Home » Posts tagged 'Primarie Partito democratico'

Tag Archives: Primarie Partito democratico

Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews

Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento

Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.

Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.

No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.

La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.

Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.

E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).

Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net

Provateci ancora elettori “primari”

Non è, ovviamente, colpa dello strumento chiamato “primarie”, anche se, correttamente, dovrebbe essere definito “votazioni” per il segretario del Partito Democratico, se neppure in fase conclusiva della campagna si sono destati grande interesse e ardenti “passioni”. Peraltro, Renzi ci ha subito provato a dire che chi vince la carica di segretario del PD diventa automaticamente il candidato a Palazzo Chigi. Immagino che Gentiloni abbia fatto con grande pacatezza gli opportuni scongiuri. Neanche ancora segretario già Renzi lo destabilizza. Figurarsi dopo il 30 aprile!. Molto dipenderà dall’affluenza alle urne e dalle percentuali e numeri assoluti di votanti. Però, già sappiamo che Renzi ha perso smalto, capacità di trascinamento, persino entusiasmo. È rimasta la sicumera, quella che a Napoli chiamano “cazzimma”, ma non gli è stato possibile trovare slogan o parole di forza paragonabili a “rottamazione”. Anzi, non pochi, compreso lo sfidante Emiliano, sono convinti che é già ora di rottamare Renzi per salvare il PD.

Peraltro, né Emiliano, con un piede fuori del PD, ma con la voglia di cambiarlo da dentro, né Orlando, troppo a lungo ministro nel governo Renzi e ancora con Gentiloni, rappresentano reali e significative alternative. Allora, hanno pensato fin troppi iscritti, tanto vale tenersi l’usato ancorché non troppo sicuro, il Renzi. Sembra che anche gli elettori, ovvero la maggioranza, probabilmente assoluta, di coloro che andranno ai gazebo, sia giunta alla stessa conclusione. Quindi, il PD rimarrà quello che è stato e che tutti hanno già visto con Renzi segretario. Peggio, anche la futura coalizione di governo potrà trovarsi a ripetere, lo ha detto senza nessuna preoccupazione Renzi, l’esperimento del Nazareno. Nel frattempo, Mattarella, consapevole di qualche degenerazione successiva alla (ri-)elezione di Renzi ha posto un ultimatum: discutere seriamente e approvare rapidamente due leggi elettorali decenti e compatibili per Camera e Senato senza peraltro mirare a elezioni anticipate ad libitum, ovvero a piacimento del segretario prossimo venturo della maggioranza del PD. Il libitum, aggiungo io, vale a dire il potere di scelta dei tempi e dei modi, è tutto nelle mani e nella mente di Mattarella e sta anche scritto nella Costituzione.

Dal dibattito triangolare Renzi-Emiliano-Orlando non è venuta fuori nessuna indicazione sulle leggi elettorali prossime venture. Renzi fa bene a tenere coperte le sue carte. Se vedremo, noi e la Corte Costituzionale, che sono brutte come quelle dell’Italicum, sarebbe un altro colpo, non basso, ma meritato, per lui. Emiliano e Orlando sono stati troppo vaghi in materia. Peccato perché lanciare una buona proposta, magari, perché no, quella francese, di cui troppi hanno straparlato, ma i cui meccanismi sono e rimangono ottimi, servirebbe a capire che cosa attende un po’ tutti, partitini compresi, nella primavera del 2018 (che è la mia data preferita per le elezioni).

Su un punto, non abbastanza sottolineato, Renzi ha fatto una capriola acrobaticissima: l’Europa. Non più critiche, peraltro, sbagliate, a Eurocrati e Burocrati, ma il riconoscimento che l’Europa è il progetto del PD ed è anche il destino di un’Italia che voglia crescere e migliorare. Per il resto, nessuno dei tre ha detto che partito vuole davvero, che rapporti fra maggioranza e minoranze nel partito, che democrazia interna, che cultura politica, quali modalità per la scelta delle candidature (ma Emiliano e Orlando si sono espressi contro i capilista bloccati: vessillo di Renzi, Boschi e Berlusconi). Eppure, il PD era nato per combinare il meglio delle culture riformiste. Adesso, sembra che il compito se lo sia assunto Giuliano Pisapia con il suo, peraltro, vago e embrionale, Campo Progressista. Insomma, il 30 aprile sapremo soltanto chi è il segretario del Partito Democratico. Tutto il resto, dalla legge elettorale al governo Gentiloni, dalla politica economica alla presenza italiana nell’Unione Europea, verrà dopo e, da quel che s’è sentito nel dibattito triangolare, sarà praticamente da inventare.

Pubblicato il 28 aprile 2017 su Fondazione Nenni Blog