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#economiststaisereno L’Italia si salverà

FQCi saremmo aspettati più fantasia e più humour dal settimanale che per tutti noi è l’autorevole “Economist”. Si è accorto, ma non ci voleva molto, che l’Italia è un paese troppo grande per lasciarlo fallire. Le onde alte, un vero tsunami, che conseguirebbero allo sprofondamento dell’Italia nel Mediterraneo arriverebbero con esiti disastrosi non soltanto alle bianche scogliere di Dover, ma nel bel mezzo della City. Lì non sono pochi gli operatori economici italiani che trafficano allegramente e il colpo sarebbe duro, ma salutare. Prima gli inglesi si accorgono che parte della loro prosperità dipende proprio dai soldi che gli Europei al di qua della Manica investono e scambiano nelle contrattazioni nella swinging London, meglio sarà. Debbono fare molta attenzione i giornalisti dell’Economist perché, da un momento all’altro capiterà loro fra capo e collo il columnist dello Evening Courier (qui, nello stivale, lo chiamiamo “Corriere della Sera”) che lancerà l’operazione Truth. All the Truth. Nothing but the Truth. Allora dalla City saranno obbligati a raccontarcene delle belle, magari la verità anche sulle loro banche.

Ancorché autorevole, l’Economist si sottovaluta ovvero, meglio, sottovaluta l’Unione Europea e persino il giovane e dinamico Premier italiano. Sostiene il settimanale inglese che l’Italia è un paese “troppo grosso per salvarlo”. Molti di noi, pure anglofili, riteniamo che l’Italia sia un paese di medie dimensioni sotto lo stellone che sovrintende ai nostri destini. Pensiamo, non egoisticamente, di non essere l’unico paese da salvare, dentro e fuori la zona Euro. Crediamo che, per esempio, occorra salvare il Regno Unito dal referendum secessionista della Scozia, dall’UKIP di Farage, dalla politica, non della sedia vuota, ma del vuoto di idee del suo Primo Ministro Cameron. Lui ha già perso nella sua opposizione a testa bassa contro Juncker. Noi saremo, perhaps, più attenti nell’appoggiare una candidatura giovane, inesperta, di non accertata competenza. Il punto, però, è che noi, cioè, gli italiani, quando riusciamo a stare fermi, cerchiamo di fare i compiti a casa. Li facciamo in fretta prima di tornare a guardare Peppa Pig. Gli errori lasciamo che ce li correggano il Commissario all’Economia e, spesso, in via informale, il Presidente Napolitano (che, in quanto migliorista, ha molta esperienza nella correzione di rotte e di compiti).

Rassicuriamo, infine, l’Economist. Salvarci ci salveremo, ma il problema non è quello. Il problema italiano è che, soltanto il Premier corre, da solo, nessuno lo insegue. Il resto del paese galleggia galleggia galleggia “con le pinne il fucile e gli occhiali”. Nella mente di qualcuno di noi qualche volta sorge l’inquietante dubbio se galleggiare possa essere sufficiente. Attendiamo la risposta, caro “Economist”, dal vostro prossimo pensoso e pungente editoriale.

*Autorevole costituzionalista, Walter Bagehot fu il fondatore e a lungo il direttore dell’Economist. La rubrica del settimanale che tratta temi istituzionali è tuttora firmata, collettivamente,con il suo cognome.

