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Caro Conte, le sue dimissioni non siano irrevocabili @formichenews

L’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta. E adesso prenda l’iniziativa. L’epistola di Gianfranco Pasquino al presidente del Consiglio

Bologna, 9 agosto 2019

Caro Presidente del Consiglio,

le scrivo poiché so che si trova in una situazione difficile, e ancora più forte le scriverò poiché immagino il frastuono intorno a lei. Non ho mai apprezzato la sua interpretazione del ruolo “avvocato del popolo”. Ho sempre pensato che i capi di governo non debbano “difendere” il popolo, ma rappresentarlo e guidarlo. Adesso, però, dopo mesi di penose inadeguatezze di Di Maio e di intollerabili forzature di Salvini, ci vedo meglio. Sì, il popolo deve essere difeso anche dai suoi errori di voto e, aggiungo subito,come consiglio interessato al popolo, deve sapere che perseverare diabolicum est. Lei ha fatto molto bene a rivendicare la sua autonomia, quantomeno istituzionale, e adesso spero che intenda e riesca a sfruttarne tutti i margini. È giusto chiedere che la crisi di governo sia totalmente “parlamentarizzata”. Le crisi extraparlamentari sono state il lato peggiore della Prima Repubblica. Erano disprezzo per il Parlamento, schiaffo al Presidente della Repubblica, cattivo servizio all’opinione pubblica alla quale si negavano informazioni politiche rilevanti, massimo segno di arroganza dei dirigenti di partito. L’hanno pagata, ma troppo tardi e, in sostanza, troppo poco. La mozione di sfiducia dei leghisti e del loro abbronzato “capitano” servirà a narrare che cosa è cambiato, spero non solo i sondaggi,  e che cosa vorrebbero fare dopo le elezioni, spero non more of the same, che, adesso non sarebbe loro possibile a causa di (quali?) ostacoli insuperabili. Ci garantiscano anche che hanno già preso tutte le misure necessarie a impedire l’interferenza della Russia nella campagna elettorale prossima ventura.

   Credo che lei abbia il potere di chiedere ai due Presidenti delle Camere la loro convocazione relativamente ravvicinata. Vorrei anche che, a dimostrazione che è tuttora capo di questo governo, lei decida rapidamente di procedere alla nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia, non alla Lega, non al Movimento 5 Stelle, ma proprio al governo. Faccia il nome. Non vorrei bruciare nessuno, ma l’identikit di un candidato di peso, con competenze economiche, noto a livello internazionale si attaglia perfettamente a Carlo Cottarelli.

   I passi successivi dipenderanno dallo svolgimento e dai contenuti del dibattito parlamentare. Le suggerirei di ripetere il suo secco e sobrio discorso di giovedì 9 sera, rimpolpandolo con le cose fatte, le cose da completare, le cose da fare e, naturalmente, mettendo in evidenza soprattutto le convergenze, –le divergenze le urlerà il VicePresidente Salvini, certamente affermando (sic) di averle più volte espresse nel Consiglio dei ministri. O sbaglio? Comunque, tiri un bilancio complessivo in tutto candore. Le suggerirei di dire che, no, l’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta: “bellissima” (il professore di Scienza politica che è in me aggiunge subito: “invidiabile”).

Dopo il voto di Camera e Senato scriverò anche al Presidente della Repubblica Mattarella. Avevo più familiarità con Napolitano, ma, insomma sono stato sui banchi del Parlamento anche con Mattarella, per dire come penso debba essere “governata” la crisi. Lei, caro Presidente del Consiglio, dia le sue dimissioni senza aggiungere irrevocabili, e comunichi al Presidente la sua disponibilità a formare un nuovo governo che conduca alle elezioni e le sovrintenda. Non possono essere né i Ministri delle Cinque Stelle né, meno che mai, l’attuale Ministro degli Interni coloro che credibilmente garantiranno un’equa competizione elettorale. Mi rifiuto di pensare che nel paese non esistano venti persone, uomini e donne, dotati di una biografia personale e politica al disopra di ogni sospetto, competenti, equilibrati/e, disposti a dare due mesi della loro attività a un procedimento elettorale limpido. Anche in questo caso, mi sento di fare almeno due nomi: Raffaele Cantone agli Interni e Emma Bonino agli Esteri. Gli economisti sono più controversi, ma il Presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, Alberto Quadrio Curzio ha un curriculum di tutto rispetto.  Naturalmente, sarà lei a guidare il governo elettorale.

Non vado oltre, ma mi raccomando, caro Prof Conte: sia assertivo, prenda l’iniziativa, parli alto e forte.  Ha dimostrato di saperlo fare. Insista e persista. La Repubblica (no, non il quotidiano) le sarà grata.

Pubblicata il 9 agosto 2019 su formiche.net

Elogio del rimpasto. Dà flessibilità ai governi #vivalaLettura

Nella letteratura politologica sulle coalizioni di governo non si parla di “tagliandi”, come quello ritenuto plausibile dal Presidente del Consiglio Conte nella sua conferenza stampa di fine anno, all’attività di governo Forse, il giurista Conte ha voluto evitare il più noto termine “verifica” che è quanto si è fatto regolarmente nei governi di coalizione italiani del secondo dopoguerra. Peraltro, le verifiche spesso portavano ai rimpasti, vale a dire al cambiamento concordato di alcuni ministri, fuoruscite e nuovi ingressi. Il tutto serviva, da un lato, a registrare i nuovi rapporti di forza fra i partiti della coalizione al governo (e spesso delle vivaci correnti della DC), e, dall’altro, a rilanciare l’azione del governo. Avendo solennemente annunciato l’ingresso dell’Italia nella Terza Repubblica, il noto storico delle istituzioni e costituzionalista Luigi Di Maio non vuole tornare a pratiche della Prima Repubblica (che conosce poco e che, incidentalmente, è l’unica Repubblica che abbiamo): “nessuna ipotesi di rimpasto e, se dovessi fare il governo domani, ripresenterei gli stessi nomi come ministri, ripresenterei la stessa squadra” (dichiarazione del 30 dicembre 2018).

