prezioso libro Prediche inutili (1955). Nutro costantemente la speranza che le prediche di buona politica, di adempimento dei doveri, di solidarietà fra i cittadini, ma anche con gli stranieri, producano effetti positivi. Comunque, apprezzo quei Presidenti che mettono nelle loro prediche sincero impegno personale prima ancora che politico.

Negli addetti ai lavori: giornalisti, commentatori, parlamentari, ceto politico, sono mesi che impazza il toto nomi sulle candidature alla Presidenza. Non è nello stile e nella concezione della politica di Mattarella qualsiasi tentativo di influenzare la scelta del suo successore. Sappiamo che nella situazione in cui si trova attualmente l’Italia, il prossimo Presidente della Repubblica avrà da affrontare fin da subito compiti di enorme rilievo e prendere decisioni di grande importanza a cominciare, forse, dalla formazione del governo e dallo scioglimento del Parlamento. Deliberatamente Mattarella ha posto tre criteri. Il prossimo Presidente della Repubblica dovrà spogliarsi di ogni precedente appartenenza, non solo politica, ma anche economica; dovrà farsi carico del bene comune; e salvaguardare ruolo, potere e prerogative della Presidenza. Condivido. Aggiungerei che dovrebbe essere un europeista convinto, non da oggi. Grazie alle indicazioni di Mattarella è possibile passare con profitto dal toto nomi al toto qualità. Auguri.

Pubblicato Agl il 2 gennaio 2022

Svelato in anteprima #30dicembre2021 il #discorsodifineanno del Presidente #Mattarella

Siamo fortunosamente entrati in possesso del discorso di fine d’anno del Presidente Mattarella. In maniera sobria,ma ferma ribadisce che se ne va, avendo fatto del suo meglio, e dice alto e forte che chiunque sia il successore deve avere tre requisiti. 

Orgoglio e resilienza. Con Draghi dopo Draghi?

Completamente a suo agio, sobrio nella presentazione e stringato nelle risposte, talvolta ironico, il Presidente del Consiglio non è riuscito a nascondere l’orgoglio per due grandi risultati. Sono stati perfezionati tutti e cinquantuno i progetti per ottenere i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nel 2021 l’economia italiana è cresciuta più del 6 per cento, meglio di qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Tuttavia, ripetutamente ha sottolineato che i successi non sono opera di una singola persona e neppure del solo governo, ma sono stati possibili grazie alle forze politiche e al Parlamento. Un governo parlamentare funziona al meglio proprio quando esiste e si mantiene la collaborazione fra governo, Parlamento e partiti. Anche se nessuno dei giornalisti ha colto l’occasione per farsi portatore delle critiche di coloro che sostengono che il Presidente del Consiglio ha svilito il ruolo del Parlamento, Draghi ha affermato che tutti i provvedimenti, compresa la legge finanziaria, sono stati discussi a fondo e più volte con gli esponenti dei partiti, con i parlamentari e nelle apposite commissioni parlamentari. Il metodo del confronto e della discussione è stato applicato anche con i sindacati. Dello sciopero Draghi non ha parlato mettendo in evidenza, invece, come si sia già tornati a discutere della revisione della legge sulle pensioni. L’unico elemento di reale preoccupazione per il futuro è rappresentato dalla circolazione della variante Omicron. Soltanto le vaccinazioni possono difenderci dal virus e, di nuovo con legittimo orgoglio, Draghi ha rilevato come la percentuale di italiani vaccinati e rivaccinati sia la più alta in Europa. Tutta la politica sanitaria in materia viene determinata non da preferenze politiche, ma dei dati dei contagi. Quindi, non è prevedibile quali saranno le future scelte del governo. Naturalmente, per molti giornalisti (e anche per molti italiani) il quesito al quale desiderano una risposta riguarda chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Draghi ha cercato di disinnescare le domande, e c’è riuscito. Appena tre giornalisti sui più di venti che hanno fatto domande hanno osato provocarlo sull’argomento. Fatto un omaggio affettuoso alla sensibilità politica e alla dolcezza del Presidente Mattarella, la risposta di Draghi è stata chiarissima su un punto molto importante. Se sarà una maggioranza diversa da quella che attualmente sostiene il suo governo a eleggere il Presidente, la prosecuzione del governo diventerà impossibile. Per Draghi la fine del governo colpirà molto negativamente la stabilità politica che è stata e rimane uno dei prerequisiti per il successo nell’opera di ripresa e di rilancio dell’Italia. Questa risposta lascia aperta la possibilità per Draghi di salire al Quirinale a condizione, però, che la sua maggioranza sia in grado di rimanere compatta e di scegliere un successore all’altezza (che, evidentemente, dovrà essere politicamente e istituzionalmente concordato con lui e di sua fiducia e gradimento). Auguri.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2021

