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Brutte gatte da pelare

Come si fa a non apprezzare il timing, vale a dire, la eccezionale tempestività con la quale l’Autorità Anticorruzione rende note le sue numerose e incisive proposte di modifica alla Legge Severino? Verranno sottoposte queste utilissime proposte, una per una, al vaglio attento e competente del governo, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e, immagino (e auspico) anche e soprattutto della Commissione Antimafia presieduta dall’on. Bindi? Serviranno a migliorare la legge Severino in particolare per quella che riguarda l’incandidabilità alle cariche pubbliche, l’ineleggibilità e i conflitti di interesse? Tutte quelle proposte riguardano tematiche molto spinose per la classe politica che, a livello nazionale, a livello regionale (“impresentabili” più De Luca), a livello comunale (attualmente svettante grazie al caso di Roma Mafia capitale) ha moltissime gatte da pelare e pochissima voglia di farlo.

L’impressione è, per utilizzare il politichese, utile a farsi capire dai politici e dai loro giornalisti di riferimento, che Raffaele Cantone sia entrato a gamba tesa nell’intricatissimo affaire De Luca che il Presidente del Consiglio non sa come risolvere e, forse, preferirebbe evitare. Consentirne l’insediamento alla Presidenza della Regione Campania? Dargli anche il tempo di designare la Giunta e, quel che più conta, di nominare il VicePresidente che lo sostituirà tenendogli caldo il posto fino al suo eventuale ritorno se riuscirà a liberarsi delle sue pendenze giudiziarie? Da qualsiasi parte le si guardi, le proposte di Cantone promettono di fare guadagnare un sacco di tempo a Renzi prima di essere obbligato a prendere una decisione definitiva su De Luca Presidente della Campania. Curiosamente, ergendosi in tutta la sua statura politica, lo stesso De Luca aveva quasi intimato al Parlamento di rivedere la legge Severino, proprio nei punti, a suo parere sbagliati, che lo riguardavano. Alcune delle proposte di Cantone, che non dimentichiamolo, aveva criticato l’azione della Presidente Bindi e i criteri rigidi, scherzosamente aggiungerei molto “severini”, da lei utilizzati per stigmatizzare gli “impresentabili” (due soli dei quali, quattordici, incidentalmente, sono stati eletti), sembrano fatte apposte per mettere in questione quanto fatto dalla Bindi, per rovesciarne l’impostazione, per cambiarne l’impatto.

In attesa di capire dove l’Autorità Anticorruzione voglia effettivamente andare a parare, almeno tre osservazioni debbono essere chiaramente formulate. La prima riguarda la necessità che si addivenga alla soluzione più rapida possibile del caso De Luca senza tenere in nessuna considerazione variabili intervenute dopo la sua elezione. Soltanto i populisti possono pensare che il voto, per di più di poche centinaia di migliaia di elettori, sani le pendenze giudiziarie. In qualsiasi democrazia nomale non è così. Secondo, la corruzione politica è la più grave malattia di un sistema politico poiché non soltanto premia i corrotti, ma inquina nelle loro fibre più profonde il mercato e la società. Qualsiasi cedimento su questo piano ha conseguenze devastanti e durature, come le cronache italiane rivelano ad abbondanza. Terzo, arriverà anche il tempo, sempre in politichese, nel quale bisognerà, ma a ragion veduta e con il sostegno dei dati, “fare il tagliando” alla legge Severino. Procedere adesso, in pendenza di un caso molto grave e delicato, appare più che sospetto. Sembra un doppio favore: a Renzi che si leva un peso politico, a De Luca che dimostra quanto grande è il suo peso politico. Meglio seguire, anche con la fretta con la quale dice sempre di voler operare il Presidente del Consiglio, due strade e due procedure chiaramente differenziate. Non sarà la confusione a sconfiggere la corruzione.