Nelle democrazie parlamentari, quale più quale meno, il rimpasto è fin dall’inizio sempre all’ordine del giorno. Soprattutto quando alcuni ministri sono neofiti, privi di esperienze di governo e persino, capita spesso, ma non dappertutto con la stessa frequenza, di conoscenze specifiche per il Ministero al quale approdano, è possibile/probabile che le loro prove siano non solo inferiori alle aspettative, ma anche al di sotto di quanto è indispensabile per attuare in maniera soddisfacente le politiche del governo. Questo avviene, in particolare, quando il governo è un “Governo per il Cambiamento” che mira a innovare. Poiché in tutte le democrazie parlamentari al governo ci vanno i capi dei partiti che si coalizzano (è appena successo in Svezia dove ha visto la luce un governo socialdemocratico di minoranza con l’appoggio esterno di più partiti, non una novità nella storia politica del paese), sono spesso proprio i capi dei partiti a incoraggiare alcuni ministri “deboli” a lasciare il posto a chi, in Parlamento, ha mostrato di avere maggiori qualità. Talvolta, questa modalità di rimpasto implica un qualche scambio che vede anche ministri degli altri partiti cedere il passo nell’intento duplice di ridare slancio all’azione di governo e di soddisfare le ambizioni di parlamentari dimostratisi capaci, ad esempio, nell’attività delle commissioni.

Esistono poi fattispecie più politiche. Nel caso della Gran Bretagna, alla quale è sempre utile fare riferimento, in quanto madre di tutte le democrazie parlamentari, praticamente tutti i governi conservatori e laburisti hanno proceduto a rimpasti nel corso del loro mandato. Il Primo ministro gode del vantaggio di essere anche il capo del suo partito (rimanendo Primo ministro soltanto se non perde la carica di capopartito) e, dunque, di avere la facoltà di “licenziare” (i termini inglesi sono abitualmente più drastici: sack, fire) i suoi ministri in caso, ad esempio, di dissenso sulle politiche. Talvolta, sono gli stessi ministri dissenzienti ad andarsene nobilmente aprendo la strada al rimpasto. Molto di recente, non condividendo il tipo di accordo (deal) raggiunto dal Primo Ministro May, quattro ministri sono usciti dal governo subito rimpiazzati (rimpastati!). Qualche volta sono dichiarazioni fuori luogo (sessiste e xenofobe) e comportamenti inappropriati (ad esempio, in Germania, il plagio di una tesi di dottorato) che impongono le dimissioni di un ministro. Talvolta ancora l’elemento scatenante è dato dalla scoperta di una qualche forma di conflitto d’interessi, fattispecie non rara neppure nei governi delle democrazie parlamentari europee e no, ma che vengono immediate sanzionate.

Ovviamente, la motivazione più frequente, anche se non sempre resa pubblica, per non indebolire né il governo né il partito del ministro dimissionato, attiene alla capacità, alla competenza, all’operato del ministro stesso. La difesa ad oltranza di un ministro responsabile di errori e di violazioni (anche “a sua insaputa”) non è un segnale di forza del suo partito né del governo del quale fa parte, ma di debolezza. La sorte di nessun governo parlamentare può mai dipendere da quella di un uomo o di una donna che ne faccia parte. La pratica del rimpasto correttamente interpretata e posta in essere è molto concretamente una delle modalità che danno sostanza alla flessibilità e all’adattabilità dei governi parlamentari. Nuove e inusitate sfide, problemi improvvisi e emergenze, inadeguatezza delle personalità che esercitano cariche di governo possono essere affrontati e risolte attraverso un rimpasto rapido e mirato. Lungi dall’essere criticabile, la possibilità di ricorrere al rimpasto della compagine governativa è uno dei maggiori pregi delle democrazie parlamentari. Da custodire, applicare, elogiare.

Pubblicato il 27 gennaio 2019

Di Maio, la Storia, la Costituzione e la Terza Repubblica che non c’è…

Sostiene Di Maio che sta scrivendo la Storia, che sta anche costruendo la Terza Repubblica. Purtroppo, per lui, ma è, ahivoi, in non buona, ma ampia compagnia, non ha finora avuto il tempo di studiarla, la storia, altrimenti saprebbe che la Seconda Repubblica non è mai arrivata in Italia e che la Prima con la sua Costituzione detta le regole e le procedure per la formazione del governo. Se Di Maio non le impara non riuscirà a costruire un bel niente.

Un politico che rinunci ai suoi poteri

Le idee camminano sulle gambe degli uomini” sosteneva memorabilmente quel gran maschilista di Mao Tse-tung. A giudicare dalla loro spasmodica attesa del nome del capo del prossimo governo, i notisti politici italiani a distanza di decenni gli stanno credendo quasi fino in fondo. Invece, no, replicano, qualche volta in maniera contraddittoria, alcuni pochi commentatori. Chiunque verrà scelto da Di Maio e Salvini come Presidente del Consiglio non sarà in grado di fare camminare le sue idee, ma dovrà veicolare le idee dei due capi politici tradotte nel Contratto di Governo. In verità, non è interamente così. Lo è, nel migliore dei casi, solo parzialmente. Primo, forse non saranno Di Maio e Salvini a scegliere il capo del loro governo. Che abbiano già ricevuto qualche monito dal Presidente della Repubblica, ad esempio, sull’inaccettabilità di alcune candidature, è possibile, persino probabile. Che qualcuno abbia ricordato loro che, secondo la Costituzione italiana, è il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio, è auspicabile. Che farebbero meglio a sottoporre una rosa di nomi sarebbe opportuno. Qualche pratica della cosiddetta Prima Repubblica, che non soltanto i democristiani seguivano con perizia, risulterebbe piuttosto utile ai neofiti di quella che, molto impropriamente, Di Maio, per attribuirsi il merito di esserne il fondatore, continua a definire Terza Repubblica. Incidentalmente, di Terza Repubblica (1871-1940) ne abbiamo vista una, quella francese, caratterizzata da non poco trasformismo gallico, che giunse del tutto impreparata alla Seconda Guerra Mondiale.

Vicendevolmente bloccatisi dalla corsetta a Palazzo Chigi, avrebbero messo fin da subito a repentaglio la formazione del “loro” governo, Di Maio e Salvini non hanno proposto e formulato nessun criterio per individuare il Presidente del Consiglio. Su un punto, però, sembrano, un giorno sì l’altro no, essere d’accordo: non potrà essere un tecnico (brutta espressione che non dice granché). Dovrà essere un politico. Di tipi “politici”, però, ce ne sono molti: qualcuno che ha già fatto politica? un ex-parlamentare? oppure un parlamentare attualmente in carica? Un rappresentante del Movimento 5 Stelle oppure della Lega? Qualcuno proveniente da uno schieramento terzo, meglio se non più esistente? Un politico senza potere personale, ma con un passato più o meno glorioso o sfumato? Qui fa inevitabilmente comparsa il quesito se il Presidente del Consiglio “giallo-verde” finirà per essere un mero esecutore del Contratto di Governo oppure se avrà/potrà svolgere un ruolo attivo.

