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Dopo fake news e gossip, Conte (ora) è più forte

Limpidamente bocciata nell’aula del Senato la sfiducia delle destre e della radicale Bonino contro il Ministro della Giustizia Bonafede, è venuto il tempo di fare chiarezza sullo stato di salute del governo, del Parlamento, della democrazia italiana. Forse, solo momentaneamente zittiti, i retroscenisti ricominceranno fra qualche tempo a dire che sentono spifferi e scricchioli, tensioni e conflitti, che si moltiplicano le voci di crisi del Governo Conte e di sostituzione del Presidente del Consiglio (ad opera del solito noto che immagino, conoscendolo, sorridente e preoccupato). Sono tutte fake news e gossip sostanzialmente irrilevanti. Quand’anche Renzi ottenesse qualche Presidenza di Commissione chi conosce i governi di coalizione sa che sono richieste fisiologiche e non scandalose che potrebbero persino rafforzare il governo. Lascerei alle sedicenti anime belle, ma certo non brave dal punto di visto delle conoscenze del funzionamento delle democrazie parlamentari, di stracciarsi le vesti. Poi, magari, potrebbero gettare uno sguardo oltre le Alpi e, non dico che apprenderebbero, ma almeno vedrebbero la normalità di pratiche nient’affatto eversive.

Conte ne esce effettivamente rafforzato anche perché, come nei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ha messo la faccia. Si è assunto responsabilità politiche e personali. Talvolta commette errori, ma ha dimostrato di sapersi correggere e di non attribuirli ad altri. Appena smetto di ridere vorrei anche aggiungere che non ho mai letto di derive autoritarie effettuate attraverso la decretazione d’urgenza. Né mi pare che il Presidente del Consiglio abbia chiesto “pieni poteri”. Assolutamente fuori luogo proporre un paragone fra Conte e Orbán che s’era già deliberatamente incamminato su un percorso poco democratico.

Avendo, sicuramente, più a cuore di molti di noi la democrazia, le anime belle si sono ripetutamente lamentate poiché il Parlamento italiano era chiuso non per ragioni legate al contagio, ma perché “qualcuno” voleva evitare che controllasse le pericolosissime attività sovversive del governo Conte. Con la riunione d’aula di mercoledì 20 maggio, il Senato ha già tenuto sei sessioni in maggio. Furono sei in marzo e nove in aprile. Per la Camera i dati sono otto in marzo, dodici in aprile, sei, finora, in maggio. Negli stessi mesi, la Camera dei Comuni inglese, la madre di tutte le Camere basse, si è riunita dieci volte in marzo, quattro in aprile, cinque in maggio; il Bundestag tre volte in marzo, due in aprile, cinque in maggio; il Congreso de los diputados spagnolo nove volte in marzo, sette in aprile, due in maggio; la Camera bassa austriaca (Nationalrat) quattro volte in marzo, quattro in aprile, due in maggio..

Sono ancora esterrefatto che, a suo tempo, nessuno abbia replicato a Salvini, giunto fino all’occupazione per poche ore del Senato, a Meloni e ai commentatori piangenti che: “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti” (art. 62 della Costituzione). Al Senato il centro-destra ha 142 seggi su 320, alla Camera 265 su 630, quindi, in entrambi i casi ben più di un terzo (Senato 107; Camera 210). Una semplice e veloce raccolta di firme telematiche, smart collection, e le Camere si sarebbero dovute riunire. No, non è stato il governo a tenere chiuso il Parlamento, ma l’ignoranza e il disinteresse di chi strepitava e non agiva. Infine, la democrazia italiana, appena scossa delle differenze d’opinione e politiche fra le regioni e il governo, non esce in nessun modo indebolita da questa difficile, non finita, prova. Ha inevitabilmente manifestato inadeguatezze che sono strutturali (quelle della burocrazia), ma nessun cedimento nelle sue strutture portanti: Parlamento, governo, Presidente della Repubblica. In attesa del prossimo voto in aula e del prossimo dottissimo retroscena.