Il ribellismo dei No-vax ha troppo spazio nei media @DomaniGiornale

Il risultato ufficiale del referendum fra gli italiani sulla scienza, comunicato personalmente dal Presidente Mattarella, è stato 9 a 1 a favore della scienza. Richiamare l’attenzione su queste cifre che rappresentano la percentuale di vaccinati contrapposta a quelli che non l’hanno fatto è più che opportuno. Non sono sicuro che basterà a convincere i non vaccinati, ma è importante provare. In Germania, il ministro della Sanità, molto preoccupato tanto dall’andamento della pandemia quanto dalla percentuale di non vaccinati, inferiore del 10 per cento a quella italiana, è stato molto più brutale: all’inizio della primavera 2022 i tedeschi saranno vaccinati, guariti o morti. Mi sono fatto l’idea che non bisogna in nessun modo blandire coloro che si oppongono al vaccino e popolano le manifestazioni facendo anche ampio uso e sfoggio della violenza a spese dell’incolumità e dell’attività lavorativa dei loro concittadini.

   Manifestare le proprie opinioni è un diritto, ma decidere di non vaccinarsi è molto più banalmente una facoltà. Chi non si vaccina deve sapere che a norma di Costituzione la sua libertà può essere limitata. Dunque, può scegliere di accettare le limitazioni oppure di vaccinarsi per tenere il più esteso possibile il suo spazio di libertà. Noto, invece, che queste elementari considerazioni non trovano adeguata risonanza nel dibattito pubblico e sui mass media dei più vari tipi. Ritengo che, da un lato, nel 90 per cento degli italiani che si sono vaccinati, ci siano altre motivazioni, per altro tutte rispettabili, oltre alla fiducia nella scienza: rispetto delle leggi, volontà di non contagiare familiari e amici, paura per la propria salute. Dall’altro lato, non sono del tutto convinto che la motivazione predominante fra i No Vax sia costituita dalla non fiducia nei confronti della scienza. Neppure la sicuramente legittima paura per reazioni negative in conseguenza del vaccino è qualcosa che coinvolge la maggioranza di loro.

   La motivazione probabilmente più diffusa, la chiamerò con un termine quasi nobile, è il ribellismo, la scelta ideologica (non il diritto) di opporsi all’autorità, accompagnata e rafforzata dalla presunzione di essere superiori a quei pecoroni (immunità di gregge) di concittadini che si “piegano” a quanto deciso dal governo italiano. I governanti sono accusati di essere più o meno colpevolmente succubi di qualche tanto oscura quanto potente cospirazione internazionale e, naturalmente, di Big Pharma, delle grandi furbesche e maligne compagnie farmaceutiche. Contro queste tesi ideologiche, Mattarella ha scelto di mettere in campo il suo prestigio, ma anche di fare un richiamo al principio di maggioranza. Nessuna minoranza, per quanto “intensa” sia, può accampare il diritto di imporre la sua volontà ad una maggioranza che, per di più, non viola affatto i diritti fondamentali di quella minoranza.