Il paragone con i Presidenti del Consiglio della cosiddetta Prima Repubblica è alquanto fuorviante. Molti di quei capi di governo eseguivano le politiche formulate e decise dai dirigenti dei partiti che facevano parte della coalizione governante. Pochissimi avevano attivamente partecipato ai negoziati sulle politiche. In molti casi, la loro reale capacità consisteva nel tenere insieme il più a lungo possibile coalizioni litigiose e dirigenti/sfidanti ambiziosi nella consapevolezza che una loro caduta, molto probabile, non precludeva un re-incarico né un ritorno al governo in altra carica ministeriale. Nell’attuale congiuntura le incognite si sono moltiplicate. Certo, se il prossimo Presidente del Consiglio sarà un esecutore oppure riuscirà a essere/diventare un protagonista dipenderà moltissimo dalla sua biografia politica e dalle sue capacità da dimostrarsi in corso d’opera. Probabilmente, la sua statura si misurerà su una qualità che anche nella Prima Repubblica fu molto apprezzata: sapere stemperare i probabili conflitti, disinnescare le tensioni, garantire ascolto alle preferenze dei due leader e dei loro ministri, mediare senza eccedere, soprattutto senza acquisire una popolarità che vada a scapito dei due contraenti. Sarebbe la rivincita dello stile di leadership della Prima Repubblica, ma anche, tutto sommato, fatta salva la qualità, per ora non valutabile, delle politiche condivise, un buon viatico per il governo. Per adesso, Di Maio e Salvini sono ancora senza nome. Domani sarà un altro giorno?

Pubblicato AGL 15 maggio 2018

Il governo è più vicino di quanto si pensi

La maggioranza dei pur maldestri commentatori politici italiani si sono già esibiti sulla difficoltà di creare un governo in una situazione di “tripolarismo”. In verità, il problema nelle democrazie parlamentari non è l’esistenza di una pluralità di poli, ma la distanza ideologica e/o programmatica fra quei poli. In subordine, è anche la differente consistenza in termini di voti e seggi. In più ci sono aspettative e ambizioni personali collegate alla manipolazione, mai sufficientemente criticata, delle modalità con le quali si diventa Presidente del Consiglio in Italia. Anche se qualcuno pervicacemente continua a sostenere che bisogna superare la fase di governi non eletti dagli italiani, nessun governo è mai stato eletto da questi italiani. Nelle democrazie parlamentari non esiste nessuna legge elettorale che dà vita a governi, neppure il sistema maggioritario inglese. Il governo nasce sui numeri dei seggi e il suo capo è colui (colei?, jawohl, Angela) che riesce a mettere insieme una coalizione, a renderla operativa, a farla durare nel tempo. Dai tedeschi, di recente, per tutti coloro che non lo sapevano, abbiamo imparato che ci vuole tempo per costruire la coalizione di governo. Dagli spagnoli, per coloro che non si fossero mai curati dei governi socialdemocratici svedesi e laburisti norvegesi, potremmo persino avere imparato che, nelle democrazie parlamentari, nascono anche governi di minoranza sostenuti dall’esterno.

Sono fiducioso che tutti quelli che straparlano di una Prima Repubblica che, per ragioni anagrafiche non hanno conosciuto e che, per manifesta ignoranza, non hanno studiato, riusciranno per vie traverse a imparare che qualche volta i democristiani delegavano al Presidente della Repubblica di offrire agli altri partiti invitati a fare parte della coalizione di governo una rosa di nomi DC fra i quali scegliere il Presidente del Consiglio. È comprensibile il punto di partenza negoziale di Di Maio e delle 5S: lui è il nome che intendono sostenere per guidare il governo. Più duttile, Salvini ha capito che non sarà lui il capo del governo, ma giustamente rinuncerà solo se, in un’alleanza con le 5S, emergerà un nome diverso da quello di Di Maio. È probabile che questi apprendimenti siano, da un lato, la conseguenza degli scambi più o meno polemici sui giornali e nei talk show. Dall’altro, però, deve essersi già manifestata la forza tranquilla del Presidente Mattarella che qualcosa ha sicuramente detto nel primo giro di consultazioni e qualcosa si appresta ad aggiungere nel secondo giro, mentre tende l’orecchio a novità che gli siano formalmente comunicate.

Non è una novità il Contratto che le 5S spacciano come un’invenzione tedesca, mentre la sua origine è il Berlusconi istrione della politica ospitato da Bruno Vespa. Quanto è avvenuto in Germania nel corso di incontri ravvicinati non è un contratto di Democristiani e Socialdemocratici con i tedeschi. È stato, invece, il tentativo di combinare in un testo accettabile da entrambi i punti fondamentali dei rispettivi programmi elettorali per giungere a un programma di governo condiviso. Quel programma, poi, è stato portato, atto senza precedenti, per la sua approvazione/ricusazione agli iscritti alla SPD. Prima delle consultazioni, ma anche durante, il Presidente Mattarella ha fatto conoscere un suo punto programmatico irrinunciabile: “stare in Europa” che, naturalmente, non preclude affatto il farsi valere per cambiare le politiche e le istituzioni dell’UE, ma certo relega molto sullo sfondo qualsiasi tentazione-scivolamento di tipo sovranista.

Dal calendario e dai tempi delle consultazioni possiamo trarre un altro insegnamento. Il Presidente assiste al travaglio interno al Partito Democratico. Non intende sottovalutarlo e non vuole accelerarlo. Come si conviene alla sua origine politica, al suo percorso e alla sua visione complessiva, Mattarella ha in almeno un paio di occasioni sottolineato che è necessario grande senso di responsabilità che non può limitarsi ad attribuire agli elettori posizioni inconoscibili. Non conosco elettori del PD che votando il loro partito intendessero mandarlo all’opposizione. Ho anche molti sospetti sull’esistenza di elettori della Lega che l’abbiano votata per farle fare il socio di minoranza in un governo presieduto da Di Maio e su elettori delle Cinque Stelle che siano indisponibili ad un governo con il Partito Democratico. Non siamo neanche ancora arrivati al confronto sui contenuti effettivi dei programmi elettorali che già un po’ tutti, meno il PD che non sa che cosa vuole, stanno dicendo e, probabilmente, l’hanno anche fatto sapere a Mattarella, a cosa sono disposti a rinunciare. Recede la malsana idea che si torni presto alle urne per trovarsi con una situazione simile all’attuale, con tutti, anche chi crescerà di un punto percentuale o due, più malconci. Il governo non è dietro l’angolo, ma l’angolo è meno lontano di quel che si pensi.