Pubblicato il 22 maggio 2020 su Il fatto Quotidiano

 

Retroscenisti allo sbaraglio @rivistailmulino

Da qualche tempo, anche per riempire il vuoto della politica antagonistica all’italiana, è in corso una battaglia epocale fra retroscenisti e quirinalisti nella quale si inseriscono non brillantemente alcuni “politologi” di strada”, cioè che passano di lì quasi per caso. L’argomento, sicuramente avvincente per tutti coloro che stanno reclusi in casa, è quanto durerà il governo Conte? Agguerritissimi, i retroscenisti, assecondati da alcuni politologi di riferimento, non si pongono neppure il problema del “se” (durerà), ma solo quello del “quanto” durerà. Peraltro, la stessa domanda già l’avevano posta il giorno dopo la fiducia. Avvistati nei pressi del Colle e riconosciuti nonostante la mascherina d’ordinanza, i molto più ponderati quirinalisti, che, per lo più, hanno come fonte le veline del Quirinale, sembrano alquanto più cauti.

Un governo c’è. Lo si sostituisce, a norma di Costituzione, solo se perde la maggioranza a suo sostegno (la verifica deve venire da un voto parlamentare) oppure se entra in una grave crisi di operatività. Dal Quirinale “filtra” per l’ennesima volta la solidissima posizione che i numeri sono la premessa per l’esistenza e la sopravvivenza di un governo, ma l’immobilismo decisionale di quel governo è una buona ragione per pensare alla sua sostituzione. Buona in tempi normali, ma non sufficiente in tempi emergenziali se all’orizzonte vicino non si vede già ready made un governo diverso e migliore.

I retroscenisti hanno quasi pronto un governo diverso, lo chiamano “unità nazionale”, ma soprattutto si stanno già esercitando a fare una serie di nomi che sono i soliti, Draghi in testa. I retroscenisti vorrebbero sostituire non soltanto il capo del governo, il Conte appannato, ma anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il quale, pure, è uno dei pochi ministri italiani noti e apprezzati nell’ambito dell’Unione europea. Sullo sfondo, poi, i più abili e fantasiosi fra loro, che sanno guardare non solo retro, ma anche avanti, mettono in circolazione nomi presidenziabili per il fatidico gennaio 2022. Ed è così che si comprendono le agitazioni dello ancien statista Pierferdy Casini, inopinatamente assurto a risorsa della Repubblica.

Quirinalisti e retroscenisti fanno il loro lavoro in maniera apprezzabile? Non mi pare. Per lo più, i secondi contribuiscono in misura molto maggiore dei primi al restringimento della già scarsissima fiducia degli italiani nella politica e nei partiti. Al toto nomi raramente si accompagna anche una riflessione e individuazione delle politiche diverse che sarebbero presumibilmente attuate dai nuovi arrivati. Le comparazioni, fra il prossimo presidente del Consiglio e i precedenti a lui in qualche modo assimilabili ­­- Ciampi, Dini, Monti – vengono fatte in maniera assolutamente disinvolta e superficialissima, senza tenere conto dei contesti, fra i quali anche le aspettative dei partner europei e dei protagonisti tutti: presidenti della Repubblica, partiti, coalizioni di governo.

Cambiare governo nelle democrazie parlamentari è sempre possibile. Questi cambiamenti, effettuati in Parlamento, cosiddetti ribaltoni più o meno totali (di un totale cambio di maggioranza l’Italia non ha nessun esempio), segnalano il pregio della flessibilità di contro alla rigidità delle repubbliche presidenziali che, eletto un Presidente, se lo debbono tenere a meno di un colpo di Stato. Anche se possibili i ribaltoni sono auspicabili? a quali condizioni e con quali conseguenze? La storia più che centennale delle democrazie parlamentari non offre neanche un caso di un cambio significativo di governo durante un’emergenza (ad esempio, nel periodo 2008-2009, peraltro un’emergenza di gran lunga meno grave della pandemia). Persino i governi di unità nazionale sono rarissimi. Attualmente nelle democrazie occidentali non esiste nessun governo di unità nazionale. In Germania, c’è, per decisione dei leader dei due maggiori partiti (confermata da consultazioni fra gli iscritti), un governo definito molto impropriamente Grande coalizione, mentre è un normale governo di coalizione fra Cdu/Csu e Spd che ha 398 seggi e deve fare i conti con opposizioni che ne hanno 310. Sia chiaro che la solidarietà nazionale italiana 1976-1978 non si tradusse in nessun governo di unità nazionale.