   Ne traggo due conclusioni. La prima è che non dobbiamo continuare a mettere sullo stesso piano coloro che rispettano le regole e che riconoscono la validità delle competenze scientifiche con la variegata galassia degli oppositori e dei negatori. Non solo questo atteggiamento è sbagliato, ma produce/rrebbe conseguenze negative di grande impatto proprio sulla credibilità collettiva della scienza, delle sue acquisizioni, delle sue raccomandazioni. Secondo, alle posizioni No Vax non deve essere attribuito lo stesso spazio nel dibattito pubblico e sui mass media di cui godono coloro che agiscono in base all’accettazione di quello che la scienza ritiene sia ragionevole e positivo. 10 per cento non vale 90 per cento.

Pubblicato il 24 novembre su Domani

Ci vuole più chiarezza sulle scelte per il Quirinale @DomaniGiornale

Il totonomine Presidente della Repubblica ha senso per i commentatori e per gli scommettitori. Chi indovinerà cercherà di trarne qualche profitto. Invece, “tirare la giacchetta” ai candidabili è fin d’ora un esercizio potenzialmente molto democratico. Il “tirato” si rivolgerà allo strattonatore chiedendo ragione di quel comportamento e per sapere in quale direzione dovrebbe andare. Motivando quello che ha fatto e indicando la direzione lo strattonatore dovrà convincere anche altri delle sue preferenze.

Fuor di metafora i nomi non perderanno affatto di interesse, ma l’opinione pubblica comincerebbe a saperne di più su quello che è lecito desiderare e aspettarsi da chi è disponibile ad essere eletto. Ho già sottolineato su queste pagine che la Presidenza della Repubblica non è un risarcimento e neppure un premio alla carriera. Piuttosto è molto chiaramente un compito da svolgere che guarda al futuro. È un compito che impegna comportamenti da tenere in piena autonomia ad opera di chi sarà eletto e senza che vi sia nessuno scambio di nessun tipo. Le azioni del Presidente non dovranno mai ispirarsi alla “riconoscenza” nei confronti dei suoi elettori. Se i capi dei partiti che, in questo caso, sono effettivamente kingmakers, peraltro non del tutto in controllo dei propri rappresentanti parlamentari (per i quali non uso il termine “truppe”) uscissero dalla pesante coltre di ipocrisia sotto la quale celano i loro oscuri desideri renderebbero un servizio significativo al dibattito democratico.

Probabilmente, l’opinione pubblica non soltanto apprezzerebbe, ma ne risulterebbe meglio informata sulle istituzioni e il loro funzionamento. Tutti coloro che segnalano, spesso con esagerato compiacimento il distacco, sempre a loro dire “crescente”, fra i cittadini e le istituzioni, dovrebbero battersi per l’instaurarsi di un dialogo democratico ai vari livelli. Capisco che, naturalmente, molti dei “presidenziabili” preferiscano il silenzio in base ad un ragionamento (o a una superstizione) che, se mai ha avuto senso, ha esaurito il suo tempo. Quali sarebbero i nomi che, menzionati nel passato, per questo solo fatto si sono bruciati? Nel segreto dell’urna quei nomi metteranno alla prova la loro validità e il grado di apprezzamento di cui godono fra i parlamentari e gli altri grandi elettori. Tutti costoro avranno acquisito dal dibattito pubblico svolto in pubblico informazioni pro e contro di cui difficilmente erano già in possesso. Mi spingo fino a chiedere che gli stessi presidenziabili dicano a chiare lettere se sono disponibili ad essere presi in considerazione.