Pubblicato il 12 aprile 2018

Per andare oltre la Prima Repubblica

Prefazione a Giampiero Marrazzo, Respublica, Roma, Castelvecchi, dicembre 2017

Anche se, cari lettori, nessuno vi ha dato la Seconda Repubblica, anzi, qualche uomo politico italiano sostiene, facendo il colto, che siamo già entrati nella Terza Repubblica -personalmente vorrei la Quinta, di stampo francese– nessuno riuscirà più a restituirvi almeno quel che di buono vi fu nella Prima Repubblica le cui conquiste non furono affatto disprezzabili. Basta ricordare che nel 1990 l’Italia era diventata la quinta potenza industriale al mondo. Quello che il prezioso libro di Marrazzo offre di sicuro ai lettori è la visione ampia, articolata, persino affascinante che alcuni dei protagonisti hanno avuto della “loro” Prima Repubblica. Potevano fare meglio? Oh, yes! Si può fare peggio? Doppio yes. È sufficiente guardare in che stato è la nostra Res publica per quale alcuni protagonisti del mitico Ulivo parlano, a loro volta senza esercitarsi nella nobile arte della riflessione autocritica, di lutto e di tragedia.

1. Non è difficile rivalutare la cosiddetta Prima Repubblica, soprattutto se la si paragona alla fase politica successiva. Infatti, dal 1948 al 1992, l’arco di tempo che è effettivamente coperto dalla Prima Repubblica, è stato caratterizzato dalla ricostruzione economica dell’Italia e da cambiamenti sociali molto positivi che hanno reso complessivamente migliore la vita degli italiani. Tuttavia, l’esito di quella fase deve anche essere valutato, da un lato, con riferimento a quello che non si fece e/o si fece male (ovvero anche alle occasioni sprecate), dall’altro, riflettendo sulle conseguenze. Infatti, se la fase dal 1994 ad oggi appare tutto meno che positiva, è innegabile che alcune delle condizioni che la rendono tale sono il prodotto di scelte e non scelte, di omissioni e di inadempienze, di enormi carenze analitiche e politiche dei protagonisti della Prima Repubblica. Possiamo rimpiangere i partiti, quelli di massa (DC, PCI, in misura minore,PS), ma anche quelli di opinione (il PRI molto più del PLI e, notevolmente, il Partito Radicale), ma non dobbiamo esimerci dalla legittima critica dei loro dirigenti e dei loro comportamenti. Possiamo sostenere, come fanno sia Paolo Cirino Pomicino, mitico “o’ ministro”, sia Emanuele Macaluso,che il problema contemporaneo è la scomparsa delle culture (ne ho scritto nel fascicolo da me curato della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015 dove si trovano anche le riflessioni, fra gli altri, di Giuliano Amato e Achille Occhetto) , ma dobbiamo attribuire questa scomparsa non, usando una famosa espressione del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, al “destino cinico e baro”, quanto ai democristiani, ai socialisti, ai repubblicani, ai liberali, persino ai radicali, per non avere saputo rinnovare la loro cultura politica stando al passo con i tempi.

Nessuno dei dirigenti di quei partiti e pochissimi dei loro intellettuali di riferimento (sui quali, un giorno, un discorso andrà fatto) si preoccupò del problema: quale cultura politica in un mondo che il crollo del muro di Berlino rendeva assolutamente indispensabile? Dei comunisti, sul punto, c’è pochissimo da dire. Si erano troppo beati delle loro critiche alle socialdemocrazie, che di cultura politica, fra keynesismo, welfare, ruolo dei partiti e differenze di genere, ne produssero in abbondanza, da avere ancora la possibilità di ispirarsi a quella che era allora e, probabilmente, rimane tuttora, ancorché da revisionare, la più importante cultura politica di una sinistra “sostenibile”, da riuscire a trarne qualche insegnamento. Non è causale che Occhetto nulla dica in materia preferendo (lo so, perché lo ha scritto) credere in un improbabilissimo rinnovamento del marxismo. Pomicino pone il problema della cultura e, al tempo stesso, lo collega ai partiti. Ha ragione, anche se non è chiaro se siano le culture politiche che creano i partiti oppure se i partiti non debbano essere veicoli attraverso i quali le culture politiche sono elaborate, trasmesse, fatte circolare. Troppo scarsa è l’attenzione al problema da parte dei socialisti Intini e Signorile, ma rimane stupefacente che Intini creda che Proudhon avrebbe potuto servire a superare, all’indietro, il marxismo e a rinnovare il socialismo!

Nella prima fase della Repubblica italiana furono i partiti, grazie a gruppi dirigenti di notevole qualità intellettuale e di grande preparazione, a procedere nell’elaborazione culturale, persino a trasferirla nella Costituzione italiana (tutt’altro che “obsoleta” come dice De Mita), ma iniziò anche, in maniera sterile, la progettazione di riforme. Nessuno degli intervistati sottolinea la necessità di riforme. In effetti, tranne, parzialmente, De Mita, nessuno di loro ci ha creduto fino in fondo né, di conseguenza, ha dato grandi contributi anche se Occhetto può e deve rivendicare a sé il merito di avere portato il PCI su quel terreno che, purtroppo, i suoi successori hanno seguito limitatamente e malamente. Prospettare una democrazia dell’alternanza fu molto difficile per due ragioni. Prima ragione, la Guerra Fredda rendeva impraticabile qualsiasi alternanza fra gli “atlantici”, le coalizioni di governo imperniate, giustamente e democraticamente, poiché i voti contano, intorno alla Democrazia cristiana. Secondo, socialisti e comunisti furono assorbiti da un “duello a sinistra” (come scrissero Giuliano Amato e Luciano Cafagna) invece di costruire l’alternativa competitiva alla DC. Allora, qualcuno addirittura disse che bisogna costruire le istituzioni dell’alternanza. A parte che non se ne fece nulla, l’alternanza arriva attraverso la politica, facilitata, probabilmente, da un sistema elettorale adeguato, ma nessuna democrazia parlamentare rappresentativa deve rinunciare alle sue specifiche istituzioni per perseguire l’alternanza che, invece, arriverà quando il cittadino-elettore, “giocatore” e non spettatore, protagonista e non arbitro, entrerà in campo per fare valere le sue preferenze.

