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Quale coalizione tradirebbe Letta con il simbolo del Pd a Siena? @DomaniGiornale

Sostiene Letta che la sua scelta di “correre” per il collegio uninominale di Siena senza il simbolo del Partito Democratico è dettata dalla volontà di “privilegiare lo spirito di coalizione”. Non sono in grado di giudicare se e quanto quello spirito aleggi e volteggi su Siena e sulla coalizione, ma vedo alcuni inconvenienti di quella scelta. Certamente, Letta non si vergogna, come sostengono giornali e commentatori di destra, del suo partito in quanto tale, ma in qualche misura vuole segnare una distanza fra il PD e la faccenda brutta del Monte dei Paschi. Però, non è questa la fase, anche se lo volesse fare, in cui può permettersi di criticare i dirigenti, i candidati, gli ideologi (sic) del PD. Tuttavia, credo che qualche cenno critico mirato sarebbe utile. Ad esempio, a Bologna ne hanno già fatte di tutti i colori, in occasione delle primarie e nella scelta delle candidature al Consiglio comunale. Non essendoci rischi per la vittoria del candidato del partito, qualche parola critica relativamente alle carenze di democrazia e democraticità di un partito che si definisce “democratico” non sarebbe soltanto doverosa, ma anche utile.

   Tornando al punto, prendo sul serio l’affermazione di Letta sullo spirito di coalizione, ma vedo in giro molte interpretazioni diverse di questo spirito. Le traduzioni concrete sembrano ispirate non ad una meditata visione di fondo e di lungo periodo, ad una vera strategia politica, ma all’opportunismo di vantaggi immediati: un pugno di voti in più. Di qui la moltiplicazione di liste dei più vari tipi per le elezioni amministrative con l’obiettivo di “pescare” qualche elettore/trice in aree che il Partito Democratico con le sue proposte non raggiungerebbe mai. Spesso, ed è grave, neanche tenta di raggiungere. Quelle variegate liste non costituiscono affatto un modo positivo e efficace di alimentare lo spirito di coalizione. Al contrario, accettano e registrano la frammentazione delle ambizioni particolaristiche, non tanto della società “civile” quanto di molti spezzoni del ceto politico che cerca di stare a galla senza produrre idee e senza rinnovarsi. In questo modo, nessun rinnovamento può essere conseguito neppure dal PD.

   È augurabile che a Siena il segretario del PD spieghi con dovizia di particolari quale sarà la coalizione da costruire nel periodo che ci separa dalle prossime elezioni politiche. In prospettiva sistemica, però, dovrebbe preoccuparsi soprattutto di rafforzare, trasformandolo significativamente, il suo Partito Democratico. Per ragioni oggettive, vale a dire, l’essere un partito e il potere contare su una relativamente buona percentuale di voti, toccherà proprio al PD di svolgere il compito impegnativo di coalition-maker. Finora non ho visto nessuna indicazione che né il segretario né i suoi collaboratori né i capicorrente abbiano iniziato a interrogarsi su come costruire una coalizione progressista e europeista. Persino l’ineluttabilità di un rapporto serio e solido con il Movimento 5 Stelle non è ancora stata declinata nei suoi lati positivi e in quelli negativi, che pure esistono. Mi pare che sia tuttora assente la necessaria riflessione sulla ristrutturazione del sistema dei partiti che molti avevano annunciato come uno degli effettivi positivi della “sospensione”, non della politica, ma della competizione fra partiti, derivante dal governo Draghi.

Infine, non resta che chiedersi se lo “spirito della coalizione” si manifesterà in occasione del passaggio più importante, forse addirittura conclusivo, di questa legislatura: l’elezione del Presidente della Repubblica. Immagino che Letta stia già invocandolo poiché l’esito di quella elezione segnerà anche la prossima legislatura. O no?

Pubblicato il 1° settembre 2021 su Domani

Pasquino: “Virginio Merola a Bologna: dieci anni da sindaco mediocre” #intervista @Spraynews1

Intervista esclusiva (di Antonello Sette) SprayNews a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

“Virginio Merola a Bologna: dieci anni da Sindaco mediocre”
“Letta? Competente, ma ci vorrebbe la mossa del cavallo e lui non ne è capace”
“Primarie a Bologna? Da Cofferati in poi il Pd ne ha fatte di tutti i colori”

Professor Pasquino, il Pd cerca una sua identità fra tante, come stanno dimostrando le primarie di Bologna con la sfida fra il rappresentante ufficiale del partito Matteo Lepore, sostenuto anche dai Cinquestelle e da Leu, e la renziana, più o meno ex, Isabella Conti, che strizza l’occhio all’ala riformista e moderata del partito…

“Il Pd è un essere abbastanza indefinito. Si colloca in un’area grossomodo di centrosinistra con qualche idea non molto brillante e nessuna elaborazione culturale più ampia. In questo senso potremmo dire che quello che di sbagliato c’è oggi nel Pd risale alla sua origine, a quelle famose culture riformiste, che venivano messe insieme e già all’origine erano deboli e fatiscenti e che ora sono sostanzialmente scomparse”.

E, quindi, che ne sarà di lui?

“Il Pd mantiene quel venti per cento di elettori che vuole una politica seria e di cambiamento, moderato, ma pur sempre di cambiamento. Una politica fatta da uomini e donne che hanno qualche competenza maturata nell’organizzazione e nelle cariche locali. Un venti per cento di consensi che rimarrà, ma non sarà, però, mai sufficiente a dare da solo un governo al Paese”.