Non è soltanto un esempio di elevato senso delle istituzioni la dichiarazione di Mattarella di non essere disposto ad accettare un secondo mandato (meno che mai opportunisticamente ridimensionato a qualche anno per consentire ai partiti di guadagnare tempo). É un gesto di grande saggezza politica e costituzionale. Sgombra il campo da una soluzione di comodo e chiama alla responsabilità i kingmakers. Il resto è chiaro. Chi in base alla sua traiettoria politica offre maggiori garanzie di rappresentare l’unità nazionale, di sapere usare i notevoli poteri di cui usufruirà per riequilibrare il sistema politico italiano, di avere quel prestigio internazionale che serve per l’Italia in Europa? Soltanto riflettendo su questi criteri, valutandone la differenziata rilevanza, discutendo apertamente si giungerà ad una scelta che non soddisferà certamente tutti e le loro ambizioni, ma che consentirà all’eletto di mettersi in condizione di svolgere i difficilissimi compiti del nostro tempo. Neanche adesso sarà opportuno tacere.

Pubblicato il 17 novembre 2021 su Domani

Oltre la pandemia, l’Unione Europea cresce e avanza

Ieri, in seduta solenne di fronte al Parlamento europeo, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha tenuto il discorso annuale sullo stato dell’Unione. Nonostante la pandemia, anzi proprio per questa sfida, contrariamente a quello che sostengono i troppi profeti del malaugurio, l’Unione ha risposto efficacemente e ha già iniziato una ripresa economica crescendo tassi superiori a quelli degli USA e della Cina. La Presidente ha sottolineato quanto fatto sul piano delle vaccinazioni, ma anche della distribuzione dei vaccini ai paesi non europei che non hanno bisogno. Poi, ha chiarito quali politiche l’Unione formulerà per l’ambiente e per la digitalizzazione. Infine, ha annunciato un nuovo programma ALMA che mira ad aiutare i giovani che non lavorare e non studiano a trovare un’occupazione in qualsiasi paese dell’Unione, un po’ come i giovani più fortunati possono, grazie al programma Erasmus, studiare nelle Università europee che preferiscono.

L’elemento problematico del quadro complessivamente e documentatamente positivo è costituito dalla debolezza della presenza dell’Unione sulla scena mondiale. Quanto è avvenuto in Afghanistan non può essere e non sarà dimenticato poiché la sue conseguenze, non soltanto riguardo ai profughi e ai rifugiati, ma anche con riferimento ai diritti, in particolare delle donne afghane, sono destinati a durare molto a lungo. Giustamente, von der Leyen, già Ministro della Difesa in Germania, ha sottolineato che l’Unione deve dotarsi di una politica estera e di difesa effettivamente comuni. L’Alto Rappresentante è destinato a contare poco, se, da un lato, su entrambe le materie nel Consiglio dei Ministri sono necessari voti all’unanimità e se l’Unione non si attrezza con un contingente militare di una dimensione all’altezza della sfida.

Quasi contemporaneamente, partecipando ad una riunione di una quindicina di capi di Stati europei, il Presidente Mattarella, da sempre convinto europeista, ha a sua volta ribadito la necessità di una politica estera e della difesa comune e criticato la persistenza delle votazioni che richiedono l’unanimità. Salvaguardia per i paesi più piccoli, l’unanimità si è trasformata in uno strumento di blocco e addirittura di ricatto spregiudicatamente minacciato (e usato) da alcuni paesi, in particolare del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), ma non solo. Attribuendo enorme potere anche ad un solo Stato contro una maggioranza anche molto ampia, l’unanimità non è una modalità democratica. L’Unione è riuscita a funzionare, talvolta a bassi e lenti livelli di rendimento, nonostante la necessità di voti all’unanimità su alcune materie, fra le quali, l’immigrazione, la politica fiscale e la revisione dei Trattati. Una maggiore e migliore integrazione dell’Unione Europea, oltre alla grande pazienza e intelligenza degli europeisti, richiede nuove procedure decisionali. È lecito augurarsi che sarà la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen a procedere con successo nella giusta direzione.

Pubblicato AGL il 16 settembre 2021