I due manifesti di quel periodo furono, da un lato, il libro di Giuliano Amato, non ancora nell’orbita di Craxi, Una Repubblica da riformare (Il Mulino 1980), dall’altro, la sottolineatura netta, ad opera dell’allora senatore democristiano Roberto Ruffilli, della necessità di pervenire ad una “cultura della coalizione”. Tralascio quanto, che fu molto, da me scritto, ma non un piccolo libro di cui sono molto orgoglioso: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985 che ho rivisitato e ampiamente ristrutturato in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea 2015) perché credo sia opportuno affermare che sia la lettura/proposta di Amato sia la visione di Ruffilli mantengono tutta la loro carica riformatrice. Entrambe, per mettere i piedi nel piatto, possono anche essere lette come la premessa culturale, politica e istituzionale al rigetto il 4 dicembre 2016 delle riforme costituzionali renzian-boschiane prive di sistematicità e di qualsiasi comprensione delle modalità di funzionamento delle democrazie parlamentari. Aggiungo anche che quelle le riformette governative furono elaborate senza nessuna conoscenza di quanto già fatto, che c’era, e di quanto discusso, molto, e scartato poiché impraticabile e disfunzionale.

2. Non si arriverà a nessuna Seconda Repubblica senza conoscere la Prima (raccontata malamente da troppi furbetti che la manipolano) e senza conoscere come sono strutturate e funzionano le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale. Se poi qualcuno si applicasse e facesse qualche compito a casa potrebbe persino trarre elementi utili dalle democrazie anglosassoni. Non mi risulta che nella transizione dalla Prima Repubblica all’interregno nel quale viviamo da quasi un quarto di secolo e nel quale, gramscianamente, proliferano i germi della degenerazione dal personalismo al populismo, dai conflitti d’interesse alla rottamazione (che, sì, è una degenerazione poiché nelle democrazie gli eventuali rottamatori sono i cittadini-elettori non i capi partito e il fenomeno si produce con riferimento non all’età e alle legislature, ma alla competenza e alle capacità) qualcuno dei politici e dei loro intellettuali di riferimento, provatamente peggiori di coloro che li hanno preceduti, abbia riempito di contenuti la democrazia da molti di loro ad nauseam definita, ma mai concretamente chiarita, “dell’alternanza, bipolare e maggioritaria”.

Non so se quella democrazia era l’obiettivo del peraltro troppo lungo periodo che Aldo Moro aveva forse in mente quando si rese lucidamente conto che “il futuro non è più nelle nostre mani”. Non so neppure se, come ottimamente argomenta Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino2016, p. 315), Moro avrebbe preferito una “circoscritta fase di convergenza, necessaria per legittimare l’evoluzione riformatrice del Pci” ad una consociazione con il Pci subalterno che vi si logorasse. Però, sono sicuro che il rapimento e l’uccisione del Presidente democristiano hanno segnato la vera e profonda svolta del sistema politico della Prima Repubblica (e mi conforta leggere che questa è anche l’opinione di Macaluso) . Non finì soltanto la possibilità di qualsiasi “compromesso storico”, una formula e una prospettiva che, per quel che mi riguarda, da subito considerai sbagliata e inconcludente, se non addirittura pericolosa per la dialettica democratica. Ne conseguì, frettolosamente elaborata da Enrico Berlinguer, ma mai davvero “riflettuta” in tutte le sue implicazioni all’interno del gruppo dirigente e dei quadri del PCI (come conferma Macaluso) , la proposta di un’alternativa democratica (certo, “non democratica” sarebbe stata inconcepibile) totalmente insussistente senza la convinta adesione dei socialisti, che non vi fu. Aggiungo subito senza un ruolo centrale, probabilmente di guida, dei socialisti le cui credenziali riformiste erano a cavallo fra gli anni settanta e ottanta sicuramente superiori a quelle dei comunisti (curiosamente, non le vedo rivendicate né da Intini né da Signorile dai quali un minimo di autocritica avrei apprezzato).

La vulgata contemporanea vorrebbe che la democrazia dell’alternanza, bipolare, maggioritaria sia stata l’esito voluto e perseguito da Silvio Berlusconi con la sua discesa in campo. Nient’affatto, Berlusconi, coalition-maker di innegabili abilità, è stato bipolare per necessità, noncurante dell’alternanza (anzi, favorevole alla, sua, inesistenza), maggioritario come obiettivo personale certamente non trasferito nelle sue proposte di riforma, ma congegnate per un miglioramento complessivo del sistema politico. Non ha, per esempio, mai capito la natura del presidenzialismo USA e neppure la differenza fra presidenzialismi e semipresidenzialismi. Rapidamente, invece, ha fatto prima filtrare la sua avversità ai collegi uninominali (in parte ritenendo di non avere candidati sufficientemente popolari), poi imposto una legge elettorale, che chiamerò con il nome del suo estensore Calderoli, anche se è fin troppo nota come Porcellum, che consente ai capi dei partiti (e, nel caso della “sinistra”, anche ai capi delle correnti) di nominare i candidati e quel che più conta di rinominarli producendo pessime rappresentanze parlamentari nelle quali saranno proprio i meno capaci a doversi dimostrare disciplinati e obbedienti fino al servilismo. Concludo sul punto notando che in assenza di una legge elettorale accettabile (che è meno, ma più importante, di condivisa, non quindi la legge Rosato) non si perverrà ad una qualche stabilità del quadro politico.

Secondo alcuni, anche fra gli intervistati, il vecchio “quadro politico” fu sostanzialmente travolto dai magistrati, più precisamente dall’inchiesta Mani Pulite e dai suoi ambiziosi protagonisti. Non entro nei particolari “scabrosi”, ma suggerisco di intrattenere anche l’ipotesi di una spiegazione alternativa, vale a dire che la scoperta della corruzione politica e della sua estensione diventò letale per i partiti italiani poiché all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo era ormai accertato lo sfinimento delle strutture e delle culture di tutti quei partiti tanto che anche il lieve soffio delle inchieste, amplificato dai mass media, spazzò via un po’ tutto. Naturalmente, non basterà mettere il bavaglio ai mass media e ostacolare l’azione della magistratura per ricostruire strutture e culture in un paese il cui livello di corruzione politica è nettamente superiore a quello di quasi tutte le democrazie parlamentari e non. Né mi sembra una strategia politicamente accettabile e positiva quella di etichettare coloro che denunciano la corruzione come populisti.