Di solito per giustificare l’esigenza di un governo di unità nazionale si fa riferimento a quello emblematico guidato da Winston Churchill in Gran Bretagna dal 1940 al 1945. Churchill era il capo del partito che aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Aprì a laburisti e liberali, nessuno dei quali chiese mai, neppure nelle ore più buie (darkest) di sostituirlo con un leader conservatore più gradito. Neanche dalla sempre irriverente stampa britannica furono avanzate richieste di sostituzione di Churchill, ricorrendo a più o meno fasulle argomentazioni (retroscena?) che il re Giorgio VI aveva altre preferenze: un noto banchiere, un professore di Oxbridge, un Lord suo compagno di caccia alle volpi. Vinta la guerra, Churchill subito perse le elezioni. I laburisti ottennero la maggioranza assoluta dei seggi e diedero vita ad un governo fortemente riformista.

Come potrebbero i governi stabili delle altre democrazie europee fidarsi degli impegni presi da un capo di governo che i retroscenisti italiani danno per moribondo, sostituibile (solo lui o anche la sua maggioranza? tutta o in parte?) e, comunque, considerato incapace di affrontare i problemi socioeconomici prodotti dalla pandemia e di approntarne soluzioni praticabili? Venerdì 17 aprile la votazione di un importante documento concernente gli aiuti economici ha visto gli europarlamentari italiani dividersi variamente, un caso di “distanziamento politico-elettorale” non certo, come si dice, una “prova tecnica” di governo di unità nazionale, ma con fratture più profonde nel centrodestra. Allo stato, i retroscenisti, nessuno dei quali può vantare successi previsionali significativi (per esempio, la nascita del Conte 2), non apportano nessun elemento utile a una migliore conoscenza della politica. Credo anche che i quirinalisti potrebbero svolgere un ruolo più efficace se smentissero le azzardate interpretazioni dei retroscenisti (anche di quelli che scrivono sullo stesso quotidiano) e se sottolineassero che, da tempo e finora, tutte le dichiarazioni e le mosse del presidente della Repubblica hanno un sicuro accertabile fondamento nella Costituzione. È e sarà lui, che rappresenta l’unità nazionale, a decidere se, quanto e fintantoché il governo è stabile e operativo.

Pubblicato il 20 aprile 2020 su rivistailmulino.it 

Da Churchill a Conte, è la responsabilità che fa maggioranza. Il commento di Pasquino @formichenews

Noto con rammarico che nessuno mi ha mai riferito che, mentre Churchill combatteva la sua orgogliosa guerra contro Hitler, i retroscenisti inglesi s’ingegnavano a individuare chi stava facendogli le scarpe pronto a sostituirlo. Lo scoop lo fece il very smart retroscenista del Daily Telegraph. Tutti vennero a sapere che a Cambridge John Maynard Keynes non parlava mai di sudore (very unbritish), di fatica (troppo lower-class british), di lacrime e sangue, ma di buttercookies. Lui, Keynes, era pronto a sostituire Churchill sicuro di debellare la guerra e le sue conseguenze. Non se ne fece nulla, ma, nel frattempo, i gossipari e anche i migliori analisti del dopo guerra (54 milioni di morti, un pochino di più di quelli della pandemia Covid-19) avevano annunciato che, vinta la Seconda Guerra Mondiale, Churchill avrebbe vinto anche le prime elezioni in tempo di pace. Re Giorgio VI non mise bocca e vinsero i laburisti di Clement Attlee, junior partners, pacati e sereni, del governo di unità nazionale.

Più che di essere sostituito adesso, Conte, attento lettore delle vicende anglosassoni, teme per l’appunto le elezioni politiche del 2023. Infatti, come lasciano trapelare alcuni perspicacissimi retroscenisti, sta preparandosi per la Presidenza della Repubblica (gennaio 2022). Quanto a Draghi non dà nessun segno di interesse per ottenere un’alta carica istituzionale in Italia. Sembra che la moglie preferisca una vita tranquilla, senza grane e incoraggi il marito a scrivere articoli per “The Financial Times” che diano la linea alle più o meno frugali autorità europee: “MES or Not MES, this is the problem”. Questo è lo stato del dibattito politico in Italia, rallegrato da qualche accusa di tradimento e da inviti a vergognarsi delle menzogne.