Pubblicato il 24 luglio 2014 su Futuroquotidiano.it

Una rosa per l’Europa

l'Unità

Sono fra i firmatari dell’appello affinché nella nomina del Presidente della Commissione Europea il Consiglio dei capi di governo dell’Unione Europea tenga nella massima considerazione l’esito delle elezioni per il Parlamento Europeo. A differenza di Barbara Spinelli, anche se il mio candidato non appartiene al partito che ha ottenuto più seggi, non ho ritirato la mia firma e ritengo quell’appello comunque essenziale ad aprire una conversazione democratica sulle modalità di selezione delle cariche più importanti nelle istituzioni dell’Unione Europea. In partenza, i capi di governo hanno il dovere politico di riconoscere l’esito delle elezioni per il Parlamento europeo che vede in testa il popolare Juncker. Dopodiché, eventualmente, non essendosi tecnicamente avuta una elezione popolare diretta di Juncker e non avendo il candidato dei Popolari ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, diventa non soltanto possibile, ma inevitabile che sia il Parlamento Europeo a prendere l’iniziativa per sbloccare lo stallo. Infatti, in un certo senso, l’Unione Europea è ancora un sistema politico in fieri, in progress che cerca un suo assetto istituzionale complessivo e che deve convivere con una situazione che non è ancora quella di uno Stato federale (neppure sul modello tedesco), ma non può più essere interpretata né ricondotta al semplice e rigido intergovernativismo.

Insomma, le tre istituzioni, Consiglio, Commissione e Parlamento, hanno l’obbligo politico di cercare e trovare un nuovo equilibrio. In questo nuovo equilibrio, soprattutto chi desidera ridimensionare il cosiddetto deficit democratico dell’Unione Europea, deve sottolineare che soltanto potenziando il Parlamento si va nella direzione giusta. Dunque, da un lato, il Parlamento Europeo deve, attraverso un accordo tra i gruppi più importanti, deve esprimere una o, eventualmente, ma, in questo caso, con l’esplicito assenso dei Popolari e dello stesso Juncker, più candidature alla Presidenza della Commissione. Una rosa di nomi autorevoli sarebbe compatibile con lo spirito del Trattato di Lisbona e consentirebbe al Consiglio di ammorbidire le opposizioni a qualsiasi nomina. Dall’altro, il Parlamento deve dare la sua disponibilità ad un confronto che riguardi non soltanto la personalità del Presidente, ma alcuni punti programmatici che indichino la strada da percorrere in termini di politiche pubbliche europee nei settori socio-economici nei quali sono particolarmente evidenti i ritardi e inadeguatezze e nello stesso ambito istituzionale (che comprende anche le procedure burocratiche tanto deprecate dagli inglesi). Naturalmente, se gli inglesi non si chiamassero regolarmente fuori dalle scelte più importanti avrebbero maggiore influenza.

A chi si chiama fuori, però, non è davvero auspicabile concedere un potere di veto preventivo. Piuttosto, si chieda loro, a partire dal Primo Ministro Cameron (il cui euroscetticismo e più non è servito a contenere un insuccesso elettorale clamoroso) , di formulare una candidatura che tenga conto dell’esito elettorale e che prometta di fare crescere, da tutti i punti di vista, l’Unione Europea. Sostenere che per superare lo stallo è necessario (certamente non sufficiente) esprimere la candidatura di una donna, mi pare un escamotage. Se poi l’unico nome menzionato è quello di Christine Lagarde, non ci siamo proprio. Sarebbe importante che vi si aggiungesse subito per le sue credenziali provatamente europeiste quello di Emma Bonino. Comunque, le candidature debbono nascere nel e dal Parlamento europeo. Soprattutto debbono essere argomentate e giustificate anche nella prospettiva dei compiti che la Commissione Europea dovrà affrontare nei prossimi lunghi cinque anni, cruciali per un salto di qualità politico, socio-economico e istituzionale dell’Unione Europea.

Non abbiamo avuto l’elezione popolare del Presidente della Commissione. Proprio per questo adesso abbiamo, in quanto cittadini europei partecipanti, il diritto di esigere la messa in atto di quel complesso di procedure democratiche che si chiamano trasparenza e assunzione di responsabilità (accountability). Il semestre di presidenza italiana dell’UE ha la grande opportunità di cimentarsi anche con l’approntamento di riforme che accrescano la democraticità e l’efficienza (e il tasso di federalismo politico) dell’Unione, come sempre volle Altiero Spinelli.

Pubblicato lunedì 9 maggio 2014