Qui debbo dichiarare la mia assoluta contrarietà ad un utilizzo indiscriminato del termine populismo. No, non tutto quello che non ci piace in politica è da etichettare “populismo”. Sì, di populismo nella politica italiana ne avevamo già avuto negli anni Quaranta del secolo scorso con il commediografo Guglielmo Giannini. L’abbiamo chiamato “qualunquismo”. Sì, di populismo ne abbiamo viste due varianti recenti: quella, ruspantissima, di Bossi e quella in doppiopetto di Berlusconi. Dal canto suo, Salvini utilizza il populismo selettivamente, non quando si mette con Marine Le Pen, che è una classica “nazionalista” francese di estrema destra, non quando trova consonanze di vedute e accordi con Giorgia Meloni che è erede di una tradizione di destra pochissimo populista. No, anche se Grillo ha il populismo nelle sue corde, neppure il Movimento Cinque Stelle è prevalentemente populista. L’anti-politica, quella delle Cinque Stelle, spesso anche critica legittima della brutta politica che c’è, diverge dal populismo finendo in una confusa rivendicazione di forme di consultazione, di influenza e di partecipazione la cui democraticità è dubbia, ma il cui tasso di populismo è scarsino. Senza affatto prescindere dall’affermazione lapalissiana, ma indispensabile, che non esiste democrazia senza popolo, senza sovranità del popolo, una modica dose di populismo circola da tempo in tutte le democrazie. Naturalmente, quelle ben funzionanti dotate di una solida cultura politica e civica lo tengono a bada in maniera efficace. In Italia il crollo della esausta democrazia dei partiti ha aperto ampi spazi ai populisti. La mancata ricostruzione di una democrazia istituzionalmente efficace ha trasformato quegli spazi in praterie che solo la mediocre qualità degli aspiranti populisti non ha saputo sfruttare fino in fondo. Ciò detto nella flebile speranza di influenzare il dibattito pubblico, populismo è quando un leader fa appello al popolo e travolge le istituzioni intermedie, quando conclude con la frase (di Grillo) “fidatevi di me”, quando sostiene, come Berlusconi, che chi ha vinto le elezioni può operare al di sopra del Parlamento e non deve curarsi dell’osservanza delle leggi che la magistratura vorrebbe imporgli. Questo è populismo: “un leader e il suo popolo”. Naturalmente, populisti furono anche tutti quei commentatori che definirono “nemici del popolo” coloro che facevano campagna per il no al referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale da Renzi. Just for the record, un record che segnala clamorosamente l’abisso di incultura politica degli operatori dei mass media e degli intellettuali proni al renzismo.

La trave populista accecò i troppi commentatori che tuttora vanno alla ricerca delle, peraltro molte, pagliuzze populiste nel piccolo gruppo dirigente delle Cinque Stelle. In quel gruppo vedo, anzi, non vedo nessuna cultura istituzionale. Non sanno distinguere fra cittadini e parlamentari. Non capiscono che l’assenza di vincolo di mandato è la precondizione assoluta per l’esercizio della rappresentanza. Non si rendono conto che il limite ai mandati impoverisce la già bassissima qualità dei rappresentanti che dovrebbero andarsene a casa proprio quando potrebbero finalmente mettere a frutto l’esperienza acquisita. Le Cinque Stelle sono diventate, per convinzione e per convenienza, il veicolo privilegiato della protesta. Incanalare la protesta, che è quello che faceva il PCI e che le sinistre non sanno fare più, è un compito importante. Non mi pare che, tranne per i successi elettorali conseguiti, le Cinque Stelle abbiano saputo farlo in maniera efficace. I voti li hanno presi, ne prendono e ne prenderanno. A livello locale hanno consentito loro di vincere cariche di governo. A livello nazionale sono stati messi nel limbo dove, se non imparano la politica delle alleanze, rischiano di rimanere. Peggio per loro, potrei limitarmi a dire. Anzi, lo dico, ma con la piena consapevolezza che tenere un terzo o poco meno di elettori, con le loro preferenze, i loro interessi, le loro aspettative, ai margini di un sistema politico incide negativamente sul funzionamento del sistema e su qualsiasi possibilità di miglioramento. Questo è il discorso che andrebbe rivolto alle Cinque Stelle, sfidarle invece di demonizzarle che è l’atteggiamento prevalente nelle pagine di “Repubblica” e de “Il Foglio”, e non solo.

3. Piombati tumultuosamente in un interregno post-1994, anche per loro innegabili responsabilità (non avevano voluto/saputo capire; non avevano cambiato i loro, spesso riprovevoli, comportamenti), i politici della Prima Repubblica persero giustamente il potere. Soltanto alcuni di loro, intelligenti, preparati, “scafati”, riuscirono a tirare su la testa. Non è bastato. Sono stati rimpiazzati da parvenus, da miracolati, da “nominati”, da protagonisti senza arte né parte, ma con ambizioni sconfinate ed ego extralarge. Occhetto afferma che nel 1994 si ebbe una “rivoluzione antropologica”. De Mita nota che la dialettica parlamentare si svolge con i toni del confronto fra tifosi allo stadio. I socialisti si dolgono, non troppo, e si assolvono. Complessivamente, il panorama è desolato e desolante. Peggio: è largamente rappresentativo della società italiana com’è diventata anche guardando ai suoi rappresentanti politici. Marrazzo ha molto opportunamente incoraggiato e raccolto le riflessioni e le opinioni di cinque uomini politici che ebbero un ruolo di protagonisti nella Prima Repubblica e che, pertanto, dovrebbero uno dopo l’altro accettare di avere avuto anche non poche responsabilità nel crollo, imprevisto, ma non del tutto imprevedibile, del loro “mondo”. C’è un nuovo mondo, un mondo nuovo da costruire? La risposta non può che essere positiva: c’è. I quesiti sono tre: i) quale mondo è possibile e auspicabile costruire?; ii) con quali modalità e obiettivi?; iii) chi saranno i costruttori? Qualcuno potrebbe anche credere che per la previsione sarebbe meglio affidarsi alle sibille e agli astrologi. Invece, no. Ho imparato da Giovanni Sartori che non soltanto è possibile, ma è doveroso utilizzare le conoscenze politologiche, a maggior ragione quando provengono da analisi comparate effettuate con tutti i crismi, per formulare scenari e attribuire loro punteggi di realizzabilità.