Qualcuno ritiene che più di quello che abbiamo dai politici e dagli avvocati del popolo attualmente al governo non è possibile ottenere. Quindi, bisogna già adesso pensare al dopo e vietare slogan fuorvianti e, forse involontariamente, minacciosi: “tutto tornerà come prima”. Altri pensano che chi scrive “tutto andrà bene” sia non preveggente, ma privo di televisore. Nessuno sembra pensare che non esiste neanche un esempio, lo scrivo per i nostri comparatisti d’eccellenza, di un governo e del suo capo (Commander in Chief) sostituiti nel corso di una emergenza, di una guerra, senza che si facesse un passaggio elettorale come annunciò solennemente chi poi quel passaggio non lo attese.

Altrove, non soltanto nella primavera del nostro scontento, le opposizioni e i loro giornali, l’opinione pubblica i commentatori indipendenti (ah, dite che non ce ne sono?), invece di sprecare tempo nel fare totonomi, metterebbero il meglio delle loro energie sia a individuare i problemi, anche gravi, del fatto, del mal fatto e del non fatto, sia soprattutto a suggerire, con l’avallo della scienza e delle comparazioni fondate, alternative praticabili. Quegli uomini e donne al governo, nazionale e delle regioni, e quegli uomini e donne all’opposizione saranno chiamati ad assumersi le loro specifiche responsabilità alla scadenza elettorale. Meglio se avendo cooperato per alleviare, ridurre, far passare la “nuttata”, la pandemia e il dolore degli italiani. Tutto il resto non serve a niente; anzi, peggiora quello che è già molto brutto di suo.

Pubblicato il 15 aprile 2020 su formiche.net

Meno NON è meglio #tagliodeiparlamentari

La (buona) rappresentanza politica dipende da una molteplicità di elementi. Di questi fa parte anche il numero dei rappresentanti. Non è affatto detto che, riducendoli, la rappresentanza migliori. Nessuno può sostenere che, diminuiti di numero, coloro che entreranno in Parlamento saranno più capaci, più competenti, più efficaci. Vantare la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari italiani come un grande successo per la democrazia, che è quanto stanno facendo le Cinque Stelle, è una esagerazione priva di fondamento. Festeggiare per il risparmio che, comunque, inizierà solo dal prossimo Parlamento (2023), di 500 milioni di Euro significa solleticare gli elettori con una visione da bottegai della democrazia. Meno non è meglio e risparmiare non equivale a democratizzare.

Adesso (quasi) tutti si affannano a sostenere che bisogna fare una nuova legge elettorale che sia tutta proporzionale e a trovare freni e contrappesi, a una maggioranza di governo che, eletta con la proporzionale, sarebbe sicuramente multipartitica. La legge Rosato, già per due terzi proporzionale, è pessima per la rappresentanza politica poiché consente candidature bloccate e multiple che tolgono potere agli elettori. Una proporzionale senza clausole di accesso al Parlamento frammenterebbe quel che rimane del sistema dei partiti e complicherebbe la formazione e il funzionamento dei governi a tutto vantaggio dei partiti piccoli, ad esempio, della neonata Italia Viva. Non è, poi, affatto detto che una legge maggioritaria come il doppio turno francese non offra buona rappresentanza politica ad opera degli eletti in ciascun collegio uninominale che sanno di dovere prestare grande attenzione ai loro elettori se vogliono riconquistare il seggio.

La rappresentanza politica può essere buona e diventare ottima quando i parlamentari non sono nominati dai partiti, ma eletti dai cittadini. Una buona rappresentanza già di per sé costituisce un freno a qualsiasi scivolamento autoritario del governo e un contrappeso all’azione dei governanti. Peraltro, da un lato, nel sistema politico italiano già esistono efficaci freni e contrappesi dati sia dalla Presidenza della Repubblica sia dalla Corte costituzionale, dall’altro, nessuno degli avventurosi riduttori dei parlamenti ha finora saputo indicare con chiarezza quali nuovi freni e contrappesi saranno escogitati e messi in pratica. Quel che sappiamo porta ad alcune poche tristi considerazioni, non conclusioni poiché la saga elettoral-istituzionale è destinata a durare. Cinque Stelle e PD cercheranno di fare una legge elettorale che li protegga dall’assalto di Salvini, quindi, molto proporzionale. La discussione durerà a lungo, garanzia di prosecuzione della legislatura. Nessuno individuerà freni e contrappesi aggiuntivi e i governi continueranno nella deplorevole pratica “decreti più voti di fiducia” che schiaccia il Parlamento. Pur ridotti di numero, i parlamentari continueranno a dare poca e mediocre rappresentanza all’elettorato.