Pubblicato AGL 11 giugno 2015

Il PD si liberi dell’acqua sporca

Le primarie sono, non soltanto in Italia e neppure soltanto negli USA, una straordinaria opportunità democratica. Ridimensionano significativamente il potere dei politici di mestiere di designare i candidati a cariche elettive importanti: sindaco, Presidente di Regione, Capo del governo (e, persino, parlamentari) e lo consegnano ai cittadini elettori. Votando nelle primarie i cittadini elettori riacquistano quel potere di scelta che, in Italia, è stato loro tolto in maniera sgradevole con la legge elettorale Porcellum e che viene loro riconsegnato soltanto molto parzialmente con l’Italicum. Naturalmente, come molti strumenti delle democrazie neppure le primarie rasentano la perfezione, ma i molti milioni di italiani che lo hanno usato sanno che lo strumento è buono. Non sono le primarie che debbono essere criticate, ma il comportamento dei politici che vorrebbero continuare a controllare le candidature, a promuovere i loro amici e seguaci che promettano fedeltà e obbedienza e che allarghino la loro sfera di potere, a dimostrare che sono potenti.

E’ sempre possibile inquinare, più o meno, le primarie. Probabilmente è stato fatto in Liguria, ma non in maniera tale da sovvertire le preferenze espresse dalla maggioranza degli elettori. E’ stato fatto su larga scala nelle primarie per il sindaco di Napoli che, infatti, furono annullate. Non sembra che si siano verificate violazioni gravi nelle primarie del Partito Democratico per la recentissima scelta del candidato alla Presidenza della Regione Campania. Nel complesso, anche se pochi commentatori lo sanno, non avendo letto gli ormai numerosi studi in materia, nel corso di una decina d’anni, il Partito Democratico ha organizzato più di seicento primarie, in pochissime delle quali vi sono state contestazioni. I candidati democratici che, spesse volte, erano più di uno (come è stato sia in Liguria sia in Campania sia a novembre in Emilia-Romagna), hanno vinto in circa l’80 per cento dei casi, ma la notizia eclatante è sempre e soltanto quando vince un candidato non PD. In più del 60 per cento dei casi il vincitore delle primarie democratiche ha anche conquistato la carica elettiva.

Tutto bene, dunque, contrariamente alle non fondate critiche degli opinionisti, da ultimo di Roberto Saviano, che ha dimostrato di saperne davvero poco? Nient’affatto. A tutt’oggi il PD non ha, in parte, saputo, in parte, voluto, procedere alla stesura di un regolamento chiaro, preciso, semplice, ma tassativo. Al proposito, alcune indicazioni sono sostanzialmente imprescindibili. Bisogna stabilire chi si può candidare e a quali condizioni, evitando di essere troppo restrittivi, poiché è opportuno premiare il coraggio di chi desidera candidarsi, e di essere troppo permissivi, poiché non è proprio il caso di agevolare candidature folcloristiche alla ricerca di pubblicità. Bisogna stabilire chi può votare nelle primarie favorendo i cittadini-elettori che desiderano esprimere la loro preferenza, ma tenendo alla larga chi vuole inquinare il voto. Quindi, no alle minoranze etniche, più o meno organizzate e reclutate a pagamento. Quello di pensare che le primarie servano a offrire un percorso per l’integrazione degli immigrati mi pare un’illusione nient’affatto pia. E’ certamente possibile respingere alle urne gli elettori noti di altri partiti politici, ma è un successo delle primarie se elettori di quegli altri partiti stanno cambiando oppure hanno cambiato idea e sono disposti a pagare un paio di Euro e farsi “schedare” in un apposito registro dei votanti. Infine, un partito deve sapersi dotare anche di regole e procedure che puniscano chi, in special modo fra i suoi dirigenti e i suoi iscritti, cerca di manipolare le primarie. Quello che, invece, in una democrazia di qualità non proprio scintillante, non bisogna fare è abbandonare le primarie. Buttare le bambine perché qualcuno ha sporcato l’acqua è un rimedio molto peggiore di qualsiasi inconveniente finora prodottosi.

Pubblicato AGL 4 marzo 2015