Se l’Italia galleggia in una transizione politico-istituzionale da una Prima Repubblica alla quale non è possibile (e neppure auspicabile tornare) e un assetto repubblicano che non riusciamo ad intravedere, quali variabili è indispensabile prendere in considerazione? Al proposito, faccio outing. Da almeno trent’anni ho maturato la convinzione che la transizione potrà chiudersi soddisfacentemente soltanto cambiando il modello di governo da parlamentare tradizionale/classico a semipresidenziali accompagnato da una legge elettorale maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Questo non basta a fare di me un gollista di sinistra, ma il mondo istituzionale della Quinta Repubblica, del quale si giovò alla grande il Presidente socialista François Mitterrand (e del quale i socialisti italiani parlarono a lungo positivamente senza, però, volere mai rischiare proponendolo nelle riforme) mi pare possibile e auspicabile anche in Italia (G. Pasquino e S. Ventura, a cura di, Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica francese, Il Mulino 2010). Sono molto fiducioso che, prima o poi, in Parlamento si troverebbe una maggioranza trasversale disposta a formulare una riforma complessiva che non consenta a nessuno di calcolare vantaggi e svantaggi e a tutti di ritenere che la competizione prossima ventura in un quadro semipresidenziale darebbe considerevoli opportunità politiche, anche di carriera affinché gli obiettivi congiunti “più potere ai cittadini” e “più autorevolezza alle istituzioni” possano essere conseguiti anche in Italia.

4. Costruttori di questo esito non sono in grado di essere né il PD di Renzi né, tantomeno, l’intelligentsia renziana (un vero ossimoro alla luce di molte prove ed evidenze). Infatti, nonostante l’accanimento terapeutico di alcuni esponenti transitati in questa confusa fase, il Partito Democratico costituisce un monumento al vuoto di cultura politica come rivela anche la mediocrità dei saggi e dei libri che gli sono stati finora dedicati. Doveva diventare il contenitore/contaminatore del meglio delle culture riformiste espresse nel secondo dopoguerra: cattolici democratici, marxisti gramsciani, ambientalisti, con la gravissima dimenticanza dei socialisti in carne, ossa e idee. Non è diventato nulla tranne, forse, gazebo e primarie a vocazione maggioritaria. Neppure quanto di buono, non moltissimo in verità, aveva suscitato l’Ulivo in termini di mobilitazione di un associazionismo volonterosamente disponibile a collaborare per il rinnovamento della politica, ha trovato spazio nel partito di Veltroni, Bersani, Renzi et al. Qualcuno inneggia al partito personale, ma allora vince Berlusconi la cui personalità torreggia. Altri vedono un po’ di tutto a cominciare dagli alberelli dei partitini, ma mai intravedono la selva oscura nella quale si nasconde quel che rimane della politica italiana. Se il futuro è o dovrebbe essere l’Europa, ecco non è quella la prospettiva che affascina Cirino Pomicino e De Mita, Occhetto, Intini e Signorile, ma neppure i loro più o meno accettabili successori. Emblematica di una profonda differenza di visione e di azione è la comparazione fra Renzi che tiene una conferenza stampa avendo fatto ridicolmente riporre la bandiera dell’Unione Europa e Emmanuel Macron che festeggia la sua vittoria presidenziale arrivando al Louvre facendo platealmente risuonare l’inno alla gioia di Schiller-Beethoven.

La Prima Repubblica fu costruita e fatta funzionare dai partiti politici dentro l’alveo di una Costituzione, da un lato, flessibile, dall’altro, dotata di regole la cui osservanza dava vita e sostanza ad una politica democratica. Altrove ho scritto che i partiti italiani sembrarono molto più solidi di quello che in realtà erano poiché debole era la società civile. Non vorrei dire che nel corso del tempo la società italiana sia diventata particolarmente “robusta e vibrante” (i due aggettivi preferiti usati dagli americani per descrivere fin troppo positivamente la loro società), ma certo si è resa abbastanza autonoma dai partiti, si è differenziata, diventando al contempo frammentata e, purtroppo, corporativizzandosi vale a dire mettendo sempre e comunque al primo posto gli interessi particolaristici. Questa evoluzione è sfuggita ai dirigenti di partito della Prima Repubblica diventati troppo autoreferenziali, impegnati in lotte politiche sterili, incapaci di procedere alla manutenzione e al rinnovamento dei loro partiti. Adesso, chi guarda al sistema dei partiti italiani, che è sostanzialmente destrutturato, non può che nutrire dubbi sulle probabilità che in tempi brevi ne vengano sussulti organizzativi e novità politiche. Neppure quello che è stato in modo del tutto provinciale (altrove, ovunque, esistono partiti che hanno tutte le intenzioni e tutti gli strumenti per durare) definito “l’ultimo partito”, il Partito Democratico, è in buona salute. Peggio, gli estensori della più recente legge elettorale non si sono affatto posti il problema di come trovare meccanismi che rafforzassero le fatiscenti organizzazioni partitiche spingendo verso un loro consolidamento e premiando la loro effettiva presenza sul territorio.

Il declino delle strutture (e la scomparsa delle culture) partitiche avviene, in maniera che appare quasi inarrestabile, a scapito della rappresentanza politica. Non esistono partiti “personali”, personalisti, personalizzati in grado di garantire efficace rappresentanza politica in una democrazia. Inoltre, la “personalizzazione” della politica non ha quasi nulla a vedere con la comparsa e l’affermazione di personalità. Uno dei grandi insegnamenti della scienza politica è che i sistemi elettorali producono effetti sui partiti singoli e sui sistemi di partiti e possono essere intelligentemente congegnati per conseguire l’obiettivi di rafforzare i partiti e i loro collegamenti con l’elettorato (com’è stato fatto in Germania nel 1949) e che le grandi personalità politiche emergono laddove esista reale competizione politica. La legge elettorale Rosato non favorisce nulla di questo.

No, la luce in fondo al tunnel non la si vede affatto. La qualità della democrazia italiana, che dipende in larga misura dai partiti e dalla (loro) classe politica, rimarrà modesta, insoddisfacente, irritante. Indirettamente, sono i cinque uomini politici intervistati da Marrazzo a offrire loro stessi una spiegazione. Non hanno saputo affrontare le sfide e preparare il futuro. Adesso, qualcuno potrebbe esibire la sua cultura affermando che “siam come color che son sospesi”. È persino possibile che un giorno i nostri posteri diranno con Dante e Virgilio che dall’inferno della transizione “uscimmo a veder le stelle”.