Pubblicato AGL il 8 ottobre 2019

La legge elettorale di fronte alla “fiducia” #leggeElettorale #Fiducia @RadioRadicale

Intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo registrata giovedì 12 ottobre 2017 alle ore 17:53.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Fiducia, Gentiloni, Governo, Legge Elettorale, Mattarella, Napolitano, Parlamento, Partito Democratico, Politica, Presidenza Della Repubblica, Renzi, Riforme, Sindaci.

La registrazione audio ha una durata di 8 minuti.

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Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015

Il dopo Napolitano. Quel voto così lontano

Corriere di Bologna

E’ legittimo che un partito scelga i rappresentanti della Regione che voteranno il Presidente della Repubblica con riferimento esclusivo alla loro appartenenza di corrente? In Emilia-Romagna, il caso si è presentato per la opportunità o meno di nominare, come vorrebbe la prassi istituzionale, la vice-presidente del Consiglio Regionale Simonetta Saliera, ritenuta anti-renziana. Il problema, però, ha implicazioni molto più ampie e delicate poiché, per esempio, è destinato a ripresentarsi quando le Regioni dovranno nominare i senatori di loro spettanza. I consiglieri sceglieranno senatori nell’ambito del loro partito, guardando addirittura all’appartenenza di corrente, oppure terranno delle competenze dei candidabili e dei compiti che dovranno svolgere, anche nell’interesse più ampio della Regione?

Quanto ai Grandi Elettori presidenziali, è davvero difficile sapere in anticipo che cosa voteranno i renziani ed è davvero azzardato pensare che Saliera abbia già deciso che, comunque, non voterà il candidato indicato da Renzi. Penso che in un’elezione presidenziale non debba mai essere fatta valere la disciplina di partito che, invece, vale sempre per i disegni di legge del governo che attuano il programma del partito (a meno di inspiegabili stravolgimenti). Liberi/e, dunque, di votare la candidatura che preferiscono alla Presidenza della Repubblica, magari tenendo conto del dettato costituzionale che vuole che il Presidente rappresenti l’unità nazionale, sarebbe, comunque, bello che i parlamentari dell’Emilia-Romagna contribuissero con le loro dichiarazioni a tracciare l’identikit politico e istituzionale del Presidente utile all’Italia (non a Renzi, non a Berlusconi e non a una formula di governo) per i prossimi sette anni. Anzi, avrebbero già dovuto comunicare ai loro elettori (ahi, dimentico che sono tutti parlamentari nominati) i loro criteri di valutazione e le loro preferenze. Avrebbero anche potuto accettare una discussione pubblica e franca con quei moltissimi elettori che pochi mesi hanno consapevolmente e deliberatamente disertato le urne della Regione.

Purtroppo, non ci sarà la possibilità di nessun dibattito sul Presidente che vorremmo, sul Presidente di cui il sistema politico italiano ha bisogno. La seduta congiunta Camera dei deputati-Senato servirà soltanto come seggio elettorale. Il voto segreto, garanzia di libertà per tutti i parlamentari nei confronti di coloro che hanno potere sulle loro ricandidature e carriere, priva i cittadini-elettori di informazioni importanti proprio sui loro parlamentari e consente voti in dissenso per una molteplicità di ragioni che sarebbe opportuno fossero “confessate”, comunicate in maniera trasparente. Naturalmente, i parlamentari possono e, a mio modo di vedere, dovrebbero assumersi la responsabilità del loro voto e avere il coraggio, se questa è la parola giusta, di farlo conoscere in maniera argomentata agli elettori. Chi sa se nel segreto dell’urna renziani, cuperliani, bersaniani, civatiani e prodiani (e, naturalmente, berlusconiani) convergeranno? Fatecelo sapere.