Enrico Letta non può, quindi, fare miracoli?

“Il Segretario è un uomo competente, che conosce la storia del partito e in parte l’ha fatta. Ricordo che era candidato alle primarie per l’elezione alla segreteria nel 2007 quando ci fu la cavalcata dirompente di Valter Veltroni. Ha, quindi, una storia molto lunga nel partito e ha anche una storia di governo e spero che abbia imparato da quella esperienza molto dolorosa, ma anche molto importante. Non lo vedo, però, sufficientemente dinamico e in grado di fare delle scelte dirompenti e qui, invece, come dicono tutti, di tanto in tanto sarebbe necessaria la famosa mossa del cavallo. Ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui dice che il Pd al governo cresce. Cresce sì, ma di pochissimo e, se non trova alleati, non va da nessuna parte”.

Nella storica roccaforte di Bologna regna nel frattempo la confusione…

“A Bologna la situazione è più delicata anche perché ci abito ormai da troppi anni. Io, torinese, sono a Bologna dal 1969. Il Pd non è mai riuscito a fare delle primarie competitive. C’è un nucleo del partito che si riproduce e vuole controllare la scelta del candidato sindaco. Ne hanno fatte di tutti i colori. Il Pd ha fatto delle brutte primarie nel 1999 quando poi persero le elezioni contro Guazzaloca. Nel 2004 con Cofferati accettarono il paracadutato di uno che neanche era mai stato in città e che li lasciò con il sedere per terra e loro subito candidarono Flavio Delbono che poi dovette lasciare perché aveva fatto qualcosa di molto scorretto con le finanze regionali. Subirono poi un commissariamento che governò la città rossa per quasi un anno e mezzo. Virginio Merola ha governato Bologna per dieci anni. Era una candidatura accettabile proprio perché non era dirompente. Lui dice che ha fatto dieci anni da mediano. Io dico che ha fatto dieci anni da mediocre. Ora ha preteso di designare il suo successore e, nel momento in cui Isabella Conti ha deciso si sfidarlo, vengono fuori tutte le magagne. Il partito si chiude a riccio e addirittura arriva a minacciare espulsioni. Sono primarie, tanto per cambiare, brutte e Letta, appoggiando Lepore come candidato del Partito, secondo me non ha compiuto un’operazione brillante”.

Mancano solo tre giorni. Domenica finalmente si vota. Chi la spunterà?

“Questa è una domanda da rivolgere agli astrologi. Io sono un politologo. Certo è che, se non vincesse Lepore, saremmo di fronte a un cambiamento molto significativo. Lepore parte avvantaggiato, ma per sostenerlo arrivano a dire delle cose molto contradditorie. Parte avvantaggiato, spiegano, se non votano in tanti. Io, seguendo il loro ragionamento, penso che, se votano in tanti, vuol che dire che la Conti ha avuto un grande potere attrattivo. Questo dei tanti e dei pochi votanti è il paradosso di un partito, che dovrebbe puntare ad ampliare la partecipazione ed è, invece, contento se alle primarie votano in pochi”.

A un politologo del suo prestigio non posso non fare una domanda. Quale è lo stato di salute dell’Italia politica alla soglia dell’estate 2021?

“Prima che le risponda, dobbiamo decidere che cosa è la politica. Se la politica è quelle cose che devono fare i cittadini, parlando fra di loro, incoraggiandosi e vivendo in modo solidale, non va benissimo. Le categorie continuano a essere corporative ed egoiste e i loro comportamenti che non garantiscono una crescita vera. Sociale e civile. Se la politica è, invece, le cose che fa il Governo, sta bene in salute. Mario Draghi ha dimostrato non solo di avere un enorme prestigio internazionale, ben al di sopra di quello che io stesso pensavo avesse, ma anche di possedere la capacità di fare delle scelte precise, di sapere dire con chiarezza a Salvini, ma anche a Letta, di non rincorrere singolarmente determinate tematiche. Draghi ha anche dimostrato di saper comunicare in maniera chiara, senza tralasciare neppure qualche nota di humor. I risultati sono clamorosi. Ha raggiunto percentuali altissime di consenso sia come Governo sia come premier”.

A proposito di politica intesa come cittadini sprovveduti e maldestri, lei ha da poco pubblicato un libro emblematicamente intitolato “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”. Quale è la tesi di fondo?

“E’ il seguito di un libro famoso di Norberto Bobbio. Gli italiani non hanno usato bene la loro libertà. Non l’hanno usata per interessarsi alla politica, per informarsi, per partecipare, per creare associazioni dinamiche, per cercare di cambiare effettivamente il Paese. Nel 1990 avevamo raggiunto il massimo. Eravamo la quinta potenza industriale del mondo. Gli italiani, anziché festeggiare, cominciarono a disperdersi, senza sapere che un sistema è quello che compongono gli abitanti di quel sistema. E siamo al punto in cui siamo perché abbiamo usato male la nostra libertà”.

Tornado, per concludere, alla politica propriamente detta, mi pare di aver capito che per lei è meglio Draghi dei dirigenti bolognesi del Pd…

“Su questo non c’è dubbio alcuno. E’ come se lei mi chiedesse se gioca meglio una squadra che è in Champions o una che è in serie C”.

Pubblicata il 17 giugno 2021 su SprayNews