Meglio competere senza paura

Paura? Paura della democrazia, della competizione, della contendibilità? Davvero a Bologna bisognerebbe/bisognerà fare un Congresso “unitario” per “eleggere” il segretario del partito locale? Naturalmente, non sarebbe più un’elezione, ma una designazione ad opera di qualche notabile, tipo Merola, tipo De Maria, non so se riesco a scrivere Paruolo, “notabile” pure lui? Quanto a “unitario”, vuole dire che si mettono d’accordo, ma non intorno ad un caminetto che, se lo viene a sapere, Renzi sbraiterà contro la vecchia politica, la Prima Repubblica, la ditta. Non è stagione di caminetti, meglio un camper di craxiana memoria, oppure, buttiamola sull’istituzionale: nell’ufficio del sindaco, giungeranno a un accordo. Ma non ci avevano detto, anche non pochi renziani che adesso appoggiano Rizzo Nervo, che uno dei pregi del Partito Democratico è che le sue cariche sarebbero diventate tutte contendibili? Poi, è vero che persino un veltronian-renziano, che sta cercando di tornare nella pista parlamentare, è stato fatto fuori dalle parlamentari manipolate del dicembre 2012, ma almeno una parvenza di contendibilità dovrà pure rimanere. Invece, no. Di politica alla Festa dell’Unità non si parla. Non far sapere ai visitatori e ai militanti che, anche se in cucina, parecchio ne sanno, quali torti ha Critelli, il segretario in carica, e quali ragioni ha Rizzo Nervo, l’assessore sfidante, è diventato un dogma. Per fortuna, si fa per dire, tertium datur: il molto manovriero consigliere regionale Paruolo ha candidato Licciardello la cui presenza aumenterebbe il tasso di competitività e di contendibilità. O forse no, come ha fatto sottilmente filtrare il “Corriere di Bologna” che, non nato ieri, adombra la possibilità che, in assenza della maggioranza assoluta degli iscritti per uno dei contendenti, la decisione debba essere presa nel Congresso, “pericolosamente” non più unitario, divisorio? Allora, lì i paruolani decideranno su chi convergere dopo, oh, sì, avere pensosamente e accuratamente valutato i programmi, le proposte, le prospettive di Critelli e di Rizzo Nervo. Diversità su quel che bisognerebbe fare nei rapporti con le cooperative e con le partecipate sembra non ve ne siano. Non è una grande scoperta che il PD dovrebbe sostenere e pungolare i suoi eletti nei vari comuni. Dunque, risollevo il mio interrogativo di fondo: che la manita o poco più di aspiranti al parlamento dentro il PD di Bologna si stia posizionando e raggruppi le sue scarne truppe a sostegno di chi fra Critelli e Rizzo Nervo offre più garanzie di carriera? No, non datemi subito la risposta. Lasciate la suspense mentre torniamo tutti a leggere sui dizionari che cosa significa “democratico e contendibile”.
Pubblicato il 15 settembre 2017

Renzi, drop your guns

Larivistailmulino

La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.

Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino

Lo spartiacque è il 1994: i partiti non sono più figli di vere culture politiche

Il fatto

Intervista raccolta da GIA.RO. per Il Fatto Quotidiano

Nella Prima Repubblica i cambi di casacca erano rarissimi perché i partiti erano figli di grandi culture politiche: quella cattolica, quella liberale, repubblicana e socialista. Ce lo vedete un comunista diventare socialista o un liberale diventare democristiano? Il dissenso era accettato, ma sempre all’interno di un perimetro preciso. Poi, dal 1994, quelle culture sono scomparse“.

Gianfranco Pasquino, politologo, guarda sconsolato al trasformismo parlamentare che ormai sembra diventato endemico della seconda repubblica, e di questa legislatura in particolare. E individua tre cause.

INNANZITUTTO“, spiega Pasquino, “c’è la totale perdita di controllo su Forza Italia da parte di Silvio Berlusconi, che non riesce più a tenere unite le truppe, con la conseguenza di diaspore continue. In secondo luogo, ci sono i numerosi movimenti dei grillini, in parte espulsi da Beppe Grillo e altri in fuga volontaria. Infine – continua il professore – l’ultima causa di questi smottamenti è il forte dissenso della minoranza del Pd nei confronti della leadership di Matteo Renzi, un malcontento che ha già provocato diverse uscite che il premier si è guardato bene dal frenare“. Civati, Fassina, D’Attorre, ecc… “A Renzi non interessa nulla del Pd. Anzi, più se ne vanno meglio è, perché al prossimo giro, con l’Italicum, piazzerà in lista solo i fedelissimi. Quelli che escono dal partito per lui sono un problema in meno”, osserva il professore. In questo modo siamo arrivati al record di transfughi di questa legislatura. “Siamo nel pieno di una fase di destrutturazione dei partiti. Ma, ripeto, tutto parte dal disfacimento di Forza Italia. Perché, se il partito berlusconiano avesse tenuto, anche Renzi avrebbe dovuto preoccuparsi di serrare le file” afferma Pasquino. Il quale, se da una parte condanna il trasformismo “come una grave malattia della democrazia parlamentare“, dall’altra difende l’articolo 67 della Costituzione che consente al singolo deputato o senatore di non avere vincoli di mandato.

IL PARLAMENTARE deve essere libero dai partiti e dalle lobby“, precisa Pasquino, “questo però non consente di fare i furbi: se si viene eletti per realizzare un programma, a quello ci si deve attenere. Sul resto, invece, si può votare secondo coscienza, ma le scelte devono essere ben motivate. Insomma, prima di agire in dissenso dal proprio partito o addirittura abbandonarlo, ci vorrebbe una riflessione profonda. Che, come vediamo, non sempre c’è“.

Pubblicato il 4 gennaio 2016

Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia #bdem15 @BiennaleDemocr

Biennale_democrazia_Torino

Save the date: 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il  Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215

BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015

Sul tema Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.

Coordina Marco Castelnuovo

Prima, seconda o terza: in quale Repubblica viviamo? Sono all’esame del Parlamento riforme istituzionali di grande rilievo. In una fase di crisi economico-sociale, ridurre la distanza fra cittadini e rappresentanti può essere un antidoto a pericolose derive antidemocratiche. Qual è il segno che portano i progetti in discussione? Come cambierà la seconda parte della Costituzione? E come si delinea la nuova legge elettorale? Un confronto fra punti di vista diversi sulle “regole del gioco” di una democrazia che si sta trasformando. In meglio?

Biennale Democrazia

 

Qui per info e prenotazioni