Pubblicato il 24 gennaio 2015

 

Non si fida dei dilettanti, non lascerà a breve

Il fatto quotidiano

“Napolitano non mollerà il Paese nelle mani di incompetenti. Ma deve chiarire cosa farà in futuro”

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi

Un passo avanti il Quirinale lo ha fatto: una nota, dove non si smentisce né si conferma, ma preferirei la chiarezza. Per ora siamo al campo delle ipotesi e io ho troppo rispetto per le istituzioni, non posso prendere per buono un retroscena”. Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, in passato eletto come senatore nel centrosinistra, non crede alle dimissioni del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, entro fine anno, e comunque quello che non gli garba affatto è il metodo con il quale la notizia è arrivata.

Scusi professore, ma tutto sembra andare nella direzione che vuole il presidente dimissionario a fine anno.

Non direi. Fino a oggi devo basarmi sul retroscena di qualche quirinalista. Non sono abituato così. La presidenza della Repubblica è un passaggio troppo serio per essere affidato alle ipotesi o alle supposizioni. Questa è la mia prima esternazione.

Si getti anche lei nel campo delle ipotesi, per una volta: crede che Napolitano lascerà?

Se proprio devo azzardare dico di no, non si dimetterà entro breve. Il motivo è che non si fida di lasciare il Paese in mano a dilettanti sciagurati e preferisce rimanere. Questo ho sempre capito dalle sue parole. Ha sempre detto di avere a cuore la stabilità politica del Paese, dunque non gli resta che andare avanti. Poi se sono sopraggiunti altri motivi non lo so. Per questo dico che preferirei una nota ufficiale.

Mettiamo che lasci. Siamo ancora nel campo delle ipotesi.

La riflessione sarebbe più complessa. L’eredità che lascia Napolitano è ingombrante, probabile che vada ripensato anche il metodo di elezione del presidente della Repubblica.

Lei dice che è possibile pensare a un’elezione diretta del Capo dello Stato?

Napolitano, forse anche inconsapevolmente, o forse no, ha dimostrato che il presidente della Repubblica ha in mano un potere enorme. Questa è stata la missione del suo mandato. D’altronde, anche i più autorevoli costituzionalisti hanno sempre sostenuto che in caso di vuoto politico il Quirinale assumesse più poteri. E questo credo che sia accaduto. Ritengo possibile l’elezione popolare del Capo dello Stato. Sarebbe in linea con quello che abbiamo visto.

Ma il parlamento non perderebbe la sua più grande prerogativa? Quasi l’unica, visto che le leggi le fa il governo per decreto.

Intanto parliamo di un parlamento dimezzato, se dovessero andare avanti le riforme costituzionali. Per l’altra metà che prerogative dovrebbero avere? Sono una schiera di nominati, non sono stati eletti, sono stati scelti dai partiti.

Ma tecnicamente sarebbe possibile un passaggio del genere?

Basta aggiungere un articolo alla Costituzione senza toccarne altri, mi pare che le premesse ci siano.

Se dovesse fare una previsione sul nome?

L’età ce l’ho, conosco le istituzioni, una certa esperienza l’ho maturata. Ci sono però alcuni problemi sul mio nome.

Quali?

Non sono renziano, sono fuori dal patto del Nazareno e non sono donna.

E allora chi candidiamo?

Mi piacerebbe non parlare di nomi, ma di metodo. Walter Veltroni, quando candidò Carlo Azeglio Ciampi, fece il suo nome ed elencò dieci motivi per cui era doveroso appoggiare il suo nome. E Ciampi arrivò al Quirinale. Mi piacerebbe che oggi qualcuno dicesse: ok Veltroni per questa lunga serie di motivi.

E se dovesse scegliere lei?

Probabilmente fari i nomi di Giuliano Amato ed Emma Bonino. Hanno senso del dovere, conoscenza delle istituzioni e della politica. Ma per fortuna non scelgo io.

Pubblicata il 10 novembre 2014

Caro Presidente, ti scrivo

Caro Presidente,
ti scrivo e, poiché sembri lontano e distratto, ancor più forte ti scriverò. Capisco il tuo riserbo in materia di proposte di riforme istituzionali. In verità, è un riserbo che non hai sempre mantenuto. Per esempio, anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha fatto a pezzettini il Porcellum, hai subito richiesto una riforma elettorale. Molti, invece, non a torto, pensano che l’esito di quella sentenza sia una legge elettorale proporzionale, il consultellum, quasi immediatamente praticabile. Sembra che tu desideri altro, ma, ecco una parte del tuo riserbo, non l’hai fatto trapelare. Vuol dire, dunque, che condividi le liste ancora bloccate, il bislacco premio di maggioranza e tutte le cervellotiche soglie di accesso al Parlamento? Per quel che concerne la riforma del Senato, hai dichiarato il tuo sostegno alla fine del bicameralismo paritario, ma, si sa, meglio, si dovrebbe sapere, che di bicameralismi differenziati ne esistono molte varianti. Possibile che quella prospettata da Renzi e Boschi sia la migliore? Qui stanno molti punti dolenti che, in parte, ti riguardano direttamente, in parte, riguardano l’istituzione Presidenza della Repubblica, il suo ruolo, i suoi compiti.
Davvero pensi, una volta terminato il tuo secondo mandato, quando lo vorrai, ma, preferibilmente per me, il più tardi possibile, sia opportuno e istituzionalmente utile per te (e per i futuri presidenti della Repubblica) diventare deputato a vita? Che senso ha? Davvero ritieni una buona soluzione che tu e i futuri Presidenti siate dotati del potere di nominare ventuno senatori per sette anni? Che senso ha? Facendo un passo indietro, certamente sei consapevole che, una volta privato il Senato del potere di eleggere il Presidente, toccherà alla sola Camera dei deputati procedere a questa importantissima elezione. Se il cosiddetto/maldetto Italicum sarà approvato nella sua versione attuale, nella prossima Camera dei deputati ci sarà una maggioranza assoluta creata dal premio di maggioranza che potrà fare il bello e il cattivo tempo, pardon, che potrà da sola eleggere un Presidente il quale molto difficilmente apparirà Presidente di garanzia, in grado di rappresentare, come vuole la Costituzione, l'”unità nazionale”.
Per di più, quel Presidente di parte avrà molti poteri di nomina che, è fortemente presumibile, eserciterà non contro la maggioranza che lo ha eletto e neppure a prescindere da quella maggioranza (sono sicuro che hai apprezzato il mio understatement). Quindi, non soltanto quei ventuno senatori avranno un colore molto preciso, ma anche, punto molto dolente, i cinque giudici costituzionali di spettanza del Presidente non arriveranno al Palazzo della Consulta con tutti i crismi della loro autonomia di pensiero e di giudizio. Insomma, fra deputati nominati dai dirigenti del loro partito e delle loro correnti, quindi, ubbidientissimi, senatori nominati da te, forse in carriera, di sicuro tecnicamente irresponsabili (non dovranno rispondere a nessuno né politicamente né elettoralmente tranne alla loro personale ambizione), con giudici costituzionali probabilmente espressione di una parte politica, dove vanno a finire i pesi e i contrappesi che, tu ci insegni, sono il pregio delle democrazie, non soltanto di quelle parlamentari?
Con riferimento alla tua storia istituzionale e ai tuoi comportamenti politici, parlamentari e presidenziali sono fiducioso che tu condivida le mie preoccupazioni. Non sono un “professorone” (copyright ministro Boschi), anche se continuo day by day a impegnarmi per diventarlo. Non sono neppure un “solone del diritto” (copyright Dario Nardella, candidato sindaco di Firenze). Quindi, ho pochissime chance di essere ascoltato e preso in seria considerazione. Tu, caro Presidente, hai molte lauree ad honorem (professorone anche tu?), ma è la tua autorevolezza personale che va anche oltre la carica istituzionale che ti consentirà, se ritieni degne di interesse almeno parte delle mie riflessioni, di essere ascoltato e, quel che più conta, di sovrintendere a riforme che non siano uno spezzatino e che siano suscettibili, non di stravolgere i pesi e i contrappesi, togliendo potere agli elettori, ma di fare funzionare meglio (più velocemente…) la democrazia italiana.

 

In fretta e male

La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.

Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da  rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.

Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).

Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.

AGL 1 aprile 2014